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Discussione: Socialismo Liberale.

  1. #1
    AchtungLaPakkiaèFiniten
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    Predefinito Socialismo Liberale.

    Penso che questo lungo intervento possa interessare.

    Dal sito Nuovo Psi:

    "Il socialismo liberale da Rosselli a Craxi" di Mauro Del Bue

    Ringrazio la Fondazione Einaudi di Parma per questo invito che ho molto gradito. Parlare del socialismo liberale o del liberalsocialismo, che è lo stesso, è per me un invito a nozze.
    Mi chiedevo, venendo in automobile qua a Parma, che cosa è il suo contrario, qual’è il contraltare del socialismo liberale. Credo di averlo trovato: il cattocomunismo. In Italia, nell’Italia del dopoguerra, certo il pensiero e la pratica cattocomunista hanno avuto più seguito che non quelle del socialismo liberale, che si è sempre presentato, a livello intellettuale e politico, come l’espressione di una minoranza, spesso anche esigua.
    Se equipariamo il pensiero socialista-liberale, e forse è già un abuso, all’area laica italiana, arriviamo a sommare al massimo un 20% di voti ottenuti alle elezioni del 1987 (sommando i voti del Psi di Craxi, del Pri, del Pli e del Psdi). Sommo questi voti solo nel 1987 perché in altre epoche Psi e Pli sono stati alternativi e non equiparabili. E in altre epoche ancora il Psi è stato, col Pci, anche alternativo a Psdi e Pri. E si tratta, quella del 1987, della massima forza ottenuta nella storia italiana, dove hanno dominato a lungo due partiti, uno d’impostazione cattolica, l’altro d’ispirazione comunista, spesso in conflitto tra loro, e in due fasi (1943-47 e 1976-79) in accordo. Nessuno dei due ha mai avuto niente a che fare col socialismo liberale, naturalmente.
    Ma veniamo alle origini. Carlo Rosselli scrive il suo libro,“Il socialismo liberale” nel 1929, nel confino di Lipari, dove era stato inviato dal regime fascista, per avere aiutato Filippo Turati ad espatriare in Francia. Anche l’isolamento d’un confino, frutto di una condanna, può dare buoni frutti, se permette ad un uomo di cultura di elaborare e sistemare le sue idee e di racchiuderle in un volume così importante e significativo per il pensiero politico. Carlo Rosselli era un giovane di vent’otto anni (era nato a Roma nel 1899 da una famiglia benestante, da un padre musicologo) ed era di un anno più anziano del fratello Nello. In guerra aveva perso un altro fratello, ed egli stesso aveva partecipato al primo conflitto mondiale sia pur da posizioni marginali, era un ragazzo del novantanove, condividendone le ragioni, al contrario della maggioranza del Psi, attestata nell’improduttiva massima di Costantino Lazzari: “Né aderire, né sabotare”.
    Prima di Rosselli mai nessuno aveva messo insieme i due aggettivi: socialista e liberale. I due partiti, liberale e socialista, si erano a lungo mostrati alternativi tra loro nella storia d’Italia. Il partito liberale aveva preso le redini dell’Italia unita a partire del 1861 con Cavour e l’impostazione cavouriana era rimasta, con la parentesi della rivoluzione parlamentare che portò al potere la sinistra storica, cioè quella di Agostino De Pretis negli anni settanta, il punto di riferimento del governo italiano. I liberali avevano aperto due trincee polemiche. Una con la Chiesa cattolica, che non riconosceva lo stato italiano dopo la breccia di Porta Pia e che invitava i fedeli a non partecipare alle elezioni, con la tattica del “non expedit”. L’altra trincea era stata costruita per arginare l’avanzata socialista, dopo la formazione del partito avvenuta a Genova nel 1892. I primi socialisti, già negli anni ottanta dell’Ottocento, affondavano le loro ragioni nella dilagante miseria della maggioranza degli italiani, soprattutto nelle campagne. Il partito socialista aveva una classe dirigente largamente composta da borghesi, che manifestavano una forte sensibilità sociale e avvertivano un profondo bisogno di giustizia. D’altronde solo dal 1892 il suffragio elettorale era stato esteso a tutti coloro che sapevano leggere e scrivere, ed erano ancora una minoranza. La politica democratica era ancora appannaggio di una categoria sociale e anche la classe