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    Predefinito Per Orazio Coclite, Baltik, cristiano72 - Gli italiani

    Il popolamento dell’Italia
    Paolo Possenti
    03/10/2006
    Pubblichiamo il capitolo II del I volume (Il millennio romano) di «Le radici degli italiani» di Paolo Possenti, Effedieffe edizioni, 2001.
    Metteremo in luce - nella selezione dei capitoli - sopratutto gli eventi militari di cui sono stati protagonisti gli abitanti della nostra penisola in 3000 anni di storia.

    Il popolamento dell'Italia



    La complicata struttura geografica dell'Italia influenzò, fin dalle epoche antiche le forme di popolamento del Paese differenziandone fortemente le varie parti.
    Si può cogliere un esempio in Europa solamente con la situazione mantenutasi nei Balcani fino ad oggi.
    Come i Balcani di oggi, l'Italia era un coacervo di stirpi molto differenziate, di lingue diverse, separate anche da confini geografici montani e fluviali ben definiti.
    La storia dell'Italia come nazione anche linguistica unitaria, quale noi la conosciamo, comincia solo verso la fine dell'Impero Romano, quando ormai la lingua latina si era affermata definitivamente anche nel sud, dove il greco aveva resistito molto più a lungo sia rispetto all'etrusco al centro, che al celtico al nord; lingua già scomparsa durante
    il I secolo dell'era volgare.
    Non troviamo in Italia culture preistoriche comuni ad altre culture europee.
    Né esistono reperti sufficienti per configurare più o meno incerte migrazioni umane che colleghino l'Italia al centro Europa come avverrà in epoche successive.
    Solo agli albori della storia possiamo individuare con sicurezza alcune popolazioni che saranno successivamente destinate ad una lunga presenza in Italia.
    Fra i popoli più importanti del periodo fra la fine della preistoria e l'inizio della storia dobbiamo considerare innanzi tutto i Liguri.
    I Liguri non abitavano solo nella Liguria attuale, anche se in questa regione avevano uno dei loro centri principali, ma rappresentavano una vastissima popolazione che abitava in un ampio arco del Mediterraneo occidentale, dalla Spagna attraverso la Francia meridionale, e si estendeva anche in parte della pianura padana.
    Probabilmente formarono il sottostrato mediterraneo delle popolazioni, che prima degli Etruschi e dei Romani, vivevano in quelle zone dell'Italia centrale dove in epoca storica si sviluppò, prima la cultura etrusca, e poi quella romana (latina).
    Chi erano i Liguri?



    I loro caratteri etnici e somatici, le loro abitudini ed istituzioni ci sono poco noti.
    Anche della loro lingua sappiamo pochissimo, tanto da lasciare ancora aperto il dibattito se fossero o meno degli indoeuropei.
    Sappiamo invece molto sulle loro ampie sedi di popolamento.
    Assieme agli Iberi, di cui erano affini, occupavano l'intero versante dell'Europa occidentale, dall'odierna Spagna, attraverso la Francia meridionale, la Liguria ultima terra col loro nome, fino alle rive del Tevere dove la tribù originaria romana dei «Luceres» altri non era che una tribù di Liguri.
    Si trattava sin d'allora di un popolo turbolento e guerriero della cui espansione troviamo tracce un po' dovunque nell'Europa Occidentale preistorica prima dei Celti: basti pensare ai «Silures» della Britannia antica.
    Nonostante il problema sia ancora aperto riteniamo che i Ligures fossero parte essenziale di quella ampia stirpe del Mediterraneo occidentale che comprendeva non solo gli Iberi (ed i Baschi loro diretti discendenti), ma anche gli antenati dei Berberi del Nord-Africa, prima che questi si mescolassero sempre più con popoli sub-sahriani.
    Erano liguri certamente i Korsi e i Sardani, nonché i Rasna prima della fusione con i Faliski.
    A nostro avviso certe somiglianze fra basco, protoberbero ed etrusco non sono semplici assonanze, ma rappresentano un collegamento fra un'ampia realtà che si intravede anche attraverso le più antiche fonti storiche.
    Anche i Reti erano un ramo della grande etnia ligure, e per questo, come gli antichi storici ci dicono, parenti degli stessi Etruschi.
    Della presenza dei Liguri nell'etnia romana primitiva non vi è alcun dubbio.
    Riteniamo anzi per vari motivi che la stessa parola «Tibur», Tevere, sia ligure, così come la prima origine dei «Taurini» di Civitavecchia: cioè «Taurini» per Teverini, come diremmo anche oggi.



    Nel popolo romano portarono l'elemento mediterraneo occidentale, meno brillante, e se vogliamo meno intelligente di quello del Mediterraneo Orientale, ma più duro, più serio, più guerriero, come in epoca storica dimostrano non solo i Romani ma anche gli Iberi, i Berberi, i Guasconi, i Siluri (Gallesi), i Liguri italiani, i Corsi ed i Sardi.
    I Liguri anche se dimostrano di non sapersi mai o quasi mai organizzare in efficienti forme statuali, per una loro congenita litigiosità interna, unita anche in epoca storica ad una perdurante faziosità politica, costituirono uno dei gruppi etnici più forti ed ostinati nella lotta alle legioni romane sia nella penisola iberica che in Nord Africa, in Britannia, in Gallia.
    In Italia furono alla fine debellati, ultimi a cedere fra i popoli abitanti la penisola e deportati in massa nel sud del Paese.
    Su di essi si può fare un rilievo di carattere generale dicendo che i mediterranei occidentali erano caratterizzati da una scarsa capacità creativa a livello di organizzazione statale, ma grandi guerrieri.
    Questa tradizione bellica e combattiva dei mediterranei occidentali, caratteristica dei Liguri e degli Iberi, che passò poi agli Etruschi, va ricordata anche per la somiglianza con altre popolazioni del Mediterraneo occidentale quali quelle spagnole, basche
    e guascone.
    Perciò non è azzardato, paragonare queste popolazioni con quelle nordafricane di origine mediterranea, le quali risalgono a quest'epoca storica aventi caratteristiche simili ai gruppi etnici abitanti l'Europa nell'area occidentale del Mediterraneo.
    Né si può dire, però che queste popolazioni abbiano dimostrato anche una capacità creativa sul piano culturale, tale da consentire, nonostante il numero considerevole di questi popoli, la creazione di un'organizzazione statuale e di un'espressione civile che sia andata oltre l'organizzazione tribale.



    La limitatezza politica dei Liguri, ed una certa tendenza all'anarchia di queste popolazioni, rimane una caratteristica storica, anche nei loro lontani discendenti, che si può riscontrare ancora oggi in alcune zone dell'Europa, Liguria inclusa.
    A sud dei Liguri, in questa area preistorica coperta da selve poderose e da grandi paludi si trovava la parte dell'Italia felice che occupava un posto primario nelle leggende del mondo greco.
    L'area peninsulare ed insulare, con clima mite, abbondanza di acqua, piccole ma fertili pianure, animali allo stato selvatico e allo stato brado, rappresentava una specie di Far West per le prime popolazioni che vi giunsero dai Balcani e dalla Grecia.
    Questa parte d'Italia aveva un aspetto ben diverso dall'Italia di oggi.
    Come tutte le zone mediterranee abitate da popolazioni molto numerose la natura è stata purtroppo profondamente trasformata.
    Le grandi foreste sono scomparse, i terreni ormai incolti sono aridi e brulli, le colline spoglie, le erosioni profonde, i fiumi interrati, le fonti inaridite e la fauna scomparsa; il tutto forma una realtà rattristante.
    Noi vediamo questo processo di decadenza specialmente nelle nostre isole, e se qualche zona per lo più adibita a parco si è salvata, allora la flora mediterranea appare in tutto il suo magico splendore.
    Nelle terre, in epoca antica considerate le più fertili e felici della penisola, abitava una popolazione mediterranea molto affine probabilmente ai popoli che vivevano in Grecia, a Creta e nelle altre isole greche dell'Egeo.
    In qualche modo può dirsi che il mondo mediterraneo era costituito da due popoli consistenti quali i mediterranei occidentali forti e guerrieri, ma con poca disciplina e creatività, ed i mediterranei orientali più fini e sottili di corporatura, ma intelligenti e fantasiosi, duttili e pieni di gioia di vivere e capacità creativa.



    I nomi di questi popoli in Italia erano vari, tutti comunque con caratteristiche simili, analoghi nell'aspetto fisico ed intellettuale ai loro dirimpettai della costa balcanica e delle isole greche prima delle invasioni indoeuropee.
    Queste popolazioni, profondamente legate alla vita del Mediterraneo, dedite parimenti alla pesca, all'agricoltura e all'allevamento, furono popoli che per una significativa coincidenza storica diedero il nome all'Italia.
    All'inizio della sua storia a noi nota infatti la penisola cambiò spesso nome.
    Fu inizialmente chiamata Ausonia, Bruzio, Esperia, Enotria, poi Italia o forse Vitalia, dalla voce Vitulus (vitello) cioè terra delle mandrie.
    II nome Italia nacque comunque assai prima di quello di italiani.
    Fu la terra e non il popolo a dare il nome a questa penisola estrema dalla forma di stivale. Nome che si estese poi poco a poco a tutto il resto del Paese fino alla Pianura Padana e poi alle Alpi.
    Da questa terra presero il nome i vari popoli che vi abitarono di razza e cultura diversa.
    Il fascino e la bellezza di questa terra, ed il mare che la circonda li ha sempre profondamente legati.
    Per questo gruppo di popoli, peraltro in apparenza non molto differenti, nell'epoca preistorica, si verificarono fra la fine del secondo e l'inizio del primo millennio avanti Cristo una serie di cambiamenti profondi dovuti all'arrivo in Italia di nuove popolazioni.
    L'Europa attraversò periodi di grandi migrazioni che la caratterizzarono nei secoli e la mutarono profondamente.
    Alla fine di questa migrazione di popolazioni si ebbero effetti permanenti nella storia etnica dell'Italia per circa mille anni, fino cioè alla romanizzazione e all'assimilazione della popolazione dell'Italia da parte del gruppo romano-latino.
    Questa fase della storia italiana inizia con una cultura che viene chiamata villanoviana (da Villanova), dal luogo dove furono trovati i reperti più importanti dei nuovi popoli.
    E terremaricoli furono detti gli abitanti che lasciarono tracce importanti nella regione padana e nelle zone lacustri e paludose dall'Italia centro-settentrionale dove all'inizio trovarono la possibilità di stabilirsi.



