Risultati da 1 a 7 di 7
  1. #1
    megaelleno
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    Predefinito Mistrà: una ‘roccaforte’ (neo)platonica del XV secolo

    Seppur nato a Costantinopoli, capitale del moribondo impero bizantino, Giorgio Gemisto si spegne a Mistrà, nel Peloponneso.
    Molti storici moderni tendono ad identificare Mistrà con Sparta: essa sorge, in realtà, ad alcuni chilometri dall’antico centro, alle pendici del monte Taigeto.
    La fortezza vera e propria fu fondata nel 1249, quando divenne sede del principato di Acaia, creato dai crociati che avevano conquistato Costantinopoli. Il sito fu scelto personalmente dal principe Guglielmo II Villehardouin, ma il dominio francese durò appena dodici anni, perché nel 1259 Guglielmo fu sconfitto e catturato dai Bizantini.



    Nei due secoli successivi, Mistrà divenne una importante roccaforte contro i Franchi ed una sorta di ‘seconda capitale’.
    Certo, come scrive il WOODHOUSE (George Gemistus Plethon - The Last of the Hellenes), non si trattava che di 'una piccola oasi in un deserto di anarchia e confusione'. Eppure, Mistrà era divenuta una vera città cosmopolita, in grado di contemperare le influenze più diverse.
    Dopo la cessione di Tessalonica a Venezia, nel 1423, e fino alla conquista turca, nel 1430, essa fu seconda solo a Costantinopoli.
    Un anno dopo la morte di Pletone, avvenuta nel 1452, Mistrà cadrà in mano ai Turchi.


  2. #2
    megaelleno
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    Costretto in giovane età, per motivi non noti, a lasciare la città natìa, Giorgio Gemisto si stabilisce ad Adrianopoli, provvisoria capitale ottomana.Tra i suoi maestri, ci sarebbe stato l'ebreo Elisseo (ma questa notizia è riportata, postuma, dal solo Scholarios, acerrimo nemico di Gemisto, per cui molti studiosi ne hanno dubitato).
    La data della venuta di Gemisto a Mistrà non è comunque chiara, e non vi sono prove concrete di un suo arrivo prima del 1409.





    Non sappiamo moltissimo della Scuola che ivi egli fondò. Conosciamo invece i nomi di alcuni suoi discepoli della ‘prima generazione’ (cioè di quella precedente alla partecipazione di Gemisto al Concilio) e di alcuni altri possibili ‘associati’ (o discepoli? una lista dovrebbe essere in MEDVEDEV, Mistra).

    A questa prima generazione appartenne il celebre Bessarione, destinato a divenire cardinale. Sappiamo anche di Demetrios Raoul Kabakes, entusiastico ammiratore di Gemisto o forse suo discepolo.
    Il fatto che Kabakes fosse un aristocratico (di discendenza normanna) e come lui anche il già visto Iouvenalios - ritenuto addirittura il figlio illegittimo dell’imperatore Andronikos IV - rende plausibile l’ipotesi che intorno al cenacolo di Mistrà ruotassero molti appartenenti alla numerosa aristocrazia del Peloponneso, e che da essa provenissero gli intellettuali di spicco della città.
    Al ritorno dal Concilio, intorno a Pletone si raccolse una seconda generazione di discepoli, tra cui l’Argiropulo (Joannes Argyropoulos).


    (continua...)

  3. #3
    megaelleno
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    Indubbiamente, Gemisto ebbe delle dottrine esoteriche e le comunicò a coloro i quali ritenne opportunamente preparati.
    A imitazione di Platone, egli preferì trasmettere a voce le dottrine più importanti, evitando di metterle per iscritto. A meno che il quasi del tutto perduto (distrutto) trattato Delle Leggi non contenesse anche l’intera esplicazione della sua dottrina ‘esoterica’.
    E’ lo stesso Gemisto a citare Platone, ‘il quale, come i Pitagorici prima di lui, preferiva non scrivere di certi argomenti, ma comunicarli a voce ai propri discepoli’.

    Sappiamo dell’importanza della matematica nel Neoplatonismo pletoniano e all’interno della sua Scuola.
    Kabakes, ammettendo di essere devoto al culto solare, attribuisce tale inclinazione a Gemisto stesso. In effetti, il disegno che emerge dalle opere di Pletone conferma questo particolare, come vedremo allorché riporeremo alcuni passi delle Leggi.



    Esisté a Mistrà una phratria? Woodhouse lo esclude: “Se vi fu una una phratria segreta cui Iouvenalios appartenne, Gemisto fu solo alla periferia di essa”.

    Sta di fatto che, ritornato a Mistrà, Pletone dedicherà i suoi ultimi anni a stendere il trattato Sulle Leggi. Trattato in gran parte distrutto, su istigazione dell’eterno arcinemico, Scholarios. Dai frammenti rimasti, tuttavia, è possibile ricostruire le linee generali del suo poderoso progetto di riforma politico-spirituale, nonché diversi spunti ‘operativi’.

