
Originariamente Scritto da
kalashnikov47
economia
Contrordine: basta progresso
Maurizio Blondet
01/11/2006
Tony BlairLONDRA - Allegria. «Questo disastro non è previsto per un tempo lontano, da fantascienza, ma nel corso della nostra vita», ha detto Tony Blair.
«E se non agiamo subito, non in un lontano futuro ma subito, le conseguenze, disastrose come sono, saranno irreversibili».
Commentava ovviamente il voluminoso rapporto da lui stesso commissionato a sir Nicholas Stern, già economista alla Banca Mondiale, sul riscaldamento del clima.
Nulla di veramente nuovo nel rapporto - le previsioni di alluvioni, città che affondano nel mare, siccità e geli, perdita permanente di raccolti, affollarsi di centinaia di milioni di profughi in mostruose megalopoli, guerre di sopravvivenza per l’acqua e il cibo scarso - se non due elementi.
Il primo, il senso d’urgenza: i cataclismi avverranno già entro il 2015, fra un decennio.
Il secondo, è che il rapporto Stern esamina l’impatto economico dei cambiamenti climatici: ci costeranno il 20 % del prodotto lordo mondiale, una recessione spaventosa; per scongiurare il collasso, «basterà» spendere l’1 % del PIL globale in uno sforzo coordinato internazionale di riduzione delle emissioni di carbonio.
In tal caso, l’economia planetaria potrà persino crescere.
Anzi, una volta imposto un giusto quadro giuridico, il «mercato», con la mano invisibile, fornirà spontaneamente i rimedi.
Anzi si aprono notevoli «opportunità di business nelle tecnologie a basso tasso di carbonio», un giro d’affari che potrebbe toccare i 500 miliardi di dollari nel 2050.
Intendiamoci, il riscaldamento del pianeta è un fatto innegabile.
Lo può confermare chiunque, avendo sorvolato le Alpi vent’anni fa ed oggi; ha visto il candido mare di ghiaccio cedere a desolazioni di terrose guglie afghane.
Le nostre estati sono più torride, gli inverni continentali più freddi e asciutti.
Qua e là, nel blocco continentale eurasiatico, abbiamo visto fiumi prosciugarsi con sinistra velocità. In Australia già la desertificazione ha ridotto i raccolti drammaticamente.
La corrente del Golfo, il grande vettore termico del pianeta, rallenta: nel novembre 2004 si è completamente fermato per una decina di giorni.
E tuttavia ci si deve chiedere perché il rapporto Stern venga lanciato proprio adesso.
Perché tutti i media lo amplificano con le stesse parole, come a un segnale convenuto.
E perché a gestire le dure e grandiose misure economico-politiche che raccomanda si proponga Tony Blair, un leader in uscita, dal carisma esaurito, detestato dal suo popolo per la guerra in Iraq e l’asservimento alla Casa Bianca di Bush.
Perché deve essere chiaro ciò che le politiche anti-climatiche raccomandate prevedono per l’intera umanità: l’arretramento pianificato dei livelli di vita, e la fine del capitalismo ultraliberista.
Tornerà necessario attuare le produzioni vicino ai luoghi di consumo, anziché importarle dall’altro capo del mondo, ed è la fine della globalizzazione.
Occorrerà tornare a puntare, anziché sulla «interdipendenza», sull’autosufficienza delle nazioni, ossia sull’autarchia così detestata da Adam Smith.
La promessa d’abbondanza per tutti a basso prezzo, con cui il capitalismo ha attratto e ingannato l’umanità, viene rinnegata: adesso viene l’epoca dei sacrifici, della penuria, del razionamento.
Invece della crescita senza limiti, la limitazione e il rallentamento.
Anziché il «laissez faire», il controllo razionato delle risorse.
Invece del mercato, la gestione dirigista e autoritaria.
Ecco, forse questo è il punto.
Un programma autoritario su scala mondiale è forse quello che tenta i capi palesi ed occulti del sistema anglo-finanziario.
Da qualche tempo, sui giornali della leadership globalista, si nota con preoccupazione questo fenomeno: nella globalizzazione, le classi medie dei Paesi avanzati sono le grandi perdenti.
