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Discussione: Ora rinnegano Ciampi

  1. #1
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    Predefinito Ora rinnegano Ciampi

    Roma. Descrivere come una malattia la supplenza della politica affidata ai tecnici significa volersene immunizzare.
    Che lo faccia oggi la sinistra prodiana è singolare e un tantino imbarazzante, visto che la sua scalata decennale al potere è stata possibile grazie a uomini come Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi. Si può ascoltare l’opinione degli ulivisti che ripudiano il ruolo dei tecnici, ma non è possibile tenerla separata da certi pruriti autobiografici. La cosa vale per coloro che i tecnici li rinnegano dall’alto dell’establishment, come Giovanni Batoli (Banca Intesa-Sanpaolo Imi) che si è fatto intervistare dal giornale di cui è comproprietario molto ascoltato – il Corriere della Sera - per dichiarare conclusa la stagione della politica in tale stato di minorità da rendere indispensabile l’intervento dei grand commis de l’Etat.
    La cosa vale anche per coloro che hanno in Bazoli il banchiere di riferimento, come il presidente del Consiglio Romano Prodi che, dalla presidenza dell’Iri in poi, ha costruito una carriera personale lungo l’ampia linea di confine che collega la tecnocrazia al Parlamento, la riserva dei civil servant alla prima linea delle istituzioni politiche che contano.
    Ovviamente su questo grumo di rimozioni e pudori, mentre la maggioranza balla nelle Camere e nei palazzi del potere, e mentre la prospettiva di un governo allargato acquisisce centralità, si può esercitare al meglio la prosa degli intellettuali ispirati, intelligenti apologisti come Edmondo Berselli.
    Apologista in quanto difensore del prodismo nella sua versione governativa, Berselli s’è prodotto ieri in una ricognizione polemica sui “supplenti della politica”.
    Lo ha fatto su Repubblica, gruppo l’Espresso, la casa editoriale di Carlo De Benedetti nella quale si concentra l’investimento ideale dell’economista Fondatore Eugenio Scalfari e del direttore riformista, ma più impaziente, Ezio Mauro.
    Essendo uno dei più valorosi fra i rinnegatori dei tecnici, Berselli ha illuminato “la vecchia tentazione antipolitica” senza truccare la storia.