    Essi vivevano in parte della pesca effettuata nei vicini laghi ed in parte della caccia. Ma è in questa epoca che iniziò l'agricoltura primitiva destinata a svilupparsi grazie alle progressive bonifiche di queste terre fertili ed umide, invase periodicamente dai fiumi. Questi insediamenti di palafitte che ci appaiono oggi come precarie, presentavano allora dei notevoli vantaggi: la possibilità di vivere in condizioni di relativa sicurezza nei confronti degli attacchi esterni, una certa forma di pulizia (elemento questo essenziale per la crescita demografica nei villaggi antichi) l'abbondanza delle acque, la possibilità di muoversi rapidamente con barche attraverso fiumi, paludi e laghi.
    Questi terramaricoli erano indubbiamente genti forti ed attive, erano le avanguardie delle grandi migrazioni indoeuropee che sarebbero di lì a poco divenute le protagoniste della storia d'Italia.
    L'immigrazione dal nord, pacifica o violenta, è un fatto che si è ripetuto periodicamente nella storia d'Italia dando un carattere di centralità europea alla maggior parte del Paese, legandola profondamente alle stirpi europee.
    L'unica eccezione a questa regola è l'apporto, di enorme importanza, dato alla etnia italiana del sud dalla Grecia.
    Si può dire infatti che la popolazione della Sicilia orientale, della Lucania, della Calabria e delle coste campane possono considerarsi prevalentemente di origine greca.
    E cosa ben nota che anche in epoca storica e perfino in epoca medioevale la lingua greca prevaleva addirittura su quella latina e ciò per un lungo periodo.
    La presenza greca che continua a sopravvenire in Italia meridionale con alcune isole linguistiche di origine recente (invasioni turche), fu determinante nella formazione della etnia italiana nel meridione, anzi ne fu il carattere dominante.
    Nelle zone dell'Italia centro-settentrionale, al contrario, la storia della formazione etnica italiana marciò in una direzione profondamente diversa.



    Innanzitutto abbiamo al centro, tra i monti ed il Tirreno, il blocco delle popolazioni latino-falische, ma sull'origine più remota delle popolazioni latine e quindi dei Romani regna a tutt'oggi una certa oscurità.
    Si sa con certezza che queste popolazioni appartengono ad un gruppo indoeuropeo arcaico apparso in Italia sul finire del II millennio avanti Cristo.
    Esse passarono le Alpi lasciando tracce importanti in alcune vallate alpine, come ad esempio in Val Camonica.
    Non si sa quando e come passarono gli Appennini.
    Certo è che non cercarono di fermarsi in Val Padana, allora interamente coperta da paludi ed acquitrini, bonificati solo assai più tardi dal paziente lavoro degli Etruschi.
    Erano per lo più pastori e abitanti delle selve.
    Il «totem della lupa» e quello dell'«ascia di guerra» ne sono una prova (fasci littori, come simbolo del potere).
    Questo aspetto, come anche il grado piuttosto arcaico di evoluzione della loro parlata indoeuropea, li fanno ricollegare ai popoli centroeuropei detti appunto dell'ascia di guerra con i quali sembrano avere molto in comune.
    La lingua, infine, si ricollega a parlate «vende» o, addirittura paleoslave, apparse più tardi nella loro completezza, come del resto a quella dei protoilliri che, formatisi sulle falde meridionali dei Carpazi, diedero origine a molti popoli.
    A queste popolazioni si ricollegano anche quelle stirpi del nord-ovest da cui discesero Greci e Macedoni.
    I Latino-Falischi discesero la valle del Tevere, ma mentre i Falischi si arrestavano sulla riva destra del fiume, creando un complesso rapporto etnico con i Liguri dando così origine agli Etruschi, i Latini scesero più a sud occupando l'intera riva sinistra del Tevere ed i monti circostanti fino al mare.
    Si attestarono poi in particolare sui Colli Albani, come su una grande cinta fortificata naturalmente attorno alla mitica Albalonga, la città da cui la stessa Roma ebbe origine.



    Questo straordinario gruppo latino-romano, destinato a prevalere su Etruschi, Greci ed altri Italici, non sembrava alle sue origini far prevedere quello straordinario destino, che, unico fra i popoli antichi, lo condusse a dominare il mondo.
    In seguito poco dopo l'insediamento dei Latini, appaiono in Italia nuove popolazioni ariane che vi si stanziarono verso l'anno 1000 avanti Cristo, occupando il centro e la fascia orientale della penisola.
    Tale gruppo costituirà principalmente il gruppo sabino-sabellico.
    Fra queste popolazioni sono da collocare anche i Piceni (da alcuni considerati Illiri) e soprattutto le popolazioni sannitiche che, insidiatesi nelle vallate dell'Abruzzo di oggi ed estendendosi per l'Italia centro meridionale, costituirono uno dei gruppi etnici organizzati più forti tra quelli presenti nella storia dell'Italia di questo periodo.
    Furono proprio i Sanniti che contrastarono per lungo tempo a Roma la supremazia nella Penisola.
    L'altra presenza di rilievo, accanto alle precedenti popolazioni in Italia, è quella dei Veneti.
    Provenienti anche essi dall'area carpatica erano un popolo affine ai Latino Faliski.
    Un problema storico di grande interesse è il rapporto che indubbiamente esiste fra i Veneti a sud dei Carpazi, stanziatisi poi fra le Alpi e l'Adriatico e un ampio gruppo di tribù a nord dei Carpazi stessi che conservarono a lungo il nome di Veneti (o Vanedae) (germanico: Wensil o Welch) che furono le radici della nazione slava.
    Non è cosa nuova, nella storia dei popoli, l'attaccamento a proprie denominazioni originarie destinate a durare secoli e millenni e a stabilire rapporti, collegamenti e parentele, che le labili documentazioni delle protostorie non sono in grado di dare.
    Resta il fatto che un gruppo di tribù affini ai Veneti continuò a conservare un'identica denominazione a nord e a sud della dorsale Alpino-Carpatica, delineando un rapporto etnico-linguistico non ancora sufficientemente conosciuto.
    Non sarebbe sorprendente che anche i Veneti, abitanti le rive dell'Atlantico all'epoca di Cesare, fossero i resti di una remota migrazione, sempre di popoli appartenenti allo stesso ceppo carpatico.
    Poiché i Venedae a nord dei Carpazi non sono altro che dei proto-slavi, risulterebbe una identità di origine fra questi ed i Veneti d'Italia in epoca preistorica.
    Né contrasterebbe con la teoria sull'affinità dei Veneti con proto-latini - che pure discendono da popoli originari della stessa area geografica e diffusisi poi in tutta la penisola balcanica.



    Qualunque fosse stata la loro origine primitiva, il popolo dei Veneti fu di gran lunga uno dei popoli più importanti dell'Italia antica e moderna.
    Avevano già in epoca preistorica molti tratti in comune con i Romani, di animo forte e generoso, di struttura fisica poderosa, capaci di tenere testa in epoca storica alle bellicose popolazioni limitrofe, e furono un elemento stabilizzante per lungo periodo nel nord dell'Italia ed alleati fedeli dei Romani, a conferma della loro comune origine.
    Con i Romani, i Veneti dimostrarono sin dall'inizio grande affinità e leale amicizia che mantennero nel corso della storia.
    Con i Romani ebbero in comune oltre alla tenacia, il senso della disciplina, la lealtà, il rispetto dei trattati e l'impegno nel lavoro.
    Furono alleati di Roma contro i Celti, contro gli Etruschi e gli Italici, si fusero nella repubblica romana senza guerre e ribellioni come in una naturale e prevista assimilazione.
    Dopo la fine dell'Impero Romano, l'etnia veneto-romana fu la più coerente e fedele alle tradizioni romane.
    Venezia nella lingua e nell'istituzione governativa fu la prova, l'esempio tangibile, della continuità fra Roma e l'Italia moderna.
    Vi sono poi testimonianze che le grandi affinità tra Romani ed Illiri si trovano anche nei Daci (simili ai Veneti per il loro legame con Roma), i Macedoni stessi, i Dalmati e i Traci.
    In Italia mentre sembra incerta l'appartenenza del gruppo etnico dei Piceni, è certa l'origine illirica di alcuni popoli a sud del Piceno come le tribù dei Liburni e dei Frentani, che mantennero anche in epoca storica legami linguistici e culturali con le popolazioni dell'altra sponda dell'Adriatico.