    (continua…)


    La filosofia si contrae in poche parole e tratta poche cose.
    Tratta i princìpi dell’essere e chi li abbia afferrati alla perfezione sarà capace di giudicare quanto possa venire a conoscenza dell’uomo
    (G. G. Pletone)

  4. #4
    megaelleno
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    Predefinito Sulle Leggi - I

    L’opera cui Pletone dedicò l’ultimo periodo della sua vita ha certamente dei punti di contatto con le Leggi platoniche.
    Tuttavia, vi sono alcune fondamentali differenze.
    L’opera platonica è un dialogo, mentre quanto composto da Gemisto Pletone è una miscellanea di saggi, spesso fra loro non collegati.
    Inoltre, Pletone dedica molto spazio a rituali religiosi, preghiere ed inni agli Dei, un aspetto che non si rinviene nell’opera platonica. Certamente, ciò è dovuto al fatto che mentre il paganesimo era istituzionale nell’Atene di Platone, non lo era di sicuro all’epoca di Gemisto.
    Dell’opera sulle Leggi ci restano la prefazione e i titoli dei capitoli. Di questi ultimi, quindici sopravvivono interamente o in parte, mentre gli altri ottantacinque sono andati del tutto perduti.
    Vi è una edizione di ciò che resta del trattato: C. ALEXANDRE, Plèthon: Traité des Lois, (Paris 1858, repr. Amsterdam 1966, con la traduzione in latino di A. Pellissier).
    Certamente, si trattò per Pletone del compendio di un’intera vita: IN QUIBUS SCRIBENDIS TOTAM AETATEM CONSUMPSERAT, scriverà il Trapezunzio riferendosi alla Leggi.



    Gennadio (Scholarios) sopravvive alla caduta di Costantinopoli. Fatto prigioniero e venduto come schiavo, viene rilasciato dal sultano, che lo nomina addirittura Patriarca.
    A ricordargli di Pletone giunge una lettera della principessa Teodora, moglie di Demetrio (che ancora regnerà a Mistrà per qualche anno). La donna scrive di essere in possesso del manoscritto dell’opera sulle Leggi, e di volerlo sottoporre a Gennadio.
    Questa lettera è andata perduta: sopravvive invece quella di Gennadio successiva alla scandalizzata lettura del libro Sulle Leggi.
    Gennadio impiega quattro ore per leggere il manoscritto, abbastanza per turbarlo profondamente. La lettera è una sequela di insulti al nemico di sempre: ‘il filosofo più ignorante di tutti’, ‘meschino’, ‘puerile’. In una parola: ‘vittima delle dottrine elleniche’. Probabilmente egli, per Gennadio, è stato indotto in errore dai Demoni, come già l’imperatore Giuliano.
    Le innovazioni di Pletone sono a suo dire ridicole: egli occupa un terzo della sua opera con inni, preghiere e regole sui sacrifici ai suoi Dei immaginari, impossibili da ripetere per un cristiano. Tutto questo, per Gennadio, non fa altro che dimostrare ‘l’assurdità dell’autore e il carattere repellente del suo libro’.

    L’unico verdetto possibile, per il Patriarca, sono le fiamme. Egli invia il libro alla principessa Teodora affinché possa compiere ella stessa questo esercizio di pietà. La principessa rifiuta in un primo tempo di assumersi questa responsabilità. Quando Mistrà cade in mano ai Turchi, lei e Demetrio portano con loro il libro a Costantinopoli. In una lettera all’esarca Giuseppe Gennadio parla del duplice dolore che costoro gli hanno dato: da un lato la loro espulsione dal Peloponneso, dall’altro l’aver portato con loro il libro fatale. Teodora vuole infatti che sia Gennadio ‘ad eseguire il giudizio sulle opere degli apostati’.
    Infine, Gennadio si convince a compiere lui stesso l’opera di distruzione.

  5. #5
    megaelleno
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    Predefinito Sulle Leggi - II

    Paradossalmente, quanto ci rimane dell’opera è stato preservato da Gennadio stesso ed è contenuto nella famigerata lettera all’Esarca, il cui titolo è ‘Sul libro di Gemisto’, cui Gennadio aggiunge ‘e contro il politeismo ellenico’.
    La sua analisi comincia con l’ordine dei capitoli, per rendere meglio l’idea della blasfemia del libro. Nel descrivere la sua reazione alla lettura, Gennadio scrive di aver talvolta riso della pazzia degli argomenti trattati, e che invece altre volte gli occhi gli si sono riempiti di lacrime dinanzi alla perversità di Pletone.
    Egli dice anche di aver riletto l’opera, nel tentativo di salvare almeno parti come quella riguardante la fisica e la logica, ma che gli attacchi al cristianesimo rendevano necessaria la distruzione di tutta l’opera.
    Ne riporta comunque alcune parti, in modo che nessuno in futuro potesse dubitare della giustezza del suo operato.
    Se delle altre copie sono state fatte del testo o di parte di esso, esse devono essere distrutte: pena, la scomunica.

