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Discussione: Giovanni Giolitti

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    Predefinito Giovanni Giolitti

    Giovanni Giolitti (Mondovì, 1841 – Cavour, 1928), detto “l’uomo di Dronero” avendo nella Valle Maira le radici familiari e in Dronero il cuore del suo collegio elettorale, è stato figura dominante di statista. Entrato nel 1862 nell’amministrazione statale e percorsavi una rapida e brillante carriera, nel 1882 fu nominato Consigliere di Stato ed eletto alla Camera come deputato di Cuneo.
    Cominciò così un cursus politico che lo vide nel 1889 esordire al governo quale Ministro del Tesoro nel gabinetto Crispi. Nel 1892 fu per la prima volta Presidente del Consiglio. Di particolare rilevanza il periodo dal 1901 al 1914, poi battezzata dagli storici come “età giolittiana”. Giolitti lo iniziò quale Ministro dell’Interno nel governo Zanardelli per continuarlo quale Presidente del Consiglio, carica ricoperta per tre volte e quasi ininterrottamente dal 1903 al 1914. L’insorgere di correnti, anche ideologiche, fortemente antagoniste al suo sistema, così come la scelta prudente nei confronti dell’intervento italiano in guerra lo isolarono tra il 1915 e il 1918. Tornò Presidente tra l’estate del 1920 ed il luglio del 1921. Con la crisi dello stato liberale e l’affermarsi del fascismo Giolitti manifestò dignitosa opposizione al nuovo regime fino alla morte avvenuta il 17 luglio 1928.
    Quella attraversata da Giolitti fu un’epoca travagliata e difficile, ma nello stesso tempo di progresso e decisiva nel processo di formazione del moderno Stato italiano. Un processo nel quale Giolitti fu non solo l’uomo dalle intuizioni geniali, ma anche il politico capace di tradurre in realizzazioni effettive i progetti. Ciò attraverso uno “stile” (talvolta molto discusso in taluni suoi metodi) divenuto proverbiale per sobrietà, pragmatismo, concretezza. Molte ed importanti le iniziative economiche ed amministrative: il sostegno all’espansione della grande industria ma anche la lotta ad alcuni monopoli privati; la conversione della rendita, l’esercizio delle ferrovie da parte dello Stato; l’incanalamento del risparmio nell’amministrazione finanziaria statale; il monopolio di Stato delle assicurazioni sulla vita; le attribuzioni degli enti locali; l’organizzazione scolastica, incluso il sostegno per scuole italiane all’estero… Con la riforma elettorale del 1912 Giolitti realizzò il suffragio universale (maschile), premessa all’inserimento delle masse nella vita dello Stato già da tempo avviato con le aperture a socialisti, cattolici e radicali.
    Non meno importante la politica estera, punteggiata dall’annessione della Libia (1911), dalla già citata prudenza dinanzi alla conflagrazione europea del 1914, dal Trattato di Rapallo con la Jugoslavia (1920), dalla preconizzata intesa fra gli Stati per la creazione di un sistema di relazioni internazionali in grado di prevenire i conflitti.

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  2. #2
    the dark knight's return
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    "Rassegna" n. 19 estate 2005
    Il ritorno di Giolitti
    Aldo G. Ricci
    Le ragioni della grandezza e dell’attualità dello Statista, in un nuovo studio di Aldo A. Mola

    Giovanni Giolitti non fu un riformista (termine che implica una ideologia), ma un riformatore, cioè uno statista convinto che solo la politica possa svolgere un ruolo di mediazione e di sintesi tra i diversi e contrastanti interessi, capace di ricomporli in una prospettiva di crescita economica e di miglioramento civile e sociale