    In conclusione a metà dell'VIII secolo avanti Cristo in Italia si possono distinguere grosso modo 5 zone etniche:
    1) l'Italia nord-orientale, dominata dai Veneti e, in parte, nelle zone periferiche dai Reti.
    2) L'Italia nord-occidentale fino ai confini dell'Etruria comprendente le regioni storiche di Piemonte, Lombardia, Liguria ed Emilia, dominate dai Liguri.
    Più tardi saranno queste le zone dei Celti, che faranno sparire quasi completamente i Liguri.
    3) Nell'Italia centrale, i popoli etruschi ormai considerati in quest'epoca pienamente formati, dopo aver attraversato un lungo periodo di assestamento.
    4) Gli Italici propriamente detti, che abbracciano tutta la parte dell'Italia centrale con i due gruppi: latino-falischi e sabino-sabellici.
    5) Nel meridione, insieme alla presenza di varie popolazioni mediterranee si afferma il grande blocco dei Greci.
    E' interessante notare che questa divisione storica e geografica dell'Italia è una costante destinata a durare molti secoli fin negli Stati regionali scomparsi nel secolo scorso.
    Questa analisi sul popolamento protostorico non sarebbe però completa senza una precisazione riguardo le popolazioni che in una fase relativamente più recente si dissero «latine», prendendo il nome dall'ampia valle del fiume Sacco, affluente del Tevere, la «Valle Lata» (la valle larga), da cui gli abitanti furono detti «Latini».
    Ma i «Latini», non erano che dei parenti stretti dei Falischi ed anche degli Oschi e dei Volschi (da scrivere meglio Faliski, Volski, Oski), i primi discesi lungo la riva destra del fiume Tevere, confondendosi con gli Etruschi, dei quali erano certamente la maggiore componente indoeuropea, i secondi discesi lungo la riva sinistra del Tevere contigui ai «Quiriski» identici a quelle tribù, che arroccatesi sui Colli Albani, attorno alla Sacra Fonte ed al Sacro Bosco della Fortuna Primigenia, si dissero più tardi «latini».
    Rimane però un problema assai importante che dovrebbe essere esaminato in appropriata sede paleoetnologica e linguistica.
    La terminazione in «ski» di popoli contigui come i Faliski, gli Oski, i Volski ed anche gli Etruski sta a significare una stretta parentela fra queste popolazioni.



    Orbene dato che l'origine degli Osko-Faliski è ben chiara, ci sembra che il nome Etruski sia l'appellativo che gli indoeuropei davano ai Rasna.
    Inoltre anche l'appellativo di «Quirites», farebbe intendere che il vero antico nome delle popolazioni sui Colli Albani fosse proprio quello di «Quiriski».
    Tale analisi paleolinguistica ha, come si vede, una grande importanza e getta una luce molto interessante su questo ampio gruppo di popolazioni cui il destino, o meglio la loro venerata dea «la fortuna primigenia», riservava un fatale avvenire.
    Se le cose stessero in questi termini e la desinenza «ski» un genitivo tipico dei «Vanedae» e quindi più tardi della conservatrice lingua protoslava, allora non vi sarebbe alcun dubbio che la remota origine dei Romani sarebbe proprio in quell' area sarmatico-carpatica nella quale tante genti, ed in particolare gli Slavi, ebbero la loro origine.

    Paolo Possenti


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  2. #2
    Squalo
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    Gli Etruschi
    Paolo Possenti
    04/10/2006
    Pubblichiamo la parte iniziale del capitolo III del I° volume (Il millennio romano) di «Le radici degli italiani» di Paolo Possenti, Effedieffe edizioni, 2001.
    Si tratta di una piccola anticipazione dell'ampio spazio che nel volume l'autore dedica al misterioso popolo etrusco.



    Gli Etruschi



    Nel cuore dell'Italia, in quella che con antico nome si chiama Toscana, fra i boscosi monti Appennini e l'azzurro Mediterraneo, al volger dell'anno 1000 avanti Cristo, si produssero degli avvenimenti destinati ad influenzare profondamente la storia d'Italia e d'Europa.
    Queste terre, allora in gran parte ricoperte da una rigogliosa vegetazione mediterranea e percorse da fiumi brevi, ma ricchi di acque per una buona parte dell'anno, erano per lo più abitate da popolazioni mediterranee affini ai Liguri.
    Di queste popolazioni di cui ben poco sappiamo, ci restano i nomi, come i Taurini, abitanti la zona dell'eterna Civitavecchia, la tribù romana dei Luceres (cioè Ligures), il nome Tiber dello stesso Tevere, nonché le loro tombe di inumatori, caratteristiche dei popoli mediterranei di origine non indoeuropea.
    Ma accanto a queste tombe già in epoca remota, e sovente frammiste a queste, appare un popolo di incineratori che sembra concentrarsi in aree dove poi sorgeranno importanti centri etruschi.
    Benché questa progressiva avanzata di un nuovo popolo, che dai passi dei monti Appennini scende verso il mare, sia avvolta nel mistero della preistoria, non vi è dubbio che si tratti di popolazioni indoeuropee scese dal nord, che nello stesso periodo vengono a stanziarsi in vari luoghi d'Italia che poi occuperanno in seguito.
    Un gruppo di questi popoli di grande importanza per noi è quello degli Osco-Falischi: ambedue discendono la lunga ed ampia valle del Tevere, i primi lungo la riva sinistra, i secondi lungo la riva destra sul versante verso l'Etruria.
    Benché indoeuropei, i Falischi, in epoca storica, si trovano quasi sempre in stretta alleanza, quasi una simbiosi, con la nascente nazione etrusca, tanto da far pensare che ne costituisca fin dall'inizio, la più significativa componente ariana.
    La lingua latina è ancora in questa epoca storica straordinariamente simile a quella falisca ed il carattere dei due popoli talmente simile, anche per la forza guerriera e la natura sanguinaria delle loro imprese, da far pensare, anche per altre ragioni, che si tratti della stessa nazione.



    Sulla destra del Tevere essi si fusero con il popolo mediterraneo originario dei Rasna, dando vita alla nuova nazione etrusca (pur mantenendo nelle aree più a ridosso alla riva del Tevere gli antichi caratteri originari) e su quella a destra del Tevere si insediarono gli Osko-Latini
    (in cui la parola «latina» è più tarda facendo riferimento alle tribù abitanti la «Vallis Lata» a sud di Preneste, sede della divinità suprema della Lega: la Fortuna Primigenia del Bosco e della Fonte Sacra) che avranno un destino totalmente diverso.
    Inutile dire che questa diversificazione degli interessi politico culturali fra due popoli, un tempo così affini, produrrà in epoca storica lotte furibonde fra i Faliski ed i Romani, ora massimi rappresentanti dell'alleanza fra le stirpi latine.
    Mentre però la logica conservatrice e guerriera degli Osko-Latini non dà per secoli alcun frutto, sulla riva destra del Tevere nell'ampio territorio racchiuso fra gli Appennini ed il mare Tirreno si produce un fenomeno non ancora interamente compreso e svelato.
    Sotto la spinta dei nuovi popoli del nord, con i quali i Rasna furono prima in contrasto e poi in unione, una volta ripreso il sopravvento sullo scarso numero degli invasori, si diede inizio ad una nuova storia: quella del popolo etrusco.
    Alla luce di quanto abbiamo detto si comprendono forse alcuni fatti.
    Il primo riguarda il perché essi stessi si chiamavano Rasna, il secondo si riferisce al «mistero» della loro lingua.
    Già l'antico storico greco Dionigi di Alicarnasso (I secolo avanti Cristo) ci dice che «non solo per lingua, ma anche per modo di vita e costumi differivano gli Etruschi da tutti gli altri popoli».
    Chi erano gli Etruschi?
    Certamente ancor oggi rimangono il popolo più misterioso ed indecifrabile dell'area mediterranea, nonostante le scoperte archeologiche recenti, la comprensione di un certo numero di vocaboli della loro lingua e le approfondite intuizioni di acutissimi storici.



    Si può oggi affermare con un notevole grado di certezza quello che già diceva Dionigi di Alicarnasso, cioè che gli Etruschi erano un popolo autoctono dell'Italia e qui presente sin da epoca remotissima.
    Il Pallottino, il maggiore storico moderno degli Etruschi, sulla formazione di questo popolo ci fa un paragone convincente.
    Come i Longobardi un millennio e mezzo dopo, penetrati in terre romane, furono assorbiti dal numero preponderante delle popolazioni latinizzate preesistenti, pur dando l'impronta ad una nuova nazione, ad una umana civiltà, quella italiana, così gli antichi indoeuropei, gli stessi Falischi, penetrati nella Toscana, dai Paesi appenninici in numero limitato, venivano assorbiti
    dalle tribù mediterranee precedenti per dare origine a centri vitali di una nuova cultura civile.
    Questo fenomeno di progressiva fusione spiegherebbe i reperti archeologici nelle necropoli che, dopo il giustapporsi accanto agli inumatori degli inceneritori indoeuropei, vede il riemergere della cultura mediterranea con il prevalere progressivo delle nuove, solenni inumazioni delle grandi tombe etrusche dell'epoca storica.
    Tutto quello che sappiamo con certezza degli Etruschi, purtroppo, ci viene quasi interamente dal mondo dei morti, dalla sepoltura, dai loro importantissimi riti religiosi, legati agli dei inferi e comunque alla terra, alle loro credenze magiche, in cui la superstizione si unisce a stupefacenti conoscenze scientifiche astronomiche, climatiche, architettoniche, idrauliche, agrarie e biologiche.
    Questa civiltà, che appare in tutto il suo splendore già nel VII secolo avanti Cristo, quando il resto dell'Italia era nell'ombra della preistoria, ha dato adito a varie leggende sorte nel mondo antico, come, ad esempio, quella di una provenienza degli Etruschi dall'Oriente, ed in particolare dall'Asia Minore.
    Già lo storico greco Erodoto, ci parla di una loro origine dalla Lidia, tesi ripresa (questa), varie volte da vari storici anche in epoca moderna.
    Ma di una migrazione di tali dimensioni non vi è traccia né nelle innumerevoli testimonianze lasciate dagli stessi Etruschi, né nei reperti archeologici, né infine nella possibilità in quella lontana epoca, di movimento via mare, di queste dimensioni pei un intero popolo.



