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    Predefinito Manifesto dei federalisti europei

    Manifesto dei federalisti europei 1)

    di Altiero Spinelli

    Carta che solo a toccarla rischia di deteriorarsi, il volumetto, come spesso accade, ha una storia fortunosa: trovato in un banchetto di libri molto usati, è stato acquistato per una decina di euro. Intonso, pubblicato dall’editore Guanda il 20 maggio 1957, nella “Collana Clandestina”, in buona compagnia: Umberto Colosso (“La riforma della scuola si può fare”); Peretti Griva (“Esperienze e riflessioni di un magistrato”); Gaetano Salvemini (“Che cos’è la cultura?”, “Shaw e il fascismo”); Ernesto Rossi (“La pupilla del duce, l’OVRA)…La “Collana Clandestina” veniva presentata così: “Rivolge il suo interesse ai problemi dell’attualità culturale, politica, religiosa, con speciale riguardo, si capisce, alla situazione italiana odierna. Essa vorrebbe operare in senso di rinnovamento; in senso, quindi, a un tempo critico e costruttivo. Esce in periodicità libera e consta per lo più di scritti brevi. Tra questi taluni avranno carattere prevalentemente polemico, altri di ricerca; comprenderà però anche opere dedicate avedere o rivedere figure e fatti del passato, sia testi non più recenti che, inediti o mal noti, giova ripubblicare non privi di interesse per il nostro destino d’oggi. La collana la chiamiamo “clandestina” perché a niente come a ciò che è libero e spregiudicato, il mondo odierno minaccia vita difficile, clandestina insomma”. Beh, da questo punto di vista siamo, evidentemente, straordinariamente liberi e spregiudicati…

    Il volumetto di cui oggi si comincia la pubblicazione è costituito da 108 pagine compreso l’indice. Il suo autore, Altiero Spinelli, veniva così presentato: “E’ tra i più convinti e preparati assertori dell’idea di un’Europa federata; traccia, in questo volumetto della “Clandestina”, le possibili linee – politiche economiche giuridiche sociali – del futuro volto degli Stati Uniti d’Europa; dopo un esame acuto e spregiudicato delle gravi impasses in cui si dibatte la vecchia Europa, tra interni dissidi, compromessi, ipocrisie e profittatori della sovranità nazionale; e l’urgenza di forme nuove di vita soprannazionale. Il “Manifesto” si propone al lettore con la chiarezza e distinzione delle cose lungamente meditate e col calore insieme di una professione di fede”.



    PREFAZIONE



    Da qualche tempo alcuni federalisti di diversi paesi d’Europa pensano che occorrerebbe formulare sotto forma di manifesto le idee fondamentali di coloro che hanno issato la bandiera della lotta contro le pretese abusive dei nostri stati nazionali, contro il falso europeismo degli uomini della vita politica nazionale, per il diritto del popolo europeo di darsi da sé la sua unità. Presentare in forma succinta e precisa il pensiero politico del federalismo europeo è tanto più urgente, in quanto il suo contenuto è assai poco noto. Quantunque infatti implichi una critica profonda di tutta la vita politica europea contemporanea, l’opinione pubblica lo confonde facilmente con quella roba insipida e incoerente che è l’europeismo ufficiale e ufficioso.



    Per preparare un documento di lavoro che possa servire come punto di partenza per una eventuale migliore elaborazione successiva, fatta da altri, ho tentato di redigere, l’estate scorsa, il presente progetto di manifesto. Mentre scrivevo queste pagine lo spettro del Manifesto di Marx si è spesso aggirato intorno ai pensieri che andavo esprimendo. Il manifesto federalista ha lo stesso genere di ambizione. Anch’esso vuole strappare dalle nebbie che ancora l’avvolgono, una corrente politica nuova, la quale ha non solamente già un primo capitolo accumulato di esperienze, ma anche i suoi propri criteri di giudizio e di azione. Anch’esso vuole disegnare con tratti duri e precisi la fisionomia di questa corrente, in modo che per l’avvenire nessuno possa non riconoscerla per quel che è in realtà.



    Ma l’analogia con il manifesto di Marx si arresta qui, poiché le pagine che seguono sono assai più vicine allo spirito di Machiavelli, che ha meditato sui problemi della corruzione del potere politico, e di Hamilton, il quale alla meditazione ha potuto aggiungere la pratica partecipando alla costruzione effettiva del primo governo federale apparso nella storia.



    Sono convinto che i federalisti hanno qualcosa di originale da dire e da fare solo se hanno il coraggio di rifiutare di essere i portaparola di un’ennesima ideologia politica, o i rappresentanti di forze sociali indicate da un’ennesima dottrina sociale; se hanno il coraggio austero di non voler essere altro che costruttori del potere politico federale europeo. Il che è un compito modesto in confronto della ricchezza infinita delle manifestazioni dello spirito umano, ma pur sempre un compito degno di essere eseguito, e difficile da assumere.



    1) Segue.
    Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell'ufficio postale (Marco Pannella)

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    Predefinito Rif: Manifesto dei federalisti europei

    Manifesto dei federalisti europei 2)

    di Altiero Spinelli

    La divisione in stati nazionali sovrani pesa come una maledizione sull’Europa.



    Lo sviluppo moderno delle forze produttive, l’intensificarsi dei traffici, l’accelerarsi dei mezzi di comunicazione e di trasporto, il diffondersi di forme simili alla civiltà, l’approfondimento del senso di solidarietà umana – esigono ormai da molto tempo l’instaurazione in Europa di una legge e di un governo superiori alle leggi ed ai governi degli stati nazionali. Ma questi sono sovrani. Decidono ed agiscono senza riconoscere nessuna legge e nessun potere superiore al loro. Sono tenuti a provvedere alla tutela degli interessi propri e dei propri cittadini senza avere né il dovere né la possibilità di preoccuparsi degli altri interessi di altri stati e di altri popoli. Tutte le limitazioni ed i controlli che il progresso democratico è venuto imponendo ai poteri pubblici, concernono esclusivamente la vita interna dei singoli stati; i rapporti fra stati sono e continuano a essere governati dalla legge della giungla. Atteggiamenti ed atti di egoismo e di prepotenza, che sono considerati come delittuosi se compiuti da privati o da comunità minori, diventano lodevoli da stati sovrani. Per non aver saputo finora mettere fine a questo regime politico, gli Europei sono stati e continuano ad essere colpiti da sventure immense e senza fine; l’avvenire loro, dei loro figli, delle loro patrie, della loro stessa civiltà plurimillenaria diventa ogni giorno più incerto.



