BRUXELLES - Imbarazzo a Bruxelles, irritazione ad Ankara. Una fuga di notizie sul rapporto che la Commissione europea sta preparando per valutare i progressi compiuti dalla Turchia sulla strada dell’adesione al club dei Venticinque ha riportato in alto mare il negoziato di accesso faticosamente avviato nell’ottobre 2005. Il documento, annunciato ufficialmente per mercoledì prossimo, rivolge pesanti accuse alla Mezzaluna, criticando l’ingerenza dei militari negli affari di stato, le violazioni dei diritti umani, la dipendenza della magistratura dal potere politico e la limitata protezione delle minoranze. Soprattutto, l’esecutivo stigmatizza la chiusura dei porti ai ciprioti in manifesta violazione dell’intesa sull’unione doganale. È un particolare non secondario poiché crea le premesse perché Cipro greca ponga il veto all’ingresso nell’Ue. Un obiettivo che richiede il pieno consenso di tutti gli stati membri.

Fuga di notizie

La Commissione Ue non commenta: si limita ad esprimere rammarico per la fuga di notizie e precisa che «la stesura del rapporto è ancora in corso». Il governo finlandese cerca di rimediare alla frittata e si prepara a convocare un vertice ad Helsinki per domenica e lunedì, in modo da mettere a confronto le due anime cipriote, quella turca e quella greca, con il ministro degli esteri di Ankara, Abdullah Gul. Il tentativo palese è quello di scongiurare una crisi e rimettere la trattativa sul giusto binario. Il piano su cui sta lavorando da settimane la diplomazia finlandese prevede l’apertura del porto turco-cipriota di Famagosta sotto la supervisione comunitaria ponendo fine all’isolamento commerciale dei turco-ciprioti, in cambio del conferimento ai greco-ciprioti di Varosha, città alla periferia di Famagosta oggi abbandonata. Ma la proposta non sembra bastare alla parte turca, che reclama anche lo sblocco dell’aeroporto di Ercan. La blindatura dei porti è il pretesto a cui numerosi paesi dell’Unione sarebbero pronti ad appigliarsi per escludere i Turchi. Ma non è l’unica questione sul campo, nemmeno la più importante. Sebbene il commissario Ue per l’allargamento, Olli Rehn, abbia ribadito ancora domenica scorsa che «il legame con l’Ue può avere un ruolo cruciale nel Paese come àncora di sviluppo democratico e di crescita economica», i suoi servizi sembrano nutrire abbondanti preoccupazioni e imputano al governo di Erdogan di non aver fatto sufficienti progressi nella tutela della libertà di espressione la libertà di espressione (regolata da un articolo del codice penale, il 301, col quale si punisce con l’arresto fino a tre anni chi commette «vilipendio allo Stato turco»), di non aver eliminato l’uso della tortura e fallito l’istituzione d’un controllo civile sui militari. «Indagini e condanne - si legge nella bozza citata da FT Deutschland - per l’espressione pacifica di opinione sono motivo di seria inquietudine». Anche se, viene sottolineato, il numero dei casi appare in diminuzione.

Cresce l’ostilità

Silenzio per ora nei quartieri alti di Ankara, ma è chiaro che nel paese cresce l’ostilità verso le nozze a dodici stelle. Ieri la stampa locale ha seminato commenti duri per le indiscrezioni sul rapporto di Bruxelles. Il quotidiano Milliyet, uno dei più progressisti, ha scritto che «l’Europa lavora per convincere tutti a non volere la Turchia». Il liberale Hurriyet rileva che «questa anticipazione del rapporto lascia ancora meno spazio per poter raggiungere un accordo sui negoziati». Dall’estrema destra, sulla testata Yeni Safak, si parla molto semplicemente della «battaglia a Bruxelles» e si fotografa un clima che continua a deteriorarsi. Il tempo stringe. La coincidenza dell’apparizione del documento riservato su un quotidiano britannico lascia margini per credere ad una fuga studiata e mirata ad ammorbidire, come vorrebbe soprattutto il Regno Unito, i toni di chi ostacola il legame coi turchi. Venerdì sarà a Bruxelles il leader turco cipriota Mehmet Ali Talat che incontrerà il presidente di turno dell’Ue, il ministro degli Esteri finlandese Erkki Tuomioja. Nel fine settimana i colloqui dovrebbero proseguire a Helsinki (manca ancora la conferma), in gran fretta, per aver modo di influire positivamente sul rapporto che la Commissione scodellerà mercoledì 8. Una settimana più tardi, il 15 novembre, il dossier sarà sul tavolo dei venticinque ministri degli Esteri, mentre a metà dicembre saranno i capi di stato e di governo dell’Unione a dire la loro. A quel punto, come sembra ormai evidente, sarà chiaro se la Turchia avrà qualche chance di entrare in Europa, al più presto, a partire dal 2015. Oppure se il dialogo verrà sospeso o, peggio, abbandonato per sempre.

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