A Palazzo Chigi devono aver capito che oltre un certo limite con gli alleati non si scherza (vedi il Foglio di ieri), a meno di non voler ridurre in poltiglia la credibilità di un paese che sta, come gran parte dell’occidente, sulla frontiera della guerra al terrorismo islamista.
Così un inappuntabile sottosegretario con delega ai servizi, Enrico Micheli, ha comunicato ieri al comitato parlamentare di controllo che il sigillo apposto dal governo Berlusconi sulle carte e le notizie acquisibili riguardanti il prelevamento forzato di Abu Omar a Milano, il 17 febbraio del 2003, resta in vigore per decisione del governo Prodi.
Rischiamo però di assistere a un nuovo atto, su copione scritto da entrambi i governi, di una commedia segreta o del segreto, foriera comunque di guai pubblici nel campo minato della sicurezza collettiva.
Le buone intenzioni non bastano, sono (e non sempre) una scusante morale per i comportamenti privati, non una esimente politica nella vita degli stati.
Come scriviamo da mesi, il segreto di stato lo si appone e lo si fa valere contro chi lo minaccia.
Nel caso di Abu Omar, e delle roventi polemiche sulla gestione del servizio di controspionaggio militare, il Sismi, chi attenta al segreto di stato è la procura della Repubblica di Milano, che procede imperterrita, e con buone ragioni formali finché non sia fermata con ragioni più forti e convincenti, sulla via della legalità, anche in un campo in cui il segreto di stato e l’interesse nazionale sospendono la legalità.
A forza di parlare di segreto di stato, senza garantirne l’applicazione integrale, abbiamo semismantellato il più efficiente servizio di controterrorismo, arrestando i suoi capi, pedinando e intercettando il suo stato maggiore, trascinando in un vortice di pentitismo & ritrattazioni i suoi soldati.
Lo stato contro lo stato, in spregio alla divisione dei poteri.
Ora basta. Grazie.
Da il Foglio di ieri
saluti




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