    Ha messo in fila la funzione di commissari della politica rivestita in successione, a Palazzo Chigi, da supplenti come Giuliano Amato (1992), o da banchieri come Carlo Azeglio Ciampi (1993-94) e Lamberto Dini (1995-96, benedicente Oscar Luigi Scalfaro); contando anche gli innesti più periferici, come quello del diplomatico Renato Ruggiero (agli Esteri nel 2001) e l’altro di Tommaso Padoa-Schioppa al Tesoro, più attuale e di peso; contando i sogni mancati per un soffio, come il governo di Antonio Maccanico che doveva nascere nel 1996 con il sostegno di Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema; contando infine le seduzioni ancora vive e credibili, quelle che più spaventano le trincee della politica ulivista e che portano il volto confindustriale di Luca Cordero di Montezemolo e il tocco da eurosorvegliante di Mario Monti.
    Se Monti è un teorico della Grande coalizione da prima del voto di aprile scorso, Montezemolo è l’outsider dai mocassini lucidi e il passo smagato, ma coccolato dalle sinistre come un borghese buono fintantoché ha guerreggiato contro l’anomalo Berlusconi.
    Nondimeno fa paura anche lui a questa sinistra bersellian-prodiana impegnatissima nel trasformare la brutalità del reale in un paesaggio razionale dal quale escludere per necessità le figure dei tecnici. E il fatto che sulla groppa della sinistra questi tecnici abbiano sempre trovato casa viene archiviato da Berselli nell’ordine dell’emergenza. Con il sottinteso che se l’asilo è alloggiato a sinistra diventa naturale, per i grand commis alla Padoa-Schioppa, sviluppare in breve tempo doti da statista.
    Sicché con loro sarebbe lecito prendersi e lasciarsi, incontrarsi e rinnegarsi a seconda delle esigenze momentanee.
    Oggi governa Prodi. Punto.
    E il senso di Prodi per la democrazia è anche un moto speciale che origina nell’istinto di autoconservazione.
    E’ l’ulivismo dei gazebo animato dal popolo delle primarie e percepito come una moltitudine di opliti senz’armi ordinati dal cosiddetto club dei professori. Che poi sono gli archeometri dell’officina prodiana discesi da Nino Andreatta, come Gregorio Gitti. Temuti o incoraggiati dai patti di sindacato con la grisaglia dei poteri forti.
    I neoapologisti della politica avrebbero ragione nel rivendicare l’autonomia prodiana se la maggioranza variopinta non fosse aggrappata a uno 0,6 per mille di vantaggio che non consente di riformare alcunché. Ma siccome, hegelianamente, non c’è eroe (Prodi) per il suo cameriere (Ds e Margherita), diventa logico che due schieramenti ridotti all’impotenza possano solidarizzare nella forma d’un governo di sistema.
    Un esecutivo da affidare a uno di quei tecnici che oggi il prodismo ingrato rinnega, dopo averne arruolato l’immagine e l’autorevolezza per certificare la propria serietà e candidarla al potere.

