I cristiani evangelici che sostengono Israele
Testata: Il Foglio
Data: 28 ottobre 2006
Autore: Rolla Scolari
Titolo: «Gli amici ritrovati»
Dal FOGLIO del 28 ottobre 2006, un articolo di Rolla Scolari sul sostegno delle chiese evangeliche a Israele:
Che cosa hanno in comune un ebreo liberal di New York e un “born again christian” del Tennessee bisogna chiederlo a Yechiel Eckstein, rabbino ortodosso, democratico, che ogni anno raccoglie quaranta milioni di dollari in favore di cause ebraiche da donatori degli stati più rossi e conservatori d’America: direttamente dalle mani dei fedeli evangelici. Eckstein è il presidente dell’International Fellowship of Christians and Jews (Ifcj) che dal 1983, grazie alle donazioni di ebrei ed evangelici, raccoglie fondi per favorire l’immigrazione ebraica in Israele. Dal 1994, cinquecentomila cristiani americani (evangelici) hanno fatto donazioni alla sua associazione, aiutandolo a portare in Israele trecentomila ebrei e permettendo loro di fare “aliyah”, in ebraico “ascesa”, termine che indica l’immigrazione degli ebrei verso Israele e l’ottenimento della nazionalità. A inizio ottobre, l’Ambasciata cristiana internazionale di Gerusalemme, che rappresenta gli evangelici di 125 paesi, considerata la maggior organizzazione cristiano-sionista, ha annunciato di aver favorito dal 1989 l’immigrazione in Israele di centomila ebrei. Finanziata con donazioni di cristiani evangelici. Il 10 ottobre, durante l’annuale marcia di Gerusalemme, cui partecipano diverse componenti della società israeliana, il gruppo più numeroso era quello dei pellegrini evangelici in arrivo da tutto il mondo per la celebrazione della settimana della festa biblica dei Tabernacoli. E’ iniziata il 7 ottobre e ha attirato a Gerusalemme circa quattromila pellegrini. Meno rispetto agli anni passati, a causa della recente guerra al confine con il Libano. Hanno portato 15 milioni di dollari nelle casse dello stato, che ha sofferto, sempre per il conflitto estivo, di una caduta del 40 per cento nel numero dei turisti. Eckstein ha speso trent’anni a costruire ponti tra evangelici ed ebrei. “Il rabbino che amava gli evangelici (e viceversa)”. Così titolava più di un anno fa il New York Times Magazine un lungo articolo di Zev Chafets, che alla questione sta dedicando un libro che uscirà a gennaio (“A Match Made in Heaven: American Jews, Christian Zionists, and One Man’s Exploration of the Weird and Wonderful Judeo- Evangelical Alliance”). Spiega Eckstein che gli evangelici negli Stati Uniti negli ultimi trent’anni sono diventati più numerosi, più politici e soprattutto più importanti. Spiega come, sempre negli ultimi anni, la comunità ebraica americana abbia visto arrivare i più vibranti attacchi a Israele proprio dalla sinistra liberal cui tradizionalmente appartiene. “Israele e gli ebrei americani – dice Eckstein – si sono trovati più isolati e lontani dagli antichi alleati liberal. E’ aumentato il bisogno di trovarne di nuovi. All’improvviso hanno cominciato a notare il gruppo in crescita, di cui fa parte lo stesso presidente George W. Bush, che si definisce un born again christian”. Nel pamphlet dell’Ifcj, in cui si spiega chi sono gli evangelici, c’è scritto: “Gli evangelici credono che la fede in Gesù non sia un diritto di nascita o qualcosa conferito dalla chiesa. E’ una decisione che un individuo deve prendere per se stesso. Per questo, essi sottolineano l’importanza di un atto di accettazione di Gesù come loro salvatore personale, un atto conscio, intenzionale, che porta il credente a rinascere (born again, per l’appunto, ndr) a una nuova vita in Gesù”. Eckstein, dalla sala conferenze del nuovo ufficio di Gerusalemme, racconta al Foglio la sua storia sgranocchiando senza sosta noccioline. E’ giovane, sorridente, guadagna trecentomila dollari l’anno. Ha iniziato nel retro di un ufficio di avvocati. Non aveva una lira e nessuno gli dava fiducia. Nel 1977, quando lavorava all’Anti-Defamation League, fu mandato a sostenere la comunità locale di Skokie, sobborgo di Chicago, dove un gruppo nazista minacciava di organizzare una marcia. Il quartiere era popolato soprattutto da sopravvissuti all’Olocausto. Ad aiutarlo furono gli evangelici. Fu lì che scoprì il loro lato a favore di Israele e degli ebrei. “La comunità ebraica americana negli ultimi trent’anni – dice – sente che Israele è minacciato; che l’antisemitismo è in crescita. Ha bisogno di amici. Quando guarda a sinistra trova attacchi, a destra appoggio. Quindi si chiede: è più importante la sopravvivenza d’Israele o l’aborto e i diritti degli omosessuali?”