dirigente socialista non faceva eccezione. Marx c’entrava molto poco. Il socialismo era un indistinto sol dell’avvenire che assomigliava al Paradiso per i cattolici e l’attualità era quella di fare cooperative e sindacati, insomma di alleviare la miseria e il dolore. Certo nacquero rivolte, come quella dei Fasci siciliani del 1894 e quella di Milano del 1898. Ma le rivolte non erano sempre accettate e coperte dai dirigenti socialisti, che ritenevano la rivoluzione un compito di una classe proletaria matura e non di plebi incolte e misere. Da parte dei liberali si usò innanzi tutto il bastone contro i socialisti. Crispi e Pelloux furono responsabili delle repressioni del 1894-95 e di quella del 1898. Nella prima, il Psi, che nacque come definizione proprio a Parma in un congresso clandestino del 1895, venne messo fuorilegge e molti dirigenti socialisti furono arrestati, nella seconda, oltre cento furono i morti per le cannonate del generale Bava Beccaris e moltissimi i carcerati, tra cui Turati. Il socialismo non poteva essere espunto dalla storia d’Italia con le manette, il carcere, i cannoni. Il primo a capirlo fu Giovanni Giolitti che, a partire dal 1901, aprì assieme a Zanardelli, nuovo presidente del Consiglio, la stagione del dialogo. Giolitti propose a Turati di fare il ministro del Lavoro. Turati non accettò, ma garantì l’appoggio parlamentare del Psi che era via via divenuto più numeroso. Se la fase del 1892-1900 è dunque quella dello scontro tra liberali e socialisti, quella che si apre nel 1901 e che durerà fino al 1911, è la fase dell’incontro. In quei governi, tra Zanardelli, Sonnino, Giolitti, la questione socialista venne affrontata come questione politica. E nacquero nuove importanti riforme: l’abbassamento delle ore di lavoro giornaliero fino a dieci, l’impedimento per i bambini e le donne di fare lavori che oggi si direbbero usuranti (ma allora si lavorava davvero in miniera), la nazionalizzazione delle ferrovie, e anche della scuola elementare, fino ad allora di competenza solo dei comuni. Poi, dopo l’impresa di Libia voluta da Giolitti, il dialogo si interruppe. Nacquero tendenze nazionaliste sempre più forti assieme a tendenze rivoluzionarie sempre più violente. E il primo Lib-Lab della storia finì male, nel mare del nazionalismo che iniziava a conquistare anche settori del vecchio Psi, in nome delle nuove terre che avrebbero potuto risolvere il grave problema dell’occupazione e riscoprendo i vecchi principi risorgimentali e patriottici. La guerra e il turbolento dopoguerra segnalano i primi vagiti dal fascismo e, insieme, l’idea della rivoluzione bolscevica da importare tale e quale in Italia. Al biennio rosso, 1920-1922, seguì la marcia su Roma e il primo governo Mussolini, cui si aggiunse, dal 1926, la nascita del regime.
    Negli primi anni venti Rosselli collabora con la rivista “La Rivoluzione liberale” di Piero Gobetti, che era poco più che un ragazzo, essendo nato a Torino nel 1901. Questo giovane, Piero Gobetti, con la sua rivista “La rivoluzione liberale”, tra il 1920 e il 1924, aveva approfondito i legami tra liberalismo e socialismo, auspicando anche che il liberalismo divenisse la teoria delle èlites operaie (Gobetti aveva vissuto molto da vicino la fase dell’occupazione delle fabbriche in una città industriale come Torino). Entrambi, Gobetti e Rosselli, si interrogavano sugli errori dei vecchi partiti a fronte dell’avanzata fascista e proponevano una opposizione senza sconti al regime. Però Gobetti, che pure aveva ottimi rapporti con Gramsci, ma non con Togliatti che lo definirà “parassita della cultura”, si definiva liberale e, anche se il suo liberalismo era a sfondo sociale, pensava a una società di produttori, insomma aveva una visone del liberalismo profondamente radicato nel mondo del lavoro, ma non aveva abbracciato le teorie marxiste. Anche per Rosselli era possibile dare un'altra interpretazione del socialismo, al di fuori del marxismo. Il suo socialismo doveva intendersi come un "divenire perenne”. Egli scrive: “Non vi è giorno in cui potrà dirsi realizzato. E' un ideale di vita, d'azione, immenso, sconfinato, che induce a superare di continuo la posizione acquisita conforme all'elemento dinamico progressista dei ceti inferiori che salgono irresistibilmente". Viene inevitabilmente nella mente Bernstein, il più grande filosofo revisionista della storia, e riappare la sua massima “Il mezzo è tutto, il fine è nulla”
