Ma Ferdinado II, che i gironali dell'epoca, appellavano NOSTRO SIGNORE seppe difendere i Suoi Popoli dalla setta. La morte lo colse troppo presto, morto lui finì tutto... e come scrisse Ferdinando Russo anni dopo:
"Chest'è, quann' 'a Furtuna è na zuzzosa!
Si tu 'o rilorgio 'o guaste int' 'o cungegno,
hai voglia 'e l'accuncià, ca nun è cosa!
E accussì fui! Muort'isso, muorto 'o Regno!
'A strata se facette ntruppecosa,
Galibbarde aspettava e avette 'o segno;
cade Gaeta, doppo quatto mise,
e nui... natàimo ttutte int' 'e turnise!
Ah! Ah! Me vene a ridere, me vene!
Ogneruno sperava 'ave na Zecca,
tanta renare quanto so' ll'arene,
'a gallenella janca, 'a Lecca e 'a Mecca!
Faciteme 'e bere, sti ppanze chiene!
Seh, seh! Quanno se ngrassa ?a ficusecca!
Comme scialammo bello, dint'a st'oro!
Sciù pe' la faccia vosta! A vuie e a lloro!
Ccà stammo tuttuquante int' 'o spitale!
Tenimmo tutte 'a stessa malatia!
Simmo rummase tutte mmiezo 'e scale,
fora 'a lucanna d' 'a Pezzentaria!
Che me vuò di'? Ca simmo libberale?
E addò l'appuoie, sta sbafantaria?
Quanno figlieto chiagne e vo' magna,
cerca int' 'a sacca... e dalle 'a libbertà!"

Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861

"Carlo Alberto si era lanciato nella guerra contro l'Austria senza dichiararla, stratagemma poi usato anche da suo figlio nelle Romagne e nel nostro Regno, dimostrazione evidente che il disprezzo del diritto altrui è caratteristica principale del diritto piemontese.
Da sempre è stato costume dichiarare una guerra prima di farla, addirittura gli antichi romani avevano dei magistrati appositamente incaricati di tale bisogna, nel medioevo vi erano gli appositi araldi d'arme, nei tempi moderni si usa inviare messaggi e note scritte, per cui necessariamente da selvaggi i piemontesi devono aver preso l'esempio di assalire a tradimento.
Questi ricostruttori della grandezza italiana per ora hanno messo quest'ultima novità davanti alla misera Italia, in passato maestra di civiltà.
L'essersi collegata con la setta mondiale, in permanente guerra con ogni società, mette evidentemente la casa Sabauda al di sopra di tutte le leggi sociali.
I primi napoletani giunti in Lombardia al seguito della Belgioioso, dopo una breve scaramuccia presso il villaggio di Ponale si sbandarono, ed alla spicciolata fecero ritorno a casa. Reclutati nella melma svergognarono il nome napoletano, nel loro passaggio attraverso le terre italiane compirono ogni sorta di eccessi, ritenevano loro diritto ricevere vitto e alloggio e denaro per il viaggio, ed il nostro console a Livorno per levarseli tutti di torno riconobbe loro tre ducati a testa e li imbarcò.
Dopo le cinque giornate di marzo gli austriaci si erano rifugiati nelle quattro fortezze che rendono possibile il dominio del milanese, e cioè Mantova, Peschiera, Verona e Legnago.
II Re sardo, passato il Ticino e giunto a Milano, si era poi diretto per Brescia e Cremona e. superato l'8 il ponte a Goito aveva schierato i suoi 50.000 piemontesi lungo il Mincio, con la destra verso Mantova e la sinistra verso Peschiera. Qui si fermò poiché non poteva più procedere lungo l'Adige lasciandosi alle spalle queste due fortezze, che gli avrebbero impedito i collegamenti con Torino e probabilmente anche una eventuale ritirata.