    Per meglio condurre la loro lotta contro questo anacronistico regime, contro gli interessi miopi che lo difendono, contro le menzogne che lo velano, i federalisti europei sentono il dovere di esporre con chiarezza il loro pensiero in questo manifesto, dal quale ogni ipocrita concessione alle idee correnti è bandita, e che vuole essere una testimonianza della loro battaglia.



    DALLA TRAGEDIA DELLA POTENZA ALLA FARSA DELL’IMPOTENZA.



    La prima guerra mondiale.

    La catastrofe del vecchio regime degli stati nazionali sovrani ha avuto inizio poco più di quarant’anni fa, nel momento in cui l’Europa era il centro ideale, politico, economico, militare, dell’umanità intera.



    Se essa avesse saputo darsi allora un ordine civile, avrebbe potuto imporlo senza difficoltà al mondo intero. Ma gli stati d’Europa erano decisi a conservare e a sviluppare le loro sovranità. Ciascuno di essi sognava di costruire un impero, ciascuno seguiva solo l’’impulso della propria potenza.



    Desideravano tutti armarsi sempre più ed occupare posizioni strategiche sempre migliori per poter più facilmente aggredire, e più difficilmente essere aggrediti. Bramavano assoggettare ed assimilare nazioni minori e popolazioni confinanti per garantirsi frontiere sicure. Avevano l’ambizione di imporre le proprie leggi ed i propri costumi ad altri paesi. Si sforzavano di conquistare per i propri cittadini mercati riservati e territori di popolamento, di rendere agli stranieri più difficile l’accesso ai mercati nazionali, di imporre ai paesi più deboli condizioni inique di commercio. Educavano sistematicamente i propri popoli in uno spirito di nazionalismo borioso ed aggressivo.



    Non tutti gli stati erano animati in egual misura da questa impetuosa volontà di potenza. Ma bastava che qualcuno fra essi se ne ispirasse, per suscitare negli altri reazioni analoghe, che via via si estendevano, approfondendo la reciproca diffidenza ed ostilità.



    Dopo una serie di conflitti minori, nell’agosto 1914 gli stati d’Europa si sono infine precipitati in una guerra generale che ha travolto il mondo intero. Per oltre quattro anni l’Europa è stata teatro di stragi immense e di una mobilitazione forsennata di tutte le energie umane e materiali in ciascuno dei paesi belligeranti.



    La scoperta dello stato totalitario

    Alla guerra ha fatto seguito più d’un ventennio di acute crisi politiche ed economiche, di rivoluzioni e controrivoluzioni, di sfacelo delle libertà civili e di fioritura di tirannidi. Ma attraverso tutti questi sovvertimenti il vecchio regime degli stati nazionali sovrani è rimasto intatto; anzi, ha assunto forme ancora più aberranti.



    Nuovi stati si sono aggiunti ai vecchi; nuove rivalità nazionali si sono addizionate a quelle preesistenti. I popoli hanno meditato sulla recente loro esperienza, e si sono lasciati convincere che essa non era stata ancora compiuta in modo radicale, che bisognava approfondirla e ripeterla.



    Fra le mostruosità rivelate da questa guerra quella che più ha affascinato molto Europei è stata la capacità per lo stato nazionale moderno di spazzar via ogni freno ed ogni controllo democratico, di impadronirsi in modo totale dell’anima, del corpo, del lavoro, dei beni di tutti i cittadini, di ridurli a strumenti della propria potenza. In alcuni paesi, nei quali la democrazia era più debole o appena in via di costituzione, il regime totalitario si è imposto non più come struttura di emergenza del tempo di guerra, ma come struttura politica permanente dello stato e della nazione. Comunismo e fascismo sono state le due forme in cui questa follia di potenza dello stato sovrano si è manifestata.



    Alla frontiera orientale dell’Europa la prima guerra mondiale ha spezzato il faticoso secolare sforzo del popolo russo di inserirsi nell’ambito della civiltà democratica europea. Da circa quarant’anni sta accampato sulla Russia lo stato totalitario comunista, fondato su una religione politica che con intolleranza assoluta esige la dedizione completa di tutti i viventi al potere politico comunista, solo capace di preparare la perfezione per imprecisate generazioni future. I sudditi sovietici sono stati costretti a vivere staccati dal resto dell’umanità, nella paura o nella rassegnazione, ora curati come prezioso bestiame da lavoro, ora dissanguati per realizzare sogni grandiosi, permanentemente eccitati contro qualche nemico interno od esterno. I governanti, detentori della gloriosa missione di costruire il comunismo si sono selezionati col metodo della cooptazione corretta dalla delazione e dall’assassinio; hanno adoperato la loro illimitata potenza per imporre un forsennato ritmo di sottoconsumo e di sovracapitalizzazione, per fornire il proprio stato dei più moderni mezzi di produzione, per renderlo indipendente dal resto del mondo, per farlo diventare sempre più potente, sempre più temuto. Fin dagli inizi della sua vita, lo stato totalitario sovietico è stato agitato da sconfinati sogni di rivoluzioni e conquiste mondiali, ma l’URSS era ancora, nei primi decenni della sua esistenza, un paese troppo arretrato per poter tradurre immediatamente in azione effettiva i suoi sogni di espansione.



    Assai più rapidamente hanno dato i loro frutti malefici gli altri stati totalitari apparsi nel cuore dell’Europa. Lo stato fascista e quello nazional-socialista sono stati la coerente e feroce applicazione di quella mobilitazione totale che lo stato nazionale aveva fatto durante la guerra. Tutti i sudditi, tutte le forze produttive, sono state messe al servizio della potenza militare dello stato, Una sfrenata mistica nazionalista e razzista ha eccitato alcuni popoli a credere nella propria superiorità. Per rinsaldare questa convinzione si è giunti fino a concepire e più tardi a realizzare i più selvaggi massacri di ebrei e di altre stirpi giudicate inferiori. La nazione tutta intera è diventata un esercito pronto all’attacco. Tutte le relazioni politiche ed economiche con altri paesi sono state metodicamente sfruttate per preparare le condizioni più favorevoli all’aggressione. La conquista dell’egemonia imperiale in Europa e nel mondo mediante nuove guerre è stata considerata l’obiettivo supremo e costante di tutta quanta la vita nazionale.