    La fortuna di un personaggio storico dipende anche dalla passione che sa suscitare nei suoi biografi, i quali spesso, approfondendo la conoscenza del loro “eroe”, finiscono per stabilire con lui un rapporto di empatia, determinando così un legame quasi indissolubile. E’ successo in forma macroscopica con la monumentale biografia di Mussolini realizzata da Renzo De Felice: avviata per chiudersi rapidamente , ha occupato l’intera vita scientifica del suo autore, che l’ha prolungata fino a non vederla conclusa. Qualcosa di analogo è accaduto a Rosario Romeo con il suo lavoro di anni su Cavour, concluso sì, ma con l’autore che ancora pensava a una seconda lettura d’insieme. Lo stesso legame in qualche modo si incomincia a delineare tra Aldo A. Mola e il suo Giolitti, al quale l’autore, dopo aver dedicato innumerevoli saggi e una recentissima biografia uscita da Mondatori, ne ripropone oggi una più agile, ma ancora una volta arricchita da documenti inediti e approfondimenti nuovi (Giovanni Giolitti. Fare gli Italiani, Edizioni del Capricorno, Torino),
    pp. 190, euro 13). Cavour, Giolitti e Mussolini hanno un elemento in comune, che spiega come uno storico possa dedicare loro gran parte della propria vita scientifica: ciascuno di essi rappresenta un capitolo lungo ed essenziale della vita del nostro paese: Cavour la costruzione dell’Unità nazionale, Giolitti l’espressione più alta dell’età liberale, Mussolini il tentativo di superare con una forma di partecipazione di tipo plebiscitario la crisi politica del primo dopoguerra.
    Non a caso tutti e tre hanno dato il loro nome a un’intera epoca della storia d’Italia (anche se, secondo Mola, solo Giolitti può vantare davvero questo merito).
    Fino ai lavori di Mola, fra i tre personaggi Giolitti era forse quello che aveva goduto di minore fortuna presso gli storici, se si esclude la biografia di Nino Valeri, che risale però a oltre trent’anni fa. La spiegazione è abbastanza semplice: la debolezza della cultura liberale negli anni successivi alla morte di Giolitti, avvenuta in pieno fascismo (1928), e l’ostilità nei confronti dello statista di Dronero di quella parte della stessa cultura liberale che si era impegnata sul fronte dell’interventismo, e non gli aveva perdonato l’ostilità all’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale. Il fascismo aveva ovviamente taciuto su Giolitti, perché ne aveva colto l’intima e radicale ostilità e il periodo che egli aveva rappresentato per il regime, fino alla sua affermazione, come possibile alternativa di governo. Il dopoguerra non gli aveva riservato miglior fortuna perché l’egemonia culturale era passata a due forze politiche che egualmente, anche se per ragioni diverse, non si riconoscevano nella costruzione unitaria e non avevano quindi ragioni di simpatia per i suoi continuatori.
    La storiografia comunista e quella cattolica, pur da prospettive diverse, avevano esercitato sulla costruzione risorgimentale e sul suo proseguimento l’arma della critica, dei se e dei ma, più che quella dell’approfondimento, e Giolitti ne aveva subito le conseguenze.
    La verità era in definitiva molto semplice: in una storiografia che amava le costruzioni ideologiche e gli slanci retorici, e dove spesso anche quella di tradizione liberale non si era sottratta a quella tentazione, Giovanni Giolitti, come dimostra efficacemente Mola anche in questa sua ultima fatica, non aveva la possibilità né di attenzione né di successo.
    Tutto in lui era alieno da queste prospettive. Anzitutto la formazione giuridica e scientifica, approfondita in lunghi anni di lavoro presso il Consiglio di Stato, che gli consentì di conoscere dall’interno la macchina dello Stato e i criteri che presiedono a una corretta produzione legislativa. Poi la conoscenza di prima mano della realtà europea, che gli permise di confrontarsi con una situazione internazionale in cui si annunciavano già tutte le spinte e i contrasti dei nascenti imperialismi. Ancora una dimestichezza con i problemi della vita civile, che gli derivava dall’aver mantenuto un rapporto forte con la sua terra natale (Cuneo e l’intera “provincia granda”) e con i problemi sia della gestione politica locale, sia della nascente economia industriale e del mondo contadino. Infine una concezione della politica come servizio da rendere al Paese, alla sua crescita e alla sua modernizzazione, all’interno però di due poli fondamentali: da un lato la monarchia come incarnazione dell’Unità nazionale e garanzia delle istituzioni, dall’altro il Parlamento come sede di costruzione della volontà della nazione.
    Il grande merito della nuova biografia di Giolitti regalataci da Mola consiste nel fondere nel breve excursus che segue la vita dello statista una sintesi della storia del nostro paese dalla caduta della destra storica all’avvento del fascismo, insomma l’intera parabola dell’età liberale, facendosi toccare con mano enormi progressi che essa rappresentò per l’Italia e il ruolo che Giolitti vi ebbe proprio nel momento del massimo fulgore. Giolitti non fu un riformista (termine che implica una ideologia), ma un riformatore, cioè uno statista convinto che solo la politica possa svolgere quel ruolo di mediazione e di sintesi tra i diversi e contrastanti interessi, capace di ricomporli in una prospettiva di crescita economica e di miglioramento civile e sociale. Per questo le leggi che portano la sua firma, lette in sequenza, ci restituiscono una linea di progresso che coinvolge sviluppo economico e finanziario, crescita dell’istruzione, tutela del lavoro, dei minori e delle donne, allargamento della partecipazione elettorale, e così via, insomma un percorso virtuoso che ha lasciato un segno profondo nel volto del paese. E quel percorso coincide, almeno in parte, con quel programma “fare gli italiani”, che Giolitti riceve come un testimone dai padri del Risorgimento, e che Mola ha efficacemente scelto come sottotitolo della nuova biografia.
    Il Giolitti che questo lavoro ci restituisce, oltre che dai documenti dell’Archivio centrale dello Stato, esce anzitutto da quelli ancora inediti che lo storico è riuscito a reperire, attraverso il Centro Studi dedicato allo statista di Dronero, sia presso i familiari di Giolitti che presso privati; ma esce anche da una prospettiva di ricerca che, proprio muovendo da quei documenti, ci fa toccare con mano come negli snodi critici la Storia rappresenti davvero un copione dove niente è scritto in forma deterministica, e dove la politica ha sempre un ruolo determinante da svolgere.
    Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia, nella primavera del 1915, Giolitti, per esempio, controlla ancora la maggioranza del Parlamento, e decide di non utilizzarla per non sconfessare il re, che si è impegnato sulla strada del Patto di Londra per l’ingresso nel conflitto, e che sarebbe stato delegittimato da un voto contrario alla Camera. Ma da quella dolorosa autolimitazione trae però una lezione fondamentale che lo porterà dopo il 1918 a proporre che la scelta di entrare in guerra sia sottratta al sovrano e restituita al parlamento. Altrettanto si può dire per i giorni convulsi del 1922, che precedono la chiamata a Roma di Mussolini per la formazione del nuovo governo quando Giolitti si trova a un passo dall’ottenere egli stesso un reincarico che avrebbe potuto mutare la storia d’Italia, e questo non avviene per un complesso di circostanze nelle quali sfortuna, invidie, malintesi giocano un ruolo determinante.
    Sono solo due esempi tra i tanti che si trovano in un libro che alterna pubblico e privato nella vita dello statista, restituendogli, tra l’altro, una dimensione umana che in precedenza era stata pressoché cancellata da generazioni di detrattori. La figura di Giolitti ritorna non a caso all’attenzione degli storici , ma anche della politica e dei media, all’inizio degli anni ’90, quando le ideologie escono di scena e il Paese s’interroga pieno di dubbi sul proprio futuro. Quando c’è bisogno di recuperare radici profonde e dimenticate di un’Italia che ha costruito faticosamente e quasi eroicamente la propria Unità e la propria dimensione nazionale, alle quali Giolitti ha dato un contributo determinante, che è interesse di tutti recuperare.

    Aldo G. Ricci

  3. #3
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    "Il Giornale del Piemonte" del 4.9.05
    Marcello Soleri Libertà e Progresso
    Aldo A. Mola
    Marcello Soleri verrà ricordato a sessant’anni dalla morte al Consiglio provinciale di Cuneo sabato 10 settembre alle h. 10 dal Presidente on. Raffaele Costa, dal sen. Giuseppe Fassino e dal sovrintendente dell’Archivio dello Stato Aldo G. Ricci. Il convegno apre la VII Scuola Estiva del Centro “Giovanni Giolitti” di Dronero, diretto da Aldo A. Mola, che qui traccia un breve profilo di Soleri.