Sarebbero stati necessari due eserciti per assalire contemporaneamente il Mincio e l'Adige ed assediare nello stesso tempo le 4 fortezze, inoltre Mantova poteva sempre lavorare su entrambe le sponde, mentre chi attacca ne deve necessariamente lasciare libera una.
Quindi il Sardo con un solo esercito non poteva far altro che fermarsi a Mantova, ed anche questa attaccando da un lato solo.
Si era accampato a Grazie, Curtatone, Montanara e S. Silvestro, proprio alla sinistra della città.
Questo schieramento fu poi criticato come poco avveduto, perché essendo il Mincio difficile da guadare e con pochi e deboli ponti in legno, l'esercito invasore restando con il nemico di fronte ed il fiume alle spalle non aveva altra via di ritirata che il ponte in pietra di Goito, che può da Mantova essere assalito da due parti con conseguente disastro per l'esercito in ritirata, che sarebbe rimasto isolato e senza rifornimenti in terra straniera.
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Il governo napoletano appena saputo della rivolta in preparazione nelle Calabrie, delle milizie in preparazione in Sicilia e dei sobillatori circolanti per tutto il Reame e deciso ad opporsi cambiò molti dei funzionari civili nominati dal Trova, fornendo nuovi e decisi ordin ma non, riuscendo in tal modo a frenare l'attività rivoluzionaria realizzò di aver necessità di disprre sul proprio territorio di un esercito pronto da impiegare dove ci fosse la necessità.
Gli stessi ministri del 3 aprile, coma già detto, il 29 chiesero il rientro di parte dei solititi! all'estero: il nuovo ministero conservatore ne aveva maggiori motivi con la Sicilia di nuovo ribelli e minacciosa, le spiagge aperte ed indifese, l'esercito lontano ed agli ordini di un altro Re col quale mancavano ufficiali alleanze.
Queste motivazioni furono anche notificate al governo sardo, e dopo fu inviato il brigadiere Antonio Scala con l'ordine di portare indietro il Pepe.
Questa è la ragione delle accuse dalla setta rivolte a Ferdinando di aver tradito la causa nazionale agevolando la vittoria austriaca, senza però accusare sé stessa della guerra civili suscitata a Napoli e nelle province, delle espresse voglie repubblicane, delle lampanti aspirazione ad una fusione degli stati italiani.
Era preciso dovere del Sovrano provvedere alla salute propria ed all'autonomia del suo Regno invece di far trionfare i suoi scoperti nemici.

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Il Pepe, da buon mazziniano, non era uomo da obbedire al Re e, essendo impegnato ad indebolire Ferdinando certo non voleva rendergli l'esercito fedele. Per cui, prevedendone l'opposizione, era stabilito che dovunque egli fosse lo potesse sostituire lo Statella.
Quindi lo Scala, correndo da Ancona a Bologna ed incontrando per strada qualche reggimento già comunicava l'ordine di fermarsi, ma già la prima divisione lo aveva preceduto a Ferrara
Notificato l'ordine sovrano allo Statella insieme a questi la sera del 22 maggio si presentali al Pepe per consegnargli la lettera ministeriale attestante il fatto che, essendo il Regno sotto il diretto attacco della rivoluzione, gli imponeva di rientrare subito entro le frontiere. Essendo sicuro dei soldati già andati a Ferrara non fece sottoscrivere le stesse dichiarazioni ai loro colonnelli, così come fece con la seconda Divisione.
Il comandante Zola lì stampò l'ordine impartitogli dal Leopardi, cercando con questo sistema di convincere i soldati a proseguire, ma le notizie del 15 maggio appena arrivate tra loro avevano prodotto un gran fermento, tutti pensavano alla Patria in pericolo, alle loro famiglie vessate dai faziosi, e soprattutto realizzarono appieno di non sentire loro quella guerra, di non aver fiducia nel comandante; ragionavano sugli ordini di rientro dello Statella inviati e subito revocati, in questo scorgendo evidente segno di infedeltà.