    Rosselli inizia a collaborare con la rivista di Gobetti nel 1924, ma dal versante socialista (era iscritto al Psu e proponeva una versione del tipo Partito laburista, partito del lavoro). L’analogia tra Gobetti e Rosselli appare, al di là delle formule, davvero sostanziale. Il liberalismo sociale e il socialismo liberale appaiono qualcosa di molto simile. Due postazioni di confine che intersecano, Addirittura Rosselli è assai più spietato coi bolscevichi di quanto non sia Gobetti, che forse li conosceva meno e della rivoluzione sovietica aveva una versione un po’ superficiale. Nel 1922 Rosselli si era iscritto al Psu di Turati, partito nato dalla follia di espellere i riformisti dal Psi a poche settimane dalla marcia su Roma. Quell’espulsione fu l’ennesima tragedia e forse il più grave errore del socialismo italiano. Il Psi massimalista, che non voleva la rivoluzione comunista in Italia subito e per questo favorì la scissione di Livorno dei puri e duri che intendevano “fare come in Russia”, per poi riassorbirli nel partito l’anno dopo, su ordine di Lenin, fu costretto ad espellere i riformisti per restare nell’Internazionale comunista. Così il Psi, che voleva l’unità, si divise non in due, ma addirittura in tre. Rosselli fu dalla parte dei riformisti, ma senza nasconderne gli errori. Tutto il socialismo italiano aveva, a suo giudizio, perso il suo fascino. I giovani non vi aderivano neppure prima dell’ascesa di Mussolini e avevano scelto altre strade: Croce, dopo essere stato appassionato studioso di Marx, aveva rivolto la più spietata e lucida critica alle teorie marxiane che siano mai state fatte, il giovane Gobetti aveva scelto il liberalismo e la lezione di Einaudi, molti intellettuali erano diventati nazionalisti, futuristi, poi fascisti. A giudizio di Rosselli il problema era Marx. Il Psi marxista non aveva senso, ormai. Certo, quando Rosselli scriveva, il fascismo era arrivato già non solo al potere ma al regime e in Russia dopo la morte di Lenin, nel 1924, già era arrivato Stalin e il suo “culto della personalità”, per dirla con Kruscev. La questione della lotta al fascismo in nome della libertà non aveva fatto breccia a sinistra. I comunisti, ad esempio, faticavano a comprendere che il fascismo doveva essere combattuto in quanto dittatura e arrivavano al punto di salutarne positivamente l’ascesa in quanto accelerazione della crisi del capitalismo. Lottavano per il comunismo e consideravano nemici allo stesso tempo i fascisti e i socialdemocratici. Consideravano anzi la socialdemocrazia l’ala di sinistra della fascistizzazione. Dunque porre la questione liberale alla sinistra italiana serviva anche per definire la necessità di una vera lotta alla dittatura fascista. Rosselli è innanzi tutto un teorico e si propone una nuova teoria contestando la vecchia. Parte da una valutazione di Marx e del suo socialismo scientifico, di stampo determinista. Gli appare un insostenibile armamentario di analisi e previsioni, assolvendo, in parte le prime, e contestando a fondo le seconde. Marx analizzava la società del suo tempo, il capitalismo delle origini, come poteva prevedere il suo sviluppo e le conseguenze del suo sviluppo in termini così netti? Cos’era, poi, questa teoria della necessità? Se il socialismo sarebbe arrivato come sbocco fatale della crisi del capitalismo e della contraddizione principe tra le forze produttive e i rapporti di proprietà, allora che spazio c’era per la libera volontà. E cos’era mai questo proletariato, inteso come demiurgo, che non può sbagliare mai, destinato prima o poi al potere? Quel potere che, aggiungiamo noi, era stato preso in Russia, non a causa della crisi del capitalismo, ma a causa della crisi dello zarismo. E non in una società industriale moderna, ma in una società agricola di tipo arcaico. E cos’era mai questa proletarizzazione inevitabile della società, che passava attraverso l’eliminazione dei ceti intermedi, che peraltro non si è mai verificata in nessuna nazione capitalista?
