Non è frequente vedere che gli stessi motivi che assicurano il successo di un'iniziativa ne determinano poi anche la rovina: ma questo è esattamente ciò che è successo all'armonica a coppe di cristallo, o glassharmonica, uno strano strumento ideato nel Settecento del quale, dopo pochi decenni, si era già persa ogni traccia. Dopo due secoli di silenzio, una quindicina di anni fa un costruttore americano ha tentato di farlo rivivere, fabbricandone alcuni esemplari secondo i disegni originali, ma la sua si è rivelata soltanto un'idea infelice che non ha suscitato alcun interesse degno di nota. Eppure quell'armonica ha avuto un'esistenza intensa e di un qualche valore, come dimostra il vivo interesse nei suoi confronti mostrato da alcuni compositori di prima grandezza quali Beethoven e Mozart, e perfino da poeti quali Goethe e Schiller. Curioso comunque è il fatto che la medesima passione per la musica dell'armonica a coppe di cristallo abbia segnato le vite di personaggi quali Franklin, Mesmer e Mozart, già tra loro singolarmente incrociate.
L'idea iniziale di questo strumento va ascritta al musicista irlandese Richard Puckridge che, senza alcuna modestia, lo chiamò "organo angelico". Si trattava niente più che di una serie di bicchieri a calice, alcuni dei quali parzialmente riempiti di vino, attaccati a una base rigida. I suoni si ottenevano passando i polpastrelli delle dita, inumiditi, lungo i bordi delle coppe: variando la pressione sul cristallo se ne aumentava o diminuiva il timbro e la durata.
Un giorno, trovandosi a Londra in un viaggio di lavoro (a quell’epoca era agente per le Colonie), Benjamin Franklin ebbe modo di ascoltare un concerto di Puckridge e si innamorò subito di quello strano organo. Scrivendone all'abate Baccaria, suo amico, si espresse in termini entusiastici arrivando ad asserire che i suoni prodotti in quel modo "erano incomparabilmente dolci, si gonfiavano e si attenuavano a volontà, a seconda della maggiore o minore pressione delle dita, e si potevano far durare a piacimento". Un'altra caratteristica peculiare di quei suoni era che un ascoltatore non riusciva a distinguere da dove avevano origine: era come se scendessero dal cielo avvolgendo da ogni parte chiunque si trovasse nella sala.
Genio multiforme e irrequieto, Franklin colse subito i principali punti deboli dello strumento: facilità alla rottura dei bicchieri durante il trasporto; fatica fisica per il suonatore, costretto a compiere veloci movimenti di braccia, polso e mano; difficile calibratura delle coppe; rischi di tagli ai polpastrelli affrontati da chiunque si accingesse a suonare. E non gli ci volle molto per avere un'idea innovativa: costruire coppe senza stelo e forate al centro, inserire uno spessore di sughero nel foro e infilare le coppe, in senso verticale e per grandezza decrescente, lungo un perno da mettere in movimento con un pedale. Facendo girare il perno anche i cristalli avrebbero ruotato, per cui il suonatore non avrebbe dovuto far altro che posizionare e poi tener fermi i polpastrelli in corrispondenza della coppa che intendeva far risuonare. Meglio ancora, poteva servirsi di un archetto da violino per evitare il contatto tra le dita e i bordi delle coppe. Infine, per semplificare ancora di più le cose, Franklin pensò che sarebbe stato bene contrassegnare tutte le coppe che producevano le medesime note (ma di altezza differente) con gli stessi colori: tutti i do in rosso, i re in verde e così via.
Tornato in America e "assoldati" un po' di volenterosi artigiani del vetro, l'inventore dette avvio alla realizzazione di questo strumento e, per renderlo più bello esteticamente, lo inserì in un mobile di legno molto simile a quello di un pianoforte. Nel 1761 il primo esemplare era pronto. In omaggio alla musica italiana Franklin lo chiamò semplicemente armonica e cominciò a dare dimostrazioni delle nuove possibilità musicali che si aprivano in quel modo.
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Rispondi Citando
- è stato al gioco. E così, incapace da mesi di prendere sonno per i sensi di colpa, ho deciso di confessare…
