Roma. Mentre l’Italia o spia o è spiata o parla di spionaggio, in un groviglio di bobine e finanzieri e onorevoli, è il gran giorno dell’Unione tutta. Che ha il megavertice sulla megafinanziaria per sbrogliare il megaincasinamento di questi giorni. Che poi ci riesca, è tutto da vedere.
Prodi voleva far parlare meno gente possibile, gli invitati tutti vorrebbero prendere la parola, e i non invitati essere invitati anche loro. Alla proposta di Palazzo Chigi di far dire due parole a un capogruppo per tutta la maggioranza, oltre un pugno di ministri e il premier, la risposta è stata corale: neanche per sogno.
“E io parlo!”, ha scandito il segretario di Rifondazione, Franco Giordano, in gran sospetto per questa faccenda della “fase 2” e soprattutto per il dibattito sulla riforma delle pensioni.
E’ un vertice, questo di Villa Pamphili, rubricato da Prodi sotto la voce
“riunione ovvia”, una sorta di gioco di scatole cinesi dove un problema ne nasconde sempre un altro, e una soluzione mai. Così Piero Fassino fa l’ottimista un po’ forzoso durante un tour molisano (“un grado di sintonia, di unità, di coesione molto forte”), mentre il compagno Oliviero Diliberto è decisamente meno ottimista: “Di definitivo ancora niente”.
Ma è chiaro che non è solo lo scontro sulla Finanziaria – ieri si è aperto anche il fronte della sinistra a sinistra di Bertinotti, con Fiom e Cobas pronti a scendere in piazza –il problema che agita il centrosinistra. Perché, sempre più scomponendo, si beccano tra di loro i due maggiori partiti della coalizione, Ds e Margherita. Che a loro volta, scendendo ancora più giù, si dividono tra una corrente e l’altra, tra chi prepara le scissioni, chi rinfaccia le tessere false, chi minaccia che proprio non andrà al congresso. E ogni cosa sotto il fantasma che muove tutto, proprio tutto: quello del Partito democratico.
E più i due maggiori partiti si dannano per trovare una specie di quadratura del cerchio, più Prodi fa l’ottimista fin quasi alla provocazione: “Ho alle spalle un partito virtuale, ma fortissimo: il Partito democratico. E’ la mia polizza di assicurazione politica”.
Ds e Margherita, che questa assicurazione politica dovrebbero fornire, non sono così gongolanti. Ieri la questione della collocazione internazionale del nuovo partito ha di nuovo riacceso la polemica. “Noi non possiamo entrare nell’Internazionale socialista – ha detto a brutto muso Rutelli – Il mondo liberal non potrà mai allearsi con i socialisti”. L’esatto contrario di ciò che da mesi ripete Fassino: “Mai fuori dall’Internazionale socialista. Così fioriscono soluzioni singolari”.
“E’ un non problema da tutti i punti di vista”, taglia corto Prodi, intervistato da Bruno Vespa per il suo nuovo libro. E cioè: “In Europa si possono avere doppie appartenenze o formare un raggruppamento più ampio come hanno fatto i popolari democratici”.
E Massimo D’Alema, all’opposto ma allo stesso intervistatore: “Potrebbe nascere un partito dei socialisti e dei democratici”. Che guarda caso è la proposta che piacerebbe ad alcuni esponenti a lui vicini – da Angius a Caldarola – che in vista del congresso dei Ds pensano a una mozione diversa tanto da quella della maggioranza quanto da quella della minoranza del correntone.
E siamo solo al primo scontro in un partito del futuro Pd.
Se alcuni avanzano il sospetto che la “mozione Caldarola” possa fare il gioco di Fassino, depotenziando il correntone, un autorevole esponente della minoranza diessina non la pensa così:
“Intanto concordiamo su molti punti. E con due mozioni tanto vicine politicamente, la proposta di Fassino rischia di passare con poco più del 50 per cento”.
E nella Margherita si è momentaneamente sopito, dopo il vertice di ieri, lo scontro sul congresso e sul tesseramento. Ma niente di più, e parecchi – sia rutelliani, sia parisiani – sono pronti a scommettere che riprenderà presto.
Ben prima dello stesso congresso.


Saluti

notarella: se non capeggia il termine “democratico” gli ex e gli attuali comunisti non ci stanno.
Per “loro” è una psicosi.