Tre domande sulla super truffa
di MARIO BALDASSARRI
Prodi e Padoa-Schioppa hanno definito l'accordo sul Tfr come un evento «rivoluzionario che fa partire subito i fondi pensione e rende possibile la riforma strutturale in primavera». Sulla prima affermazione hanno perfettamente ragione: l'accordo raggiunto sul Tfr è un evento «rivoluzionario», perché trasferire il Tfr all'Inps e considerare questo come una entrata pubblica che riduce il deficit è una vera e radicale rivoluzione di tutte le regole della contabilità aziendale (a partire dalla partita-doppia inventata da frà Luca Pacioli nel 1494) e di quelle della contabilità dello Stato (fondata dalla Scuola Italiana di Scienza delle Finanze a partire da DeViti-DeMarco, Griziotti ed Einaudi). La seconda affermazione è invece un vero attentato al buon senso, perché rappresenta un triangolo con i lati che non si incontrano, cioè una figura geometrica inesistente. Primo lato: una vera riformapensionistica consiste nell'introdurre sul serio i fondi pensione a capitalizzazione. Secondo lato: i lavoratori debbono vivere e far campare la famiglia con il 47% netto del loro stipendio lordo (sul quale grava infatti il 33% di contributi sociali e circa il 20% di tasse). Pertanto, l'unico modo per fare i fondi pensione è quello di usare il 7% di Tfr che fino a oggi resta dentro le imprese. Terzo lato: se il Tfr se lo prende l'Inps come fanno a partire i fondi pensione? Sarà l'Inps a farli? E come? Con quali competenze? Con quali garanzie di rendimento? Quella del fondo di garanzia dello stesso Inps? Di fatto, è come se si rubasse tutta la benzina da una Ferrari per far viaggiare le auto dell'Inps, e pretendere poi che la stessa Ferrari vinca il gran premio di Formula Uno oppure credere che le auto dell'Inps possano vincere i gran premi. Ecco perché, tra un "triangolo che non si chiude" e una impossibile "quadratura del cerchio" della politica economica e della maggioranza politica, Prodi e Padoa Schioppa si sono adesso cacciati dentro un vero e proprio "conflitto di interessi": se vogliono fare quadrare i conti della loro Finanziaria, debbono sperare che i lavoratori non optino per mettere il Tfr nei Fondi pensione; se vogliono fare la riforma delle pensione, debbono invece sperare che i lavoratori optino per mettere tutto il Tfr nei Fondi Pensioni. Ma tra una "rivoluzione contabile" e un "paradosso politico-economico" è forse utile porre tre domande e dare tre risposte. Primo: che cos'è il Tfr? Il Trattamento di fine rapporto è salario differito dei lavoratori, cioè risparmio di ogni singolo dipendente "prestato" all'impresa dove lavora. Il Tfr è quindi "proprietà" del lavoratore che ne ha un diritto "soggettivo". Non esiste un diritto "collettivo" sul Tfr né da parte dei sindacati, né tantomeno da parte delle imprese. Secondo: in cosa consiste l'accordo firmato lunedì a Palazzo Chigi e da chi e a quale titolo è stato firmato? Appare innanzitutto strano che tra i soggetti collettiviche hanno firmato l'accordo non figurino altre grandi sigle sia di rappresentanza dei lavoratori sia di altre categorie di impresa. Come appare strano che si firmi un accordo da parte di soggetti collettivi in riferimento ad un "oggetto" che è un diritto "soggettivo" di ciascun singolo lavoratore. Inoltre sembra bizzarro poter oggi dire quale potrà essere l'ammontare di questo trasferimento all'Inps. A meno di capacità divinatorie, come fa oggi il governo a scrivere in Finanziaria un importo di 6 miliardi di euro senza sapere le decisioni dei lavoratori? Senza sapere cioè se decideranno di trasferire o meno ai fondi pensione il loro Tfr? Ma il vero miracolo dei miracoli, il governo lo fa nel trasferimento di questi fondi: da debito delle imprese verso i lavoratori diventano debito dello Stato, che però il governo contabilizza come riduzione del Deficit Pubblico! Raffinati giuristi e maghi della contabilità pubblica potranno forse trovare qualche marchingegno o qualche escamotage per convincere qualche ingenuo o condisce ndente rappresentante dell'Unione Europea a ... chiudere due occhi e spegnere il cervello. Ma in realtà questa operazione non può certo essere considerata un taglio del deficit pubblico. E pertanto l'obiettivo del governo di portare sotto il 3% il rapporto tra deficit e Pil nel 2007 è già oggi ed ex-ante palesemente mancato. Anzi, c'è di più. In prospettiva questa operazione "aumenta" il Deficit ed il Debito Pubblico, perché se invece di scippare il Tfr si emettessero, come normalmente avviene, Bot e Cct, lo Stato pagherebbe circa l'1,5% di interessi, contro il 3% circa che servirà per rivalutare i fondi Tfr secondo le regole vigenti. Terzo: quali effetti questa operazione produce su lavoratori, imprese, bilancio pubblico e sistema pensionistico? Per i lavoratori si tratta di spegnere ogni speranza di avere un fondo pensione in tegrativo. A meno che non optino subito tutti per spostare il loro Tfr in un Fondo pensione. Per i giovani, è una vera tragedia, visto che già oggi la loro pensione contributiva dell'Inps sarà pari al 33% dello stipendio, cioè da fame. Per le imprese: sopra 50 addetti, si tratta di perdere un finanziamento a costo contenuto e sperare che le banche lo sostituiscano con loro prestiti. Ovviamente però ai loro tassi di mercato; sotto i 50 addetti, si introduce un altro meccanismo tipo "Articolo 18" dello Statuto dei Lavoratori, che di fatto disincentiva ad assumere il 50esimo lavoratore. Per i conti pubblici, c'è da capire come trovare i soldi per compensare le imprese "scippate" e come convincere l'Unione Europea a non considerare questo aiuto di Stato. Per il nostro sistema pensionistico si tratta di restare impantanato nella palese contraddizione tra lo spostamento del Tfr all'Inps e il decollo dei Fondi Pensione. "
tratto da LIBERO 27 ottobre 2006




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