Articolo interessante preso da la nuova sardegna.
Considerazione personale:ecco quello che succede nei paesi quando le radici vengono tagliate o innaffiate male.
Dopo l’attentato a «Su mulinu vezzu» il paese si interroga su cosa possa motivare il sabotaggio a «Cortes Apertas»
A Olzai sono entrati in azione gli Unabomber della cultura
Soffrono di un’allergia specifica, un’intolleranza marcata verso tutto ciò che sa di cultura. Perché se fai cultura ti tirano le pietre. Non importa che si celebri un Nobel della pittura isolana come Carmelo Floris o che si esaltino i centri storici con “Cortes Apertas”, la kermesse sociale-economica-folk più innovativa del dopoguerra sotto il Gennargentu. Se il Comune vuole creare il museo del pittore Carmelo Floris ecco che scattano gli incendiari e mandano in fumo e cenere il lavoro fatto per il restauro delle casa di uno dei numi sacri dell’arte di Olzai e della Sardegna. Se il Comune insiste, perché con la cultura bisogna solo insistere, ecco che per “Cortes apertas” dello scorso anno gli Unabomber della cultura escono spavaldi dalla tana ancora segreta. Nella notte tra il 4 e il 5 dicembre 2005 vengono lanciate uova piene di vernice rosso-ocra proprio contro la facciata del “Museo Carmelo Floris”. Il paese ingoia amaro, la gente cammina a testa china, non ha il coraggio di guardarti negli occhi. Il Comune però non demorde. E anche quest’anno, in sincrono con la Camera di commercio di Nuoro, torna in campo “Cortes apertas”. Il programma è ricco e vario, invoglia a visitare un bel villaggio con case di granito e gerani. C’è da inaugurare la mostra fotografica “La famiglia Cardia-Mesina”, manifestazione che chiuderà i battenti il 31 dicembre. Ci sono in mostra tutti i saperi locali di Olzai: eccellenze agroalimentari e artigianato. C’è da esaltare in particolare un gioiello del Settecento, “Su mulinu vezzu”, il vecchio mulino ad acqua, rudere rimasto a testimoniare l’economia locale nel corso di tre secoli, con la grande ruota restaurata che faceva azionare i macchinari per le esigenze di una società pastorale e contadina. Il mulino-monumento, nel rione sul rio “Bisìne”, era nella “via della transumanza” dei pastori e delle loro greggi fra Barbagia e Campidano. Ce n’erano tredici di questi mulini, tutti andati in malora. È necessario allora valorizzare il valorizzabile, quel che resta di quest’opera dell’ingegno e dell’intraprendenza degli abitanti della Olzai che fu.
E che succede? Prima di tagliare il nastro di “Cortes apertas” edizione 2006 Unabomber profana anche questo mulino e, col mulino, l’intera storia paesana. Fuoco a un gioiello di archeologia industriale, come se Unabomber rifiutasse l’evento, come se volesse guastare una festa di popolo, come se non volesse che il paese si animasse di genti e di menti, di visitatori e di ammiratori. È come se Cagliari fosse autolesionista e rovinasse la sagra di Sant’Efisio, se Sassari profanasse i suoi Candelieri, e Nuoro e Oristano facessero lo stesso per il Redentore e la Sartiglia. A una settimana dalla festa rovinata la gente preferisce “non dare importanza a due disperati che odiano il paese”. Ma ci si chiede con angoscia il perché. Per un posto di lavoro di pochi giorni? Invidia per le scelte fatte? Nessuno sa, in attesa dell’inchiesta dei carabinieri. «Avrei preferito che mi avessero incendiato la macchina, che avessero fatto un gesto mirato contro una persona. Forse avremmo capito qualcosa. Così hanno offeso tutto il paese», dice il sindaco Francesco Noli, 52 anni, farmacista all’ospedale di Lanusei, laurea alla “Sapienza” di Roma, già sindaco dal 1992 al 1994.