    Dopo Giovanni Giolitti (Mondovì, 1842 – Cavour, 1928) e Luigi Einaudi (Carrù, 1874 – Roma 1961), Marcello Soleri (Cuneo, 28 aprile 1882 – Torino, 23 luglio 1945) fu il terzo grande liberale italiano espresso dal Cuneese nella prima metà del Novecento. Con il monregalese Giambattista Bertone, antico deputato del partito popolare italiano e senatore democristiano nel dopoguerra, egli fu anche l’ultimo ministro della “Provincia Granda” prima della troppo presto spenta meteora del democristiano Adolfo Sarti (Torino, 1928 – Roma, 1992), cattolico ma cultore del Risorgimento e della carducciana Terza Italia, e di Raffaele Costa. Dopo la morte di Giolitti, Luigi Einaudi, creato senatore, continuò l’attività accademica e la collaborazione a quotidiani e riviste. Nel 1931 giurò fedeltà al duce del fascismo come altri 1200 professori universitari. Lo consigliava anche Benedetto Croce, secondo il quale sarebbe stato un grave errore lasciare le cattedre nelle mani di saputelli e di tirapiedi dell’ormai consolidato regime. Soleri invece non si piegò mai. Se la morte non l’avesse rapito quando era ministro del Tesoro nel governo Parri, le vicende del Partito liberale e del Paese sarebbero state molto diverse. Egli aveva infatti tutti i requisiti per contrastare la requisizione dell’antifascismo militante e della lotta di liberazione da parte di socialcomunisti e azionisti, associati in quello che Dino Cofrancesco ha definito gramsciazionismo. Tuttora manca però una sua biografia scientifica. Marcello Soleri iniziò prestissimo il cursus honorum. Nativo di Dronero – valmairino come Giolitti ed Einaudi, dunque – suo padre, Modesto, si segnalò giovanissimo quale studioso d’arte. Ingegnere capo della Provincia di Cuneo, realizzò opere imponenti. Nel 1894, nell’ambito della repressione dei democratici il presidente del Consiglio Francesco Crispi, deciso ad annientare Giolitti nella sua stessa terra, anche Modesto Soleri venne condannato al confino per sospetta cospirazione socialista. In realtà era promotore di studi sociali nell’ambito del “Caprissi”, uno dei circoli storici di Cuneo. Fu allora che Giolitti e tutti i liberali veri capirono che era indispensabile separare la carriera dei magistrati inquierenti da quella dei giudici. I primi erano infatti sotto la sferza del ministro della Giustizia che a sua volta rispondeva al Capo del governo. Se si voleva una giustizia... giusta, occorreva che almeno le corti non fossero assillate dal potere politico. Giolitti lo scrisse nei suoi programmi e nelle lettere ali elettori tra il 1893 el 1900. Laboriosissimo, imparentato con alcune grandi famiglie della borghesia liberale – i Moschetti di Caraglio, il saluzzese Camillo Peano, capogabinetto di Giolitti - , promotore di cucine economiche per lavoratori e di altre iniziative d’assistenza, Modesto inculcò nei figli, Marcello ed Elvio, il sentimento della vita quale dovere. Alla sua morte, appena cinquantenne, furono parenti e amici ad aiutare i brillanti ragazzi a laurearsi. Elvio si laureò ventiduenne in ingegneria idroelettrica. Per quarant’anni insegnò comunicazioni elettriche al Politecnico di Torino, fondato nel 1906. Appena ventenne Marcello si laureò in giurisprudenza a Torino con una tesi sui Vizi di consenso nel matrimonio. Nel 1911 venne scelto capofila di un blocco liberaldemocratico, per bloccare l’ascesa dei clericali alla guida dell’amministrazione di Cuneo. Col sostegno del “Corriere subalpino” (quotidiano fondato con Marco Cassin) nel 1912 Soleri vinse e divenne il più giovane sindaco nella storia di Cuneo. Era in gioco l’espansione della città verso la nuova stazione, approdo del titanico ponte ferroviario e viadotto da tempo in progettazione e avviato con la sua gestione. Alla posa della prima pietra della stazione presenziò il Re stesso, alla vigilia delle elezioni politiche nel 1913, che vide Soleri in lizza per il seggio della Camera, contro il deputato uscente, Tancredi Galimberti, anticamente mangiapreti, ora aperto alla collaborazione coi cattolici. Soleri prevalse. E come lui il suo vicesindaco di Cuneo, Marco Cassin, banchiere ed industriale serico , che strappò il collegio di Borgo San Dalmazzo al cattolico Alessandro Rovasenda di Rovasenda, in carica da oltre tre lustri. Nel 1914-15 si trovò alle prese col dramma dell’intervento nella grande guerra. Giolitti era “neutralista condizionato” (cioè non escludeva la guerra, ma solo per interessi vitali dell’Italia). Gran parte degli amici di Soleri erano invece interventisti. Fu lui a difendere Cesare Battisti, assalito a Cuneo dai socialisti. Recise il nodo, arruolandosi volontario negli ufficiali degli alpini. Subì una grave ferita sul Monte Vodice (19 maggio 1917). Presidente del governo in successione a Vittorio Emanuele Orlando, Francesco Saverio Nitti volle Soleri sottosegretario alla Marina e poi all’Industria, con la delega agli approvvigionamenti e ai consumi alimentari. Rieletto deputato il 16 novembre 1919, nel secondo ministero Nitti venne confermato in carica. Il Paese era al collasso per la difficile conversione del sistema industriale dalla produzione bellica a quella di pace. (…)
    (…) Quando Giolitti tornò a capo del governo per la quinta volta (16 giugno 1920 – 4 luglio 1921) a Soleri non affidò né un ministero, né un sottosegretariato, bensì il compito più difficile: l’abolizione del prezzo politico del pane, che stava affondando la finanza pubblica. Soleri fu poi ministro delle Finanze del governo Bonomi, subentrato a Giolitti il 4 luglio 1921, e della Guerra nel secondo governo Facta, insediato il 1° agosto 1922. Poiché era il Ministro più giovane, funse da segretario del Consiglio. Nella seduta straordinaria delle prime ore del 28 ottobre 1922, stese di suo pugno la bozza del famoso decreto di proclamazione dello stato d’assedio, che Facta portò a Vittorio Emanuele III. Il re rifiutò di firmarlo, optando per la costituzionalizzazione del fascismo con l’incarico a Mussolini di formare un governo di coalizione nazionale, come suggerivano liberali, cattolici, alti gradi delle Forze Armate e la maggioranza di industriali e banchieri. Soleri riuscì a evitare che i fascisti locali, scarsi di forze e di meriti, ottenessero l’azzeramento del consiglio comunale di Cuneo (sindaco era il liberale Antonio Bassignano) e di quello provinciale, presieduto da Giolitti ). Nelle elezioni dell’aprile 1924 venne rieletto con Giolitti l’avvocato Egidio Fazio, di Garessio, nel “listino” democratico che rivendicò la tradizione liberale di Cavour, Azeglio, Sella. Rifiuto di aderire all’”Aventino”. I deputati dovevano svolgere in Aula il loro mandato, secondo lo Statuto. A fine dicembre 1925, quando il grosso dei consiglieri provinciali pose i liberali dinnanzi alternativa – tessera del PNF o andarsene – optò per le dimissioni. Continuò tuttavia a frequentare la Camera, opponendosi a viso aperto alle misure liberticide. Dal 1929 conobbe la “morta gora” del regime – come scrisse nelle Memorie vergate a Roma nel 1944 “a memoria” in dignitoso isolamento, esercitando la professione forense e compiendo viaggi all’estero. Fu tra gli uomini consultati dal Re alla vigilia del rovesciamento di Mussolini (8 giugno 1943). Incoraggiò Vittorio Emanuele III a prendere l’iniziativa e cercò invano di convincere gli esponenti dell’antifascismo moderato a non impuntarsi sulla questione istituzionale e a collaborare col governo che il re s’accingeva a nominare. Espostosi quale antifascista tra il 25 luglio 1943 e la resa incondizionata dell’8 settembre 1943 con l’occupazione germanica e la creazione della Repubblica sociale italiana), anche su consiglio del maggiore dei carabinieri Mario Testa, si rasò l’orgoglioso e notissimo pizzo alla moschettiera e, munito di documenti contraffati, in ottobre si trasferì a Roma e visse dapprima nel Seminario Lateranense, poi in clandestinità. Il 18 giugno 1944 Ivanoe Bonomi, nominato dal Luogotenente Umberto di Savoia alla guida del primo governo insediato in Roma, lo volle ministro del Tesoro. Fu confermato alla carica da Ferruccio Parri nel giugno 1945. Si prodigò nella promozione dei presititi nazionali, in tandem col governatore della Banca d’Italia, suo conterraneo e sodale politico, Luigi Einaudi. Stroncato dalla leucemia si spense a Torino, all’indomani di un importante discorso a sostegno della ricostruzione.
    Era il politico di riferimento del mondo liberale in corso di riorganizzazione. La sua morte costituì una grave perdita per l’Italia, anche perché sin dalla Grande guerra aveva acquistato notorietà all’estero e – come Giolitti, Einaudi, Giovanni Agnelli sr e tanti piemontesi – era europeista fervente. Due volte – nel 1922 e nel 1945 – Soleri fu sul punto di mettere in luce tutto il suo valore, ma le circostanze politiche e personali in entrambi i casi ne tarparono l’ascesa. Grazie a lui il liberalismo in Italia fu popolare e progressista. Una lezione per il futuro. Val la pena di riscoprirlo.