    Gli stati democratici d’Europa hanno assistito inerti e discordi al susseguirsi delle iniziative aggressive delle nuove tirannidi. Hanno imitato sia nel campo diplomatico che in quello economico il nazionalismo dei paesi totalitari, senza possederne la coerenza ed il terribile dinamismo imperialistico. Hanno cercato di ammansire con concessioni vergognose coloro stessi che si preparavano a distruggerli.



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    Predefinito Rif: Manifesto dei federalisti europei

    Manifesto dei federalisti europei 3)

    di Altiero Spinelli

    La seconda guerra mondiale.

    Nel settembre del 1939 ha avuto inizio una nuova conflagrazione europea, che ancora una volta si è estesa al mondo intero. Le potenze totalitarie nazista e fascista si sono gettate contro gli stati democratici e contro lo stato totalitario comunista nella speranza di venire a capo insieme degli uni e dell’altro. Durante sei anni sono stati raggiunti parossismi di crudeltà, di sofferenze, di rovine che non hanno confronti in tutta la storia umana.



    In mezzo al sangue ed alle fiamme della seconda guerra mondiale è crollato vergognosamente il vecchio regime degli stati nazionali sovrani d’Europa. La Germania hitleriana ha spazzato via la sovranità di quasi tutti gli stati europei. Se si eccettuano la Gran Bretagna, che sola in Europa ha saputo sormontare vittoriosamente la terribile prova, e tre o quattro paesi minori rimasti miracolosamente fuori del conflitto, tutti gli altri stati, fossero essi nemici o alleati della potenza nazista, sono crollati come idoli bacati mostrando di non essere più capaci di provvedere alla sicurezza ed all’indipendenza dei propri popoli, e sono stati conquistati dall’effimero impero hitleriano.



    A sua volta lo stato nazionale tedesco, esecutore di questo duro giudizio di Dio, è stato abbattuto e distrutto dalle grandi potenze mondiali, che aveva aggredite, ed ha subito una sorte ancor più umiliante di quella degli altri stati d’Europa,poiché è stato addirittura abolito dai vincitori. Per qualche tempo la Germania s’è vista negare ogni forma di organizzazione politica, ed è stata trattata come puro e semplice territorio di occupazione militare.



    Insieme alle metropoli europee sono cadute le colonie asiatiche. L’impero giapponese le ha dapprima sommerse ed inghiottite quasi tutte. Dopo la sua sconfitta gli antichi padroni hanno tentato di ristabilire il loro dominio,ma per poco, perché i popoli asiatici, chi prima chi dopo, chi con le buone e chi con le cattive maniere, li hanno mandati definitivamente via e si sono organizzati in stati indipendenti.



    I popoli d’Europa, abbandonati, traditi o oppressi dai loro stati nazionali e dai loro governanti, si sono in parte sottomessi ai conquistatori totalitari, in parte si sono ribellati, mettendosi fuori di ogni legge vigente, fuorché quella della difesa disperata della propria dignità umana. Il martirio eroico della Resistenza in tutti i paesi ha mostrato che l’amore della libertà non era spento in Europa, ma non sarebbe mai stato capace di venire a capo delle tirannidi che si erano accampate sul vecchio continente e nelle colonie asiatiche. Se la seconda guerra mondiale è terminata con la distruzione dell’impero nazista e di quello giapponese, ciò è stato merito non dei popoli d’Europa, ma delle grandi potenze mondiali extra-europee.



    Le sovranità fittizie.

    Stati Uniti d’America e Unione Sovietica, con la partecipazione ormai secondaria dell’Inghilterra, hanno distrutto le potenze fasciste, hanno occupato militarmente l’Europa, l’hanno divisa in due grandi zone d’influenza, hanno permesso entro ciascuna di esse la rinascita degli stati nazionali preesistenti, ne hanno spesso tracciato le nuove frontiere, hanno deciso di riconoscerli ancora come stati sovrani. Anche al popolo tedesco, dopo molte esitazioni, è stato riconosciuto il diritto alla sovranità nazionale, ma non essendo i vincitori riusciti a mettersi d’accordo circa l’appartenenza della Germania all’una o all’altra zona d’influenza, due stati tedeschi sono sorti anziché uno.



    La sovranità era stata un’espressione di fierezza e di forza delle nazioni europee. Per affermarla gli stati avevano forzato la vita intera degli europei a svolgersi nel quadro nazionale. Per sviluppare il lealismo dei cittadini l’istruzione pubblica impartita dallo stato aveva messo la cultura e la storia nazionale al di sopra di quelle del resto dell’umanità. Per disporre più facilmente delle risorse materiali ed umane, la politica economica dello stato era sata diretta in modo da formare economie nazionali con crescenti tendenze autarchiche e con strutture fortemente monopolistiche e corporative. Per controllare le classi lavoratrici nell’interesse della potenza nazionale la politica sociale dello stato aveva progressivamente legato i lavoratori a istituzioni nazionali di sicurezza e di giustizia sociale. Per rafforzare il proprio dominio sul corpo sociale lo stato aveva soffocato tutte le autonomie delle comunità minori imponendo strutture politiche via via più centralizzate. Per imporre la suprema disciplina in caso di guerra lo stato aveva ridotto le libertà dei cittadini ad un lusso cui si doveva esser sempre pronti a rinunciare, e le aveva persino considerate come un male da circoscrivere ed eventualmente estirpare. Per affermare la propria prepotente sovranità gli stati europei avevano portato i loro popoli al massacro. Ed infine, il punto di approdo di questo sfrenato e sanguinoso culto della sovranità nazionale era che le nazioni d’Europa, disordinate e immiserite, inquiete ed impotenti erano in balia di grandi potenze extra-europee di dimensioni continentali. Il loro sistema politico, la struttura della loro economia, la loro posizione nel mondo dipendevano ormai in assai larga misura dalla buona o cattiva volontà degli Stati Uniti d’America e dell’Unione Sovietica.



