Cosa pensano e che fanno i…

… maggiorenti dell’Unione

Romano Prodi è sinceramente convinto di quello che dice quando parla di Partito democratico bipolarismo, sistema maggioritario.
Tutte queste cose gli stanno certamente a cuore, ma non lo appassionano affatto. Il Partito democratico, come l’Ulivo nel ’96, per il Professore è sostanzialmente un airbag.
Da usare in caso di emergenza.
Romano Prodi pensa al governo. E l’unica cosa che per lui ora conta davvero è resistere.
Ma nonostante una certa inclinazione verso le teorie della cospirazione, si è convinto che non dovrà resistere a lungo. Se supera indenne la Finanziaria, pensa, l’anno prossimo arrivano tutti: transfughi della Cdl a rimpolpare la maggioranza, ripresa economica a rimpinguare le casse dell’erario, alleati
sorridenti e ansiosi di partecipare alla festa. Per questo ha organizzato la grande chiamata di correo di Villa Pamphili, preceduta da dichiarazioni non molto diplomatiche verso Fassino e Rutelli (quelle a proposito di timone riformista e segnali di discontinuità).
Pronunciando quelle parole e convocando la maggioranza a Villa Pamphili – la maggioranza, tutta insieme, senza cabine di regia o timoni riformisti che dir si voglia – Prodi ha fatto capire chiaramente come la pensa. Tanto più che le richieste di Rutelli e Fassino erano arrivate a breve distanza dalla lettera indirizzata da Montezemolo al convegno della Margherita di Frascati. Quella in cui si rimproverava alla Finanziaria proprio la mancanza di un’anima riformista.
E poi ci sono le dichiarazioni di Parisi e dello stesso premier sul Partito democratico come qualcosa da “lasciare al paese”, per il dopo Prodi.
Il primo passo sarà alle europee (2009), poi si tratterà di arrivare in buone condizioni al 2011.
A quella data mancheranno giusto un paio di anni alla scadenza dell’attuale presidente della Repubblica. Dopo aver fatto il presidente della Commissione europea e due volte il premier, il dopo Prodi il diretto interessato se lo immagina così. Al Quirinale.

Franco Marini. Al Quirinale guarda ovviamente– e non da oggi – anche lui.
Con il convegno dei popolari di Chianciano il presidente del Senato di fatto ha già sciolto la Margherita.
Vuole il Partito democratico, ma non è diventato un ulivista.
E se è vero, come hanno riportato i giornali, che, finito il suo intervento a Orvieto, D’Alema si sia seduto accanto al mariniano Beppe Fioroni dicendo: “Quello che mi chiedo è se in questo partito avremmo l’80 o l’85 per cento”, può essere vero pure che mentre il presidente dei Ds parlava, Fioroni passava il tempo a stuzzicare la rutelliana Linda Lanzillotta:
“Ma quanto è bravo, lo senti quanto è bravo?”.
E se è vero, come hanno riportato i giornali, che, finito il suo intervento a Orvieto, D’Alema si sia seduto accanto al mariniano Beppe Fioroni dicendo:
“Quello che mi chiedo è se in questo partito avremmo l’80 o l’85 per cento”, può essere vero pure che mentre il presidente dei Ds parlava, Fioroni passava il tempo a stuzzicare la rutelliana Linda Lanzillotta: “Ma quanto è bravo, lo senti quanto è bravo”?.

Massimo D’Alema ultimamente ha fatto due cose, nel tempo in cui non era occupato dai problemi del mondo.
Il discorso di Orvieto che tanto è piaciuto a Fioroni, in cui ha detto che i partiti non si scioglieranno in un grande gazebo, e che il Partito democratico per volare ha bisogno delle ali radicali (che poi sarebbero Mussi e Salvi).
E il discorso di Ballarò, in cui non ha detto praticamente nulla di nuovo. Ma non è questo che conta. Quello che conta è che ci è andato, nel momento più difficile, e ha difeso senza esitazioni Finanziaria e governo. E senza chiedere segnali di discontinuità o svolte riformiste.
Il suo obiettivo ora è evitare che i Ds arrivino all’appuntamento dissanguati da scissioni e lotte intestine.

Francesco Rutelli. Se questo è il quadro, la posizione del leader della Margherita è in sostanza analoga a quella di Fassino. Rischia di ritrovarsi da un giorno all’altro capo di una scatola vuota (ammesso che ne sia ancora lui il capo).
Di qui l’asse con il segretario dei Ds, che gli ha persino portato Rasmussen nel suo studio di Palazzo Chigi.
I pranzi, le cene e le telefonate tra i due non si contano. A Frascati hanno usato persino le stesse parole.
Rutelli però ha qualche carta da giocare in più.
Perché se il premier nel 2011 sarà un cattolico, non si vede chi potrebbe negargli i titoli alla corsa. Per questo non ha interesse ad andare allo scontro nel partito, oltre a non averne la forza.
E comunque ha sempre un paracadute a Roma, per il dopo Veltroni, che ha già prenotato per uno dei suoi.

Il Foglio

saluti