    Aldo A. Mola

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    Millenovecento, febbraio 2004
    Giovanni Giolitti, un vero statista per l’Italietta
    A.A. Mola e A. Marucci
    Giovanni Giolitti, un vero statista per l’Italietta

    Da Millenovecento
    mensile di storia contemporanea
    Febbraio 2004

    In 14 pagine riccamente illustrate Aldo A. Mola condensa opera e periodo giolittiani:

    Esattamente 100 anni fa si giocò nel giovane regno italiano una lotta decisiva fra la nascente e spaesata borghesia e le prime forze rivoluzionarie italiane: la proclamazione del primo sciopero generale. Le condizioni dei lavoratori erano in effetti pessime e le differenze fra le diverse parti dell’Italia enormi, ma il pericolo era che le componenti rivoluzionarie mettessero in discussione lo Stato. Il primo ministro dapprima lasciò che si svuotasse da sola la forza degli scioperanti e poi diede l’avvio a una serie di cambiamenti profondi che mutarono radicalmente il volto della nazione…

    Una politica forte
    All’interno i governi presieduti dallo statista di Dronero cercarono di migliorare le condizioni economiche e di avviare una politica di riforme, con il consenso delle ali più ragionevoli dei cattolici e dei socialisti. Sul piano internazionale ci fu una difesa accanita della pace e un netto miglioramento delle relazioni dell’Italia con la Francia e con gli altri paesi europei: uno dei punti cardine era che una guerra generale avrebbe provocato enormi contraccolpi economici e sociali.
    ...

    Tramonto di un liberal democratico
    Contrario alla guerra, con l’entrata dell’Italia nel conflitto, il vecchio uomo politico si ritirò nel suo Piemonte ad aspettare gli eventi. Finita la 15-18, ritornò al potere e riuscì a tenere testa all’occupazione delle fabbriche e ai pesanti contraccolpi sociali e politici del dopoguerra. Fu anche l’unico uomo politico importante che nel 22 fosse disposto a fare un governo contro Mussolini. Ma l’avvento del fascismo lo mise definitivamente fuori gioco.
    "I suoi sogni di pace europea andavano in pezzi. Si precipitò...