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    Predefinito Rif: Manifesto dei federalisti europei

    Manifesto dei federalisti europei (4)

    di Altiero Spinelli

    Negli stati dell’Europa orientale, attribuiti alla zona di influenza sovietica, le istituzioni democratiche, fugacemente apparse dopo la caduta della tirannide hitleriana sono state spazzate via e sostituite con dittature comuniste satelliti dell’Unione Sovietica. Le loro economie sono state nazionalizzate ed i loro piani di sviluppo sono stati formulati e realizzati in funzione della politica economica dell’URSS la quale, mettendo da parte ogni ideale internazionalista, li ha sfruttati più duramente di quanto abbia osato fare qualsiasi altro stato imperiale. Le loro forze armate sono state riorganizzate come forze ausiliarie dell’esercito sovietico. La loro politica estera è stata rigidamente determinata dalle direttive impartite da Mosca. Grazie alla pressione esterna della potenza dominante, gli stati dell’Europa orientale hanno raggiunto la forma totalitaria, che è la segreta ma forte tendenza dello stato nazionale sovrano, ma hanno contemporaneamente peso la sovranità trasformandosi in strumenti polizieschi di dominio della potenza imperiale sovietico. Malgrado la sua rigidità, la struttura di questo impero è tuttavia fragile, perché non è consolidata in istituzioni permanenti, ma è fondata sul principio della fedeltà politico-religiosa dei partiti comunisti dei partiti satelliti verso il partito comunista russo, e sulla spietata durezza con cui tale fedeltà è mantenuta. Le nazioni dell’Europa orientale, private violentemente della libertà, sono oggi ridotte a profittare di ogni segno di debolezza del comunismo sovietico per tentare secessioni e rivolte.



    I paesi dell’Europa occidentale si sono a loro volta trovati in balia della volontà degli Stati Uniti d’America. Le tradizioni democratiche dell’America ed il suo interesse alla ricostruzione di un’Europa sana, forte e perciò capace di frenare l’espansionismo sovietico, hanno fatto sì che l’influenza degli Stati Uniti si sia esercitata finora sostanzialmente nel senso della restaurazione democratica. Le distruzioni, la miseria e il disordine economico e sociale, lasciati in eredità dalla guerra, hanno potuto essere affrontate in Europa occidentale con un ritmo di ricostruzione notevolmente rapido e senza imporre alla popolazione sacrifici che avrebbero reso impossibile la permanenza di regimi liberi, solo perché l’America ha generosamente fornito giganteschi aiuti gratuiti. L’indipendenza, di fronte all’insaziabile ed astuto espansionismo imperialistico sovietico ha potuto essere assicurata, solo perché l’America ha protetto militarmente l’Europa occidentale, impegnandosi a difenderla in caso di aggressione, ed aiutando le nazioni europee a ricostruire proprie forze armate. All’ombra degli aiuti e delle armi americane, gli stati europei occidentali hanno restaurato i loro regimi democratici. Ma è un segno caratteristico della realtà europea il fatto che la restaurazione democratica si sia arrestata precisamente là dove il puro calcolo diplomatico americano è passato innanzi alla fedeltà verso gli ideali democratici. Avendo infatti gli Stati Uniti deciso di assistere la superstite dittatura di tipo fascista di Franco, la restaurazione democratica si è arrestata ai Pirenei.



    Il sistema delle democrazie nazionali europee protette dalla potenza egemonica degli Stati Uniti è tuttavia altrettanto precario quanto il sistema imperiale sovietico. Neanch’esso è fondato su istituzioni; solo la comune paura verso la potenza sovietica lo tiene unito. Se questa paura è forte, la responsabilità principale della stabilità politica, economica e militare dell’Europa occidentale continua a pesare sugli Stati Uniti, i quali sono allora necessariamente portati a trasformare in mera finzione la sovranità degli stati europei. Se la paura si attenua, il rancore del nazionalismo umiliato erompe nella vita politica degli stati europei. Essi continuano, sì, a pretendere che responsabile principale dell’avvenire dell’Europa sia l’America, ma nello stesso tempo si sottraggono ad ogni disciplina politica comune, e si comportano come vassalli riottosi.



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    Predefinito Rif: Manifesto dei federalisti europei

    Manifesto dei federalisti europei (5)

    di Altiero Spinelli

    I PROFITTATORI DELLA SOVRANITA’ NAZIONALE



    Le sovranità abusive



    Nelle umilianti circostanze in cui sono ridotti a vivere, gli stati nazionali d’Europa non sfoggiano più apertamente le nefaste ambizioni nazionalistiche del passato. Pretendono anzi – e lo scrivono spesso esplicitamente nelle loro costituzioni – di essere solo strumenti al servizio dei loro popoli. Per adempiere questa missione, le loro pretese verso il cittadino continuano ad essere le stesse che per il passato. Obbedire alle leggi del proprio stato, pagare le imposte da esso richieste, mettere a sua disposizione una parte della propria vita per il servizio militare, esser pronti in caso di guerra a sacrificargli la vita, continuano a essere i supremi doveri politici dei cittadini di ciascuno degli stati europei. Il rispetto di questi doveri è garantito da adeguati strumenti di coazione, necessari in qualsiasi comunità; ma viene altresì impresso nello spirito di tutti con innumerevoli mezzi di propaganda, in modo da essere ormai considerato come la più alta manifestazione etica di ogni cittadino. C’erano ancora, pochi decenni fa, forze politiche che si vantavano di fare appello ad una solidarietà superiore a quella dello stato nazionale. Oggi tutte le forze politiche operanti nei paesi d’Europa si gloriano di non essere altro che nazionali, si limitano cioè a chiedere allo stato buone leggi ed i cittadini obbediscono allo stato.



    Questa richiesta di assoluto lealismo verso il proprio stato non è tuttavia politicamente e moralmente giustificabile che nella misura in cui lo stato sia a sua volta capace di assicurare l’adempimento di alcune funzioni pubbliche fondamentali, dalle quali dipendono la sicurezza, il benessere e la libertà della comunità dei suoi cittadini. Invece gli stati sovrani d’Europa sono diventati organicamente incapaci di effettuare nell’interesse dei loro cittadini proprio i servizi pubblici fondamentali, e sono anzi diventati i principali ostacoli allo sviluppo della libertà, della giustizia, del benessere e della sicurezza in Europa.



    Nell’Europa orientale e nella penisola iberica, l’opposizione fra la pretesa degli stati di essere al servizio dei loro popoli e la loro effettiva natura è patente. I popoli sono stati privati di ogni possibilità di controllo sui loro governanti, ed il loro triste silenzio è solo interrotto di tanto in tanto da disperate rivolte e da dure repressioni. I gruppi politici dominanti sono andati al potere con la violenza e grazie all’intervento di potenze estere. Hanno costituito miserabili tirannidi che si mantengono in vita solo perché esercitano il potere per conto di una grande potenza mondiale che le protegge.



    Ma se l’accusa che ogni uomo libero rivolge contro le tirannidi europee è nel fatto che esse si fondano sul terrore, ancor più grave è in un certo senso l’accusa che deve essere levata contro gli stati democratici, perché essi sono rimasti i depositari di tutte le speranze di rinascita della libera civiltà europea e sono tuttavia condannati ad una inevitabile decadenza, in quanto si fondano ormai su finzioni e menzogne.



