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    C. Harlock. Le ragioni di un mito secondo Filippo Mazzarella

    Piacevole articolo:

    http://www.deagostiniedicola.it/fron...t=11&artID=760

    La Saga di Harlock - L'anello dei Nibelunghi

    Le ragioni di un mito secondo Filippo Mazzarella


    Per molti, quorum nos, diventa quasi difficile parlare di Capitan Harlock con quel distacco professionale e quella distanza critica che a volte questo mestiere richiede per statuto di credibilità. Perché volenti o nolenti lui (anzi, Lui) è (o dovrebbe essere, se il mondo fosse un posto giusto e bello) la Madame Bovary di tutti noi. Certo lo è per il suo autore Leiji Matsumoto che, non me ne vogliano i fan di Go Nagai o di Hayao Miyazaki, è IL PIU’ GRANDE AUTORE GIAPPONESE DI TUTTI I TEMPI.Punto. E si capisce perché.

    Per noi che ci siamo formati purtroppo (o per fortuna?) sulla fantascienza classica, su un certo cinema americano, sui languori esistenziali e metafisici di molta narrativa “eccentrica” (vi dice niente “Solaris” di Stanislaw Lem, tanto per dire?) e sulle coordinate del fumetto americano, Matsumoto è una figura di sintesi, un ponte tra due universi, una chiave (magica) d’accesso. Pensate alla potenza dei suoi personaggi, Harlock in primis: idealisti destinati al tormento e alla leggenda, utopisti libertari condannati alla malinconia, osservatori (o protettori) di mondi in decadenza e ciò malgrado decisi a sfidarne l’ineluttabile fine o la caduta nel baratro dell’abiezione.

    E le sue donne, ah, lo sguardo di quelle incredibili sue donne. Meriterebbe un approfondimento a parte, altre mille righe di un articolo che andrebbe scritto prima o poi, magari qui ma non ora. Vi dico solo: la Regina dei Mille Anni -capolavoro assoluto-, e tralascio volutamente Yamato e Galaxy Express, OK? Ma, aggiungo: avete visto/sentito quell’oggetto strabiliante che è Interstella 5555?

    Viaggiatori illuminati a cui viene offerta la possibilità di tagliare i ponti col mondo e partire per uno spazio sconfinato che altro non è che la metafora pantografata del nostro microcosmo interiore. Matsumoto è la ricerca di sé, la melancolia libera di crogiolarsi in se stessa per trovare una spinta propulsivo-propositiva, la speranza di un riscatto sempre possibile. E il suo legame con la nostra cultura di riferimento occidentecentrica, se mi passate l’orribile neologismo, è fortissimo: uomo di immensa cultura, oltreché essere umano di sensibilità non comune, Matsumoto ha saputo per esempio (consapevolmente, e meglio di qualunque altro autore di manga e anime), conferire alla sua opera quell’idea di “continuity” che da sempre è il cardine del fumetto supereroico americano classico (coi personaggi che s’incrociano e serie diverse che a volte confluiscono in un unico corpus, in un universo interconnesso) è riuscito a distillare nel suo lavoro metabolizzazioni più o meno marcate delle inquietudini asimoviane o delle stasi meditative di un Arthur C. Clarke (e ci fermiamo qui, citando giusto i più noti). Nonché il concetto stesso di space-opera, che informa tutta la sua gigantesca, sublime produzione.

    E lo scarto tra Harlock e gli altri, pensate, è così forte che perfino gli autori delle immortali liriche della sua sigla TV se n’erano usciti con un sintetico ma preciso -e romantico- identikit: “un pirata tutto nero che per casa ha solo ciel / ha cambiato in astronave il suo velier / nel suo occhio c’è l’azzurro, nel suo braccio acciaio c’è / nero il suo mantello, mentre il cuore bianco è. A me questa cosa del cuore bianco mi ha sempre commosso: che differenza tra la trasformazione “in razzomissile con circuiti di mille valvole” –le famose valvole nei circuiti, alla faccia della modernità e del cyberpunk di là a venire...- di Atlas Ufo Robot, là dove tutto iniziò...

    Volendoci spingere all’eccesso, pur consci che verosimilmente l’affermazione è una nostra proiezione e non un’applicazione matsumotiana cosciente delle teorie psicoanalitiche, potremmo perfino dire che nelle opere e nei personaggi di Leiji Matsumoto la significazione profonda di ogni singolo dettaglio, narrativo e psicologico, è una sorta di ricognizione negli archetipi junghiani: e se ci pensate un attimo (ecco, l’interattività: se vi va, questo è il vostro “compito a casa” per questa volta!), ecco che non è così difficile rintracciare, anche solo all’interno della saga di Harlock, la presenza di quelle simbologie universali che sono il trait d’union necessario alla elaborazione delle teorie junghiane (fateci sapere).


    A suffragio della plausibilità di questa ipotesi (cioè dell’incredibile consapevolezza dell’autore e della vastità sorprendente delle sue fonti d’ispirazione) c’è proprio questa Harlock Saga di cui mi auguro stringiate tra le mani il primo capitolo: che altro non è se non una trasfigurazione dell’opera wagneriana “L’anello dei Nibelunghi” dove lo spirito tormentato di Capitan Harlock (il character design è di Hideyuki Motohashi, e sulle prime sorprende: non abbiate pregiudizi) si specchia e si sovrappone a quello dell’eroe Sigfrido, e dove il fiume Reno, custode di un inestimabile tesoro, diventa un pianeta minaccioso dove si trova un lago nelle cui acque è nascosto un elemento magico con cui forgiare l’anello (assoluto? C’è aria di Tolkien da queste parti?) che potrebbe avvicinare umani e dei. Aggiungete a tutto ciò il fatto che a trasferire sullo schermo cinematografico l’epopea di Sigfrido fu, nel 1924, un tale regista tedesco di nome Fritz Lang. E ditemi se in questo sapore di mitteleuropa che evidentemente ha informato più di quanto non siamo disposti a credere il pensiero e la sensibilità matsumotiana stona davvero così tanto l’accostamento sopra esposto con le teorie coeve del celebre seguace svizzero di Sigmund Freud...

    Vabbè. Capitan Harlock c’est moi...dunque? Per il suo autore (che spesso ha dichiarato di aver trasferito in immagini il suo sogno di tutta una vita: volarsene via dal mondo) senz’altro. Per me che ho vissuto in presa diretta da quattordicenne un po’ giovane Werther la sua prima messa in onda anche. E il club, ne sono convinto, potrebbe vantare parecchi altri iscritti e catturarne ex-novo.

    Anche perché se non vi commuove l’incredibile battaglia sulle note della Cavalcata delle Valchirie (dimentichiamo, per una volta, le -giuste, ma trite- menate sull’ideologia wagneriana) vuol dire che avete davvero il cuore di pietra.


    Filippo Mazzarella

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  2. #2
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    Terrestri, il mio sarà un post ben sintetico e certo non cosi intellettuale come questo che lo precede, però io ho trovato le mazoniane della prima serie di Capitan Harlock che erano sue nemiche , uno stupendo insieme di personaggi femminili innovativo nei cartoni animati , un modo diverso di vedere la femminilità al di la di qualcosa del profilo solito di bambola o spalla del protagonista

  3. #3
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    mi ha lasciato perplesso come è finita la prima serie,il mistero della regina rafleisa , un umana, in questo la loro figura lascia dei interrogativi

  4. #4
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    la mitica Arcadia! Quanti ricordi!

 

 

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