L’attentato è stato firmato dai “disoccupati”. «Troppo comodo, è un ulteriore schiaffo a giovani senza lavoro. Non è il malessere economico, che esiste eccome, ad armare le mani di questi teppisti. C’è dell’altro». Che cosa? «Bisognerebbe chiederlo ai sociologi, forse ai criminologi. Olzai soffre tutti i guai dei paesi dell’interno. Lo spopolamento è marcato, abbiamo perso quasi mille abitanti in vent’anni. Il nostro Comune, con Bachisio Porru sindaco, è stato il primo in Italia a lanciare questo allarme. Ma è troppo facile scaricare sulle carenze sociali, strutturali, gesti come l’incendio al mulino o al museo. Scattano altri meccanismi. Forse bisogna far capire meglio come agisce un amministratore pubblico, a quali regolamenti deve sottostare, essere trasparenti perché governare anche un piccolo Comune è difficile, ma lo si fa nel rispetto delle leggi».
Maria Grazia Mureddu, laurea in Giurisprudenza, assessore alla Cultura: «Dopo un atto vile come l’incendio al mulino si rimane senza parole. Si cercano le ragioni e ci si pone delle domande. Se le pongono tutti gli abitanti. Ma non si trovano motivi né si riesce a dare risposte, si possono fare solo supposizioni. Forse qualcuno non accetta che Cortes Apertas non sia solo esposizione di prodotti tipici, ma anche di eventi che ci assicurano un posto di rilievo nel circuito Autunno in Barbagia. Senza questi la manifestazione sarebbe sterile e anonima».
Ma può essere la cultura a dar fastidio? «Può essere. Questi crimini avvengono ormai in coincidenza con eventi culturali. Cercheremo di far capire che per crescere, per riportare la gente a Olzai occorre guardare oltre il visibile, azzardare e tentare di percorrere strade nuove. Una di queste è il turismo culturale. Il nostro paese, per gli artisti e i personaggi che ha avuto, per le caratteristiche del suo centro storico, deve avere un suo ruolo. In questa direzione ci stiamo muovendo».
C’è chi fa e c’è chi disfa. E gode nel mandare gambe all’aria un lavoro collettivo. Soprattutto in occasioni pubbliche, quando il reato fa notizia. Eccola la patologia, la follìa lucida, la deformazione dell’informazione. Si manifesta con un museo messo a ferro e fuoco o imbrattato, con un mulino annerito dalle fiamme, con scritte minacciose sui muri degli edifici pubblici, con attentati agli amministratori. Ma Olzai è ben altro. Olzai è paese di ecologia e di geologia, di scuola politica, di artigianato di pregio e soprattutto di pittura. L’assessore Mureddu: «A metà del 1900, periodo felice anche dal punto di vista culturale, Olzai era il paese intellettuale per antonomasia. Si potevano contare otto avvocati, sette medici-chirurghi, tre sacerdoti, numerosi diplomati, pochi gli analfabeti». Eccellenze anche nel campo scientifico. È stato Francesco Boi (morto a Cagliari nel 1855) uno dei primi protomedici del Regno di Sardegna, incarico che oggi equivarrebbe non ad assessore alla Sanità ma a ministro della Salute. Boi, studioso di Storia, legatissimo al suo paese e al suo rione di Cambòne dov’era nato nel 1767, è stato il primo cattedratico di Anatomia e Istologia all’università di Cagliari. Pare che lo scultore fiorentino Clemente Susini si sia ispirato proprio alle dissezioni di Boi per creare gli ottanta pezzi di cere anatomiche contenute nelle 23 bacheche di via Porcell, “cere” corteggiatissime in Asia e negli Stati Uniti. L’attuale direttore di Anatomia, Sandro Riva, proclamato più che a ragione cittadino onorario di Olzai, deve peregrinare ancora fra Tokyo, Pechino, Princeton e Houston per mostrare quei capolavori. Un altro medico, Pietro Meloni Satta, si dilettava di storia e ha scritto a metà dell’Ottocento una monografia sul paese adagiato sotto Punta Palài.