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    Manifesto dei federalisti europei 6)

    di Altiero Spinelli

    I PROFITTATORI DELLA SOVRANITA’ NAZIONALE



    I profittatori della sovranità economica e sociale



    Gli stati nazionali d’Europa continuano anzitutto a disporre di tutti i poteri necessari per fare politica economica. Percepiscono imposte, legiferano, governano in materia di moneta, di commercio, di credito, di produzione, come se potessero realmente agire nell’interesse profondo e permanente dei loro popoli.



    Questi poteri non servono più per adoperare l’apparato produttivo come uno strumento di potenza nazionale, poiché nessuno stato europeo è più capace di fare una politica di potenza nell’epoca delle grandi comunità sopranazionali di dimensioni continentali. Ma poiché la politica economica continua ad essere di competenza di uno stato il quale ha come solo quadro di azione quello nazionale, la tendenza verso il nazionalismo economico è insormontabile; e si è acuita in ragione stessa della debolezza economica dei singoli paesi e della loro paura di essere sopraffatti di economie estere più forti.



    Gli aiuti americani, offerti generosamente per risollevare l’Europa dal collasso della guerra e per facilitare la creazione di un vasto mercato europeo sono stati adoperati dagli stati d’Europa per rimettere in piedi le vecchie economie nazionali. Dichiarazioni, progetti, comitati, istituzioni intergovernative, che promettono o ricercano l’unione economica, pullulano; ma i governi europei continuano a tenere le economie nazionali sotto il loro controllo, perciò divise in compartimenti stagni mediante tariffe doganali, contingentamenti, controlli monetari, divieti di migrazione, liberalizzazioni arbitrariamente ammesse o rifiutate.



    Le dimensioni nazionali delle politiche economiche rendono impossibile la creazione di un grande mercato comune che dovrebbe essere necessariamente sottoposto ad una politica economica e monetaria comune. Ma l’assenza di un mercato comune, impedendo il libero accesso alle risorse e la divisione razionale del lavoro su scala continentale, rende la produzione più costosa e il tenore di vita più basso di quel che potrebbero altrimenti essere; non ammette la piena utilizzazione delle nuove tecniche che la scienza mette oggi a disposizione dell’uomo, quali l’energia atomica e l’automazione, condanna gli Europei a diventare popoli con economie sottosviluppate.



    La politica economica su scala nazionale può profittare delle congiunture economiche favorevoli, attribuirsene senza ragione il merito ed attenuare transitoriamente, le proprie tendenze nazionaliste. Se però una crisi economica generale si abbatté sulla società, i governi nazionali non possono intervenire che con misure di dimensioni nazionali, tornando di nuovo ad accentuare la divisione dell’Europa in una serie di miserabili economie autarchiche.



    Il potere dello stato nazionale di fare la politica economica non opera oggi più che a vantaggio di gruppi di interessi particolari, accampati in ciascuna delle nostre nazioni. Fin dalla vigilia della prima guerra mondiale questi gruppi avevano profittato della protezione statale per avviare la trasformazione delle economie nazionali in economie di monopoli, cartelli e corporazioni. Tutte queste feudalità economiche si sono rapidamente ricostituite all’ombra delle restaurate sovranità nazionali, e continuano a chiedere e ad ottenere la protezione statale che assicuri loro lo sfruttamento dei consumatori. In alcuni casi si tratta di interessi particolari di gruppi capitalistici; in altri di interessi particolari di gruppi di lavoratori; assai più spesso di combinazioni dei due. In alcuni casi lo stato si fa senz’altro esecutore delle loro richieste. Altre volte si oppone apparentemente alla loro brama di guadagni sicuri ed elevati, li sottopone a controlli pubblici, giunge fino a nazionalizzarli; il risultato più frequente è però allora che un’amministrazione pubblica si sostituisce ad una privata conservando gli stessi metodi monopolistici di protezione degli interessi costituiti. Talvolta lo stato riserva senz’altro il mercato nazionale a gruppi di produttori privati o pubblici. Oppure i gruppi cartelli di diverse nazioni si mettono d’accordo tra loro, direttamente o attraverso i rispettivi governi, per meglio spartirsi gli anemici mercati europei. Nel momento storico nel quale un possente moto di rinnovamento industriale e agricolo è più necessario che mai agli Europei, ed è stato reso possibile dalle conquiste della scienza e della tecnica, gli stati nazionali non servono più che a tenere anchilosate le vecchie strutture ed a proteggere gli interessi costituiti.



    Con siffatte economie nazionali, deboli, ripiegate in sé, dominate da gruppi privilegiati, prive di una solidarietà che vada al di là delle frontiere nazionali e sottoposte a ritmi di sviluppo differenti da un paese all’altro, una seria politica di giustizia e di sicurezza sociale non può essere fatta che di rado, in modo insufficiente, da questo o quello stato. Le misure dirette ad una più equa redistribuzione del reddito sociale si fondano su basi economiche troppo ristrette, e non riescono perciò ad attenuare in misura sensibile la violenza dei contrasti sociali, specialmente nei paesi più poveri. Le classi lavoratrici, anziché essere portate a partecipare al rinnovamento delle strutture produttive, assumendovi una attiva responsabilità, accettano come un dato di fatto le strutture economiche nazionali esistenti, e tutto ciò cui riescono ad aspirare è di assicurare posizioni privilegiate a questo o quel gruppo professionale, alleandosi in vari modi con i rispettivi gruppi monopolistici. Oppure sono portate a simpatizzare per le tendenze verso un semplice più esteso collettivismo nazionale, il cui inevitabile punto di approdo sarebbe la tirannide dello stato. Infine quanto più di ogni stato si sforza di stabilire un sistema di giustizia sociale su scala nazionale, tanto più alimenta nelle proprie classi lavoratrici, un ottuso ed egoistico nazionalismo, indifferente alle difficoltà dei loro compagni di oltre frontiera.



    6) Segue.
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    Manifesto dei federalisti europei 7)

    di Altiero Spinelli

    I PROFITTATORI DELLA SOVRANITA’ NAZIONALE



    I profittatori della sovranità militare



    Gli stati nazionali d’Europa continuano in secondo luogo a possedere ed impiegare le forze armate, come se potessero realmente provvedere alla difesa del proprio paese. Prelevano frazioni enormi del reddito nazionale per provvedere alle spese militari; chiedono a tutti i cittadini di dare loro alcuni anni della propria vita per fare il servizio militare e di essere pronti ad affrontare la morte su ordine di ministri e di generali nazionali.