    Noi sappiamo con certezza invece, che l'entrata degli Indoeuropei in Italia, coincide con l'invasione dei Dori in Grecia e con la loro offensiva contro gli Achei nelle isole Egee, e fin nelle coste dell'Asia Minore.
    Possiamo pure immaginare che la rapida distruzione della civiltà micenea, abbia sparso profughi un po' dovunque nel Mediterraneo, anche perché gli Achei erano abili navigatori.
    Concorde tradizione di profughi achei giunti sulle coste italiche, Lazio compreso, conferma questa teoria.
    La leggenda di Enea ci sembra anzi emblematica per quello che avrebbe potuto essere l'arrivo e l'insediamento sulle coste italiche di qualche gruppo acheo.
    La leggenda di un re Latino e della convivenza dei profughi di Troia con gli indigeni potrebbe considerarsi illuminante.
    Possiamo quindi immaginare che, sulle coste dell'Etruria, siano giunti gruppi di Achei che erano abili navigatori o altre popolazioni dell'Egeo, che, pur venendo rapidamente assorbite dalla nascente etnia etrusca, abbiano trasmesso a questa preziosi elementi della loro cultura.
    D'altra parte su queste stesse coste doveva essere ben presente anche una forte presenza commerciale fenicia, come dimostra il nome stesso del porto principale di Cere: Punicum.
    Che al formarsi dell'etnia etrusca abbiano contribuito elementi vari provenienti dall'Oriente mediterraneo, questo è fuori discussione; che però il popolo etrusco anche in parte possa discendere da qualche migrazione achea o egeica è altresì da escludere.
    Proprio la stessa lingua esclude una tale provenienza: nulla in comune con i dialetti dell'Asia Minore, lidio compreso, o con la lingua achea.
    La stele di Lemno è troppo poca cosa.
    Del resto, essendo comunque l'etrusco una lingua mediterranea, potrebbe avere delle risonanze sia nel dialetto basco che nei dialetti dell'Egeo.
    Ma, come è fin troppo evidente, siamo nel regno delle ipotesi più incerte.
    E' anzi proprio il «mistero»della lingua etrusca che conferma il carattere autoctono di questo grande popolo dell'Italia antica.
    Di un processo di formazione della loro nazione sul suolo italico e di una sua vicenda storica destinata a compiersi in un certo arco di tempo ne sono testimonianza i reperti archeologici stessi.

    L'inizio del «primum seculum» della loro nazione, gli Etruschi lo ponevano verso la fine del X avanti Cristo, sembra quasi in coincidenza con una prima fusione con gli elementi falischi o italici penetrati attraverso l'Appennino nelle valli della Toscana.
    Ma il sorgere e l'affermarsi delle varie città-Stato etrusche inizia probabilmente con il «seculum» seguente (cioè il IX avanti Cristo) quando noi abbiamo la certezza delle scoperte e dello sfruttamento da parte degli Etruschi dei metalli, abbondanti nelle montagne dell'Etruria e nelle isole antistanti del mar Tirreno.
    Non vi è dubbio che il primo sviluppo delle città etrusche avviene proprio in prossimità o sulle principali vie di comunicazione che portano i preziosi metalli verso il mare: ferro in primo luogo, ma anche rame, zinco, stagno e persino argento.
    Benché gli Etruschi fossero i più grandi maestri del mondo antico nel trattare il bronzo, le loro fortune e le loro ricchezze furono date dal ferro, il metallo più prezioso di questa nuova epoca, destinato comunque a forgiare la civiltà dell'Europa nei secoli.
    Di questa preistoria etrusca e di questo faticoso emergere verso una cultura civile basata su intensi scambi commerciali ben poco sappiamo.
    Nelle stesse necropoli prevalgono all'inizio gli inceneratori indoeuropei e solo un secolo più tardi, nel pieno del terzo «seculum» della nazione etrusca, appaiono le grandi tombe che come un libro illustrato, di cui non comprendiamo le pagine scritte, ci parlano di questa matura civiltà, sorta apparentemente dal nulla, ma che esprime i caratteri artistici, architettonici, commerciali e politici di una cultura nazionale pienamente matura.
    Quando i popoli latini fondarono Roma (743 avanti Cristo), al guado del Tevere presso l'isola fortificata su cui poggia il sacro ponte, gli Etruschi erano già una nazione di dodici città principali con un'organizzazione politica ed una complessa religione magico-scientifica, una perfetta conoscenza della navigazione ed una capacità di espansione commerciale e militare di prim'ordine. Intanto, per essere padroni della propria terra, che nel frattempo avevano bonificato e coltivato in maniera mirabile, con un lavoro secolare e dei propri tesori minerari, che ormai sfruttavano con estrazioni e fusioni eccellenti in grande quantità, divennero una potenza navale.
    Le loro flotte avevano il dominio assoluto sulla navigazione verso le grandi isole del Mediterraneo occidentale: Sicilia, Sardegna e Corsica.
    Anzi, dapprima, per contrastare l'impetuosa avanzata dei Greci, passarono all'offensiva e li attaccarono nelle loro stesse sedi.



    La pirateria e la guerra da corsa etrusca divenne la più audace del Mediterraneo.
    La stessa Atene sembra che sia stata attaccata da corsari etruschi e gli stessi faraoni egiziani ricordano la loro vittoria contro i Tirreni.
    Le tombe etrusche dell'VIII secolo avanti Cristo contenevano le ricchezze e i tesori accumulati dagli Etruschi in questa epoca.
    Purtroppo infinite tombe, già in epoca romana, furono profanate e saccheggiate, una vicenda che dura da secoli.
    Gli immensi tesori sepolti dagli Etruschi continuano ad apparire nuovamente alla luce del sole e a destare l'ammirazione dei loro lontani posteri.
    Non si comprenderebbe la ragione di questi innumerevoli ritrovamenti se non si tenesse conto dello stretto legame che gli Etruschi concepivano tra la vita e la morte e la connessione magico-religiosa che essi vedevano fra tutte le cose dell'universo.
    La religiosità etrusca non è una visione mistica del tipo cristiano, passata in eredità a noi europei.
    Il culto etrusco ha un sapore escatologico volto a dare una spiegazione ai perché della vita e del cosmo.
    L'intento dei sacerdoti sapienti etruschi fu sempre quello di spiegare: dalla vita degli astri, alle interiora degli animali, dall'orientamento sui punti cardinali delle città, alle tecniche di costruzione delle medesime.
    Sacerdoti sapienti costruivano quei meravigliosi sistemi di navigazione, di regolamentazione dei fiumi e persino dei laghi, di bonifiche e di acquedotti che fecero dell'antica Etruria la vera prima luce della conoscenza tecnica per Roma e per l'Europa.
    Purtroppo la dura conquista romana mandò perduto questo grande patrimonio civile e i preziosi orti-giardino d'Etruria divennero, per secoli e secoli, pascolo di mandrie.
    Ma alcune loro stupefacenti costruzioni come la Cloaca massima di Roma o lo scolmatoio del lago di Albano sono ancora in funzione!



    Gli Etruschi, divenuti così ricchissimi con l'estrazione mineraria, con la fiorente agricoltura e con i commerci, che si estendevano non solo nel Mediterraneo, ma attraverso le Alpi fin nell'Europa centrale, iniziarono una politica di espansione territoriale, che dalla originaria Toscana li spinse verso il meridione d'Italia e oltre gli Appennini nella Valle Padana.
    Altre dodici città venivano fondate in Campania, altre dodici nell'ampia valle del Po, di cui iniziarono la sistematica bonifica.
    Le dodici città originarie fra cui primeggiavano Tarquinia, la più antica e potente, e Volsini, sul lago di Bolsena, sede della lega sacra per il mondo etrusco, erano rette da re detti lucumoni e da gruppi nobiliari, che basavano la loro potenza sulla ricchezza accumulata coi commerci e con l'industria mineraria.
    Solo in un secondo momento si trasformò in nobiltà agraria, quando la potenza etrusca cominciò a declinare sul mare.
    Ma per lunghi secoli la potenza marinara degli Etruschi dominò incontrastata nel Mediterraneo centrale e specie su quella parte di esso che da loro ebbe il nome di Tirreno.
    E noto il loro amore per il mare che essi di continuo rappresentano nelle loro tombe in maniera suggestiva e stupenda, con delfini guizzanti come un simbolo di vita tra le onde azzurre dove si muovono con agilità e naturalezza navi e uomini quasi misticamente intenti all'arte della navigazione.
    Per il dominio del loro mare gli Etruschi ebbero come rivali solo i Greci, con i quali si batterono a lungo con alterna fortuna.
    Di questa lunga lotta, così come di tutti i fatti della storia etrusca, abbiamo solo notizie indirette, pervenuteci attraverso i loro avversari.
    Sappiamo che nell'anno 540 avanti Cristo, al culmine della loro potenza, gli Etruschi inflissero ai Greci una memorabile disfatta davanti alle coste della Corsica presso il porto di Alalia.