    La teoria della necessità di Marx diede origine a due revisionismi, uno di destra e uno di sinistra. Quello di destra proclamava che, se il socialismo era nel corso fatale delle cose, non si capiva perchè pensare a una rivoluzione violenta. Bastava fare propaganda, aggregare il consenso, pensare a riforme oggi e per il domani ci avrebbe pensato Marx. Quello di sinistra, proclamava l’inutilità di correggere il capitalismo. Visto che avrebbe dovuto disgregarsi tanto valeva accelerarne la disgregazione. Per i primi non bisognava fare la rivoluzione, per i secondi non bisognava fare le riforme. E tra gli uni gli altri iniziò un dibattito che pareva non dovesse finire mai. Anche sul fronte volontaristico possiamo definire due revisionismi. Prendiamo, da sinistra, quello di Sorel, che reclamava la essenzialità dello slancio vitale di Bergson, che innestava nello sciopero generale insurrezionale. Altro che attendere il futuro, già nei primi anni del Novecento c’erano le condizioni per la presa del potere da parte del proletariato. Bastava lo sciopero. E in Italia assertori di questa teoria misero perfino in minoranza i riformisti nel Psi, nel 1904, e il loro leader Arturo Labriola, finirà per fare le capriole, come del resto Sorel, finendo poi per fuoriuscire dal Psi con i sindacalisti rivoluzionari, per aderire dopo la guerra al partito del super-riformista Bissolati, per diventare ministro del Lavoro durante l’occupazione delle fabbriche del 1920-21, per flirtare poi col fascismo e nel dopoguerra per rivestirsi di una nuova e mai usata casacca, quella del Pci, non senza essersi prima definito liberale.
    Sul versante liberale la critica al determinismo marxista fu certo esercitata con acume da Carlo Rosselli e dal gruppo che più gli stava vicino.
    Rosselli ritiene che l’allontanamento dei giovani dal socialismo, e la nascita di nuove infatuazioni, come il nazionalismo, parta da questo essenzialmente: che il socialismo, soprattutto per colpa del marxismo,era diventato un dogma che non dava spazio all’individuo, al suo spirito, al suo desiderio di cambiamento.
    E per questo proponeva come teoria del nuovo partito il socialismo liberale, con la visione di una società formata da individui (per i teorici della lotta di classe dovette essere uno schiaffo non da poco) e noin da un massa indistinta in cui l’individuo si annulla.
    Apriti cielo. Pazienza Togliatti, asservito alle teorie del socialfascismo della Terza internazionale, che pronunciò la sua “damnatio”, definendo il libro di Rosselli “letteratura fascista”, ma perfino il vecchio riformista Claudio Treves si spinse a criticare aspramente l’eleborazione di Rosselli. D’altronde, è bene ricordarlo, i riformisti, tranne Turati, e anche Prampolini per altri versi, erano marxisti moderati, ma non accettavano di mettere in discussione i sacri testi. Al massimo li conciliavano con altri e ne davano versioni particolari, come Mondolfo e il suo “umanesimo marxista”, così contestato da Carlo Rosselli, ma non abdicavano. Solo Turati aveva una mentalità aperta alle eresie, d’altronde. “Noi siamo nati da un’eresia”, disse una volta il vecchio riformista “e non possiamo condannare le altre eresie”. Per altri il partito era una Chiesa e i pensatori-apostoli socialisti avevano scritto tanti vangeli apocrifi.
    Le intuizioni di Rosselli sul nuovo socialismo, senza il dogma di Marx e con la libertà al suo centro, non avrà successo dopo la Liberazione, come egli aveva sperato. Anzi. In Italia avranno successo, a causa della guerra civile, le estremizzazioni leniniste e addirittura staliniane del socialismo. Il Psi sarà schiavo del Pci fino al 1956 e solo Giuseppe Saragat, che Rosselli cita e apprezza nel suo libro, capirà a fondo la realtà europea e internazionale, tentando di costruire, ma senza ottenere grandi successi, un socialismo democratico italiano. Rosselli morì in Francia dove era esiliato, dopo aver combattuto in Spagna dalla parte repubblicana e contro i fascisti di Franco. Furono sicari di Mussolini, secondo la letteratura corrente, a sparare ai fratelli Rosselli, Carlo e Nello, a Boulogne de Orne, dove Carlo era appena tornato, nel 1937, dopo essersi procurato una ferita in Spagna. Ma secondo una letteratura più recente non si esclude la responsabilità degli stalinisti, di quegli stessi che avevano concepito la lotta spagnola anche come occasione per regolare i conti con gli anarchici e i socialisti libertari.