. La risposta, secondo Eckstein, è Israele, “considerata da ogni ebreo la chiave per la propria sopravvivenza”, nonostante per anni la maggioranza liberal degli ebrei abbia guardato alla crescita degli evangelici, tradizionalmente conservatori e repubblicani, con sospetto. Zev Chafets non è d’accordo. Secondo lui, la metà degli ebrei americani non è interessata a Israele: “La questione che polarizzerà di più il voto ebraico è l’aborto. Le donne ebree in America sono le maggiori sostenitrici della libera scelta”. Poi c’è stato l’11 settembre. “Dopo quel giorno – dice Eckstein – è diventato chiaro che gli ebrei erano di fronte a una minaccia esistenziale, che l’antisemitismo nel mondo non era mai stato così alto dagli anni Trenta, che il terrorismo era in aumento”. Ciò ha portato all’intensificarsi dei legami tra ebrei ed evangelici americani, “contro l’islam radicale, per salvare le fondamenta della libertà e della democrazia”, spiega Eckstein, su questo d’accordo con Chafets, secondo il quale molti ebrei americani hanno un nemico in comune con gli evangelici dopo l’11 settembre. Eckstein si era definito “un moderato alla Lieberman”. Nel 2000 ha votato Al Gore e Joe Lieberman, ma nel 2004 è il “born again christian” Bush che ha ricevuto il suo voto. Non è soltanto perché gli evangelici credono nella lotta all’islam radicale e nelle fondamenta della libertà americana che hanno formato una alleanza con Israele, percepito come avamposto della democrazia in medio oriente. E’ la loro interpretazione letterale della Bibbia a costituire la base dell’amicizia. Scrive il libro della Genesi, capitolo 12, versetto 3: “E io benedirò quelli che vi benedicono e maledirò quelli che vi maledicono”, dove “io” è Dio e “vi” il popolo ebraico. Il ritorno degli ebrei in Israele è per gli evangelici un segno che il Messia sta per tornare, che la profezia di migliaia di anni fa si sta avverando. Così, infatti, leggono la nascita dello stato d’Israele e l’immigrazione degli ebrei. Il boom, infatti, Eckstein lo fa con la caduta dell’ex Unione sovietica. Negli anni Novanta, racconta, “vennero da me molti evangelici che volevano essere parte del miracolo: gli ebrei immigravano in massa dall’ex Urss verso Israele”. Con i primi soldi raccolti, Eckstein organizza un programma televisivo di trenta minuti “On wings of eagles”, su ali d’aquila, dal verso biblico: “Avete visto ciò che ho fatto agli egiziani e come vi ho portato su ali d’aquila e vi ho condotto a me” (Esodo 19:4). Sullo schermo, a care di assicurare il sostegno cristiano, Pat Boone, popolare rock star degli anni Cinquanta e fervente evangelico. I soldi cominciarono ad affluire senza sosta. Dopo gli ebrei russi fu la volta degli etiopi. Ora l’associazione non soltanto porta nuovi ebrei in Israele, ma assiste anche quelli rimasti indietro; quelli cha arrivano e non hanno casa, lavoro, non parlano la lingua; oppure mette a disposizione fondi in casi d’emergenza come durante la guerra in Libano. A molti ebrei ortodossi non piace la promiscuità di Eckstein con i cristiani. Alcuni considerano un peccato il solo fatto di entrare in una chiesa. E’ stato accusato di essere un convertito. Anni fa, alcuni rabbini di New York misero su un tribunale per processarlo con l’accusa di “insegnare la Torah ai gentili”; una pubblicazione ultraortodossa, ricorda il New York Times Magazine, ha definito il suo lavoro “una maledizione”. Abraham Foxman, direttore nazionale dell’Anti Defamation League, lo ha attaccato dicendo che “svende la dignità del popolo ebraico”. Agli ebrei liberal non interessa la sua relazione con i cristiani: sono infastiditi dalla sua promiscuità con i repubblicani. Per molti, gli evangelici non sono altro che fanatici. Altri guardano con sospetto alla profezia evangelica della “fine dei tempi”, quando secondo l’Apocalisse tornerà il Cristo e gli ebrei si convertiranno. Eckstein lavora a stretto contatto con l’Agenzia ebraica, organizzazione che si occupa dell’immigrazione degli ebrei in Israele. Il portavoce Michael Jankelowitz conferma la continua cooperazione e l’apporto annuale di quasi dieci milioni di dollari da parte degli evangelici di tutto il mondo alle casse dell’organizzazione. Negli