    Paolo Possenti




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  3. #3
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    La conquista della Valle Padana
    Paolo Possenti
    06/10/2006
    Pubblichiamo il capitolo XI del I volume (Il millennio romano) di «Le radici degli italiani» di Paolo Possenti, Effedieffe edizioni, 2001.

    La conquista della Valle Padana

    Concluse le guerre con Pirro e vinte le colonie greche, Roma si dedicò alla conquista dell'altra grande nazione che si era stanziata in Italia, all'inizio del secolo precedente, e cioè alla conquista dei Galli della Valle Padana.
    Essi, nel passato, erano stati il grande pericolo latente per l'espansione e per l'esistenza di Roma, ed ancora vantavano un grande prestigio militare, sia per le loro imprese in Italia, che per quelle condotte insieme ai loro confratelli d'oltralpe.
    Non si deve dimenticare che la comunità gallica, in alcuni periodi storici, funzionò abbastanza efficacemente, soprattutto per i collegamenti dovuti alla comune tradizione religiosa alla quale i Galli erano ancorati, e che consentiva di mantenere rapporti abbastanza stretti anche tra popolazioni molto lontane fra loro.
    La conquista della Gallia Cisalpina fu una conseguenza dell'espansione romana e di una serie di conflitti di confine che non si erano mai placati del tutto, durante il secolo precedente.
    All'indomani della battaglia del Sentino, e ancor più, dopo le guerre contro la città etrusca di Arezzo, che si era mossa in alleanza con i Galli Senoni, i Romani penetrarono in forza nel territorio gallico che si estendeva a nord del Piceno sull'Adriatico, fra l'Esino ed il Po, e si mossero sistematicamente sterminando in breve tempo, e rendendo schiavi la tribù dei Galli Senoni.
    Fra il 283-282 avanti Cristo, questo importante popolo cessò di esistere.
    Le loro terre passarono in proprietà ai Romani e sul loro territorio furono fondate tre importanti colonie, una a piena cittadinanza, che fu detta Sena Gallica (Senigallia), una a cittadinanza latina, Rimini, ed infine, Ravenna cui fu concesso il diritto italico.
    Il territorio romano si ricongiungeva così a quello veneto, i cui abitanti erano loro tradizionali alleati e le rimanenti popolazioni galliche furono prese in una morsa a tenaglia: una avanzante dai passi appenninici della Toscana e l'altra da Nord-est, che vedeva i Romani alleati dei Veneti.
    Durante la prima guerra punica, di cui diremo tra breve, i Romani rimasero sulla difensiva limitandosi a controllare le varie tribù che cercarono sovente di unirsi in una grande Lega per affrontare Roma.



    Ma una delle peculiarità caratteristiche dei capi galli, oltre al valore, era l'incostanza nei programmi politici, ed invece di approfittare del momento favorevole, si limitarono a razzie di confine ed a spedizioni contro i Veneti e gli Illiri.
    In questa epoca, infatti, i Galli compiono il loro maggiore sforzo nei Balcani, e in particolare, verso la Grecia.
    Nel 242 avanti Cristo arrivano addirittura a saccheggiare l'Attica ed il prestigioso oracolo di Delfi. Alcune schiere galliche, provenienti dalla Valle Padana, accorsero al richiamo del grande bottino, ed i Romani ebbero tutto il tempo di rafforzarsi sistematicamente.
    I primi a riprendere la guerra contro i Romani, furono i Galli Boi, una tra le più forti e aggressive fra le stirpi celtiche.
    I loro re, Ati e Galata, compresero che la guerra contro i Romani doveva essere intrapresa in forze (258 avanti Cristo).
    Perciò non solo strinsero in una poderosa alleanza tutti i Celti della Valle Padana, ma chiamarono in loro aiuto altri popoli celti al di là delle Alpi.
    Ben presto sorsero contrasti fra i capi delle varie stirpi e l'offensiva potè essere ripresa solo alcuni anni dopo.
    Allora, con la rapidità che caratterizzava le loro imprese militari, un poderoso esercito gallico, composto da 50.000 uomini a piedi e 20.000 cavalieri, attraversò gli Appennini e senza perdite di tempo avanzò su Roma.
    L'esercito romano di soli 25.000 uomini era parte in Sardegna e parte a difesa delle coste adriatiche. Quando a Roma giunse la notizia, si formò subito una milizia di 30.000 uomini, mentre dei due eserciti consolari, l'uno sbarcò sulle coste toscane, proveniente dalla Sardegna, l'altro arrivò dall'interno della penisola avanzando a marce forzate contro il grande esercito dei Galli.



    Fu una riuscita intuizione strategica, e mentre i Galli già facevano strage delle deboli milizie raccolte dalle città etrusche, sulle rive del fiume Talamone non lontano dal mare, si giunse alla grande battaglia.
    Di fronte alle legioni del console Papo, si schierarono i Gesati venuti da oltre le Alpi e gli Insubri. Sull'altro fronte, si schierarono i Taurisci ed i Boi che erano stati i promotori della guerra.
    Nonostante una certa superiorità numerica da parte dei Celti, la strategia e la tattica delle legioni romane portò ad un nuovo strepitoso successo.
    Chiusi fra il fiume, il mare e le legioni romane, i Galli non ebbero via di scampo.
    Sulle colline le milizie etrusche di riserva videro, esterrefatte, la micidiale avanzata delle legioni tagliare letteralmente a pezzi le schiere dei Galli.
    A sera, oltre quarantamila morti giacevano sul campo.
    Il re gallico Aneresto si diede da solo la morte: l'altro re, Concolitano, preso prigioniero, fu ucciso spietatamente dai Romani assieme a tutti i capi galli.
    Fu per questi un colpo da cui non seppero più risollevarsi ed un ammonimento a tutti i popoli del mondo antico.
    Questa battaglia va inoltre ricordata come la prima grande vittoria di un popolo mediterraneo, contro un popolo centro-europeo.
    Essa aprì praticamente ai Romani la via alla colonizzazione dell'Italia settentrionale, le cui terre furono spartite fra le truppe, che avevano partecipato all'impresa, e segnò in particolare l'inizio della conquista sistematica delle sedi dei Boi.
    La Valle Padana rimaneva ovviamente ancora abitata in maggioranza da popolazioni galliche
    che cercarono di opporre un'ulteriore vana resistenza.



    La lotta fu molto dura perché i Galli non cedettero facilmente, come altre popolazioni, e queste guerre furono, per Roma, un elemento di instabilità politica, durante tutta la seconda metà del III secolo, e la causa prima della debolezza romana durante la seconda guerra punica.
    Le operazioni di conquista vera e propria della Gallia Cisalpina iniziarono poco dopo la battaglia del Talamone.
    I Boi ed i Lingoni si sottomisero senza eccessiva resistenza e sulle loro terre furono insediate forti colonie romane.
    Molto più dura fu In sottomissione dei Galli, abitanti fra le Alpi ed il Po.
    Una grande coalizione capitanata dagli Insubri, che aveva messo in campo circa 50.000 uomini diede battaglia ai Romani sulle rive del fiume Oglio.
    I Galli furono nuovamente sconfitti, ma non piegati.
    La guerra continuò l'anno seguente, quando gli Insubri tentarono di espugnare la fortezza romana di Castidium (Casteggio), ma non vi riuscirono e subirono gravi perdite.
    In questa campagna si distinse il console Marco Marcello, valente tattico e valoroso guerriero.
    E' ricordato il singolare scontro sul campo di battaglia, unico nel suo genere, fra il console stesso ed il re gallo, Vidomano.
    Marcello riuscì con la sua forza a rovesciare da cavallo Vidomano e a trafiggerlo con la spada.
    Il fatto destò non poco stupore ed ammirazione fra i contemporanei, sia perché la disciplina romana non consentiva tali azioni, specie da parte dei comandanti superiori, sia perché la forza fisica dei capi galli era rinomata in tutto il mondo antico.
    Marcello, però era un tipo «sui generis», acuto stratega, ma anche guerriero rude e potente.
    Lo dimostrò in numerose circostanze, specie al tempo della conquista di Siracusa, quando durante il massacro da lui ordinato, fu ucciso perfino il grande matematico e fisico Archimede.
    Dalle fortezze di Pavia e Cremona i Romani dominavano ormai il Paese gallico, ma fu per poco, poiché l'arrivo di Annibale portò ad una insurrezione generale, e ad una salda alleanza fra Galli e Cartaginesi.

    Paolo Possenti

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  4. #4
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    Germani, Cimbri e Teutoni
    Paolo Possenti
    07/10/2006
    Pubblichiamo il capitolo XVI del I volume (Il millennio romano) di «Le radici degli italiani» di Paolo Possenti, Effedieffe edizioni, 2001.

