Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
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    Predefinito Michele Scoto, il Merlino di Sicilia

    Nella storia delle scienze occulte ci sono personaggi che, pur avendo svolto ruoli di grande importanza, sono rimasti pressoché ignoti ai più. Ma il caso di Michele Scoto – mago, astrologo, medico, filosofo, matematico e alchimista alla corte di Federico II nella Sicilia dei primi decenni del XIII secolo – è ancora diverso: di lui, semplicemente, abbiamo avuto per secoli un’immagine distorta. Tra i responsabili dell’equivoco dobbiamo probabilmente annoverare Dante Alighieri, che colloca Scoto nella quarta bolgia dell’ottavo cerchio infernale, tra i fraudolenti. A lui Virgilio si riferisce con una lapidaria terzina:

    Quell’altro che ne’ fianchi è così poco,
    Michele Scotto fu, che veramente
    de le magiche frode seppe ’l gioco.

    (Inferno - XX canto, 115-123)

    Degradato da Dante a mago imbroglione, Scoto è stato per tutto il Medioevo protagonista di innumerevoli leggende che lo dipingevano a tinte fosche. Si diceva per esempio che, incaricato di portare un’ambasciata al re di Francia, avesse aperto un libro magico evocando lì per lì un demonio che, sotto forma di focoso cavallo nero, lo portò in volo a Parigi. Una volta lì, non avendo ricevuto soddisfazione dal re, Scoto chiese al suo cavallo di dare tre zampate per terra: alla prima zampata le campane di Nôtre Dame si misero a suonare e, contemporaneamente, traballarono tutti i campanili di Parigi. Alla seconda, crollarono tre torri del palazzo cosicché, prima che l’infernale cavallo battesse la terza, il re, per niente smanioso di vederne gli effetti, aderì a tutte le richieste di Scoto.


    Michael Scotus
    Oxford, Bodleian Library
    (Ms. Canon. Misc. 535, folio 1)

    Non è facile comprendere come sia nata la leggenda di Michele Scoto "mago", anche perché va tenuto presente che, in quel periodo storico, alchimia e astrologia non erano considerate arti demoniache e, anzi, erano tenute in grande considerazione. Né Scoto scrisse mai testi di magia, anche se dimostrò di conoscere molto bene trattati e operazioni ad essa connesse. Probabilmente la sua erudizione, insieme alla provenienza da Toledo (città celebre per gli studi occulti), bastò, nell’immaginario popolare, ad attribuirgli la fama di mago. Per questo non sembra giusto che il suo nome resti legato unicamente alle "arti proibite" e la sua figura confinata nel limbo in cui era stato condannato da leggende medievali.

  2. #2
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    La sua biografia è molto incerta, in particolare per i primi anni di vita. Non sappiamo quando sia nato esattamente (probabilmente verso il 1190), né dove, anche se gli storici sembrano ormai concordi nel ritenere che il suo paese natale sia la Scozia.
    Studiò probabilmente a Oxford e a Parigi. E si hanno sue notizie a Toledo dove, a detta di Ruggero Bacone, imparò l'arabo. Di certo si sa che, intorno al 1227, giunse alla corte di Federico II di Svevia. Qui venne nominato astrologo di corte e tradusse le opere di Avicenna e Averroè dall'arabo e quelle di Aristotele dal greco, facendo della Sicilia un luogo d’elezione per lo studio del sapere antico. Per Federico II scrisse il triplice trattato Liber Introductorius, Liber particularis, e la Phisyognomia, che nel loro complesso costituivano una vera enciclopedia di tutto il sapere astronomico-astrologico dell'epoca.




    A lui sono attribuite almeno due opere di argomento alchemico: un Magistero dell'arte dell'alchimia e un Magistero minore. Pare che conducesse esperimenti di alchimia, descrivendo allumi, sali, spiriti e numerose ricette per la trasmutazione dei metalli, usando una gran varietà di sostanze, come erbe e minerali, oltre a ingredienti insoliti, come polvere di talpa, sangue di gufo e oppio. Un frammento di una sua ricetta, citata da Lynn Thorndike, così recita: "Si chiudano cinque rospi in un vaso e si faccia loro bere succhi di varie erbe con aceto, come prima fase nella preparazione di una meravigliosa polvere ai fini della trasmutazione".

