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  1. #1
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito 4 novembre, festival dell'ipocrisia e della retorica italiane

    Si avvicina l'infausta ricorrenza del 4 novembre, celebrata dai servi della patria con la riscoperta di santi e icone, lo sventolio di tricolori sdruciti, l'esaltazione di morti innocenti e guerre schifose, insomma quel festival dell'ipocrisia e retorica nazionaliste che ci nausea oltremodo.

    Inventata dai fascisti e usata poi dalla repubblica antifascista quale "Giorno dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate". Delirio, la solita voglia di cementificare ed unire con le falsità e le menzogne di cui lorsignori sono capaci.

    A Bussoleno (To) c'era una lapide (distrutta nel 1921 dai fascisti) che cominciava con queste parole:

    "PER QUELLO CHE FU SOFFERTO
    NELL'OZIO DEPRAVANTE DELLA CASERMA
    SOTTO IL BASTONE DELLA SERVITU'
    NEL LEZZO DELLE TRINCEE
    NELLE VIGILIE DI MAGNIFICATE CARNEFICINE..."


    Qui sotto trovate qualche articolo di quando La Padania era ancora un quotidiano, nel novembre 1998.

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  2. #2
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito 4 Novembre 1918: la vittoria

    L'Italia si appresta a celebrare nella retorica gli ottant'anni di un inutile massacro

    Sulla coscienza 650mila morti "per cementare l'unità della Nazione"


    di MORGANA


    «Bollettino della vittoria. Comando Supremo. Quattro novembre 1918, ore 12. La guerra contro l'Austria-Ungheria, che sotto l'alta guida di Sua Maestà il Re, Duce Supremo, l'esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per quarantuno mesi, è vinta». Con queste parole il capo di stato maggiore Armando Diaz proclamava trionfante alla Nazione intera il trionfo della "Patria". Una guerra costata all'Italia 650 mila morti, 947 mila feriti, 600 mila tra prigionieri e dispersi su un totale di poco più di 5 milioni e mezzo di mobilitati. E che poteva essere evitata. Dichiaratasi neutrale il 2 agosto 1914 per non violare gli accordi della Triplice Alleanza, i ministri degli esteri (Antonio di San Giuliano, poi Sidney Sonnino) trattarono con l'Austria la questione delle terre irredente. Si volevano ottenere quelle porzioni di penisola ancora in mano imperiale e considerate italiane a tutti gli effetti. Fallite le trattative con l'Austria, che non voleva soggiacere ad un ricatto, si passò alla maniera italica al tavolo dell'Intesa. Il governo, col consenso del re e all'insaputa del Parlamento, concluse il 26 aprile 1915 il Patto di Londra: l'Italia doveva scendere entro un mese in guerra a fianco di Inghilterra, Francia e Russia; in caso di vittoria, avrebbe ottenuto il Trentino, l'Alto Adige, Trieste, Gorizia, Gradisca, l'Istria fino al Quarnaro, il nord della Dalmazia e il porto albanese di Valona. Quello che Salandra chiamava il "sacro egoismo" dell'Italia (e che fece definire la grande guerra anche come "quarta guerra d'indipendenza", il coronamento del processo di unità del Paese), il 24 maggio 1915 inaugurò uno dei massacri più inutili della nostra storia, una carneficina non impedita dagli stessi quartieri generali, che conoscevano benissimo lo stato delle nostre truppe, come dimostra lo stesso comandante in capo Luigi Cadorna, che nelle sue Memorie scrisse: «L'esercito italiano si trovava in uno stato di vera prostrazione. Non è esagerato il sostenere che se l'Austria l'avesse attaccato fin dalla proclamazione della neutralità, avrebbe trovato il paese quasi senza difesa». Scrive il soldato e scrittore Carlo Emilio Gadda: «I nostri uomini sono calzati in modo da far pietà: scarpe di cuoio scadente, e troppo fresco per l'uso, cucite con filo leggero da abiti anzi che con spago, a macchina anzi che a mano. Dopo due o tre giorni di uso si aprono, si spaccano, si scuciono, i fogli delle suole si distaccano nell'umidità l'uno dall'altro. Chissà quelle mucche gravide, quegli acquosi pancioni di ministri e di senatori e di direttori e di generaloni: chissà come crederanno di avere provveduto alle sorti del paese con i loro discorsi, visite al fronte, interviste, ecc. Ma guardino, ma vedano, ma pensino com'è calzato il 5° Alpini!». Le calzature erano scucite, ma in compenso (come testimonia anche Emilio Lussu in Un anno sull'altipiano ) «sulle scarpe distribuite al battaglione c'era scritto "Viva l'Italia!". Dopo un giorno di fango abbiamo scoperto che le suole erano di cartone verniciato color cuoio». Esse erano perciò rivestite dello stesso tricolore che oggi, e ogni anno in questo anniversario, avvolge la retorica e la falsità di chi la guerra non l'ha fatta ma ne parla come se fosse stato presente. Stiamo attenti a chi ancora oggi fa passare questo omicidio collettivo per un momento di «alta coscienza di patria» che ha cementato l'unità del giovane Paese. Chiediamoci se quei soldati sapevano davvero perché erano stati mandati a morire. La risposta non è così scontata.

