L’Italia che vinse
Vittorio Veneto e quel che ne conseguì
Il 25 e il 26 ottobre la lotta sul Grappa divenne sempre più aspra e dura; le alture passavano di mano in mano, contese da fanterie italiane e austriache che dimostravano pari valore e straordinaria tenacia. Il sacrificio dell’armata del Grappa stava però già dando i primi frutti: il Comando Supremo Austro-Ungarico dovette fare affluire sul monte le divisioni che aveva in riserva e che non sarebbero più state disponibili per contrattaccare sul Piave.
Nella notte dal 26 al 27 i primi reparti delle Armate XII, VIII e X, riuscirono a passare il fiume, grazie all’abnegazione dei pontieri.
A Pederobba giunsero sulla sponda sinistra il 107° reggimento francese, i battaglioni alpini Bassano e Verona, il comando del 9° gruppo alpini, poi la corrente e il fuoco dell’artiglieria nemica distrussero le passerelle e il ponte in costruzione.
Nell’ansa del Piave, a nord del Montello (Fontana di Buoro), i pontieri riuscirono a gettare due ponti sui quali passarono la I divisione d’assalto (gen. Zoppi) e la brigata Cuneo; poi, anche qui, i ponti furono distrutti. La piena impedì il gittamento dei ponti a Nervesa, per cui l’8° corpo d’armata dell’VIII Armata non riuscì a passare il fiume.
La X Armata, invece, favorita dalle migliori condizioni dell’alveo e dalla corrente meno vorticosa, riuscì ad affermarsi sulla riva sinistra con truppe dei corpi d’armata 15° britannico e 9° italiano.
Malgrado l’eroismo dei pontieri che, infaticabili, subendo gravissime perdite, ricostruivano i ponti sotto il fuoco, e tornavano a ricostruirli quando erano ancora distrutti, le truppe che avevano passato il Piave fra Pederobba e il Montello erano isolate né potevano ricevere rifornimenti, benché contrattaccate violentemente dalle divisioni austro-ungariche. Durissima fu la lotta nella piana di Sernaglia, dove battaglioni d’assalto, fanti delle brigate Cuneo, Messina, Pisa e Mantova, conquistarono i villaggi di Mosnigo, Moriago, Sernaglia, mantenendone il possesso contro furiosi contrattacchi, sostenuti da violento fuoco di artiglieria.
L’impossibilita di far oltrepassare il fiume dall’8° corpo era preoccupante; il generale Caviglia ebbe allora l’idea di passare sui ponti della X Armata, alle Grave di Papadopoli, il suo 18° corpo d’armata, affinché, risalendo verso nord, lungo la sponda sinistra del Piave, aprisse la strada all’VIII. Grazie alla pronta comprensione di Lord Cavan, la manovra si svolse il 28 ottobre, nel giorno in cui la crisi da Pederobba a Nervesa giunse al culmine, poiché le truppe che avevano oltrepassato il fiume continuavano ad essere isolate di fronte alle divisioni nemiche che contrattaccavano con energia, mentre la lotta sul Grappa era sempre durissima e causava gravi perdite senza risultati.
Nel pomeriggio del 28 ottobre il sole si affacciò fra le nubi e sui monti cessò di piovere; il livello del fiume incominciò ad abbassarsi e le prime truppe del 18° corpo di Caviglia, passarono sui ponti delle Grave, avanzando verso nord. In quel pomeriggio la vittoria si delineò sicura.
Con uno sforzo estremo i pontieri costruirono sicuri passaggi e il 29 ottobre tutti i corpi d’armata di prima linea poterono passare il Piave.
A nord del Montello le divisioni XXIII francese e LII alpina dilagarono oltre il fiume; gli alpini si impadronirono di Monte Barberie, mentre il I corpo italiano giungeva a Quero, nella valle del Piave.
Il mattino del 30 ottobre gli alpini conquistarono Monte Cesen, mentre il 21° corpo con gli arditi della I divisione d’assalto, truppe dell’8° corpo ciclisti e cavalleria giungevano per differenti vie a Vittorio Veneto. La separazione delle armate austriache dei monti da quelle del piano era ormai un fatto compiuto; lo scopo strategico della battaglia era raggiunto. Da quel momento ebbe infatti inizio l’inseguimento che causò il totale sfacelo dell’Esercito Imperiale.
Nella giornata del 30 ottobre la III Armata passò il Piave forzando le difese nemiche e la IV Armata perseverò nella lotta per impegnare contro di sé le forze nemiche che erano ancora tanto combattive da sferrare violenti contrattacchi.
Poi venne il crollo. Nella notte dal 30 al 31 ottobre le divisioni austro-ungariche che avevano difeso eroicamente il Grappa, minacciate di accerchiamento, cominciarono a indietreggiare, inseguite immediatamente da alpini, fanti e bersaglieri, ai quali si unì un gruppo di squadroni di cavalleria che, oltrepassato il monte, puntò su Belluno, caricando truppe nemiche in ritirata.
Era ormai scoccata l’ora tanto attesa dalla cavalleria. Le quattro divisioni di cavalleria e i reggimenti delle armate avanzarono rapidamente alla Livenza e poi al Tagliamento, oltrepassando le colonne nemiche in ritirata. Il 31 ottobre entrò in azione anche la VI Armata sull’Altipiano di Asiago e nei giorni successivi la I Armata e la VII. Tutto il fronte, dallo Stelvio al mare, fu in movimento: la gara per giungere il più lontano possibile era aperta e l’entusiasmo propagatosi fra le truppe fece trascurare fatiche e stanchezze.
Il 3 novembre avanguardie italiane entrarono in Trento e in Udine, mentre bersaglieri e marinai sbarcavano a Trieste. Alle ore 15 del 4 novembre, con l’armistizio, ebbe termine la battaglia vittoriosa.
da www.centroricerchearcheo.org
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Quattro anni più tardi, il 24 ottobre, a piazza del Plebiscito di Napoli, con a fianco un garibaldino ancora in vita, Mussolini annuncia l’intenzione di marciare su Roma.
Il giorno dopo, nell’anniversario dell’avvio della battaglia di Vittorio Veneto, gli squadristi si concentrano e il 26, data culmine della battaglia, la Marcia parte. Il 28, anniversario dello sfondamento, gli squadristi giungono a Roma. Il 29, anniversario della rotta austrungarica, sfilano vittoriosi.
Il 30, anniversario della conquista di Monte Cesen, il Duce ottiene l’incarico di formare il governo e il 31, anniversario della giornata finale, il governo giura.
Il 4 novembre, anniversario della vittoria in guerra, il governo fa la sua prima apparizione pubblica.
L’Italia di Vittorio Veneto ha vinto ancora e la Rivoluzione Italiana avvia la sua fase istituzionale.
P.S. Da correggere alcuni luoghi comuni infondati.
Il re e le autorità erano divise sul da farsi rispetto alla Marcia su Roma. Se il re non firmò lo stato d’assedio, avviando così una guerra civile, lo si dovette pricipalmente ad Armando Diaz, capo di Stato Maggiore e vincitore della Grande Guerra. Interrogato da VIttorio Emanuele su quale sarebbe stata la reazione dell’esercito nel caso egli avesse firmato lo stato d’assedio, Diaz rispose: “Vostra Maestà non ha alcuna ragione di mettere in dubbio la fedeltà dell’esercito. Ma se io fossi in Vostra Maestà non la metterei alla prova…”
Le forze dell’ordine invece si comportarono diversamente, eseguendo ordini contrastanti. Tant’è che tra il 27 e il 30 ottobre 36 squadristi vennero uccisi in combattimento
www.noreporter.org




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