    In altri 3 fogli è Alessandro Marucci a presentare " Una classe dirigente per l’Italietta":

    Il grande statista piemontese non fu un uomo isolato, ma ebbe intorno alcuni poltici fedelissimi di grande statura intellettuale. Uomini come Alessandro Fortis, Luigi Luzzatti e Antonino di San Giuliano costituirono un gruppo che seppe affiancare il capo del governo nei suoi momenti migliori e in certi casi sostituirlo. Alcune delle riforme più importanti di quel periodo furono portate avanti dai suoi collaboratori più stretti

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    La Stampa, L’eco della Riviera, sanremoworld.com
    Rassegna stampa a Sanremo
    B. Monticone (Stampa); uff. stampa Casino’
    ORIGINALE RASSEGNA SULLE CONTRADDIZIONI DEL POLITICO PIU’ IN VISTA NEL PRIMO NOVECENTO
    Giolitti e la satira: chiude la mostra al Casinò
    Vignette storiche dedicate al grande statista esposte ancora per oggi nella hall

    Bruno Monticone
    Sanremo
    Vittima o carnefice? Anche nei riguardi della satira, il giudizio su Giovanni Giolitti, l’uomo politico italiano più in vista tra la fine dell’Ottocento ed i primi vent’anni del Novecento, è contradditorio.
    Perché, se da una parte, Giolitti fu tra gli uomini politici più bersagliati dalla satira del suo tempo – celebri le polemiche contro di lui de “L’Asino”, una delle riviste satiriche del suo tempo, frutto del lavoro dei romani Galantara e Podrecca o, all’indomani della guerra di Libia, quelle dei torinesi Sandro Camasio e Nino Oxilia in “Cose dell’altro mondo” – è altrettanto vero che Giolitti uscì quasi ingigantito dalla satira. Perché, tutto sommato, proprio la satira, presentandolo sotto un’ottica particolare, ne mise in luce la sua umanità, il suo stile privo di retorica, l’indifferenza alle ideologie, che gli procurò nemici in tutte le direzioni e la sua politica riformatrice. Situazioni che finirono per renderlo più simpatico alla gente, proprio attraverso il “filtro” della satira.
    Una piccola antologia di quella satira si può trovare nella mostra “Giovanni Giolitti nella satira politica. La nascita dell’Italia moderna” che chiude oggi nella hall del casinò municipale di Sanremo. Una mostra originale, con vignette storiche dedicate al grande statista da caricaturisti del suo tempo, curata con attenzione da Dino Aloi, disegnatore umorista torinese (che molti anni fa organizzò, a Sanremo, una rassegna chiamata “Humoriadi”, dedicata alla satira sportiva, forse passata ingiustamente inosservata, ma di grande significato). “Giovanni Giolitti – ha detto Aloi – è stato preso di mira da tutti i satirici, sia da destra, che dal centro e da sinistra, a dimostrazione di quanti nemici abbia avuto, conducendo scelte che hanno, via via, scontentato qualcuno. La mostra è stata un’occasione, oltre che di un sorriso, anche di analisi storica sul personaggio”.

    La Stampa, edizione Ponente Ligure 30/03/04

    ------------------

    TERMINERA’ IL 30 MARZO LA MOSTRA DEDICATA AL CELEBRE STATISTA DELL’ITALIA DEL NOVECENTO

    Giovanni Giolitti protagonista della satira politica di ieri

    La nascita dell’Italia odierna è il tema della mostra, che si potrà ammirare dal 23 sino al 30 marzo nella sala della Hall del Casinò di Sanremo, quale arguta e originale cornice ai Martedì letterari che ospitano, martedì 23 marzo, l’ultimo libro di Aldo Mola incentrato sulla figura dello statista italiano.
    Giovanni Giolitti ha goduto di un trattamento privilegiato da parte della satira del suo tempo. E non perché gli venisse risparmiato qualcosa rispetto agli altri portagonisti della vita politica, ma, al contrario, perché durante tutta l’età che da lui prese il nome (con sconfinamenti in avanti e indietro), divenne una vera e propria calamità per i disegnatori satirici.
    Si dirà che è destino dei grandi monopolizzare l’attenzione, nel bene e nel male, ma il suo caso va forse al di là di questa consuetudine.
    Analizzato attentamente, il Giolitti preso di mira dalla satira colpisce per l’umanità che riscuote in quanto oggetto di critica.
    A ben vedere, tuttavia, non c’è molto da stupirsi. Il suo stile privo di retorica; la sua politica riformatrice, volta a realizzare il possibile con gli strumenti che la realtà fattuale gli mette a disposizione; l’indifferenza per le ideologie e le alleanze pur di realizzare gli obiettivi perseguiti; tutti questi elementi ed altri ancora ne favevano un protagonista atipico del panorama italiano, quardato con rispetto per la sua forza e la sua abilità, ma anche con diffedenza e ostilità latenti.
    Da destra e da sinistra, alleati e avversari erano pronti a sfruttare ogni suo errore o presunto tale con accuse pesanti e con una satira spesso crudele.
    (Aldo Ricci – Vicesovrintendente dell’Archivio centrale dello Stato)
    Precisano Antonio Forghino e Marco Albera, presidente e vicepresidente del Circolo degli Artisti di Torino, commentando il catalogo della mostra: “Quella di Giolitti, fra la fine dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento, è una nuova Italia, la tanto vagheggiata.
    Terza Italia che avrebbe dovuto sancire la fine dei conflitti aperti da una troppo rapida e forzata unità-ideologica, amministrativa e politica – del paese e da un quadro internazionale alla perenne ricerca di nuovi equilibri.
    Giolitti, dal banco del governo o dall’opposizione, ne fu il grande attore: o con lui, o contro di lui. Di fronte ai grandi protagonisti della storia e della politica in parallelo al grande dibattito ideologico svolge il suo irrinunciabile ruolo, nei tempi di libertà, la satira: civilissimo esercizio di ironia e, per chi la sa accettare, di autoironia, scomodo ma utile giogo per non perdere senno e senso delle cose”.
    Giovanni Giolitti, nello specifico, è stato preso di mira da tutti i satirici, sia da quelli di destra, che da quelli del centro che da quelli di sinistra a dimostrazione che forse ha avuto davvero molti nemici politici, conducendo scelte a tutto campo che hanno viva via scontentato necessariamente qualcuno.
    La mostra, tra passato e presente, offrirà ai visitatori momenti di riflessione, di analisi anche storica e sicuramente e qualche sorriso.