    (ag) su il Foglio di oggi

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Roma. Di cosa si parla quando si parla di fase due per la politica economica?
    Di una nuova tornata di liberalizzazioni e della ricerca di un accordo per cambiare le regole delle pensioni di anzianità. Lasciamo stare le liberalizzazioni, delle quali in questi giorni si parla comunque poco, e concentriamoci sulle pensioni.
    Il presidente del Consiglio pensa di poter mantenere l’iniziativa grazie al memorandum d’intesa firmato con i sindacati secondo cui all’inizio di gennaio si aprirà il confronto sulle regole previdenziali per arrivare a un nuovo testo da far varare al governo entro il 31 marzo. La sua posizione sembra anche rafforzata dal meccanismo a tempo della riforma ora incombente, quella firmata da Roberto Maroni che porta a 60 anni l’età minima per la pensione di anzianità dal primo gennaio 2008. Quella legge è un’arma per Romano Prodi perché aiuta a impedire il gioco dei rinvii e degli insabbiamenti.
    Ma questa agenda all’improvviso è stata sottoposta a molti attacchi.
    Da una parte ci sono le pressioni dei mercati internazionali, perché la mancanza di riforme strutturali (ancora una volta, però, l’unica che interessa è quella previdenziale) è stata la sola ragione del declassamento del debito italiano, mentre è fin troppo evidente come il commissario europeo Joaquín Almunia sia in imbarazzo nel caldeggiare la promozione dei conti pubblici italiani in assenza di acquisizioni certe sul fronte previdenziale.
    Ed è altrettanto chiaro che se non si trova un accordo sulla revisione delle pensioni di anzianità (e sul suo punto più delicato, cioè il passaggio brusco da 57 a 60 anni), la riforma Maroni sarebbe rinviabile, con buona pace della scadenza del 2008, grazie a una semplice leggina di un articolo. L’attacco alla placida agenda previdenziale prodiana è partito con molta energia ed è diretto ai tempi e ai contenuti. Si è concentrato sui tempi Pierluigi Bersani che chiede di “anticipare il tavolo sulla previdenza”, mentre, sempre da parte diessina, Enrico Morando ha puntato sui contenuti concentrandosi sull’aumento dell’età pensionabile, e Nicola Rossi ha scelto una questione ancora più controversa ma qualificante: la revisione dei coefficienti di trasformazione, cioè dei parametri attraverso i quali i contributi versati si trasformano nelle future pensioni.
    La legge in vigore, in questo caso la Dini, stabilisce che a intervalli di dieci anni si rivedano quei coefficienti, per tarare gli assegni previdenziali alla durata della vita attesa. Perché, se la vita media si allunga, a pari importi pensionistici corrisponde un esborso totale maggiore. Di conseguenza, per mantenere il sistema in equilibrio, cioè per avere i soldi per pagare le pensioni, è necessario alzare i contributi (non sembra proprio aria) o abbassare gli assegni.
    Al Manifesto hanno capito che questa è questione ben più rilevante del semplice aumento dell’età pensionabile.
    E ieri lo ha scritto chiaro, prendendosela direttamente con Rossi, Carla Casalini: ne deriverebbe “una riduzione tra il 6 e l’8 per cento delle future pensioni”.
    Casalini correttamente parla di “patto intergenerazionale” che salterebbe, perché sa che la revisione dei coefficienti riguarda solo le pensioni di chi al gennaio 1996 non aveva almeno 18 anni di età contributiva e quindi ora sta più o meno sulla quarantina. Va detto con chiarezza che si tratta di un caso diverso rispetto al problema dell’età per la pensione di anzianità. Ovvio che anche i sindacati conoscono molto bene la faccenda. E, nelle trattative riservate, Cgil, Cisl e Uil hanno sempre fatto capire che sull’età potrebbero ragionare, ma di coefficienti di trasformazione non vogliono sentir parlare.
    Ma riusciranno gli attacchi a mettere in difficoltà Prodi e la sua nuova agenda che cerca di stabilire equilibri un po’ più “riformisti” nell’azione di governo?
    L’impressione è che la proposta di Rossi sia per ora confinata al dibattito giornalistico. Mentre l’anticipo della trattativa, difficile da realizzare, non sarebbe traumatico. L’esito più probabile, ma non certo, resta quello di un accordo per cancellare la riforma Maroni e sostituirla con modifiche ben più blande ma condivise dal sindacato.
    L’età pensionabile per l’anzianità dovrebbe salire di un anno, arrivando a 58 anni subito, e poi gradualmente raggiungere i 62 in tempi lunghi, con gli incentivi alla permanenza al lavoro.
    Ieri sull’Unità è arrivato l’avallo del plenipotenziario Cgil per la previdenza, Beniamino Lapadula. Ha ignorato Rossi ma ha agitato lo spettro della riforma Maroni, definita una “bomba a orologeria”, per lanciare invece la revisione delle regole attuali spiegando che “l’impiego delle persone in età avanzata è un obiettivo cruciale per affrontare la contrazione della popolazione in età lavorativa che si registrerà in tutta Europa”.
    Lapadula chiede “soluzioni diverse e molteplici piani”, cioè flessibilità, incentivi e innalzamento dell’età.

