1956. Cinquant’anni fa,
al cinema
Una retrospettiva tematica nei botteghini di mezzo secolo fa, per vedere che aria tirava (e chi la soffiava). E per fare tanto di cappello ai maestri che sapevano farci sognare (ricordate
il Settimo sigillo di Bergman?
E il condannato evaso di Bresson?)
di Pino Farinotti
Il Domenicale 20-05-2006
Mezzo secolo è un arco di tempo importante. Può favorire un’ottica, una prospettiva solida. Cinquant’anni sono sufficienti a scremare l’essenziale, a focalizzare con ottima approssimazione ciò che è emerso e rimasto. Il cinema poi, per la sua popolarità e “vicinanza” è un’ottima cartina di tornasole. Anche se vale la solita importante premessa: il cinema non si lascia definire, decifrare, collocare in assoluto. Occorre sempre attribuirgli una franchigia. Ciò che esprime è sempre parziale, mai univoco. Tuttavia una lettura generale, pure in questi confini, può essere tentata.
Occorre comunque una premessa, un passo indietro, un anno indietro. Il 1955 era stato l’anno degli eroi, delle grandi icone, della mitologia. Erano emersi tre personaggi che avrebbero dettato esempi perenni, che avrebbero dato indicazioni decisive ai giovani. Elvis Presley con la canzone That’s All Right Mama aveva, di fatto, inventato il rock; Marilyn Monroe con Quando la moglie è in vacanza aveva perfezionato il suo personaggio, assunto per tutto il resto del secolo e oltre; James Dean in Gioventù bruciata e La valle dell’Eden aveva ridisegnato il carattere del giovane insofferente a tutte le autorità.
Dopo tanta vitale, irresistibile energia sprigionata dalla cultura americana in quell’anno, ecco che al 1956 toccava una sorta di… restaurazione. Sempre nelle “regole non univoche” dette sopra.
Ma c’è un altro promemoria che sancisce, appunto, questa “non regola”. Nel ’55 l’Oscar era toccato a Marty, un film lontano da ogni enfasi e mitologia, una riproposta all’americana del nostro realismo: la storia di un macellaio italo-americano, grasso e goffo, che s’innamora di una ragazza quasi sua omologa. A rafforzare quell’indicazione “realistica” c’era stato anche l’Oscar attribuito a Ernest Borgnine, il protagonista. Una volta pagato il prezzo dell’impegno, svolto il compitino “artistico” lontano dallo star system e dall’attitudine hollywoodiana, ecco che l’anno dopo, nel ’56, le nomination per l’Oscar, privilegiando sua maestà l’evasione, furono attribuite tutte a kolossal, a cominciare dal vincitore, Il giro del mondo in ottanta giorni, storia di nessun impegno ma di grande divertimento.
Ma il più importante film americano di quell’anno è un western e reca una grande firma, quella di John Ford. Il titolo è Sentieri selvaggi, che occupa il primo posto nelle classifiche ufficiali del genere e il secondo in una classifica assoluta recente, dietro a Vertigo di Alfred Hitchcock. È la storia di un reduce della guerra civile (John Wayne), che per anni cerca sua nipote rapita dagli indiani. Era un western adulto, non convenzionale, non eroico. Come si dice: una pietra miliare.
Qualcosa di nuovo e particolare arriva dalla Francia. È una bionda ventiduenne, Brigitte Bardot. In un’intervista ha dichiarato: «se hai voglia di fare qualcosa fallo, se ti piace un regalo accettalo, se hai voglia di fare l’amore fallo, non c’è niente di male». Nel film Et dieu créa la femme (“Piace a troppi” è il disastroso titolo italiano) diretto dal futuro marito Roger Vadim, Brigitte è sposata con Trintignant, va a letto con Marqand e accetta la corte di Jurgens. Tutto accettabile, tutto legittimato da una come lei. Troppo bella, sexy e intelligente per avere regole normali. Brigitte fedele a un uomo tutta la vita? Che anomalia e spreco. L’idea passò. Il modello si impose.
La Francia manda un altro segnale di tutt’altro genere, attraverso un grande maestro come Robert Bresson che firma Un condannato a morte è fuggito, storia vera di un partigiano che fugge dal forte di Montluc adibito a prigione nazista. Il linguaggio è spoglio ed essenziale, “silenzioso”, ma perfetto nel rappresentare le aspirazioni di libertà, la capacità dell’uomo di trovare risorse infinite nella fede e nel coraggio. Secondo Il dizionario di tutti i film Garzanti, il film «è uno degli indiscussi capolavori di tutto il cinema».
Dal Nord arriva un altro film decisivo, Il settimo sigillo: insieme al Posto delle fragole (1957), il capolavoro massimo di Ingmar Bergman. Opera di straordinaria estetica e di contenuti profondi e inquietanti. La natura, la paura, la morte e l’altra vita, le battaglie combattute, i riti, la scommessa su Dio. Lo spavento per il nulla. Il regista svedese portava la sua testimonianza dolorosa, e chi vedeva il film la coglieva nella profondità voluta dall’autore. Il cavaliere che gioca a scacchi con la morte è una delle istantanee indispensabili, una grafica imprescindibile, del cinema.
Un titolo nei concetti della “pietra angolare” arriva dal Giappone. Per una volta a firmarlo non è Akira Kurosawa, ma Kon Ichicawa. È L’arpa birmana. Il soldato giapponese Mizushima, finita la guerra nel Pacifico, si fa bonzo e torna in Birmania per dare sepoltura ai caduti giapponesi. Non esiste forse un film più pacifista di questo, tradotto con incredibile felicità stilistica, dove gli orrori della guerra vengono filtrati da una fede e da una contemplazione che non possono che essere orientali. Qualcosa di nuovo e sconosciuto arrivava in Occidente da tanto lontano. E l’Occidente ne fu incantato.
Nel febbraio di quel 1956 si tiene a Londra la prima contemporanea di tre film: Insieme, Mamma non vuole, Terra di sogno. I registi si chiamano Lindsay Anderson, Karel Reisz, Tony Richardson. Sono tutti redattori della rivista Sequence.
I tre autori (con altri meno importanti) hanno inventato il “Free cinema”. Un movimento davvero innovativo, che caratterizza, in quella chiave, quell’anno e anche molte stagioni successive. È l’idea di un cinema attento al sociale e al quotidiano, che si propone di “rivedere” i principi stagnanti della società inglese attraverso una ribellione autentica, magari vicina alla violenza. Un altro segnale è il linguaggio, che si rifà alla scuola britannica del documentario, usando esterni “veri” piuttosto che set ricostruiti. Un segnale di Free cinema sarà rintracciabile anche nel grande movimento giovanile del decennio successivo (Berkeley ’67, Parigi ’68).
Un ultimo rilievo: i grandi autori italiani, da Fellini a Visconti, da De Sica a Rossellini, quell’anno… si presero una pausa.
![]()
![]()




Rispondi Citando