    Germani, Cimbri e Teutoni

    Mentre Roma portava a termine una serie di importanti conquiste, nel bacino orientale ed occidentale del Mediterraneo, nell'Europa centro settentrionale si sviluppava un fenomeno storico di grande importanza: la formazione e lo sviluppo della stirpe germanica, nonché il suo progressivo prevalere sulle tribù celtiche a nord delle Alpi.
    I Romani conoscevano molto bene il popolo dei Galli con il quale si erano scontrati più volte, ma non conoscevano i Germani.
    Con il progressivo assoggettamento di alcune importanti popolazioni celtiche, anche oltre le Alpi, i Romani si erano creati nel nord un confine abbastanza tranquillo.
    Avevano respinto numerosi tentativi di Celti dell'Europa settentrionale di penetrare in Provenza e di immischiarsi nelle questioni dell'Italia, ed infine avevano assoggettato molte tribù della stessa stirpe fra le Alpi ed il Danubio.
    Da queste zone erano però pervenute a Roma informazioni di vasti movimenti di popolazioni che non parlavano la stessa lingua dei Galli e avevano caratteristiche fisiche tipiche del popolo celtico: statura elevata, occhi chiari, capelli biondi, rilevante capacità militare e un grande coraggio. Si trattava, infatti, di un popolo nuovo che stava per fare il suo ingresso nella storia: quello dei Germani.
    Chi erano realmente e da dove provenivano?
    La storiografia moderna ha creato alcuni miti che non è facile sradicare dalle menti: la contrapposizione etnica che viene fatta ad esempio fra i Romani e Celti o fra questi ed i Germani, descritta in termini fisici e psichici è quanto mai lontana dalla realtà.
    Gli stessi Romani erano un popolo indoeuropeo, a quel tempo abbastanza vicino alle proprie origini, e con elementi culturali religiosi e organizzativi simili a quelli degli altri popoli indoeuropei, quali Illiri, Galli e Germani.
    Gli dei, la religione, la disciplina e la fedeltà ai capi erano analoghe presso tutti questi popoli.
    Il forte senso della famiglia, della monogamia, il posto particolare della donna nella società, il legame con i figli, il rispetto degli anziani, l'attaccamento alla stirpe (il genus latino), erano caratteri comuni ai Germani, ai Celti, ed ai Romani.



    Fisicamente i Romani avevano assorbito una rilevante percentuale di sangue ligure, però la razza romana di quest'epoca si presentava con una solidità fisica e caratteristiche psichiche complessivamente assai simili a quelle dei Celti o degli stessi Germani.
    Anche fisicamente non tutti i Germani erano alti e biondissimi, né tutti i Romani bruni e massicci.
    I Germani, nella loro formazione etnica, fin dalle origini, oltre a derivare da popolazioni baltiche Cromagnon, nettamente bionde e di alta statura, avevano assorbito influenze sia dei sarmato-caucasici, dei quali probabilmente erano anzi una frangia, sia di ampi gruppi di origine celtica.
    Da sempre poi specie i Germani, cresciuti attorno alle coste del Baltico, si erano fortemente mescolati a popolazioni di origine finnica, che contribuirono indubbiamente, con una elevata percentuale, nella formazione delle etnie germaniche settentrionali.
    Non dimentichiamo infatti, che queste popolazioni di origine uralo-altaica, si estendevano in Scandinavia fino all'altezza grosso modo di Goteborg e di Stoccolma, abitavano su tutta la costa orientale del Baltico e avevano caratteristiche fisiche che potevano in qualche modo ricordare la razza mediterranea cioè una statura più piccola, con capelli neri ed occhi scuri.
    Questo elemento bruno, che esiste indubbiamente nella stirpe originaria germanica non è mediterraneo, ma di origine finnica.
    E' questo un problema etnico di grande interesse che gli storici hanno quasi sempre ignorato.
    In realtà neppure in questo periodo, l'Europa presenta gruppi di razze pure al cento per cento, come molti storici dell'800, e del principio di questo secolo hanno creduto, ma esistono e sono esistite etnie con caratteri prevalenti in un senso o nell'altro, legate nel periodo in esame ad elementi comuni di origine linguistica, di costumi e di credenze abbastanza simili.



    Quindi la divisione storica fra Celti e Germani, fra Celti e Romani, fra questi, gli Illiri, i Macedoni e i Greci (le stirpi del nord ovest), non va intesa in maniera così netta come l'ha vista una parte della storiografia moderna.
    Indubbiamente, i Germani presentano in epoca storica una carica di vitalità molto superiore anche agli stessi Celti, ma la tradizione ci racconta che in origine i Celti dominarono sui Germani.
    Nel momento, tuttavia, in cui questi ultimi si presentano alla ribalta della storia, la situazione si era capovolta.
    Probabilmente furono gli stessi Romani che contribuirono non poco a provocare questa situazione dopo i fieri colpi inflitti alla nazione celtica un po' in tutta Europa.
    Non vi è dubbio che furono proprio le campagne contro i Celti della valle del Danubio a favorire l'avanzata dei Cimbri, ed il loro passaggio del grande fiume.
    I Romani, come al solito, non presero troppo sul serio la minaccia che veniva dal nord, perché le loro informazioni erano legate a una crisi della struttura tribale dei Celti, ormai frazionati in molte piccole tribù e incapaci di creare una minaccia per lo Stato romano.
    Il Senato romano ritenne l'avvicinarsi dei Cimbri e dei Teutoni, ed il loro passaggio del Danubio, come una delle solite migrazioni celtiche in questa vasta pianura.
    Furono invece le tribù celtiche alleate dei Romani a dare l'allarme e a descrivere con terrore gli effetti della grande avanzata germanica, la prima di cui peraltro abbiamo notizia storica. Probabilmente nel II secolo avanti Cristo vi erano state una serie di circostanze climatiche e contingenti a spingere i Germani in massa verso sud.
    In quest'epoca i popoli germanici sulla riva del Baltico si uniscono in una sorta di grande confederazione, comprendente due grossi blocchi: quello dei Cimbri, che avevano probabilmente origine nell'Himmerland, cioè nella Scandinavia meridionale e nello Jutland, e quello dei Teutoni, che occupavano la riva meridionale del Baltico, la zona del bosco sacro famoso nella leggenda
    di Nerta, la misteriosa Dea dei sacrifici umani.
    Dopo aver lasciato le sedi dell'Elba e dell'Holstein meridionale, iniziarono una lunga discesa, attraverso le valli dell'Oder e della Vistola.



    Stavolta non era solo una marcia in cerca di preda e di gloria guerriera, ma anche sete di nuovi pascoli, di nuovi insediamenti e di nuove terre.
    Dietro questa espansione dei Germani dall'Europa settentrionale verso quella meridionale c'è un vero progetto di «colonizzazione» sistematica, un fenomeno che si ripeterà più tardi in epoca imperiale.
    Anche in questa grande migrazione i Germani si spostavano con mogli, carriaggi e mandrie, ma non lasciavano dietro di loro il vuoto, bensì una serie di insediamenti, di alleanze e di popolazioni amiche che fanno assomigliare questa avanzata quasi ad un grande progetto di conquista e colonizzazione assieme.
    Questo, almeno nella prima fase, perché la lunga guerra coi Romani mutò probabilmente il loro originario progetto.
    Correva l'anno 113 avanti Cristo, e per la prima volta, Romani e Germani si trovarono faccia a faccia.
    Contrariamente a quanto molti storici hanno affermato, non si giunse subito ad una guerra aperta, ma da una parte e dall'altra si aprirono trattative.
    I Germani chiedevano di poter proseguire lungo la valle del Danubio, con il probabile proposito di ripercorrere la via d'invasione dei Celti, che un secolo prima avevano messo a sacco i Balcani e la stessa Grecia, riportando un immenso bottino.
    I Romani, come era .loro abitudine, ascoltarono attentamente le intenzioni dei Germani e si resero conto di aver a che fare con barbari anche più determinati e aggressivi dei Celti.
    Perciò il console Papirio Carbone, che comandava le legioni romane in quella parte d'Europa, ingiunse ai Cimbri, in maniera perentoria, di ripassare il Danubio e di tornare da dove erano venuti. Nel frattempo i Romani avevano radunato in gran fretta tutte le truppe disponibili in quel settore d'Europa ed il loro esercito ammontava probabilmente a circa 30.000 uomini.
    Era cioè numericamente meno della metà dell'esercito che i Cimbri ed i loro alleati potevano mettere in campo, ma i Romani erano abituati ad affrontare i barbari in queste condizioni e scesero in campo sicuri della vittoria.