    L’Eco della Riviera 25/03/04

    -------

    da sanremo world:

    … le vignette, realizzate da acuti testimoni contemporanei degli anni giolittiani, permettono di scoprire un lato più umano e meno distaccato dell'uomo, rivisitato dalle feroci matite dei satirici che lo usano come bersaglio o ne contestano, con ironia, le scelte politiche.

  6. #6
    the dark knight's return
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    ideazione.com
    Giolitti, precursore di tutti gli statisti
    Ideazione, marzo aprile 2004

    Un altro mondo è possibile? Economie aperte senza se e senza ma? Il rapporto annuale pubblicato dall’Heritage Foundation di Washington può essere considerato come la classifica mondiale della libertà economica. Tutti i paesi sono censiti, analizzati, comparati e, alla fine valutati. Una maniera chiara e diretta per capire come la differenza sostanziale tra democrazia e regime sia, oggi più che mai, la libertà economica. Ma non mancano neppure gli approfondimenti su figure storiche della società moderna: Giovanni Giolitti, visto come il precursore di tutti gli statisti, colui che ci ha lasciato in eredità la cultura dello Stato, e Gustaw Herling, il narratore polacco che, ignorato per decenni dall’editoria italiana e demonizzato dall’intellighenzia di sinistra, resta uno dei maggiori testimoni di quanto accadeva oltre la cortina di ferro. Di sicuro interesse anche la pubblicazione originale del carteggio avvenuto tra il compianto Norberto Bobbio e il giornalista-scrittore Marcello Veneziani. Partendo dalla polemica sul rapporto del filosofo torinese con il fascismo, il discorso si allarga poi ai grandi temi del Novecento, i regimi totalitari e la libertà, la destra e la sinistra.
    24 marzo 2004

  7. #7
    the dark knight's return
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    ass. Immagine per il Piemonte
    Da Giolitti a Cavour
    Immagine per il Piemonte

    Per la stagione primaverile dell’Anno Culturale 2004 l’associazione Immagine per il Piemobnte propone il so trentaseiesimo itinerario:

    TRADIZIONI MILITARI e POLITICHE
    DEL PIEMONTE SABAUDO
    Fasti della Cavalleria a Pinerolo
    e luoghi giolittiani di Cavour

    Dopo la conferenza a Palazzo Bricherasio dedicata a Giovanni Giolitti statista della nuova Italia, ci rechiamo nei luoghi storici del Primo Ministro cuneese a Cavour, mentre l’itinerario inizia con le tradizioni militari del Piemonte sabaudo al Museo Nazionale dell’Arma di Cavalleria di Pinerolo, collocato nella caserma Fenulli già sede per cento anni della Scuola di Cavalleria. Nelle 33 sale sono esposti i cimeli inerenti il periodo dal 1683 a oggi unitamente al percorso fotografico, la collezione di uniformi, le decorazioni, i bronzi, le armi e i cariaggi. Il Dottor Roberto NASI, Presidente della Società Amici del Museo di Cavalleria, insignito della medaglia al merito dell’Ass. Immagine per il Piemonte, ci accompagnerà nella visita.
    Dopo la colazione in un noto ristorante, Franca Giambiase della ProCavour ci porterà a scoprire l’antica cittadina di Cavour: dall’abbazia di Santa Maria alla parrocchiale e infine i luoghi giolittiani: la casa della mamma Plochiù e la villa Giolitti dei nipoti Antonio e Giovanni.

    o o o

    Appuntamento per sabato 27 marzo 2003
    Orario: partenza ore 8,30; rientro ore 20,30 circa
    Ritrovo: corso Stati Uniti angolo corso re Umberto - Torino
    ULTIMI POSTI DISPONIBILI

    ß ß ß

    Quota di partecipazione individuale: iscritti 65 Euro/amici 75 Euro (quota singola comprendente: trasporto bus, ingressi e visite guidate a Pinerolo e a Cavour, colazione in un noto ristorante di Cavour).
    Modalità di versamento: l’importo dovrà essere versato tassativamente entro e non oltre il 23 marzo 2004 presso la Segreteria di via Legnano 2/b previo telefonata.
    Prenotazioni: telefonare al 335 216045 entro 23 marzo 2004.

    Il Presidente
    Vittorio G. Cardinali

    o o o

    - Vidi per la prima volta il re, Vittorio Emanuele III, pochi giorni dopo il mio arrivo a Villa Savoia, quando gli portai per la prima volta il caffelatte. Fu molto alla mano. Si rivolse a me in piemontese. Mi disse: “Be’? Come va?”. E io: “Bene Maestà, molto bene”. “E da dove vieni esattamente?” mi chiese. “Da Pinerolo, Maestà” risposi. “Veramente?” fece lui. “Pinerolo è bellissima. Io lì ho fatto la scuola di Cavalleria. Ci sono tante cose belle...”, “E sì, Maestà, tante cose belle...” replicai un po’ sorpresa. “Ma non ti dispiace di aver lasciato Pinerolo?”, mi domandò ancora il re. “No”, dissi io che continuavo a parlare in italiano per rispetto “non c’è posto migliore di questo”. E allora il sovrano mi incoraggiò: “Parla pure in piemontese, tanto io ti capisco -.
    - E, di nuovo in dialetto, il re Vittorio Emanuele mo ripeté, “Pinerol l’é bel, io sì la conosco bene”. E quel dialogo finì così -.
    Sono parole di Rosa Perona Gallotti, che dal 1925 al 1952 fu la cameriera personale della Regina Elena, raccolte in un’intervista del settimanale Gente (agosto 1994).

