Strano che nessuno ne abbia parlato, l'annuncio in pompa magna è di ieri, persino i media italici asserviti hanno dovuto dare la notizia, senza possibilità di denigrarla come sempre fanno.
Quello che segue è un articolo di qualche tempo fa
Martedi' 12 Settembre 2006
Dalle parole ai fatti. E mentre in molti cominciavano a malignare sulla lentezza del neo-presidente boliviano Evo Morales, è arrivato sabato scorso l’atteso annuncio di Andrés Solís, ministro degli idrocarburi: saranno sottoscritti a breve i nuovi contratti con le imprese petrolifere straniere che operano in Bolivia. Così come aveva stabilito il decreto di nazionalizzazione degli idrocarburi emesso a maggio dal presidente.
I pezzi grossi sono già stati ricevuti al tavolo delle trattative: dalla multinazionale francese Total, alla brasiliana Petrobras, alla spagnola Repsol, le maggiori investitrici nel settore. Che hanno cominciato a pagare un tributo addizionale del 32%. Il calendario proseguirà nelle prossime settimane con Chaco (controllata dalla Pan American Energy), British Gas, e Andina.
Entro il primo novembre, tutte le imprese che vorranno continuare ad estrarre gas e petrolio dalle terre andine dovranno stare ai nuovi contratti presentati dal governo boliviano e per quella data dovrebbero entrare nelle casse dello stato 150 milioni di dollari dalle multinazionali straniere. Ma le trattative non saranno affatto facili: il progetto di nazionalizzazione prevede infatti che lo stato boliviano, ovvero il Yacimentos Petroliferos Fiscales Bolivianos (YPFB), percepisca dalle multinazionali l’82% degli utili, contro il 18% che riceveva finora. Le multinazionali non
l’anno presa affatto bene e le aziende in questione argomentano che questo non basterebbe loro neanche per coprire i costi. Come che sia, se le cose andranno secondo le aspettative del governo della Bolivia, l'industria degli idrocarburi apporterà allo stato boliviano 1.400 milioni di dollari nel 2007, di fronte ai 318 milioni di dollari del 2004.
Un’altra questione relativa a questa nazionalizzazione, che ha destato grande sorpresa al momento del suo annuncio (in un non casuale primo maggio), è la forma in cui è stata presentata: non con una legge parlamentare, come è accaduto per esempio in Ecuador, bensì con un decreto del Presidente della Repubblica. E senza un avviso previo alle compagnie straniere e ai rispettivi governi, che hanno appreso la notizia direttamente dai giornali. Risveglio amaro.
L'appoggio è arrivato subito sia dal venezuelano Hugo Chavez che dal leader cubano Fidel Castro che hanno risposto all'appello del presidente boliviano offrendo l'uno cinquemila borse di studio per giovani boliviani nel settore della petrolchimica, Cuba i suoi servigi nell’istruzione e nella medicina che sono ormai i suoi pezzi forti (e da esportazione rapida).
Ma la Bolivia è solo uno dei paesi del continente. E che, nonostante il protagonismo di Morales, conta sino a un certo punto. Anche in termini energetici. Quando si parla di energia nell’America meridionale – in particolare di petrolio – si parla in realtà soprattutto di un paese: il Venezuela, nazione che rappresenta il quarto esportatore mondiale di greggio, con due milioni e mezzo di barili al giorno e riserve stimate per settantadue anni, ai tassi attuali di estrazione. Che, oltre tutto, è anche il terzo fornitore degli Stati uniti. La Bolivia pareggia il conto sul gas: in undici anni, dal 1993 al 2004, la produzione boliviana di gas naturale è cresciuta da 3,43 miliardi di metri cubi l’anno, a 10,84 e le riserve, ai tassi attuali di produzione, sfiorano il secolo. Bolivia e Venezuela sono dunque il magazzino energetico del continente.
Meno rilevante, ma in crescita, è la produzione dell’Ecuador, che nel giro di qualche anno potrebbe però arrivare, dicono alcune stime, al mezzo milione di barili al giorno, triplicando la quota registrata nel 2004. Della Bolivia, sul lato dell’offerta, abbiamo detto. E qui finisce la corsa. Per quel che riguarda invece la domanda di energia, le due economie trainanti sono quella brasiliana, decima potenza industriale del mondo, e quella argentina, che continua la rincorsa ai livelli di vita e di consumo divorati dalla crisi di ormai cinque anni fa. Ma l’integrazione resta ancora lontana come anche il progetto del Petrosur, una compagnia transnazionale latina, che Chavez vorrebbe come locomotiva della collaborazione energetica del continente. Anche perché, tra produttori e consumatori, la contrattazione non è tanto semplice.
L’America latina si presenta comunque, sulla scena internazionale del mercato petrolifero, come l’arena dove potrebbe essere più interessante sviluppare nuovi investimenti, forse meno redditizi che non in Asia o Africa, ma relativamente più sicuri. Nonostante l’esempio boliviano su cui, alla fine, si sta comunque trovando un (difficile) accordo. Certo viene da chiedersi se l'energia è solo un buon affare o anche il simbolo del nuovo riscatto del continente come dicono Chavez e il presidente boliviano. E se (anche) sull’energia è possibile costruire un’unità politica di intenti cui associare ovviamente anche paesi come l’Uruguay e il Cile.
Sul crinale tra oratoria e pragmatismo, e tra ideologia e business, il piano materiale e il gesto simbolico si intrecciano. Prefigurando nuove reti di collaborazione tra i leader "compagni". Che, retorica a parte, alla fine fanno comunque i loro conti.


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