    Lo scontro avvenne non lontano dal fiume Danubio, presso la città di Noreia e fu una battaglia rimasta a lungo nella memoria dei Romani e dei Germani.
    Durò l'intera giornata ed alla fine sul campo giacevano decine di migliaia di morti.
    Circa metà dell'esercito romano andò distrutta, ma anche i Germani ebbero dal canto loro un numero di perdite elevatissimo, specie a causa della cavalleria romana che si dimostrò assai superiore a quella germanica.
    A sera sul campo si scatenò un uragano, che rese la pianura impraticabile e la cavalleria inservibile.
    Così i resti dell'esercito romano, nonostante le perdite subite, poterono ritirarsi con ordine dal campo di battaglia, rifugiandosi nel campo fortificato.
    Per la prima volta, dopo oltre un secolo un esercito romano non usciva vincitore da uno scontro con i nemici.
    Il fatto suscitò allora molta impressione e da questo molti storici tedeschi del secolo scorso trassero la conclusione che Roma fosse stata profondamente scossa dall'esito di questa battaglia.
    In realtà benché sul campo i Romani avessero avuto gravi perdite, la disciplina romana aveva segnato un importante successo.
    Nei giorni seguenti i Cimbri non osarono attaccare il campo fortificato entro il quale si erano ritirati i Romani, anche per la loro incapacità di costruire macchine d'assedio.
    Così il console Carbone, nonostante il grave rischio corso e le perdite subite, aveva ottenuto alla fine un importante punto a suo favore.
    I Cimbri, infatti, invece di proseguire la loro marcia verso mezzogiorno, duramente provati da questa stessa battaglia e non equipaggiati per porre assedi a città e fortezze, rinunciarono per il momento ai rischi di un'altra guerra contro i Romani e ripassato il Danubio si addentrarono nella Germania meridionale da dove passarono in Gallia.
    E' difficile dare una valutazione numerica esatta di questa popolazione; ma certamente ci troviamo davanti a un popolo che poteva mettere in campo oltre 100.000 guerrieri, quindi a un gruppo di tribù comprendenti circa 500.000-600.000 persone.
    Questa seconda fase del movimento migratorio non interessò probabilmente tutta la popolazione.
    Durante la lunga marcia si era creata, come spesso accadeva con le popolazioni germaniche, tutta una catena di insediamenti e di concessioni di terre date in sfruttamento ai vari capi.
    La nuova migrazione quindi interessava soprattutto la massa più giovane della popolazione.



    Una delle caratteristiche delle popolazioni germaniche era di procedere a balzi successivi nelle loro conquiste.
    Certamente esisteva anche il desiderio di stabilire alleanze e sottomettere altri popoli onde avere più facilmente il sopravvento sui Romani, i temuti guerrieri del sud di cui le Saghe germaniche tramandavano la crudeltà e la potenza.
    La battaglia di Noreia aveva insegnato ad ambedue le parti una certa prudenza.
    Ai Germani aveva insegnato che impegnarsi con i Romani erano cosa ben diversa da quella di attaccare le tribù celtiche.
    Ai Romani aveva fatto capire che bisognava prepararsi ad una dura guerra finché la nazione dei Cimbri e dei Teutoni avesse continuato la loro avanzata nell'Europa settentrionale ed occidentale.
    Frattanto i Cimbri ricevevano ambasciatori da altre popolazioni germaniche e persino celtiche, che si offrivano di entrare in questa grande coalizione per proseguire l'attuazione di un grande piano di conquista che comprendesse la sconfitta dei Romani.
    E' sorprendente notare come questo popolo abbia potuto concepire già in questa epoca una strategia di carattere generale volta a sottomettere tutta l'Europa, anticipando il grande tentativo dei Goti tre secoli più tardi.
    Lasciata quindi la valle del Danubio nel giro di un paio d'anni, i Cimbri proseguirono nella conquista di altri vastissimi territori a nord delle Alpi e grosso modo raccolsero in una grande coalizione quasi tutti i popoli di quel territorio che doveva divenire la stessa Germania storica. Purtroppo non ci sono note nei dettagli le fasi di questa conquista; ma il fatto che ai Cimbri ed ai Teutoni si unirono tribù germaniche e persino molti Celti fa comprendere come questa supremazia avesse gettato le basi di un vero e proprio impero a base tribale, fra le Alpi ed il Mare del Nord.
    Naturale conseguenza di questa grande conquista fu l'invasione germanica della Gallia, la prima in ordine storico.
    Comunque i Cimbri, una volta penetrati in Gallia, cercarono di assicurarsi le spalle battendo i Belgi ed in questa impresa trovarono le prime difficoltà.
    Tuttavia altre popolazioni celtiche, specialmente gli Elvezi aderirono alla grande alleanza.



    Assicuratasi la Gallia, alcune schiere germaniche fecero una puntata in Spagna, per saggiare il terreno da quella parte.
    Ma qui già erano presenti i Romani e per giunta vi trovarono anche una forte resistenza da parte delle popolazioni Celti-iberiche.
    Anzi fu in questa circostanza che iniziò quella storica alleanza fra i Romani e gli Iberici, che doveva poi durare per tanti secoli.
    Pertanto ai Germani non rimase altra scelta che rientrare in Gallia puntando decisamente sulla pianura italica per abbattere una volta per sempre la minaccia delle armi romane, che, sovente battute, sembravano rinascere in ogni parte d'Europa ove essi si recassero.
    Questa strategia fu coronata da un clamoroso successo.
    Nell'anno 105 avanti Cristo ad Aurasio, l'odierna Orange in Gallia, un grande esercito romano comandato dai due consoli si scontrò con l'esercito dei Cimbri e dei Teutoni.
    Ne venne fuori una di quelle battaglie tipiche della storia romana nei momenti più drammatici. Come a Canne la rivalità di due consoli fu fatale; così in quella sfortunata battaglia i legionari riscattarono con il loro valore l'insipienza dei capi.
    I Romani ancora una volta combatterono secondo la loro tradizionale capacità infliggendo gravissime perdite agli avversari e non lasciando nessun dubbio circa la determinazione con la quale Roma avrebbe difeso il suolo italico.
    Oltre 80.000 Romani rimasero uccisi: più che a Canne; fu questa la più sanguinosa sconfitta della loro storia.
    Forse come tutti gli esseri umani, essi non erano invincibili, ma con il loro valore e la loro determinazione conoscevano una sola alternativa, certamente cupa e priva di retorica: la vittoria o la morte.
    Questa era Roma e tale rimase per secoli.
    Ancora una volta però i Cimbri e i Teutoni oltre a dare una prova di indiscussa capacità strategica e tattica oltreché di grande valore guerriero avevano affrontato i Romani in uno stato di netta superiorità numerica.
    I Romani non erano stati in grado di valutare le grandi risorse umane di queste nazioni e la capacità di portare sul campo di battaglia, con un notevole grado di addestramento, tutti gli uomini validi alle armi ed anche numerosi alleati.



    Inoltre la sconfitta romana ebbe all'interno della Repubblica conseguenze di ben altra gravità sul piano sociale.
    In questa battaglia l'esercito romano era quello tradizionale basato sulla coscrizione centuriata delle leve fatte cioè nelle classi sociali superiori.
    I Romani non consideravano questa guerra pericolosa ed avevano fatto ricorso al reclutamento delle centurie che comprendevano l'aristocrazia e le persone più abbienti lasciando inutilizzate anche gran parte delle forti legioni italiche.
    La battaglia di Aurasio fu in qualche modo la tomba dell'aristocrazia romana e dell'esercito tradizionale della Repubblica.
    Si può dire che il fiore della nazione romana fu eliminato.
    Moltissimi erano i giovani ed i giovanissimi.
    Specie dopo i forti contrasti sociali con i plebei e le accuse ai nobili durante le guerre giugurtine, l'aristocrazia romana si era fatta un punto d'onore di partecipare quasi da sola a questa guerra. Perciò le conseguenze della battaglia furono probabilmente assai più gravi sul piano etnico che su quello militare, perché Roma perdette d'un colpo solo un'intera generazione che era essenziale per la vita dello Stato romano.
    Fu proprio la consapevolezza di questo fatto a creare in Roma un senso di angosci e di sbalordimento per questa sconfitta, e le ripercussioni furono gravissime soprattutto fra le famiglie più in vista.
    Non ci fu famiglia romana delle classi superiori che non perse vari membri in questa battaglia.
    Di fronte a questa situazione il Senato decise con la solita energia di ricorrere a mezzi estremi ed aprì l'arruolamento in massa fra i ceti meno abbienti, i nullatenenti e i liberti oltre che fra gli Italici anche delle città meno considerate.
    Sottopose quindi tutti gli uomini validi ad un durissimo addestramento che durò circa tre anni.
    Nel frattempo Cimbri e Teutoni avevano perduto l'occasione di passare le Alpi e di sfruttare decisamente il primo grande successo contro i Romani.
    Paghi della loro vittoria, si erano dati ad organizzare quella specie di grande dominio creato a nord fra le Alpi e la Scandinavia.
    Purtroppo le fonti storiche ci dicono poco di questo potere, che seppur breve, preannuncia con secoli di anticipo l'espansione dei Goti e dei Franchi.