    Poiché le difformità di civiltà e di politica esistenti nel mondo rendono ancor’oggi irrealizzabile l’unificazione di tutta l’umanità sotto un’unica legge e sotto un unico governo democratico mondiale l’allestimento di forze armate continua ad essere una necessità. Le nazioni europee hanno cessato di essere i centri principali della potenza militare nel mondo e non possono più proporsi una politica di espansione imperiale. Malgrado il disordine economico e sociale di cui sono preda, restano tuttavia nel loro insieme una delle più importanti riserve di popolazione industriosa e civilizzata ed uno dei più importanti complessi produttivi che vi siano nel mondo. La brama di sottometterle alla propria egemonia e la paura di vederle cadere sotto il controllo dell’avversario sono il tema principalissimo della politica estera delle grandi potenze mondiali e costituiscono il maggior pericolo di guerra oggi esistente. Anche quando il fuoco della guerra si riaccende su altri continenti, la posta del giuoco resta sempre l’Europa.



    Contro questa minaccia gli stati con i loro eserciti nazionali non possono seriamente pensare di essere in grado di difendersi, a causa della enorme sproporzione di forza rispetto al possibile aggressore. Le forze armate nazionali avevano un senso quando i pericoli di guerra provenivano dalle rivalità nazionali europee: non ne hanno più alcuno a partire dal momento in cui il pericolo proviene da rivalità tra potenze mondiali. Sono anzi un ostacolo alla effettiva organizzazione della difesa. Qualsiasi alleanza militare, anche se imposta dalle circostanze, è aleatoria, poiché gli stati europei hanno un passato lontano, e recentissimo di guerre reciproche di diffidenze e di rancori, che non possono sormontare finché restano pienamente sovrani; ognuno di essi vede ancora nell’alleato di oggi il nemico di ieri e il possibile nemico di domani. Qualsiasi tentativo di integrare le forze armate, per renderle più efficaci e meglio dotate di armi moderne, fallisce di fronte al fatto che i singoli stati restano sovrani e perciò preoccupati in ultima istanza solo dalla difesa nazionale. E tuttavia proprio per la loro pretesa di possedere un’assurda sovranità militare, li obbliga a rinunciare alle più potenti armi moderne, poiché manca loro la potenza economica necessaria per produrle, e la potenza militare necessaria per impiegarle. Ciò significa che in realtà le forze armate europee non possono essere che forze ausiliarie delle grandi potenze mondiali. Solo la strategia di queste dà loro un significato, destinandole a tenere una posizione, a ristabilire un equilibrio parziale, forse a fare qualche piccola guerra locale. Quando qualche stato europeo si illude di potere ancora adoperare le proprie truppe per proprio conto, la realtà le riporta brutalmente alla coscienza della propria impotenza.



    Agli Europei, con tutti il bisogno che possono avere di una seria organizzazione di difesa, le forze armate nazionali non servono più a nulla. Servono solo a conservare inutili posizioni di privilegio politico e sociale ad un sottile strato di generali e di uomini politici. Costoro sanno benissimo di non poter più assumere, in caso di necessità, la direzione della difesa del loro paese, ma non se ne curano, e speculano solo sulle tradizioni militari nazionali, sul patriottismo dei cittadini, sugli interessi dei tradizionali fornitori delle forze armate, per nascondere questa umiliante realtà, per conservare e sviluppare le forze armate nazionali,cioè essenzialmente per salvare i loro onori, le loro autorità, il loro abusivo potere.



    7) Segue.
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    Manifesto dei federalisti europei 8)

    di Altiero Spinelli

    I PROFITTATORI DELLA SOVRANITA’ NAZIONALE



    I profittatori della sovranità diplomatica



    Infine la responsabilità per le relazioni con gli altri paesi sovrani e con i territori extra-europei che sono ancora sottoposti al loro dominio continua ad essere uno dei principali attributi della sovranità degli stati europei. L’epoca in cui gli affari esteri e coloniali degli stati europei costituivano il centro della politica mondiale, è finita con il cataclisma delle due guerre mondiali. Oggi i loro rapporti diplomatici non sono più elemento determinante dell’equilibrio mondiale; la loro politica commerciale non decide più del corso della vita economica mondiale. Ma gli stati europei sono fatti per la vecchia politica estera di dimensioni nazionali. Le loro diplomazie continuano perciò a sprecare tempo e energie, a nutrire nelle rispettive opinioni pubbliche sentimenti falsi, a richiedere sacrifici inutili, a celare la verità a se stesse ed ai loro popoli, come se le loro manovre e le loro decisioni servissero ancora a determinare la sorte dei loro paesi.



    Alla relativa libertà di movimento di cui, in determinate circostanze, i paesi europei ancora dispongono non corrisponde più nessuna vera responsabilità per le sorti loro, dall’Europa e del mondo.



    Quando trattano con le grandi potenze mondiali gli stati europei credono di essere ancora grandi potenze. In realtà sono protettorati più o meno autonomi di una delle grandi potenze, ora docili, ora riottosi, capaci forse talvolta di fare il doppio giuoco e di passare da un campo all’altro, sempre irrimediabilmente dipendenti. La loro pretesa di dare un contributo attivo e positivo al grande dramma diplomatico e politico che si svolge negli Stati Uniti e Unione Sovietica, è senza contenuto, perché non ne hanno la forza né di avere una linea politica salda e continua, né di farsi ascoltare.



    Sono troppo deboli per aiutare i nuovi grandi stati asiatici a modernizzare le loro economie. Nulla possono fare per preparare l’emancipazione dei popoli africani, perché si sentono ancora centri di imperi coloniali e pensano solo al modo di mantenere quel che resta dei domini acquistati nell’epoca della loro grandezza e della loro prepotenza.



    Quando trattano fra loro per affrontare i loro problemi comuni, le diplomazie europee sono animate dalle vecchie gelosie, sabotano la volontà di unità che talvolta si fa sentire in qualche ministro, si azzuffano per problemi nazionali divenuti del tutto secondari, mirano a mantenere fra loro un equilibrio senza significato, contribuiscono a tener divisi e deboli i loro popoli.



    Il potere che gli stati nazionali hanno deciso di fare la politica estera e coloniale rende vano ogni tentativo di uscire da questa situazione, contribuisce anzi ad accrescere il disordine nel mondo intero. Questo potere è ormai contrario agli interessi più profondi degli Europei; non serve più che ad intrattenere la pigrizia, i privilegi, gli interessi e la vanità dei corpi diplomatici, delle amministrazioni coloniali e di quegli uomini politici che legano la loro ambizione alle sorti della diplomazia nazionale.