  8. #8
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    Il Giornale lunedì 23 febbraio 2004 p. 22
    Nel riformismo di Giolitti l’atto di nascita dell’Italia moderna
    Aldo G. Ricci
    Nel riformismo di Giolitti l’atto di nascita dell’Italia moderna
    di Aldo G. Ricci

    Dopo molti anni di silenzio, durante i quali si è sentita soltanto la voce di quella storiografia antigiolittiana ferma agli stereotipi del ministro della malavita, inaugurata tanti anni fa da Salvemini, il nome di Giolitti è tornato finalmente alla ribalta come sinonimo di un’età di progresso e di buongoverno, ma anche della necessità di recuperare valori e memoria di quella storia risorgimentale e postrisorgimentale che ha fatto l’Italia, e che i tanti sostenitori di un peccato originale nella nascita del nostro Paese hanno voluto cancellare. Questa ubriacatura generalizzata sembra ora in fase recessiva e il nome di Giolitti, liberale e riformatore per eccellenza, torna alla ribalta anche in discorsi ufficiali, associato a quelli di altri personaggi dei quali si sente il bisogno. Ci riferiamo, per esempio, ai nomi di Einaudi e di De Gasperi.
    Insomma, l’Italia in transizione ha bisogno di rimettere a fuoco personaggi-simbolo di quel patriottismo civile che si cerca di recuperare dopo anni di oblìo. Ha bisogno di mettere i tasselli giusti per quella storia condivisa di cui molti parlano, mentre ancora continuano a fiorire quelle antistorie d’Italia che dipingono il nostro Paese, fin dalla sua formazione, come governato da servizi segreti o da complotti.
    Contro queste antistorie, che sono la versione ultima della storia ideologizzata che ha dominato la scena fino a qualche anno fa, servono appunto storie vere, documentate. E la biografia di Giolitti di Aldo A. Mola (Giolitti. Lo statista della nuova Italia, Mondadori, pagg. 547, euro 19) va appunto in questa direzione. Ci mostra all’opera tutti i momenti della sua vita, pubblica e privata, uno dei principali costruttori del nostro Paese, che giustamente Mola definisce «uomo dello Stato».
    E Giolitti fu uomo dello Stato in un doppio senso. In primo luogo perché si identificò sempre con il superiore interesse generale, ma anche perché capì che l’Italia gracile uscita dall’unificazione poteva aspirare a vera indipendenza soltanto facendo leva sullo Stato. Anche per questa consapevolezza, Giolitti scelse di formarsi proprio all’interno della macchina statale (prima al ministero di Grazia e Giustizia, poi alle Finanze, quindi alla Corte dei Conti e infine al Consiglio di Stato). E questa formazione ebbe un peso eccezionale nella sua conoscenza delle procedure amministrative e della finanza pubblica, che gli servirono nella produzione legislativa degli anni successivi.
    Invertendo, con felice scelta, la cronologia, il libro inizia con la crisi del governo Facta, che apre la strada alla chiamata di Mussolini: la notte degli imbrogli, coma la chiama Mola, quella tra il 27 e il 28 ottobre del 1922. Insomma si parte proprio dal momento topico, cruciale, del dramma non solo di Giolitti, ma dell’intero Paese, che si sta incamminando su una strada che sembra normale, ma normale non è, come si scoprirà presto, e come avvertirà lo stesso Giolitti, denunciando ben presto in Parlamento gli attacchi alle libertà statutarie (prima nel 25’ firmando un ordine del giorno di condanna del metodo di governo di Mussolini, poi nel ’28 votando contro la nuova legge elettorale che, sono sue parole, «segnava un definitivo distacco dal regime retto dallo Statuto»).
    Chiuso quel capitolo, con Giolitti che finalmente può concedersi un po’ di riposo e dedicarsi alle proprie memorie, si apre la narrazione vera e propria della lunga vita del leader piemontese, che utilizza come filo rosso le sorprendenti lettere familiari, in gran parte inedite e ricchissime di particolari politici e di analisi. Una vita che alterna studi, amore per la terra, e quindi abitudini, svaghi, amicizie, famiglia, ma soprattutto politica e lavoro, intesi entrambi con rigore e dedizione assoluti, secondo un’etica che definire calvinista non è certo eccessivo.
    Dal libro di Mola emerge quanto ci sia stato di permanente, al di là delle svolte tattiche, nella strategia politica di Giolitti: una politica di modernizzazione del Paese, di allargamento della partecipazione della società civile alla vita pubblica, di riforme nel senso profondo del termine. Tutt’altro da quella gestione del potere che gli è stata spesso attribuita. La sua opera rappresenta il culmine dell’età liberale, dà il nome a un’epoca (la sua centralità si rivela anche per l’attenzione che la satira del tempo gli ha dedicato) e per molti versi apre la strada al futuro democratico del Paese, sia per le riforme che realizza (e che gli sopravviveranno), sia perché forma una classe di grandi amministratori pubblici destinata a durare anche dopo il fascismo, garantendo quella continuità dello Stato che è stata il principale fattore di stabilità del nostro Paese, e non l’ostacolo alle riforme che alcuni hanno voluto vedere.

  9. #9
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    Corriere di Saluzzo, 12-12-2003
    Giolitti, un uomo "semplice"
    Miche Berra
    L’imponente opera di Aldo Mola rende giustizia al politico liberale
    GIOLITTI, UN UOMO “SEMPLICE”
    Biografia dello statista della val Maira