Olzai è arte religiosa di pregio. È villaggio di bellissime chiese arricchite da due retabli di valore, quello della “Peste” della fine del 1400 e quello della “Sacra famiglia” della fine del 1500. Olzai è il paese di uno dei primi deputati del Partito popolare, Francesco Dore, padre di Antonio Dore, il primo segretario in Sardegna del Partito comunista italiano. Ma Olzai è soprattutto il paese di Carmelo Floris, nato a Bono e vissuto nella sua casa del rione S’umbròsu. La storica dell’arte Maria Grazia Scano, nel volume della Ilisso, ha scritto che Floris «ha contribuito allo sviluppo dell’arte in Sardegna ma anche alla costituzione di una scuola e di un’arte significativamente sarda». E Salvatore Naitza, in un giudizio critico sulla rappresentazione pittorica del ritratto di “Don Daga” ha detto: «È un tipo d’immagine che s’accorda bene con certe dinoccolate figure di Gustav Klint ma anche, per i caratteri esecutivi, col disegno e il cromatismo di Egon Schiele o con i modi alla Gino Rossi». E così questo Nobel sardo della pittura, questo interprete eccezionale delle ragazze e delle fanciulle di Ollolai, dei mendicanti e delle spose, dei vecchi col bastone e delle vecchie col fuso, questo lettore acuto della religiosità laica delle processioni in Barbagia, viene collocato dai critici tra i geni della “secessione viennese” e del “sintetismo francese” con agganci alla “secessione romana”. Perché non leggere dentro quella pittura che è il ritratto di “zio Francesco Antonio Marchi”? Non c’è lì - elegiaca - l’anima della cultura sarda e di quella universale? Ecco perché Carmelo Floris è un grande che il paese ha voluto onorare dedicandogli un museo. Ma Unabomber lo ha mandato in fumo e in cenere.
Se la Olzai di ieri era una fucina di cultura lo è anche oggi, perché continua ad essere ancora elevato il rapporto fra popolazione e laureati, circa il 7 per cento, una delle percentuali più alte in Sardegna (la media dell’Isola è del 5,4 per cento, il Nuorese si ferma al 3,2). Ed è elevata la professionalità nelle attività tradizionali. L’allevamento ovino ha alcune fra le aziende più innovative in Sardegna, capi selezionati, stalle funzionali, minicaseifici, mungitrici meccaniche. Molti puntano sul biologico, come stanno facendo - con successo - i fratelli di Salvatore Carta nelle loro fattorie di Agàsti, Giovanni Agostino Curreli nelle colline di Erchìles e Bruno Falconi sotto la costa di Monti Nieddu. Producono il Fiore sardo Dop, il pecorino tradizionale, la ricotta, la crema di formaggio. Dicono: «I prodotti sono apprezzati, vorremmo solo che in paese arrivasse più gente per poter vendere e far ammirare sia le nostre campagne che il nostro centro storico».
Olzai è paese attivo nel volontariato, con la Pro loco, la Croce Azzurra (pochi giorni fa ha celebrato i suoi quindici anni di attività). Da oltre dieci anni si industria l’associazione culturale Kèrylos, dal nome del gabbiano maschio immortalato in una lirica dal poeta greco Alcmane. Quelli di Kèrylos (cinquanta soci, presidente Giangavino Murgia, 47 anni, impiegato comunale) hanno creato un ricco archivio fotografico sul paese, per nove anni consecutivi hanno organizzato il torneo internazionale di calcio femmnile a 5, hanno festeggiato il centenario dell’asilo San Vincenzo, il primo della diocesi di Nuoro.
E soprattutto hanno avviato gli interscambi con il progetto “Gioventù con l’Europa” portando oltrAlpe ragazzi e ragazze di Olzai «perché - dice Murgia - per crescere e conservare la nostra identità dobbiamo conoscere e confrontarci con quella degli altri».
È evidente che questa Olzai rifiuta e scaccia gli Unabomber indigeni. A “Su nodu mannu”, la piazza-pensatoio, chiamata anche il “Tribunale di Pilato” perché è qui che la voce spontanea del popolo diventa quasi il giudizio di Dio, un gruppo di anziani manifesta condanna totale. Gli Unabomber dell’incendio, gli Unabomber delle uova marce sono persone insignificanti, vuote (“ballaloi”, nella parlata locale). Persone che “sun in su mundu ha v’es locu” (sono al mondo perché c’è posto). Preferirebbero non commentare perché “est a perder saccu e sale”, si resterebbe senza sacco e senza sale. Ma propongono la terapia. Dicono che “custus ballalois” hanno bisogno proprio di cultura (“heren domaos”). E chi li può educare? Il paese, “questi atti nascono in casa e in casa li dobbiamo curare”. Frase che a “Su nodu mannu” pronunciano così: “Husta hosas nassini in domo e in domo las depimus hurare”.
(11 dicembre 2006)




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