    LO STATO NAZIONALE CONTRO LA DEMOCRAZIA.



    L’impotenza degli stati europei in materia di politica estera, militare, economica e sociale, non è conseguenza di errori di questo o quel governo, che potrebbero essere corretti da governi diversi. E’ dovuta al fatto che gli stati nazionali con tutte le loro istituzioni pubbliche e private – dai governi al parlamenti, ai partiti, ai sindacati – sono capaci solo di elaborare volontà politiche di ispirazione nazionale, poggianti su strumenti di esecuzione nazionali, tese verso fini nazionali, mentre i problemi fondamentali della politica estera, militare, economica e sociale non sono più di dimensioni nazionali.



    Ma nessuna democrazia può mantenersi alla lunga, quando il meccanismo dell’elaborazione della volontà politica della comunità funziona a vuoto. La pigrizia mentale si diffonde sia nelle correnti politiche che sono al governo sia in quelle che sono all’opposizione, e che andando al governo continuerebbero anch’esse ad amministrare stancamente le false sovranità nazionali dei loro stati. L’aspirazione ad accettare, neutri ed inerti, l’abbattimento di tutti i valori fondamentali della civiltà dilaga. Il localismo verso la propria comunità, benché sempre solennemente professato, si dissolve, e i cittadini tendono a dividersi a seconda del nuovo padrone estero cui desiderano vedere affidate le sorti del proprio paese e che si preparano ad accogliere. L’egoismo immediato delle nazioni, delle classi, degli individui, appare più importante di qualsiasi più nobile aspirazione, la quale per realizzarsi dovrebbe proiettarsi in un futuro su cui non è più ragionevole contare. L’unico sentimento forte e tenace che, ancora riesce ad affermarsi nella vita degli stati d’Europa è il desiderio dei gruppi privilegiati di sfruttare fino alla fine, senza scrupoli, senza preoccupazione del domani, i vantaggi che il vecchio regime elargisce loro. Questo regime non è ormai più democratico che in apparenza; in realtà è e non può non essere lo strumento di potenza di gruppi monopolisti e corporativi, di cricche di alti funzionari, di diplomatici, di generali, di politicanti dalla vista corta e dall’ambizione meschina.


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    Predefinito Rif: Manifesto dei federalisti europei

    Manifesto dei federalisti europei 9)

    di Altiero Spinelli

    LA FEDERAZIONE. ESPRESSIONE DEL POPOLO EUROPEO.



    Gli stati nazionali contro il popolo europeo



    Il destino non di questa o quella nazione, ma degli Europei tutti, dipende ormai dal modo come la politica estera e militare, economica e sociale sono amministrate non in questo o quel paese, ma nell’Europa nel suo complesso. Decisioni e leggi valevoli per tutti gli Europei devono essere stabilite da un governo che agisca a nome di tutti gli Europei, che impegni tutti gli Europei, che sia sottoposto al controllo democratico di tutti gli Europei. Costoro sono capaci di darsi un tale governo democratico comune e di farlo agire in modo coerente, perché, attraverso la molteplicità e la varietà delle loro nazioni, rendono omaggio agli stessi supremi valori spirituali e politici, e sono animati tutti dall’ambizione di dare un avvenire alla loro comune civiltà, posseggono cioè quel comune spirito creatore senza il quale non possibile vivere uniti. Sentirsi eredi di una civiltà comune, avere un destino comune, aver bisogno di istituzioni politiche libere per amministrare affari comuni, ciò significa che gli Europei sono arrivati ad un punto della loro storia in cui devono diventare un popolo: il popolo europeo.



    Gli stati nazionali sono ancora strumenti utili, nella misura in cui conservano e sviluppano quella feconda diversità delle esperienze nazionali che costituisce una delle grandi ricchezze della civiltà europea. Ma la loro pretesa di provvedere sovranamente, ciascuno per proprio conto, alla condotta di affari che in realtà non possono più essere amministrati da loro nell’interesse profondo e permanente di tutti gli Europei, è divenuta abusiva e va considerata come una vera e propria usurpazione a danno del popolo europeo. Malgrado le più raffinate forme democratiche di cui molti stati nazionali si ammantano, essi negano di fatto agli Europei il diritto di esprimersi come popolo europeo, mediante istituzioni democratiche europee, per amministrare,nell’interesse di tutti, affari pubblici che sono ormai diventati europei.



    L’umanità tende oggi ad organizzarsi in grandi comunità politiche di dimensioni continentali, fondate ciascuna su una comune civiltà, talvolta plurimillenaria, talvolta assai giovane. Gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica non sono che le prime comunità di questo genere, giunte al livello di grandi potenze mondiali. In Asia, Cina ed India riemergono da un passato di umiliazioni e di soggezione, tentando anch’esse di diventare comunità politiche di civiltà. Gli Europei si trovano innanzi ad un bivio decisivo della loro storia; devono scegliere fra diventare anch’essi un popolo, per essere, sotto questa forma, continuatori della più feconda delle civiltà umane, o conservare l’antiquato regime delle sovranità nazionali e trasformarsi in appendici politiche, culturali ed economiche di altre civiltà, di altri popoli. In tal caso nessuna speranza di rinascita può esserci per le nazioni di Europa oggi ridotte a servitù ed una comune rovina minaccia quelle che sono ancora libere.



    LA FEDERAZIONE



    La Federazione, gli Stati Uniti d’Europa, sono la sola risposta che gli Europei possono dare alla sfida che la storia lancia loro.



    Federare l’Europa significa infatti rispondere all’appello del passato che l’ha ripartita in popoli nazionali, ed all’appello dell’avvenire che le chiede di diventare un solo popolo europeo. Federare l’Europa significa unire i popoli liberi d’Europa con un patto irrevocabile, in base al quale gli affari pubblici propri delle singole nazioni sono amministrati dai rispettivi stati nazionali secondo il genio particolare di ciascuna nazione, mentre gli affari pubblici di interesse comune sono amministrati da un governo comune.



    La federazione non è una lega di stati federati. Né il suo potere si esercita su questi, né il potere di questi si esercita su di essa. L’una e gli altri hanno una competenza limitata a determinati campi della vita pubblica. Ma entro questi limiti l’una e gli altri restano pienamente sovrani, essendo ciascuno dotato delle istituzioni e dei mezzi necessari per prendere decisioni e per eseguirle, senza dipendere gli uni dagli altri.