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Dal sospetto alla rabbia

    Roma. Magari ha ragione Alfonso Gianni, sottosegretario di Rifondazione all’Economia:
    “La fase 2 servirà solo a peggiorare la fase 1, che già non era eccellente”.
    E infatti a Palazzo Chigi, raccontano i suoi, “Prodi è incazzato”.
    Il premier di questa “fase 2” non vuol neanche sentir parlare, “perché significa stroncare la fase 1”. Così, ha preso corpo l’uscita sulla riforma delle pensioni.
    I prodiani spiegano: “Ce l’ha con Rutelli e Fassino che hanno preso le distanze dalla Finanziaria, cedendo alle richieste di Confindustria, tassisti, artigiani… Dicono che non l’ha gestita politicamente? E loro dov’erano? Uno è vicepresidente del Consiglio, l’altro segretario del più grande partito…”.
    Quindi Prodi ha deciso di calare l’asso della riforma delle pensioni.
    “A riprova che non è lui che ha paura di toccare il cuore del sistema, che non è lui che ha paura dell’impopolarità. Sono i partiti della maggioranza a cedere a ogni pressione”.
    Del resto, per avere la controprova della tensione basta ascoltare l’autorevole ds, membro della segreteria del partito, che davanti alla buvette schiuma rabbia. Non solo verso il premier.
    “La Finanziaria è buona, ma ci sono errori ed esagerazioni. Come il provvedimento sugli enti locali, dovuto alla cattiveria di Amato e Lanzillotta. Senza contare gli sbagli di Enrico Letta a Palazzo Chigi: chiaramente quello non è il suo mestiere, e invece di un sottoposto Prodi doveva scegliersi un collaboratore di totale fiducia, come Enrico Micheli. E adesso c’è la faccenda delle pensioni. Solo un tentativo di Prodi di far vedere che può ancora tenere in mano la faccenda, ma siccome è vendicativo ha tirato fuori un argomento che è destinato a metterci in difficoltà, visto che la prossima primavera ci sono le amministrative e molti sindaci sono nostri”. Sospiro: “Ormai si fa a chi ce l’ha più lungo”.
    Lo scatenamento intorno alla Finanziaria – “diventata nel paese senso comune negativo”, ha scritto ieri su Repubblica Ezio Mauro – le voci di assi variamente assortite, Marini-D’Alema o Fassino-Rutelli, l’assalto di Confindustria, i colpi bassi della maggioranza in Parlamento: Prodi ha fatto la somma e ha deciso il contrattacco.
    “Tutto il resto è musica…”, ha detto ieri.
    E le pensioni sono il suo colpo di tamburo, per cercare di mantenere il controllo della pur deprecata fase 2.
    I Ds l’hanno presa male. E se avvertono Prodi, non dimenticano Padoa-Schioppa.
    “Non di solo cifre è fatta la politica”, dice un secondo dirigente di via Nazionale, vicinissimo a Fassino. “La fase 2 è necessaria per recuperare l’impronta riformista. E deve guidarla Prodi”.
    Ce la farà? “Non lo so. Non è un leader di partito e si muove dentro una cultura del sospetto quando sente parlare gli altri partiti. C’è un aspetto psicologico, in questo. E infatti dei partiti attacca quelli grandi, per tenersi buoni i piccoli, come se fossero partiti suoi, col risultato di apparire appannato”.
    Ogni accusa che si è sentito rivolgere, il premier la ritorce contro gli alleati insoddisfatti. Perciò, “non è vero che manca lo spirito del ’96”, e dunque “la fase 2 è un termine che ignoro”, e persino “la maggioranza è tranquilla”, figurarsi.
    Dentro di sé, Prodi freme. I suoi, a Montecitorio, faticano a tenere il conto degli obiettivi delle sue sfuriate, Fassino e Rutelli, i partiti della maggioranza
    “che più che difendere la maggioranza sono attratti dagli interessi che rappresentano”, e persino Veltroni.
    Il sindaco di Roma si è intromesso nella faccenda dei taxi, e “ha fatto perdere il significato simbolo al provvedimento, interessato a difendere solo una categoria della sua città”.
    Perciò, quello che Prodi ha voluto dire, tirando fuori la riforma della pensioni, è: “Vogliono la fase 2? Bene, allora faccio vedere che io innovo conduco, e gli altri frenano”.
    Un dirigente ulivista sospira: “Situazione kafkiana”.
    E poi, chi l’ha detto che la fase 2 sarà riformista? Basta sentire il verde Paolo Cento, sottosegretario all’Economia:
    “Qui c’è il rischio che la fase 2 diventi l’ultima fase. E poi, sia chiaro, i riformisti l’hanno già avuta, la loro fase. Ora siamo noi della sinistra radicale in credito. C’è una nuova fase? Allora deve portare all’abrogazione della Bossi-Fini, della legge sugli spinelli, della legge 30…”.
    Per il resto, “la maggioranza è tranquilla”.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito La razza dei tecnici? Fa paura solo.....

