.....si vede in tv
In un limpido articolo apparso sabato sul Corriere, Piero Ostellino ha finalmente strappato la maschera riformista dal volto di Prodi, chiedendosi, non senza ragione, se la presenza ricattatoria della sinistra radicale non stia diventando un alibi comodo per «l'afasia politica e culturale» dei riformisti al governo e per la loro comprovata «incapacità sia di elaborazione programmatica, sia di azione parlamentare».
Si tratta per l'ex direttore del Corriere di «riformisti senza riforme», cioè di persone che invocano le riforme solo per ragioni propagandistiche, ma che rappresentano la negazione vivente di ogni autentica volontà di cambiamento. Infatti solo persone sprovvedute o in malafede possono pensare che il riformismo rientri nel codice genetico dei post-comunisti al governo, cioè di una classe dirigente che nella sua lunga storia ha conosciuto solo la teoria e la prassi dell'egemonia gramsciana tesa non tanto a riformare lo Stato quanto ad occupare a livello di società tutti i fortilizi (mediatici, scolastici, giudiziari, finanziari e burocratici) in grado di accerchiarlo e quindi di sottometterlo, come sta avvenendo col governo Prodi.
Con una piccola conseguenza, tuttavia, che ricorda da vicino quegli arditi dannunziani che durante la guerra del '15-'18 si affannavano ad assaltare le trincee nemiche facendo numerosi prigionieri, ma che, alla richiesta di trasferire questi ultimi in Italia, rispondevano che i comandanti austriaci non ne volevano sapere.
I comunisti italiani, dopo avere impiegato mezzo secolo per occupare la magistratura, hanno finito col diventare prigionieri non solo delle richieste corporative dei magistrati, ma anche della loro inclinazione forcaiola e giustizialista.
La stessa cosa è avvenuta con l'occupazione della Rai.
Credo che in Italia solo Alberto Ronchey, sempre sul Corriere di sabato, si stia meravigliando del degrado culturale e morale dell'attuale servizio pubblico: degrado che ha una origine ben precisa nel fatto che l'intera struttura è rimasta pressoché identica a quella varata nel 1975 (legge 103), quando i tre maggiori partiti italiani detenevano oltre l'82% dei voti: di qui la creazione di tre canali e di tre telegiornali affidati rispettivamente alla Dc, al Psi e al Pci. Da quel momento la prassi lottizzatrice è diventata norma e ha portato, da un lato, alla mol tiplicazione dei costi e degli sprechi (come se esistessero tre aziende in una) e, dall'altro, ha generato una sorta di selezione alla rovescia dei quadri interni, per cui i più capaci e preparati sono stati via via sostituiti dai più fedeli e servili.
Il risultato di questa miscela di sprechi professionali e finanziari è sotto gli occhi di tutti; da un lato un ente mastodontico dai riflessi lenti e appannati (quindi facilmente aggirabile dalla più agile iniziativa privata) e, dall'altro, la graduale demotivazione e deresponsabilizzazione dei quadri intermedi e dirigenti.
Non a caso oggi persino Claudio Petruccioli, presidente della Rai, sostiene che il servizio pubblico sforna «programmi al di sotto della decenza».
A ben vedere, la stessa sopravvivenza anacronistica di tre canali generalisti poteva avere una sua giustificazione storico-politica, quando questi avevano nei tre partiti maggiori l'azionista di riferimento. Da oltre 12 anni quei partiti sono scomparsi o, meglio, sono scomparsi, eccetto uno solo, il Pci-Pds-Ds che, una volta al governo nel 1996, non ha fatto altro che riempire pacificamente il vuoto lasciato in Rai da tutti gli altri.
Se a tutto ciò si aggiunge la circostanza che nel frattempo è scomparsa anche la democrazia all'interno di tutti i partiti e che mai la partitocrazia senza veri partiti è stata così forte, è facile immaginare come la dialettica politico-culturale all'interno della Rai sia degradata a una guerra tra bande, e come la moneta cattiva abbia finito col sopprimere la buona. Ecco perché una riforma della Rai che si limiti a togliere una rete a Berlusconi (magari per darla a De Benedetti o a Rcs) è la dimostrazione più chiara del fallimento della cultura riformista da parte dei partiti che governano il nostro Paese.
di SANDRO FONTANA su Libero
saluti




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