    L'alchimia di Michele Scoto aveva un carattere essenzialmente pratico e il fine era quello di ottenere permutazioni da una sostanza all'altra. Manca, come in gran parte della prima alchimia latina, qualsiasi accenno metafisico, quasiasi simbolismo che possa far pensare a una pratica anche di tipo spirituale.

  3. #3
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    La terza parte del Liber Introductorius è dedicato alla fisiognomica e costituisce il vero "best seller" di Scoto. Ne circolò un buon numero di copie manoscritte e, dopo l’invenzione della stampa, il libro ebbe una ventina di edizioni. Scoto non ha inventato la fisiognomica, ma il suo è il primo trattato sull’argomento nell’Occidente latino. Ed è stato a lungo il più famoso.

    Scoto interpreta i sogni e crede anch’egli, come i suoi contemporanei, nelle meravigliose proprietà di erbe e pietre. Nel suo trattato astronomico studia le sette regioni dell’aria, gli spiriti dei pianeti e delle immagini astrali, fornendo preghiere e segni di scongiuro per ogni momento del giorno e della notte e sommando studi di meccanica celeste a digressioni storiche sulla stessa astronomia, tra le prime in assoluto, anche e soprattutto a livello di fonte documentaria. Il Liber physiognomiae consta di tre parti.

    La prima parte è dedicata ai meccanismi della generazione animale ed è quasi un trattato di sessuologia, dove non mancano consigli di igiene e di comportamento per una corretta generazione: far nascere un figlio con determinate caratteristiche o inclinazione dipende da una serie di fattori, non ultimi quelli astrologici. Non mancano quelle che oggi definiremmo curiosità, ad esempio la descrizione che Scoto dà della donna-tipo dotata di natura calda che fa sesso volentieri: è poco più che dodicenne, non più vergine, dai seni piccoli, con abbondanza di peluria nei luoghi deputati, capelli crespi e corti, audace nel parlare, di bel colorito, bene in carne ma non grassa, di temperamento altero. Ma questa "venere", che oggi farebbe rischiare ad un corteggiatore l’accusa di pedofilia, è poco adatta a generare figli. Come madre potenziale, è meglio la donna frigida, non più adolescente, dai seni grandi e morbidi, dalle carni un po’ sfatte, paurosa, credulona, pia.

    La seconda parte del Liber physiognomiae è dedicata ai fattori che formano la costituzione fisica di un individuo e dell’insieme dei suoi organi, determinando anche le premesse per prevenire, diagnosticare o curare i malanni. Solo la terza parte dell’opera è dedicata alla fisiognomica come la intendiamo noi, ovvero allo studio dei tratti caratteriali ricollegabili a certe caratteristiche fisiche: Scoto studia il volto dell’uomo sul quale i pianeti hanno contrassegnato le vicende della vita di ognuno. Gli astri esercitano la loro influenza sulla generazione umana ed imprimono i loro sigilli sui suoi lineamenti, dai quali è possibile leggere quanto dai corpi celesti è stato stabilito.

    Andrea De Pascalis su Stargate Magazine - giugno 2003


  4. #4
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    Alcune fonti riportano che Michele Scoto avesse predetto il declino e la morte dell’imperatore Federico II.

    "…Federico II aquila nova proteggerà con le sue ali le genti, ma poi avendo voltato le spalle alla madre (Chiesa) il becco dell’aquila imperiale scontrandosi contro la pietra (Pietro) solida si sarebbe ritorto in modo tale da impedire l’assunzione di cibo, generando pene e dolori terribili che si sarebbero tracsinati sino alla morte e oltre…" (Piero Morpurgo, Federico II e la natura di Federico II. Immagine e potere).