    Sia come sia si può dire oggi che la sua profezia sul socialismo liberale si è avverata. Essa è infatti l’unica versione potabile di socialismo, oggi peraltro praticata in Europa.
    Al contrario di quello che profetizzava Carlo Rosselli, dopo il 1945 rinasce dunque in Italia un socialismo dogmatico, non riformista, filo comunista. Per questo l’amico di Rosselli, Giusepe Saragat provocò, nel 1947, la scissione socialista facendo rinascere il vecchio Psli, poi Psdi.
    I socialisti ritroveranno la loro autonomia e i caratteri democratici e liberali del socialismo solo nel 1956, dopo le rivelazioni di Kruscev sui crimini di Stalin, avvenute nel XX congresso de Pcus e soprattutto a seguito dell’invasione dell’Ungheria di cui ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario. Nenni si schierò dalla parte degli insorti, Togliatti fu dalla parte degli aggressori. Venne stracciato il patto d’unità d’azione col Pci e iniziò la politica dell’unità socialista che si ultimerà solo dieci anni più tardi, nel 1966, e poi sarà nuovamente interrotta tre anni dopo. E iniziò anche il percorso che avrebbe portato alla politica del centro-sinistra, che si realizzò a partire dai primi anni sessanta e che durerà fino agli anni settanta.
    Gli anni tra la scissione socialista del 1969 e l’avvento di Craxi alla segreteria, luglio 1976, potremmo definirli quelli del demartinismo, quelli di un partito che stava al governo, ma voleva aprire continuamente ai comunisti, con “equilibri più avanzati” e quel “mai più al governo senza il Pci” che costò la sconfitta elettorale del Psi nel 1976.
    Solo con Craxi il Psi acquisisce i connotati di partito ad tempo “autonomo, riformista e liberale”. Le tre acquisizioni vengono riassunti in una politica. Di autonomia il Psi aveva ancora bisogno, visto che il Pci era ormai entrato nell’anticamera del governo, se non nelle sue stanze, e la Dc di Zaccagnini era chiaramente collocata nel perimetro dell’unità nazionale. Pareva che il vecchio Psi fosse ormai al capolinea e il berlinguerismo avesse ormai, con le sue terze vie e il suo erurocomunismo, a sfondare nel territorio tradizionale del vecchio partito. Invece Craxi seppe rianimare un corpo che pareva moribondo. Certo con una maggiore dose di autonomia, e anche di coraggio e di spregiudicatezza, ma anche con la riappropriazione del vecchio carattere riformista, che il Psi aveva ripudiato e mai più riacquisito dal 1912. Sul versante liberale Craxi ha due meriti. Fu il primo a superare l’antico conflitto, che era divenuto inconciliabilità politica, tra i due partiti. Il Pli aveva fatto parte dei governi dell’Italia repubblicana ad eccezione di quelli ciellenisti, solo quando non c’era il Psi. Il Pli era al governo negli anni cinquanta e il Psi era all’opposizione, il Psi fu al governo negli anni sessanta col centro-sinistra, e il Pli si schierò contro. Il Pli rientrò al governo nel biennio di Andreotti, dei primi anni settanta, e il Psi tornò in minoranza. Con Craxi si superò la dicotomia. Psi e Pli dovevano dialogare e tornare al governo insieme. Fu così, a partire dagli anni Ottanta, e il governo Craxi registrò un’autorevole presenza liberale. Il secondo merito fu quello teorico di aver lanciato l’offensiva del Lib-Lab riprendendo Rosselli. Il socialismo liberale tornò ad essere in primo piano. Anzi, finalmente Rosselli scoprì di avere un partito che lo aveva preso a prestito. Craxi parlò di Proudhon, probabilmente senza conoscerlo, ma per contestare in nome di una visione libertaria e liberale del socialismo il marxismo, il leninismo, il comunismo. Chiese a gran voce la grande riforma delle istituzioni, suscitando un vespaio di polemiche a sinistra, la quale continuava a ritenerle “sovrastruttura”. Il suo Psi si pose il problema di conciliare meriti e bisogni, e torniamo a Rosselli, attraverso Martelli. E anche di esaltare il pluralismo economico, essenziale per garantire il pluralismo politico, come si professò nei quaderni di Mondoperaio, dove brulicavano i cosiddetti intellettuali socialisti. Craxi praticò, dalle posizioni di presidente del Consiglio, il taglio di alcuni punti di scala mobile a fronte di un recupero sull’inflazione e vinse un referendum popolare sconfiggendo il Pci e la componente comunista della Cgil, assentì alla collocazione dei missili americani a Comiso, ma contestò gli americani quando bombardarono la Libia e quando vollero intromettersi nella vicenda italiana dell’Achille Lauro. Fu sempre sensibile alla questione liberale anche perchè si rifiutò sempre di considerare eterne e spietate le pene, anche per i peggiori criminali, perfino per quelli nazisti, e si rifiutò di votare a favore dell’arresto di Tony Negri in Parlamento. Altri si comporteranno con lui ben diversamente. Non ritenne di dover discriminare nessuno, e decise di consultare, quando formò il suo primo governo, anche il segretario del Msi Almirante, e fu la prima volta che accadeva. Fu attento alle esigenze della vita umana quando il governo italiano fui alle prese col tragico dilemma tra la salvezza dell’uomo e quella delle istituzioni, durante il rapimento di Aldo Moro.