I super-capitalisti hanno fatto profitti immensi e indebiti, le masse cinesi o indiane hanno visto sollevare il loro livello di vita e aumentare le opportunità.
Ma le classi medie hanno perso potere d’acquisto, sicurezza del lavoro perché i lavori sono emigrati nei Paesi a salari bassissimi, e la svalutazione sul «mercato» delle loro competenze e capacità.
Il posto stesso della medio-piccola borghesia nel mondo, la sua centralità storica, è in pericolo.
Non che lorsignori piangano sulle disgrazie della borghesia.
E’ che non hanno nulla da offrirle come speranza e illusione, se non il consiglio di rassegnarsi (mentre lorsignori si arricchiscono a livelli scandalosi) al proprio declino.
Ma le classi medie sono state la base legittimante del potere dell’alta finanza.
Hanno risposto con entusiasmo alle parole d’ordine che venivano dall'alto: quando l’ordine è stato il nazionalismo, sono state nazionaliste; quando la parola d’ordine è tornato il liberismo assoluto, hanno obbedito.
Hanno costruito per lorsignori gli imperi. hanno combattuto le loro guerre.
Hanno sostenuto le follie dell’avventurismo finanziario più criminale con l’onestà e la lealtà del loro lavoro quotidiano, tecnicamente essenziale, in cambio di poco: una prospettiva anche ipotetica e modesta di miglioramento, la convinzione che col «progresso» e la «libertà» i loro figli avrebbero avuto un poco più dei padri.
Nell’illusione di essere in qualche modo cooptate, collaboratrici e non serve, nel sistema voluto dall’alto.
Ora non più.
I segnali sono imponenti.
Mai le classi medie hanno manifestato tanta sfiducia nei loro governanti, tanto acrimonia nella loro corruzione - Emmanuel Todd ha parlato giustamente di una loro secessione morale - e questo segnala che, come il capitalismo terminale, anche la «democrazia-mercato» è al capolinea: il consenso fondamentale dei governati verso i governanti è scomparso.
La fiducia, essenziale in una civitas della libertà, non c’è più.
E lorsignori sanno dove vanno a parare le classi medie ferite: finiscono per darsi un’autorità, un’autarchia che mette redini al «mercato» saccheggiatore, che impone ordine al laissez faire selvaggio, a chiudersi nella solidarietà di nazione, a mettere ai ceppi le oligarchie sovrannazionali, in nome di qualche idea collettiva di equità.
Tutto ciò che viene bollato come populismo e, Dio non voglia, «fascismo».
Ecco perché - è un’ipotesi, ma non la scarterei - Tony Blair si candida a gestire la nuova fase: per prevenire e impedire il cambio di leadership, che cova come desiderio oscuro nelle classi medie sconfitte.
Dice: se ci vuole dirigismo, sarò io a farlo; se il libero scambio non funziona più, sarà io a cambiarlo; se c’è bisogno di un dittatore «fascista», eccomi, sono qui, anzi siamo qui tutti noi liberisti, alti finanzieri, economisti monetaristi, speculatori di borsa e di derivati… noi, noi possiamo gestire l’autoritarismo, il razionamento, l’economia di guerra che si rende necessaria. Volete dei capi «nazionali» e pensosi del bene della comunità storica?
Eccoci, siamo noi.
Volete dei politici seri che vi diano dei «valori» per resistere nell’immiserimento?
Ecco, noi vi daremo i valori.
Non cercate altri.
Così assistiamo a uno spettacolo paradossale e infinitamente ridicolo, se non fosse tragico.
Ciò che il rapporto Stern ci dice, in fondo, è questo: «Se avessimo un sistema economico diverso, potremmo meglio resistere alla catastrofe di cui il nostro sistema presente è responsabile». (1)
Insomma, gli autori del sistema radicale della modernità, con i suoi sprechi e consumi inutili, l’ideologia del «progresso infinito» e del PIL in crescita eterna, i fumi, gli inquinamenti, le educazioni al desiderio che ci ha instillato la pubblicità, sono gli stessi che ora si candidano a mettere in causa radicalmente il sistema della modernità.