    Ma lo scontro coi Romani, con la loro disciplina ed incrollabile tenacia era tutt'altro che concluso.
    All'inizio dell'anno 102 avanti Cristo i Romani penetrarono nuovamente nella Gallia meridionale comandati da un generale che era destinato a far parlare di sé nella storia di Roma: Caio Mario.
    Si trattava di un esercito molto più numeroso di quello precedente e che soprattutto aveva compiuto un addestramento particolare.
    L'esercito romano infatti aveva subito un mutamento non solo di carattere sociale, ma anche di carattere tattico aumentando la possibilità offensiva della fanteria con l'introduzione di una lancia da getto, destinata a fermare la carica dei guerrieri germanici.
    La nuova arma si dimostrò molto efficace.
    Il cuneo d'attacco germanico era risultato veramente micidiale contro il manipolo, il quale, se aveva dato buona prova contro la falange macedone ed il quadrato chiuso di altri eserciti orientali, non sembrava abbastanza solido contro un attacco portato in profondità da un centro particolarmente forte che poi si allargava sulle ali con una manovra di aggiramento sostenuta
    da una cavalleria molto efficace.
    L'introduzione del «pilus» nell'esercito romano fu un poco come l'introduzione della picca svizzera contro la cavalleria feudale o degli arcieri inglesi nella battaglia di Agincourt.
    Ma fu soprattutto la disciplina e la visione strategica complessiva romana che trionfarono sui Germani.
    I Romani, penetrati nella Gallia meridionale, si diedero a una serie di operazioni di carattere secondario cercando di isolare l'esercito teutone che si era intanto separato con inescusabile leggerezza dal grosso costituito dall'esercito di Boverik, re dei Cimbri.
    I Romani si prepararono con calma ad una lunga campagna, e una volta a contatto con l'esercito dei Teutoni, rinforzato degli Amboni, crearono un forte campo fortificato contro il quale si infransero inutilmente i tentativi di assalto dei Germani.
    Nonostante i Teutoni si ostinassero a voler impegnare i Romani in uno scontro in campo aperto, Mario si guardò bene dall'attaccare una battaglia secondo gli schemi tattici tradizionali, ma preferì impostare la propria azione su una strategia manovrata che indebolisse innanzitutto la situazione logistica dei Germani. obbligandoli prima a un assedio nel quale perdettero molto mordente, e poi a una ritirata per procurarsi i viveri.

    A questo punto i Teutoni decisero di avviarsi verso l'Italia per congiungersi con i Cimbri che avrebbero dovuto scendere dai passi delle Alpi trentine provenienti dalla Germania meridionale.
    Mario allora si pose all'inseguimento dell'esercito dei Teutoni.
    Con un'abile manovra aggirante li colse in marcia di trasferimento nei pressi di Aquae Sextiae in Provenza (102 avanti Cristo) e dopo una accanitissima battaglia, in cui i Teutoni e gli Ambroni fecero prodigi di valore, li annientò completamente.
    I Romani in questa battaglia non diedero quartiere.
    Uccisero circa 100.000 Germani e catturarono solo parte delle donne e dei bambini che poi vendettero come schiavi nell'Italia del nord.
    Frattanto Baiarix, re dei Cimbri, aveva valicato con successo le Alpi, aveva respinto con gravi perdite un altro esercito romano nei pressi di Trento, ma aveva subito capito che l'avversario da battere era Caio Mario.
    Si diresse pertanto contro il console che scendeva dalle Alpi occidentali, preceduto dalla fama del terribile massacro dei Teutoni.
    Anzi secondo l'uso germanico, il re dei Cimbri Baiarix mandò a Caio Mario una sfida in piena regola per affrontarlo in campo aperto in una zona prestabilita vicino al fiume Ticino nei pressi di Vercelli, ai Campi Raudii.
    Mario, che non aveva accettato le provocazioni dei Teutoni, accettò ora la sfida e i due eserciti furono puntuali all'incontro, decisi a darsi battaglia all'ultimo sangue.
    Si dice che Mario manovrò in modo da porre l'esercito germanico contro il sole, per impedirgli di vedere esattamente la gravità dei danni che la nuova arma, il «pilus», avrebbe fatto nelle loro file, ma soprattutto per impedire loro di osservare i movimenti delle legioni.
    Anche il nuovo scontro con i Cimbri fu terribile ed a lungo incerto.
    Ma alla fine la vittoria dei Romani fu assoluta e totale.
    L'esercito Cimbro fu annientato e rimasero sul terreno da 150.000 a 200.000 Germani; anche parte della popolazione inerme e molte delle donne furono uccise: anche stavolta molte donne si erano armate per sostenere i loro uomini.
    Oltre 100.000 Cimbri furono venduti parimenti come schiavi.
    La distruzione di queste grandi popolazioni ebbe conseguenze enormi per l'Europa.



    Innanzitutto per almeno 3 secoli nessun popolo germanico scese a sud delle Alpi, come avevano osato fare i Cimbri e i loro alleati e fino al III secolo dopo Cristo cioè all'epoca dell'anarchia militare, nessun gruppo germanico costituì un serio pericolo per i Romani.
    Ma la guerra contro i Cimbri e i Teutoni fu particolarmente decisiva per il futuro della Gallia, poiché è evidente che fin da questa epoca, a causa del cedimento nazionale delle tribù celtiche, nessun'altra forza se non i Romani avrebbe potuto opporsi alla discesa dei Germani fino al Mediterraneo.
    La guerra romano-teutonica è uno dei capitoli più importanti della storia di Roma in questa epoca e dei rapporti fra l'Italia ed il nordeuropea, che vanno maggiormente conosciuti.
    Va infine ricordato che l'elemento germanico entrato a comporre l'etnia italiana non giunse in Italia solo con le invasioni germaniche alla fine dell'impero, ma vi giunse anche in maniera massiccia come elemento servile, cioè schiavi catturati dai Romani tra i Germani e poi messi alle dipendenze dei Romani specie nella pianura padana.
    Quindi nella componente servile, che poi costituirà buona parte della popolazione italica, non entra solo l'elemento greco, slavo o siriaco ma entra, specie nel norditalia e nell'Italia centrale un altrettanto numeroso elemento germanico.

    Paolo Possenti

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  5. #5
    Squalo
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    Mi scuso se ho postato degli articoli troppo lunghi ma sarei curioso di conoscere l'opinione in merito da parte dei "guru" di questo forum su questa materia e su come viene presentata.

  6. #6
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  7. #7
    SatanFascista
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    Parole sacrosante quelle di Possenti , diciamo la verità , chi mai di noi ha creduto che Totti o Alberto Sordi potessero reclamare antenati Latini , siamo l'accozzaglia moderna degli antichi Romani di Roma , il prodotto (di scarto) finale del meticciamento con gli schiavi britanni , nubiani , mesopotamici e nordafricani , altrimenti non si capirebbe il penoso livello politico-intellettuale in cui la penisola è caduta.
    I Romani della Repubblica non erano i burini d'oggi , per avere farsi un'idea di come apparissero e della loro mentalità forse sarebbe meglio guardare ai nazisti degli anni '30...
    Questo è il secondo tabù da abbattere della destra radicale , il primo è quello dell'identica etnica italica , simile da Lampedusa e Merano , affrontiamo la realtà per non morire d'illusioni.

  8. #8
    La mano sinistra del diavolo
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    Citazione Originariamente Scritto da Io Robert Visualizza Messaggio
    Questo è il secondo tabù da abbattere della destra radicale , il primo è quello dell'identica etnica italica , simile da Lampedusa e Merano , affrontiamo la realtà per non morire d'illusioni.

    Concordo pienamente con te su questo. Credo che sia un autentico tabù da parte di molti. Io confesso che non ci ho mai creduto e credo che nessuno con un minimo di buon senso potrebbe mai crederci. Dire che l'origine degli italiani è la stessa da Lampedusa a Merano (per fare un paragone), equivale a dire che dalle Alpi al confine con l'Austria sino alla stessa latitudine della Tunisia, vi era lo stesso popolo.

  9. #9
    Squalo
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    Citazione Originariamente Scritto da St. Claude Visualizza Messaggio
    Concordo pienamente con te su questo. Credo che sia un autentico tabù da parte di molti. Io confesso che non ci ho mai creduto e credo che nessuno con un minimo di buon senso potrebbe mai crederci. Dire che l'origine degli italiani è la stessa da Lampedusa a Merano (per fare un paragone), equivale a dire che dalle Alpi al confine con l'Austria sino alla stessa latitudine della Tunisia, vi era lo stesso popolo.
    Che ci siano differenze culturali fra nord e sud mi sembra cosa appurata. Però l'Italia a questo punto diviene l'unica nazione che dovrebbe essere smembrata?

    Chiedo perchè in tanti guardano verso l'estero credendo che in altri luoghi sia tutto più "bello".

  10. #10
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    non vorrei sembrarle antipatico,se le rispondo velocemente

    1 si parla ad "esempio" di etruschi, dei quali nulla è rimasto purtroppo
    (tranne che nei dintorni di siena) nelle attuali condizioni genetiche degli italiani


    2 qualcuno in "malafede" continua a citare una presunta cartina di piazza
    che lo stesso professore aveva ben specificato come preventiva
    e che si è rilevata infatti a studi completati, totalmente- inesatta-

    3 la differente "pigmentazione" tramite analisi dei poliformismi rflp (poliformismi detti appunto- classici) e del d.n.a nucleare (mountain-mellars ) frutto del gradiente nord -sud
    è derivativa ed approssimata solamente da "tre" geni specifici ma si tratta di valori
    puramente e geneticamente intra-europei (stern. harrison ,)

    4 non sussistono in italia presenze al di fuori della componente caucasoide europea e questo, rimane un dato di fatto inconfutabile da chicchessia

    5 la francia, l'inghilterra, il belgio, la svizzera ad esempio (parliamo di soggetti geneticamente europei) sono nelle stesse condizioni etnico-genetiche dell'italia (gradiente nord -sud )

    6 mezza europa dell'est, (se rapportata) sarebbe totalmente da ricostruire
    (in quanto geneticamente non europea)

    se poi qualcuno di voi, si sente un tedesco, è un problema che sinceramente non mi riguarda, ne mi interessa .

    7 italia del nord e italia del sud e mezza francia , sono geneticamente sud -europee
    punto.

    il resto si trova ben descritto nel topik biodiversità umana

    e nei testi specializzati su tale argomento.

    saluti.



 

 
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