    Fondamento comune della comunità federale e degli stati federati è il cittadino. La federazione è l’organizzazione politico-giuridica dei cittadini di tutta l’Europa, così come lo stato nazionale è l’organizzazione politico-giuridica dei cittadini delle singole nazioni. Ognuno è insieme cittadino del proprio stato nazionale e della federazione. Come cittadino del proprio stato ha un insieme di diritti e di doveri verso di esso nei campi della vita pubblica che sono di competenza dello stato nazionale. Come cittadino della federazione ha un insieme di diritti e di doveri verso di essa nei campi che sono di sua competenza. In entrambi elegge direttamente e liberamente i suoi rappresentanti; da entrambi esige direttamente che i suoi diritti siano rispettati e che la giustizia gli sia assicurata; paga ad entrambi direttamente le imposte necessarie per l’esecuzione dei rispettivi servizi pubblici; obbedisce direttamente alle leggi di entrambi. Egli è il punto di unione di due comunità politiche – quella federale e quella nazionale – le cui sovranità sono separate e parallele. Solo in tal modo si può assicurare la contemporanea indipendenza degli stati nazionali e della federazione, la vita libera e ordinata delle nazioni e del popolo europeo.



    Affinché questo organismo possa funzionare come espressione del popolo europeo, la Costituzione degli Stati Uniti d’Europa, mentre lascia gli stati nazionali liberi di conservare e modificare le proprie istituzioni, deve stabilire esplicitamente quali funzioni pubbliche siano trasferite dagli stati nazionali alla federazione, quali siano le istituzioni di questa, quali le garanzie giuridiche contro il pericolo di usurpazione di potere sia da parte delle autorità europee che da parte delle autorità nazionali.



    Le funzioni che vanno trasferite dagli stati nazionali alla federazione risultano della natura stessa della crisi mortale che travaglia il vecchio regime europeo. Si tratta del potere di decidere e di agire per tutto quanto concerne la creazione di una comune economia, l’instaurazione di una comune giustizia e sicurezza sociale, i rapporti con gli altri popoli del mondo, la difesa comune contro il pericolo di aggressione. E poiché il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo costituisce il valore supremo di qualsiasi comunità politica che sia basati sugli ideali delle civiltà europea, anche la tutela giuridica delle libertà di tutti gli europei deve essere di competenza dell’autorità federale. Tutto ciò che va al di là di queste materie deve restare di competenza dei singoli stati.



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    MANIFESTO DEI FEDERALISTI EUROPEI 10)

    di Altiero Spinelli

    LA FEDERAZIONE. ESPRESSIONE DEL POPOLO EUROPEO.



    Il governo federale



    Poiché ci sono affari che devono essere amministrati in comune, occorre anzitutto che ci sia un governo federale europeo fornito di un proprio corpo amministrativo. Molte delle sue caratteristiche costituzionali dipenderanno dalle idee e dagli interessi che si presenteranno quando la costituzione europea sarà stabilita. La loro precisazione in un senso o nell’altro sarà frutto di necessari compromessi politici e non avrà importanza rilevante per la vita ulteriore della federazione. Ma due caratteristiche saranno essenziali. Anzitutto il governo europeo deve essere nominato da un’istanza politica europea. Se a nominarlo ed a controllarlo fossero gli stati nazionali, esso non possederebbe rispetto a questa la necessaria indipendenza, non sarebbe il governo del popolo europeo. In secondo luogo la Federazione non può ragionevolmente avere un governo di tipo parlamentare. Il governo federale ha poteri limitati, non ha tradizioni assolutistiche, e sarebbe troppo debole e fragile se dovesse essere costituito come i governi degli attuali stati nazionali europei. La sua continuità e capacità di lavoro possono essere assicurate solo mediante la sua nomina per un periodo di tempo limitato ma ben determinato. I suoi membri devono essere resi responsabili per l’applicazione della costituzione e delle leggi, essere destituiti e condannati se li violano, ma la loro permanenza in esercizio non può dipendere da variabili voti parlamentari di fiducia o di sfiducia.



    Il Parlamento federale



    Un’assemblea popolare europea, assistita da uno o più Consigli di rappresentanti delle varie comunità nazionali, territoriali, sociali in cui si articola il popolo europeo, voterà le leggi cui governo e cittadini devono obbedire, le imposte che il governo ha il diritto di riscuotere dai cittadini, i bilanci cui il governo deve attenersi nello spendere il denaro pubblico. Poiché i cittadini europei hanno il dovere di obbedire direttamente alle leggi federali, devono avere il diritto di eleggere con suffragio diretto, uguale e segreto i propri legislatori e di rinnovarli periodicamente. Le libere elezioni europee costituiscono la prova suprema della legittimità democratica dello stato federale europeo. Grazie ad esse e alla vita del parlamento europeo, pensieri, sentimenti, interessi, correnti politiche, determineranno la politica del governo federale, raggruppandosi secondo solidarietà e distinzioni nuove che ignoreranno le vecchie frontiere nazionali; la coscienza politica europea si desterà e si articolerà nell’animo dei cittadini; una classe politica europea si formerà e si rinnoverà continuamente; il governo europeo diventerà la cosa pubblica degli Europei; il popolo europeo sarà una realtà politica vivente.



    La magistratura federale



    Un potere giudiziario federale, indipendente dal governo europeo e dai governi nazionali, dovrà garantire il rispetto del diritto federale. Esso deciderà su tutte le controversie che sorgeranno nell’applicazione della costituzione e delle leggi federali. Ad esso potranno ricorrere i cittadini, gli stati nazionali, il governo federale ogni volta che riterranno lesi i diritti garantiti loro dalla costituzione e dalle leggi federali. Soprattutto, il giudice federale avrà il compito di decidere se leggi o atti del governo federale o di governi nazionali esorbino dai limiti fissati dalla costituzione, e di dichiarare nullo ogni atto che risulti incostituzionale, e che sia perciò un’usurpazione. In tal modo la violenza e la guerra saranno messe definitivamente al bando nel seno della federazione. L’indipendenza delle nazioni tutte, grandi o piccole, che per secoli si è cercato inutilmente di garantire in Europa mediante la legge della forza, sarà infine assicurata mediante la forza della legge, la quale impedirà al governo federale di opprimere tirannicamente le nazioni, a queste di sostituirsi anarchicamente a quello. Il popolo europeo, pur nella sua politica, continuerà ad essere un popolo di libere nazioni europee.



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