A rovesciare per noi l’abbondanza globale (che ci hanno promesso loro) in razionamento.
A gestire il passaggio dal progresso (da loro magnificato) al regresso, dalle magnifiche sorti alla messa sotto corte marziale della società sotto pretesto di ecologismo.
Va notato che Al Gore, il candidato democratico del recente passato, ha inforcato il cavallo dell’allarme climatico assai prima del rapporto Stern: qualcuno deve averlo avvertito, che questa sarebbe stata la nuova direttiva del ventunesimo secolo. (2)
Ed ora, Al Gore «E’ stato chiamato dal governo britannico come consulente, perché raccomandi azioni di promozione nella lotta al riscaldamento climatico».
Guarda caso, Londra e la city lo hanno assunto per i nuovi compiti.
Che sono tra l’altro un bel diversivo per politici che vogliano distrarre dall’Iraq e dalle guerre presenti e future di USA e Israele.
Ma proprio se si crede al rapporto Stern bisogna rifiutare questo ultimo inganno.
Prima di accettare limitazioni nel riscaldamento e nell’auto, bisognerà reclamare la fine di quelle guerre, così inutili e così inquinanti; smascherare insomma i saltimbanchi del liberismo autoritario. Non una sola riga, nel rapporto Stern, è dedicata alle conseguenze psicologiche di massa di un arretramento imponente dei livelli di vita e di un’economia autarchica e razionata (pensate solo al crollo dell’industria dell’auto e del suo uso, uno dei pilastri dell’edonismo liberista): non sanno semplicemente cosa dire, cosa proporre.
Non hanno nemmeno l’idea che il riscaldamento climatico e la sua gestione richiede la revisione dalle fondamenta di tutta la «cultura» su cui il loro capitalismo del superfluo è prosperato: la fede scientistica e tecnocratica, la promessa di «felicità» per tutti intesa come materialismo zoologico, la gioia dello shopping come oppio delle masse.
Se Stern ha ragione, decine di milioni di uomini dovranno morire di fame, di sete e di gelo.
Altre centinaia di milioni dovranno aderire a una vita di rinuncia, sacrificio e disciplina.
E’ possibile?
E’ possibile solo se si riesce ad imprimere un senso severo del dovere, una finalità al sacrificio di tutti, nella certezza di una condivisione leale del peso.
Ma come possono darci un fine di questo genere i Blair e gli Stern, i costruttori di un sistema globale che non riconosce altro senso che la finalità economica?
Il riscaldamento globale è un fatto.
Le sue conseguenze gravissime, più che probabili.
Ma con troppa facilità i gestori lo attribuiscono all’effetto-serra dovuto alle emissioni dell’industria umana.
Questa loro diagnosi è ancora tecnicista-materialista, e propone una soluzione tecnico-commerciale, l’adesione disciplinata al protocollo di Kyoto, la compravendita di diritti ad inquinare.
Ciò rivela molte, troppe cose di lorsignori: primo, la convinzione demiurgica che l’uomo industriale è il dio di se stesso, che è stato lui a riscaldare la Terra (e non occulti, incomprensibili fenomeni cosmici, nelle profondità oceaniche o negli spazi siderali), e che lui può e deve, titanicamente, controllare tali mega-cause.
Secondo, la loro incapacità di uscire dal cerchio chiuso del pensiero che ci ha portato allo scacco ecologico-sociale di cui ora denunciano le conseguenze.
Un pensiero sempre orizzontale, che non mette in discussione i fondamenti della vita che ci hanno imposto, del paese dei balocchi in cui ci hanno chiamato - e in cui ora ci stanno spuntando le orecchie d’asino.
Se Stern ha ragione, ciò che occorre con urgenza alla società non sono soluzioni tecniche, ma risorse spirituali per sopportare ed affrontare il male.
Non una demiurgica, ateistica volontà di potenza, ma qualcosa di simile alla rassegnazione cristiana, alla carità e alla giustizia; altrimenti, non è difficile prevedere cosa avverrà: la guerra di tutti contro tutti per l’acqua e il cibo mancanti, dei potenti contro i deboli per strappare loro beni divenuti scarsi, degli armati assuefatti allo shopping contro gli inermi e i miti; la società gangsteristica di cui il «capitalismo alla russa» è una prefigurazione.