  3. #3
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Quanto l'ideale della patria uccide

    di Morgana


    A volte i numeri sono impietosi. Nella tabella qui a fianco trovate tutte le cifre dell'immane massacro suddivise Paese per Paese: i mobilitati, i caduti effettivi, i feriti, i prigionieri e dispersi. Milioni di uomini coinvolti e sacrificati sull'altare dell'imperialismo e del nazionalismo, spesso mandati in battaglia senza sapere il perché. A distanza di ottant'anni, vogliamo ricordare questa dolorosa pagina della nostra storia, evitando la retorica e la pompa con la quale i politici e le istituzioni sono soliti celebrare gli anniversari. Senza parate, senza ostentazioni, e soprattutto senza tricolori e senza inni di Mameli. Scriveva Paolo Monelli in mezzo agli eventi, a proposito di un soldato caduto in un assalto: «Tu eri morto così da poco ed eri già nulla, massa grigia destinata a puzzare rannicchiata contro la roccia.I viventi frettolosi non sanno più nulla di te, i viventi abituati alla guerra come ad un ritmo sempre più celere di vita». Chi oggi si ammanta del tricolore e condanna chi non vi si riconosce più, farebbe bene a ricordare che proprio a causa di quel tricolore 650 mila uomini - la maggior parte senza saperlo - , ottant'anni fa, sono morti.

  4. #4
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Oltre alle granate del nemico, le decimazioni di Cadorna

    di Morgana


    Un capitolo particolarmente squallido della grande e patriottica guerra fu scritto dal generale Luigi Cadorna, che si distinse, più che per le sue capacità militari, per l'alacrità con cui infierì sui suoi uomini, accusati in modo indiscriminato, dopo un insuccesso, di essere vigliacchi e traditori della patria. Dopo il disastro di Caporetto, causato dall'impreparazione, dalle deficienze operative e dall'estraneità dei soldati verso una guerra non sentita, Cadorna attribuì la disfatta alla «mancata resistenza di reparti della seconda armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi». Sul campo rimasero 40 mila tra morti e feriti, oltre 250 mila prigionieri e 350 mila sbandati. Gli ammutinamenti dei soldati, sempre più consci di essere considerati null'altro che carne da macello, vite sprecate per un ideale a loro estraneo, furono dal generale repressi in modo implacabile. Alla resa dei conti, Cadorna affermò che le decimazioni erano state applicate anche negli altri eserciti. Nulla di più falso. In Francia , per le esecuzioni capitali, era obbligatorio il parere del presidente. In Italia invece non solo il re e i politici furono esclusi da qualunque possibilità di intervento in merito, ma addirittura il generale autorizzò i comandi inferiori a decretare le decimazioni, ignorando il parere del Comando Supremo: era necessario punire alla svelta, senza il rispetto di alcuna formalità, adoperando - parole sue - come «implacabile giustiziere, il fuoco delle artiglierie e delle mitragliatrici». Così accadde, ad esempio, che degli otto giustiziati del dopo Caporetto, solo uno fu dichiarato colpevole. Come afferma uno storico contemporaneo, le esecuzioni sommarie e le decimazioni furono la regola invalsa nel nostro esercito per reprimere fulmineamente l'indisciplina. Alle assurde morti in battaglia vanno aggiunte dunque queste morti, ancora più assurde, dovute allo zelo mistificatore di un incapace. E i "padri della patria", che hanno finto e fingono di onorare dei martiri, hanno intitolato ad uno dei loro carnefici vie, piazze, corsi e stazioni. Evviva l'Italia.

  5. #5
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    Predefinito 4 Novembre, festa della retorica