    Il suo socialismo era in realtà un liberalismo a sfondo sociale, un umanesimo democratico e il suo partito assomigliava a quello che Rosselli vagheggiava quando parlava di superare il partito socialista in un moderno partito del lavoro.
    Poi il nostro presente. La caduta del Muro e l’incapacità delle classi dirigenti italiane di capire gli effetti nazionali. E anche l’errore di Craxi di non approfittare di quella fase e della trasformazione del Pci per proporre una politica tesa a creare una grande forza socialista non rinviandola ad un domani indecifrabile. Craxi, in realtà, visse quel momento storico con preoccupazione. Mi ricordo di avergli parlato a lungo al congresso del Pci divenuto la Cosa, che si svolse a Bologna nel 1990, dove eravamo stati invitati insieme. Mi disse “Rischiamo di perdere il nostro ruolo”. Però non fece nulla per evitare di perderlo. Non accelerò l’unità coi post comunisti, non li sfidò apertamente. Rimandò a futuri chiarimenti scelte più precise. E venne sommerso. Nella politica intervenne la magistratura. Oggi si può fare un bilancio, lascio perdere le questioni giudiziarie, della fase politica aperta dell’intervento giudiziario in Italia. Oggi, nel Paese in cui Di Pietro, che nel 1993 godeva del consenso del 90% degli italiani, riesce a mala pena a raggiungere il 3%, c’è una grande voglia di revival, un forte desiderio e recupero del passato. Riscopriamo volentieri Andreotti, in questa crisi di astinenza dalla politica, caratterizzata da talk show con disgraziati dissensi, che spesso sfociano nella maleducazione. E ci chiediamo perchè mai un giovane oggi dovrebbe appassionarsi a questa politica, in un sistema italiano caratterizzato da partiti di plastica, senza passato, e da partiti che un passato ce l’hanno, ma lo devono far dimenticare. Che cos’è l’identità politica oggi in Italia? Vedete, passeremo alla storia per essere il Paese delle anomalie. Prima c’era in Italia il solo partito comunista di grosse dimensioni in tutta Europa, fra un po’ rischiamo di annoverare il solo partito democratico d’Europa. Perché? Un’anomalia ha prodotto l’altra. Perché l’approdo socialista e liberale è troppo netto. Meglio ripiegare su identità più offuscate e meno definite. Paravento per revisioni mai completamente compiute. Così rischiamo ancora di rimettere Rosselli in soffitta. Di considerare il suo socialismo liberale solo una opzione possibile, di relegarlo a letteratura, lui che scriveva teorie politiche augurandosi che il suo partito ne facesse uso.
    Spero che la lotta politica di quanti credono ai valori del socialismo liberale possa produrre la sola novità interessante e coerente della politica italiana: un partito. Non di plastica, non di facciata, non di opportunità. Un partito affondato nella storia dell’Italia e nel presente dell’Europa, un partito capace di superare l’anomalia italiana e di rendere un servizio di continuità, sia pur nel rinnovamento, ad una tradizione.


    Lezione tenuta dall’ On. Del Bue presso la Fondazione Einaudi a Parma

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  2. #2
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    bella grazie di averla postata

  3. #3
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    Mauro è stato molto incoerente. . . .Non che io non approvi il suo stare a destra, ma criticava gli altri da sinistra e appena si è aperta la speranaza di essere deputato nonostante fosse figlio della peggiore prima repubblica ecco pronto a rimangiarsi tutto
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