    Mancano ancora quindici giorni al 25 dicembre, ma c’è già – un tantino cellofanata e pagamente consumistica – l’atmosfera natalizia. Anche nei due giorni di festa (domenica 7, II d’Avvento e lunedì 8, Immacolata Concezione), molti negozi offrivano le loro vetrine rutilanti di luci e strade, piazze sfavillano di festoni: la volta dei portici del corso, a cinquanta passi da casa mia, è una ininterrotta selva di rami di abete: che pena quell’ecatombe di conifere.
    È già tempo di regali, ovviamente. Io ne ho già ricevuto due stupendi. Una strenna sontuosa ed intelligente: due bellissimi volumi che mi parlano anche molto di Saluzzo. Il donatore, persona che stimo e a cui voglio bene, è il professor Aldo Alessandro Mola (mi prega di ringraziare il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, Gianni Rabbia e la professoressa Lea Carla Antonioletti, Assessore alla cultura della città di Saluzzo: il mio grazie va equamente ad entrambi).
    I libri: Aldo Alessandro Mola, Giolitti. Lo statista della nuova Italia (pagine 547, Mondadori, collana “Le scie”, euro 19, rilegato ed illustrato); Il marchesato di Saluzzo. Da Stato di confine a confine di Stato a Europa, a cura di Aldo Alessandro Mola (pp. 354, Bastogi Editrice Italiana, euro 20).
    Ho appena finito le cinquecento e passa pagine di “Giolitti”. Onore al merito. Onore al bellissimo volume che consente, anzi reclama, diversi obiettivi di lettura. Esso è infatti nello stesso tempo una acuta monografia del grande statista, un dotto saggio di storia, una stimolante riflessione sui tempi in cui egli operò, che ne fu il continuatore legittimo di quegli eccelsi uomini di Stato: i Cavour, i Lanza, i Sella, i Depretis che han fatto l’Italia.
    Io, che non sono uno storico e sono negato a spulciare nelle vecchie carte e amo di più la storia alla Montanelli, o alla Petacca, ho gustato il volume di Mola con felice godimento.
    Appartengo ad una famiglia di antica tradizione liberale, che più che venerare, adorava Giolitti. Mio nonno, il cav. Michelangelo Tallone che sopra il letto teneva il ritratto di Giolitti, era, a Manta, Lagnasco, Verzuolo, Venasca, dove suo cognato era il notaio Maletti, un fervoroso propagatore liberale; mio padre, ancora nel 1924, fece propaganda per il tricolore, contrassegnato dal motto “sotto questa bandiera c’è gloria per tutti", io, se sono nato in Piemonte, lo debbo a Giolitti, da meno di due mesi per la quinta (purtroppo ultima) volta Presidente del consiglio (1920), che fece trasferire mio padre dalla malarica stazioncina di Albanella, dove Cristo non s’era già più fermato, a Moretta, dove il 23 agosto, nella stazione del treno, il forcipe del dottor Giuseppe Magno mi aprì gli occhi davanti al Monviso.
    Oggi, per me, il professor Mola è lo studioso giolittiano più autorevole, ma non solo per il libro che mi ha donato. Fin dai primi anni ’70 (che pena dire dell’altro secolo) Giolitti era già oggetto di suoi studi; nel 1978 egli pubblicò (L’Arciere edizioni) il volume Giovanni Giolitti. Grandezza e decadenza dello Stato liberale: libro di 328 pagine uscì in concomitanza del cinquantenario della morte dello statista. Ricordo, perché c’ero, che fu presentato dal prof. Renzo Gandolfo. Molto apprezzato anche da Vittorio Gorresio, che lo recensì su La Stampa del 17 novembre 1978. «Il corposo volume – notò l’illustre giornalista – ha una presenza e un peso di notevole importanza. Non è infatti una semplice raccolta di saggi occasionali disparati, ma
    l’organica elaborazione di un tema – condotta su documenti in parte noti ma in parte inediti – che è tuttora attuale… Un libro “ricco” insomma, che dobbiamo a uno studioso giovane (aveva 35 anni, ndr.) ma ormai non più alle prime armi nel campo delle ricerche sull’età giolittiana».
    Una autorevole recensione di un ottimo libro che conteneva già una catena fitta di notizie, di aneddoti proficui ai fini della conoscenza più profonda del personaggio, uomo che non dava confidenza e non palesava i suoi sentimenti. Ma di questa intelligente ed importante recensione non si trova traccia nel libro e neppure il nome di Gorresio c’è nell’indice dei nomi. Caro Aldo, perché? Sarebbe stata una ottima prefazione per il tuo “ultimo” Giolitti.
    Il volume, storicamente “serio” e avvincente come un romanzo, sin dalle pagine introduttive, il grande Giolitti rimane sempre un uomo “semplice”, nel senso di schietto e leale; legatissimo alla terra dei suoi avi, alla Valle Maira, a San Damiano dove trascorse i primi dieci anni di vita.
    Valle che fece conoscere ai sei figli (in specie ad Enrichetta, che porta il nome della nonna, la Plochiù di Cavour), la cui gente gli rimase sempre fedele. Per oltre quarant’anni fu il loro deputato e consigliere provinciale, sino al “lurido tradimento” (come scrisse Antonio Bassignano, che ne fu complice) perpetrato ai suoi danni nel dicembre 1925, quando Giolitti venne “venduto” per trenta denari al Partito fascista, in cambio del finanziamento governativo di opere pubbliche incompiute. Una tristissima pagina per la nostra provincia: è lo sgomento di Mola!
    Nel volume ci sono centinaia di inediti; e pure tante fotografie lo sono. Foto che restituiscono con evidenza la genuinità del vecchio Piemonte.
    Con Giovanni Giolitti (MondovÏ 1842-Cavour 1928), azzardatamente penso, si possa identificare la Belle Epoque italiana. Un’epoca storicamente importante, in cui l’Uomo di Dronero ha il merito di aver favorito con provvedimenti legislativi lo sviluppo industriale del Paese e di battersi (un esempio, la Statalizzazione delle ferrovie) per l’inserimento nell’ordine costituzionale dei grandi movimenti popolari (il socialista e il cattolico). La legislazione del lavoro e il suffragio universale (maschile) sono gli eventi più qualificanti dei suoi ministeri.
    Ha commesso pure degli errori, e Mola, da storico serio, li dice. Comunque Giolitti in tutta la sua severa, lungimirante grandezza oggi appare come il solo statista italiano degno di stare a fianco di Camillo Cavour.
    Il volume, Giovanni Giolitti, lo Statista della nuova Italia, verrà presentato lunedÏ 15 dicembre, alle 17,30, nel salone delle assemblee della Cassa di Risparmio di Saluzzo, in corso Italia. Ovviamente sar‡ presente l’autore e tante autorità.
    Il libro è stato realizzato in occasione del 75° anniversario della morte di Giolitti. Mola è giovane, ne farà un terzo per il centenario, nel 2028: auguri.
    Il volume era già stato illustrato al presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, durante la sua recente visita a Cuneo.
    Mi sono mangiato tutto lo spazio. Dirò in un prossimo articolo dell’altro volume, Il marchesato di Saluzzo: da Stato di confine a confine di Stato a Europa.

 

 

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