stessi anni in cui iniziava l’avventura di Eckstein, prendeva piede anche l’attività dell’ambasciata cristiana internazionale di Gerusalemme. “Abbiamo aiutato uno su dieci del milione di ebrei che sono immigrati in Israele dall’ex Unione Sovietica dal 1990 – spiega al Foglio il portavoce David Parsons – abbiamo finanziato il viaggio di ventimila sone”. L’organizzazione si occupa di andare a scovare remote comunità ebraiche nelle parti più isolate dell’ex Urss o in altri paesi del mondo per raccontare loro della possibilità di trasferirsi in Israele. Oltre al viaggio, “abbiamo aiutato almeno diecimila persone a sistemarsi qui”. I fondi arrivano da donazioni private. “Il ritorno degli ebrei in Israele dimostra che Dio sta mantenendo le proprie promesse – spiega Parsons, fervente evangelico – e che noi stiamo servendo un Dio che mantiene le promesse. Rispettiamo la scelta di Dio. Non è perché gli ebrei siano migliori di altri popoli, li appoggiamo perché la scelta di Dio è l’amore per tutti. Li ha resi una nazione affinché essi siano l’esempio di che cosa significa camminare nella sua obbedienza. Sono serviti da modello”. La nascita d’Israele è la prova che Dio mantiene le promesse, riassume Parsons, la camicia della Ralph Lauren bianca stropicciata. La sede dell’ambasciata si trova in un antico e fantastico edificio in pietra bianca, con un giardino curato. Giovani ragazzi americani in jeans e maglietta – in arrivo da parrocchie di qualche stato dell’Unione compreso nella “evangelical belt” (sud e dintorni degli Stati Uniti) a giudicare dai versetti della Bibbia stampati su ognuna – non smettono di scaricare casse, scatoloni e materiale da un camion, per l’attività dell’ambasciata. Quest’anno, tra i pellegrini giunti in Israele per la festa dei Tabernacoli, c’erano anche cento evangelici delle isole Fiji. “Non hanno mai visto un ebreo in vita loro – dice Parsons – ma hanno letto la Bibbia; hanno letto che Dio ama gli ebrei” e sono venuti a Gerusalemme. L’anno scorso, in autunno, il ministro del Turismo ha reso pubblico un progetto per costruire, in partnership con la chiesa evangelica americana, un Centro cristiano in Terra santa, sulle rive del lago Tiberiade, nel nord, dove hanno avuto luogo le principali scene del Vangelo. Il governo israeliano offre gratis i 125 acri di terra in cui sorgeranno un parco e un centro accoglienza visitatori. Nel progetto, un giardino dove coltivare le piante menzionate nella Bibbia; un anfiteatro per duemila fedeli; una serie di sentieri da trekking che ripercorrono i passi della vita del Cristo. Costerà sessanta milioni di dollari. Tra le persone coinvolte nel progetto, il celebre telepredicatore evangelico Pat Robertson. Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano dal 1996 al 1999, curò molto i contatti con gli evangelici americani. Fu Menachem Begin, spiega Chafets, il primo ad accorgersi, alla metà degli anni Settanta, della possibilità di un’“alleanza naturale”. Dopo di lui, i premier, chi più chi meno, sfruttarono questa corsia preferenziale. Oggi, alla Knesset, il Parlamento israeliano, esiste dal 2003 un gruppo di 14 deputati (provenienti da tutti i partiti: Likud, Shas, National Union, Avoda…) che fa lobby per fortificare le relazioni con i cristiani. I membri partecipano a viaggi in diversi paesi del mondo, Ucraina, Singapore, Stati Uniti, Filippine, per incontrare le comunità del luogo. Le visite sono pagate da associazioni cristiane. “Questi gruppi – scriveva nel 2005 Yedioth Ahronoth – non hanno problemi di denaro e i membri spesso esprimono posizioni molto più a ‘destra’ rispetto a quelle degli stessi deputati della Knesset, in particolare sulla promessa di Dio della terra d’Israele al popolo ebraico”. Anche in Israele ci sono detrattori dell’alleanza: parte della sinistra laburista, che non è politicamente vicina ai repubblicani americani; la destra religiosa che vede peccaminosa la relazione con i cristiani; il campo arabo israeliano, insospettito dall’amicizia. Il rabbino Eckstein, sostenitore del piano di ritiro da Gaza di Ariel Sharon, è stato anche un consigliere non ufficiale dell’ex premier, scrive il New York Times Magazine. Oggi sta lavorando a portare in Israele una delle tribù bibliche “perse”. Il mese prossimo, dal nord dell’India, arriveranno i primi 218 membri della tribù di Bnei Menashe.





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