    Un discepolo di Gennadios, Kamariotes, nell’attaccare alcuni aspetti del pensiero di Pletone, lo accuserà di ripetere l’errore degli Elleni riguardo a Zeus e al politeismo. Egli cita alcuni passi del capitolo Sul Fato delle “Leggi”. Kamariotes dice anche di avere saputo che alcuni che avevano seguito Pletone e lo ammiravano preservavano frammenti dell’opera.
    Alcuni suoi seguaci, tra cui Kabakes, fecero infatti il possibile per salvare ciò che restava dell’opera.
    Dal canto loro, filosofi arabi si interessarono all’opera di Pletone, traducendo, a mezzo secolo dalla sua morte, quanto restava delle Leggi.



    La Prefazione delle [i] Leggi, riportata da Gennadio, ci informa che il lavoro comprende:
    Teologia, in accordo con Zoroastro e Platone, utilizzando per gli Dei riconosciuti dalla filosofia i nomi tradizionali degli Dei conosciuti dagli Elleni […]”

    Cerimonie di tipo semplificato, non elaborate ma allo stesso tempo sufficientemente complete”.

    Essa tocca inoltra, Etica, Politica, Fisica, Logica e Storia antica.

    L’opera si componeva di 3 libri.
    Il primo constava di 31 capitoli, il secondo di 27, mentre il terzo comprendeva 42 capitoli e un’appendice.
    Dei capitoli contenuti nel primo libro alcuni titoli sono altamente significativi:

    Principi generali sugli Dei
    Su Zeus Re
    Sugli Dei sopramondani
    Sugli Dei intramondani
    Sull’eternità di tutti gli Dei
    Sulla generazione di Poseidon e degli altri Dei sopramondani


    Esempi dal secondo libro:
    Prove che gli Dei esistono
    Sulla provvidenza divina
    Prove che gli Dei non sono responsabili del male
    Sul Fato
    Sul numero degli Dei
    Sulle differenti specie degli Dei


    Libro terzo:
    Sui nomi degli Dei
    Sulla preghiera
    Invocazione agli Dei
    Inni agli Dei
    Ordine da usare nelle invocazioni e negli inni
    Sacrificati appropriati per ciascun Dio
    In quali circostanze, a quali Dei e in quale maniera i sacrifici dovrebbero essere compiuti
    Con quale predisposizione gli uomini dovrebbero prendre parte ai sacrifici
    Sull’esattezza degli oggetti materiali connessi agli Dei
    A quali fini le preghiere dovrebbero essere rivolte agli Dei
    Sugli oracoli


    (continua…)




    [ © =D= i passi dei testi di Pletone, ad uso di Platonopolis, qui e successivamente sono tradotti non dall’originale greco, ma dal testo inglese del Woodhouse: essi vanno perciò accolti in tutta la loro limitatezza]

  6. #6
    megaelleno
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    Predefinito Sulle Leggi - III

    Nel libro III, 36° capitolo, Pletone riporta l’ordine da usare nelle invocazioni e negli inni.
    Le istruzioni sulla celebrazione della liturgia fornite da Pletone sono estremamente dettagliate.
    Le preghiere vengono pronunciate tre volte al giorno, seguite dagli inni. I riti si svolgono tra il destarsi e la colazione, tra mezzogiorno e la cena e tra la cena e l’andare a dormire. Essi hanno luogo nei templi o in altri luoghi purificati e consacrati. I riti sono annunciati da un sacro araldo o da altra persona incaricata. Anche le esatte parole di questo ‘bando’ sono prescritte con precisione. L’annuncio è unico nei giorni ordinari, doppio nei giorni sacri e triplo alla luna nuova.
    La procedura rituale per i singoli celebranti è descritta minuziosamente. I celebranti guardando in alto, inginocchiati, alzano le mani con i palmi sollevati e dicono: ‘O Dei, siate misericordiosi!’. Nell’adorazione di Zeus essi posano la mano destra sulla terra e si inginocchiano su un solo ginocchio; nell’adorare gli altri Dei fanno lo stesso, appoggiando però la mano sinistra; in un’ulteriore preghiera a Zeus pongono entrambe le mani a terra (inginocchiandosi su tutte e due le ginocchia), prostrando il capo a terra. Essi ripetono la preghiera tre volte, seguita da tre genuflessioni.
    Questa triplice procedura è ripetuta una sola volta nei giorni ordinari, tre volte nei giorni festivi.