    ....ai politici con la popolarità sotto zero

    Roma. Il presunto “morbo” rappresentato dai tecnici quando suppliscono ai deficit della politica è una fisima prodiana alla quale ha dato bella forma Edmondo Berselli su Repubblica. E che non stupisce due scienziati della politica come Angelo Panebianco e Giovanni Sartori.
    A mettere in fila i nomi di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi – nobili esemplari della razza di commissari ripudiati dai bazolian-prodiani di Rep. – ma pure i nomi di Giulio Tremonti e, chissà, Mario Monti, riesce difficile sostenere la tesi dell’apartheid tra Parlamento e cattedra universitaria degli economisti e dei banchieri che hanno abitato o ancora soggiornano nei Palazzi del potere. Spesso nell’ala di sinistra.
    Panebianco vuole prima inquadrare il tema:
    “L’idea del governo dei tecnici è diffusa e torna ciclicamente centrale nelle democrazie occidentali. Dietro ci sono le teorizzazioni sulla tecnocrazia di Saint-Simon e una sostanziale svalutazione della politica presente anche nel liberalismo. Penso alle battute contro i tecnici da parte di Benedetto Croce. Ma questa è anche un’idea contrastata”.
    Panebianco ricorda “il grande economista Joseph Schumpeter: fu per un breve periodo ministro delle Finanze nel governo austriaco. Da allora, quando gli chiedevano cos’è una politica economica lui rispondeva: “La politica economica è politica e basta. Nel senso che anche l’appannaggio della tecnica appartiene al regno della politica”.
    E’ anche l’opinione di Sartori, secondo il quale “è difficile stabilire il confine tra il politico professionista e il tecnico venuto da fuori che poi si professionalizza nella politica”.
    Sartori intravede “un’oscillazione fisiologica, più che una tendenza alla tecnocrazia, se non quella dettata talvolta dalle circostanze. I politici amano dire che il primato gli spetta perché sarebbero loro gli specialisti nella gestione del potere. Poi quando non sanno cosa fare ricorrono al governo dei tecnici, soprattutto in economia. In Italia un governo del genere potrebbe sopraggiungere anche entro un anno – puntualizza Sartori – perché non credo che il governo Prodi durerà a lungo”.

    Ma non c’è alcuna tecnocrazia da temere
    Una volta rifiutata la distinzione grossolana tra tecnico e politico, Panebianco definisce il tecnico come “un politico competente che salta la carriera abituale perché a lui ci si rivolge nel momento in cui il politico di professione vive il punto più basso della propria popolarità. Come è avvenuto per esempio negli anni Novanta. I casi di Amato e Tremonti – aggiunge – dimostrano come il tecnico entrato in politica, col passare del tempo, diventi egli stesso un politico di professione”. Nel paesaggio parlamentare di questi giorni, lo spavento di Prodi di fronte all’ombra dei tecnici è riconducibile “alla possibilità che, sulla carta, un movimento neocentrista faccia saltare il bipolarismo affidando il governo a un premier chiamato dall’esterno”. Un’altra ipotesi -“ma non ci credo” – è “un ricorso al deus ex machina per far fuori temporaneamente sia Prodi sia Berlusconi in attesa che emergano i loro successori”.
    Sartori è convinto che non ci sia alcuno scandalo nell’attingere alla riserva dei tecnici:
    “L’esempio è offerto da quell’ibrido eccellente che è Amato. E poi da noi si è pescato regolarmente nella Banca d’Italia, dove il prestigio è alto rispetto alle dimensioni della politica. Come avvenne con Ciampi, che fu chiamato dalla Banca centrale per fronteggiare una crisi di bilancio e la necessità dell’ingresso in Europa. Si sa poi che il tecnico, esaurita l’esperienza di governo, può tornare a casa. Mentre il personale politico viene reimpiegato nel sottobosco”.
    A Prodi e Berselli, Sartori obietta che “non c’è alcuna tecnocrazia da temere. Berselli ha scritto un pezzo di bravura su una questione della quale non avverto il problema. Il premier se ne renderà conto e cercherà di non crearsi nemici fra i tecnici”.
    Un altro discorso riguarda quel che sarebbe utile al sistema italiano. “Così com’è conciato adesso, e vista la maggioranza scollata che c’è in Parlamento, l’attuale governo non può andare da nessuna parte. Non è un dramma, esistono da sempre governi di minoranza che cercano di allargarsi in una Grande coalizione affidata a uno o più esperti”.
    Grosse Koalition. “Per superare le crisi dei sistemi bipolari, quando ci sono cose che una parte sola non può realizzare, negli altri paesi si fanno le grandi coalizioni”.
    Sartori pensa alla riforma del sistema elettorale: “Ci sbatteremo la testa finché non nascerà un’alleanza trasversale dei grandi partiti. Soltanto da noi si fa tutta questa manfrina”.

    saluti

 

 

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