Accadde allora che al comando di riunione in piazza di una compagnia subito un'altra sì associa, ed entrambi posano a terra le armi appena impartito l'ordine di marcia gridando di aspettare per quello il diretto ordine del Re.
Inviano quattro ufficiali a Napoli per avere notizie, e di questi due riescono a passare e gli altri, minacciati di fucilazione quali disertori dal Pepe tornarono indietro ed i soldati, credendo morti gli altri due si ammutinarono.
Sorsero discussioni tra i sottufficiali: le parole, i desideri, le fantasie, tutte queste cose insieme fecero loro gridare "Viva il Re Nostro!", e senza altro dire uscirono da Ferrara. Il Zola tentò allora almeno di portarli a Bologna presso l'altra Divisione, ma i soldati decisero di prendere direttamente per Ravenna e quindi i propri confini, gridando: A Napoli, dove il Re ci chiama!
Allora il Pepe inviò un messaggio in cui dichiarava disertore davanti al nemico chiunque non fosse tornato a Ferrara e fece maggior danno, in quanto subito gli fu reso il nome di traditore datogli fin dal 1820.
Per avere indietro almeno i tre reggimenti di cavalleria fece un altro proclama, ricordando le glorie dei cavalleggeri napoletani nel 1796 in Lombardia (dimenticando che allora combattevano per il Re e a fianco degli austriaci contro la repubblicana Francia), ordinando che passassero il Po quello stesso giorno presso Stella: fuori di pochi ufficiali a lui fedeli non fu ascoltato da nessuno.
Comandava lì la brigata il colonnello Lahalle, che poco prima spontaneamente aveva combattuto il Carducci nel Cilento, e che con l'avvento della costituzione molto era stato insultato dalla stampa liberale, scegliendo di partecipare a questa guerra per riguadagnare simpatie pubbliche.
Questi, vedendosi dai soldati spinto indietro e dal Pepe minacciato di essere considerato disertore temette nuovi assalti giornalistici ed uscì fuori di senno.
Giunto a Bagnacavallo rivolse parole incoerenti ed insulse ai suoi ufficiali, si recò in testa alla colonna in procinto di partire e si tirò un colpo di pistola alla tempia.
La truppa comunque partì, ed il Leopardi inviò il tenente Camillo Boldoni, che aveva appena disertato e che si vantava di essere in grado di convincere una batteria posta in coda alla colonna: per far questo gli furono consegnati anche dei denari da parte del segretario milanese Correnti. Naturalmente il Boldoni sapeva perfettamente che al solo sentire qualcosa di simile i soldati lo avrebbero sbranato e non si fece vedere per niente da loro, e salvo intascare il denaro consegnatogli non fece altro.
Il Pepe si infuriava per tutta quella serie di disubbidienze a lui personalmente dirette, ma non ebbe il coraggio di muoversi personalmente, preferì proclamare disertore tutto l'esercito ed ordinare alle popolazioni di opporsi ad esso in tutte le maniere e con ogni tipo di arma.
Proprio lui, vero disertore e disubbidiente ad un preciso ordine del suo Re cui aveva prestato giuramento di fedeltà, dichiarava disertore chi invece a quello stesso ordine obbediva
, proprio lui, napoletano, invitava le genti italiane ad uccidere altri napoletani.
Fortunatamente tanta carità di Patria non trovò molta eco, e quantunque già a quei tempi i siciliani avessero sparso dappertutto odi e sospetti contro i napoletani, ed gli insieme a tutta la setta lavorasse per muovere le popolazioni contro di loro pure nessuno lo ascoltò.
La seconda Divisione intanto aspettava intorno a Bologna il ritorno del Grillo con gli ordini del Re, e lì alla sera del 31 un Dragone uccise in una rissa due addetti alla finanza ed allora i Bolognesi, credendo fossero sempre sufficienti gli schiamazzi come con lo Statella presero a tumultuare, minacciando di assalire i nostri fuori di Porta Saragozza venendo rapidamente dispersi dalla carica di soli 24 lancieri con le armi sguainate."