    Nella parte dell’opera di Pletone giunta sino a noi sono indicate le preghiere del mattino, quelle del pomeriggio, e quelle della sera.
    In più, vi sono riportati ventisette inni agli Dei, in esametri.
    Questi inni sono divisi in quattro categorie: perenni, mensili, sacri e giornalieri. I primi due includono due inni a Zeus; tredici inni sono invece ricompresi nella categoria mensile e comprendono inni alle divinità olimpiche, al Sole, alla Luna, ai demoni e a tutti gli Dei. Gli inni sacri, da cantare solo nei giorni festivi, sono sei, gli inni giornalieri sono sei, ognuno per un giorno della settimana, da cantare nei vari giorni (il settimo uguale al secondo).



    L’ultima sezione del capitolo testimonia della riforma calendariale cui Pletone lavorò.
    Ad essa sono stati dedicati almeno due studi:

    Pletho’s Calendar and Lithurgy , M. V. ANASTOS, «Dumbarton Oaks Papers»1948
    The Calendar-Reform of Pletho, S. GANDZ, «Osiris» 1950

    Entrambi gli autori sottolineano l’infondatezza della tesi che vede nel calendario pletoniano una influenza del calendario islamico e ne dimostrano invece la dipendenza dal calendario greco pagano.
    Questo calendario segue l’ordine naturale, con mesi lunari e anni solari. La luna nuova segna l’inizio del mese, scandito intermante dai ritmi lunari.
    Il primo mese dell’anno è quello che segue il solstizio d’inverno. A quest’ultimo succedono dodici mesi, fino al solstizio d’inverno successivo.

  7. #7
    megaelleno
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    Predefinito

    Uno degli aspetti del pensiero di Pletone è quello che lo caratterizza come uno dei primi ‘nazionalisti ellenici’. La (ri)fondazione di uno Stato greco non poteva non partire da Mistrà e dal Peloponneso, i cui abitanti egli riteneva i più genuinamente ellenici. Sicuramente, da questo punto di vista il filosofo è stato giustamente definito il difensore della “nazione greca e dell’ascesa del nazionalismo greco"( A Ε. Vacalopoulos, «Orιgins of the Greek Nation 1204-1461»)
    Il suo radicale progetto di riforma aveva del resto una pars politica definita già nei principi platonici con cui cercò (senza successo) di influenzare il giovane principe Teodoro, negli anni precedenti il Concilio di Firenze.
    Al giovane regnante, Gemisto indirizza un vero e proprio trattato sullo Stato e sui principi che dovrebbero informarlo.
    Dopo un excursus storico, il filosofo pone la monarchia come migliore forma di governo, affiancando al sovrano un ristretto numero di consiglieri rettamente educati.
    Gemisto prevede una rigida divisione in tre classi, il cui oltrepassamento deve essere vietato per legge. Lavoratori manuali (contadini e pastori, ad esempio), i fornitori di ‘servizi’ (tra cui i mercanti) e la classe dirigente, con al vertice il monarca.
    La maggioranza dell’esercito deve essere costituita da cittadini, non da stranieri, men che meno da mercenari. I lavoratori manuali devono costituirne il nerbo, e lo Stato deve prevedere un’alternanza periodica tra servizio militare e lavoro manuale.
    Anche il sistema delle tasse prevede una tripartizione: lavoro forzato, pagamento in denaro o in natura, percentuale di prodotto. Il lusso deve essere bandito, soprattutto nella classe dirigente. Quest’ultima dovrà interessarsi in particolar modo, invece, della guerra e dell’equipaggiamento militare.
    Non si dovrà importare vestiario. L’agricoltura non dovrà esportare il proprio prodotto all’estero, in tal caso esso sarà tassato per metà, a meno che tale prodotto non venga scambiato con ferro o armi.
    Come si vede, la preoccupazione per la difesa militare di Mistrà era al centro delle preoccupazioni di Gemisto.
    Ma la parte più importante della legislazione che egli consiglia riguarda la materia religiosa. Per Gemisto la legge dovrebbe imporre a livello dogmatico sia l’esistenza della divinità sia il suo intervento negli affari umani.

    Questa radicale opera di riforma propugnata da Gemisto Pletone, che doveva aver ricevuto nell’opera Sulle Leggi la sua più compiuta elaborazione, poggiava dunque su basi sacrali-religiose, basi che solo il paganesimo ellenico, nella logica del suo progetto, poteva fornire. In lui, è stato giustamente notato, il paganesimo diventa un mezzo di “mobilitazione nazionale”*.


    * (cfr. The Political Thought of Gemistos Plethon: A Renaissance Byzantine Reformer , N. P. Peritore, «Polity» 1977, in cui è preso in esame il progetto politico-nazionalista di Pletone).

 

 

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