L’intera società globalizzata può piombare nell’angoscia nichilistica, nella privazione di senso accecante e tormentata di «bisogni» non più soddisfatti dal «mercato».
Ora, la vera tragedia è che di tutte le risorse spirituali che adesso ci servono ci ha privato precisamente il sistema ultra-capitalista, iper-consumista che ora siamo esortati ad abbandonare. Siamo troppo abituati a coprire il nostro vuoto col mangiare e col comprare: la vita della frugalità ci sembrerà senza significato.
La pubblicità ci ha educato ad «odiare le rinunce»: in base a qualche speranza dovremmo cambiare e accettare?
Perciò, mi sembra, l’attribuire il cambiamento climatico della Terra alle emissioni industriali cela una ulteriore insidia.
Altri popoli ed altri tempi, con più forza spirituale, hanno conosciuto che le glaciazioni e i diluvi, le scomparse di intere umanità, indicavano la chiusura di un ciclo.
Più precisamente, esse erano attribuite non al carbonio, ma al venir meno dell’ordine interiore nell’uomo e nei governanti.
I cinesi accusavano delle alluvioni l’imperatore, che aveva trascurato i riti o con la sua vita aveva negato l’ordine generale.
Platone attribuisce l’affondamento di Atlantide a cause simili, cosmico-spirituali (3):
«Finchè prevalse in essi [negli Atlantidi] la natura divina, furono ossequenti alle leggi e devoti all’elemento divino presente in essi. Concepivano pensieri veraci […]; erano miti e savii così di fronte ai casi che sopravvenivano, come nei loro rapporti reciproci. Disdegnando tutto fuorchè la virtù, ben poco conto facevano dei beni che possedevano… non perdevano per la ricchezza il dominio di sé, e non commettevano passi falsi perché, lucidi di mente, vedevano chiaro che tutti i vantaggi materiali si accrescono con l’amicizia reciproca congiunta alla virtù; mentre per la cura e stima eccessiva di quei beni, periscono insieme i beni stessi e la virtù.
Ma quando l’elemento divino si estinse in loro e il carattere umano prevalse, allora, incapaci di sopportare la prosperità presente, degenerarono. E mentre agli occhi di chi sapeva vedere apparvero imbruttiti, avendo perduto i beni più belli e preziosi, agli occhi degli inetti a scorgere la vera felicità, allora soprattutto apparvero bellissimi e felicissimi, gonfi com’erano di ingiusta avidità e potenza».
Fu allora che Zeus, convocati gli dèi, decise il cataclisma e i terremoti che sprofondarono Atlante.
Non vi sembra che il greco parli di noi, di voi?
Platone avrebbe riso delle nostre speranze nei protocolli di Kyoto.
Oggi, i più derideranno come superstiziosa la convinzione di Platone che è lo scadimento delle virtù a provocare i cataclismi «naturali» che cancellano i popoli e chiudono cicli di civiltà: sono proprio i derisori, temo, che non ci faranno sopravvivere al ciclo presente.
In questo frangente, una cosa è certa: non è di un Blair che abbiamo bisogno.
Ci vorrebbe un Platone piuttosto.
Maurizio Blondet
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Note
1) «La crise climatique fai irruption sur la scène apocaliptique du monde», Dedefensa, 27 ottobre 2006.
2) «Gore, l’homme de Londres», Dedefensa, 30 ottobre 2006.
3) Ciò che segue è la fine del dialogo «Crizia». Ogni parola accusa punto per punto la società ultracapitalista attuale. Gli antichi atlantidi coltivavano «pensieri veraci» (noi, la menzogna mediatica e pubblicitaria). Sapevano che i beni materiali «si accrescono con l’amicizia reciproca e la virtù» (il contrario della concorrenza selvaggia e dell’egoismo aggressivo «imprenditoriale» o speculativo). Quando cambiarono, gonfi di ingiusta avidità e potenza, «apparvero bellissimi e felicissimi» mentre erano «turpi» interiormente: proprio come la gente del jet-set esaltata e fotografata nei rotocalchi.
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