    di Carlo Stagnaro


    Che la retorica patriottica sia lo sport più praticato d'Italia è cosa nota: ne abbiamo avuto numerosi saggi, come anche il nostro quotidiano non ha mancato di segnalare, in occasione del 4 novembre, anniversario della conclusione della Prima Guerra Mondiale, nonché "Festa dell'unità nazionale". Si parte col piede sbagliato fin dal nome: parlare a noi di "festa dell'unità nazionale", infatti, sarebbe come parlare di "festa del figliol prodigo" al vitello grasso. Le sparate retoriche sono ancora più pesanti, però, in quei Comuni nei quali il 29 novembre si terranno le elezioni amministrative: e il potenziale di depressione non del sentimento nazionale, ma del morale di tutti noi, è particolarmente elevato dove la Lega corre per vincere. È il caso, ad esempio, di Sestri Levante, che per volere del sindaco comunista uscente è stata tappezzata con manifesti a metà tra il demenziale e il falso, irrispettosi nei confronti della verità storica e della sintassi. "Nella ricorrenza del 4 novembre - recitano - che nel 1918 vide la conclusione della Grande Guerra, ricordiamo la data che vide compiersi quella aspirazione a cui da secoli gli italiani erano protesi e cioè l'unità della Nazione. Raccogliamoci in memore meditazione, ricordando il sacrificio dei Caduti. Molti anni sono trascorsi dal 4 novembre 1918 ma la storia scritta col sangue dei 600.000 Caduti ravvivi sempre in noi i sentimenti di fratellanza e di unità, conquistati con così immane sacrificio, e di riconoscenza verso i combattenti che in epoche e vicende diverse hanno risposto con generosità all'appello della Nazione". Eja eja, alalà, aggiungiamo noi. Tralasciamo pure la considerazione di carattere sintattico, limitandoci a consigliare alla "penna del sindaco", la prossima volta, se proprio non dispone di altro, di affidarsi almeno al correttore automatico del Word: non sarà il massimo, ma è pur sempre meglio di niente. Come al solito, comunque, nella patria della pummarola si fa propaganda politica più o meno indiretta tirando in ballo morti, sangue, funerali e tutte le belle cose grazie alle quali l'identità nazionale italiana si sarebbe "coagulata", come ha scritto, utilizzando il verbo più adatto che il vocabolario riporti, un altro credente, obbediente e combattente sulle pagine dell'Espresso. Chissà perché gli unionisti italiani non si degnano mai di pronunciare parole che a noi piacciono tanto come "volontà popolare", "libera scelta" e simili: i loro discorsi sono sempre infarciti di riferimenti a guerre, devastazioni e sofferenze, tirano in ballo chi da lungo tempo si è decomposto e non è più in grado di rispondere, organizzano feste dell'unità nazionale in cui bisogna vestirsi a lutto e osservare tre minuti di silenzio. Mentre in tutto il mondo, in occasione di certe ricorrenze, come il 4 luglio negli States o il 15 settembre in Padania, si festeggia, in Italia si commemora; se altrove la giornata è resa felice da bande di pese e gruppi folk, entro i Sacri confini si balla a ritmo di requiem; al di là delle Alpi la gente esce in strada e brinda, nel paese che schiavo di Roma Iddio lo creò, l'appuntamento è al Cimitero, pranzo al sacco e lumini da morto per tutti.D'altra parte, non potrebbe essere altrimenti per un "Paese" la cui identità nazionale (o presunte tale) è stata "scritta col sangue": forse noi saremo ingenui, ma francamente preferiamo la penna a sfera con cui sarà firmato il trattato di separazione consensuale della Padania dall'Italia. In quel caso, perlomeno, non ci sarà bisogno di "combattenti" che rispondano "con generosità" all'appello della nazione (leggi: che vadano a farsi sparare in fronte dallo "straniero invasore" spinti dalla paura che "l'italiano protettore" li impallini "con generosità" alle spalle).Il primo cittadino della località rivierasca non ci risparmia nemmeno la favoletta secondo cui gli "italiani" coverebbero "da secoli" l'aspirazione a vivere tutti insieme. Per la cronaca, in un noto discorso proprio sul 4 novembre Benito Mussolini affermò che «è l'Italia che raggiunge la sua unità e pone il sigillo del patto compiuto al travaglio di molti secoli»: attento, signor sindaco, c'è il rischio che all'Alessandra le scappi una querela per plagio... Un'altra volta la Buonanima concluse un intervento esclamando: «innalziamo a Lui il triplice grido di "Viva il Re!"». Viva il sindaco!

  6. #6
    Mé rèste ü bergamàsch
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  7. #7
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    il 4 novembre dovrebbe essere proclamato lutto nazionale, milioni di persone mandate al macello per soli fini economici, gente obbligata dai carabbbbinieri a combattere dei popoli fratelli, una guerra inutile ed assurda per inventare dei confini mai esistiti nella storia millenaria delle Alpi

    non c'è proprio niente da festeggiare

  8. #8
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    io porto rispetto per i morti

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    il 4 novembre dovrebbe essere proclamato lutto nazionale, milioni di persone mandate al macello per soli fini economici, gente obbligata dai carabbbbinieri a combattere dei popoli fratelli, una guerra inutile ed assurda per inventare dei confini mai esistiti nella storia millenaria delle Alpi

    non c'è proprio niente da festeggiare
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  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Granitico Visualizza Messaggio
    io porto rispetto per i morti
    Io porto rispetto per i morti che hanno vissuto con rettitudine.

 

 
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