    Inoltre profetizzò: "… morirete vicino alla porta di ferro, in un luogo il cui nome sarà formato dalla parola fiore…"

    Da allora Federico evitò di andare in Firenze, come affermò Giovanni Villani:

    "Lo Imperatore venuto in Toscana non volle entrare in Firenze, né mai non v’era intrato, però che se ne guardava, trovando per suoj auguri,ovvero detto d’alcuno demonio, ovvero profezia, come dovea morire in Firenze, onde forte ne temea..." (Giovanni Villani, Cronica).

    Né volle entrare a Faenza o Firenzuola, che ricordavano la parola contenuta nella profezia. L’imperatore morì invece in Puglia, ma all’interno del castello denominato Fiorentino.
    La leggenda tramanda che Federico II avesse compreso che la sua fine era ormai giunta quando, durante un momento di lucidità, apprese di trovarsi a Castel Fiorentino e che il suo letto era presso una porta murata, che aveva battenti di ferro e che era servita nel passato per mettere in comunicazione la stanza con una torre del castello.

    La morte non avrebbe spaventato Federico II, in quanto lo stesso Michele Scoto aveva ridisegnato il Pantheon delle gerarchie angeliche. Al primo posto vi erano i filosofi, mentre nell’ordine successivo stavano gli imperatori, che avevano così garantito un posto fulgido in Paradiso, per l’eternità.

    Da Federico II. L’Impero della magia - Morena Poltronieri, Ernesto Fazioli
    (Hermatena edizioni – Pagg 41/42)



  5. #5
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    Andrea de Pascalis

    LA LEGGENDA MAGICA DI MICHELE SCOTO




    Tra le opere conosciute di Michele Scoto nessuna ha come argomento specifico la magia. Tuttavia — come riferisce L. Thorndike in History of Magie and Experimental Science — nei suoi libri il filosofo si sofferma più volte sulla materia. Sorprendentemente, nonostante la fama di mago attribuitagli dai posteri, in tali scritti Scoto esprime un atteggiamento di condanna nei confronti di magia e di necromanzia, anche se spesso indulge a narrare storie di maghi e necromanti e mostra di avere una grande familiarità con i testi magici. Egli definisce «necromanzia» un'arte oscura praticata più di notte che di giorno. I responsi dei necromanti sono suggeriti dai demoni; l'arte magica distrugge la religione e corrompe la morale. Il mago è un imbroglione e un malvagio, ma è anche un individuo capace di scrutare nei segreti della natura e di predire il futuro. Avvalendosi di arte diabolica, lo stregone è in grado di effettuare incantesimi e «legature», di interpretare sogni, di suscitare illusioni.

    Scoto elenca ventotto diversi metodi di divinazione e crede che siano tutti veri: gli auspici tratti dal volo degli uccelli,l'interpretazione dei sogni, la divinazione a mezzo dei tuoni, l'idromanzia, la manzia attraverso l'osservazione delle comete, delle stelle cadenti e delle forme delle nuvole. Tutti questi metodi — egli spiega — sono proibiti, infami e malvagi, contrari alla fede cristiana, ma nondimeno sono veri «come le meraviglie di Simon Mago».
    Scoto più di qualche volta attribuisce un carattere sperimentale alla scienza magica. Altrove stabilisce che, poiché i demoni sono naturalmente avidi di sangue, specialmente umano, quando necromanti e maghi desiderano eseguire esperimenti, spesso mischiano acqua con vero sangue o usano vino che hanno «esorcizzato» in modo da farlo apparire sangue.


    Nel Liber physionomiae Scoto parla dell'interpretazione dei sogni, affermando che per poter operare correttamente bisogna prendere in considerazione diversi elementi: l'età del sognatore, la fase lunare del momento in cui è avvenuto il sogno, lo stato di digestione del sognatore. A quest'ultimo proposito Scoto stabilisce che un sogno avuto prima che si sia avviato il processo di digestione non ha significato o riguarda il passato; il sogno ottenuto mentre si è nella fase di digestione riguarda il presente; il sogno ottenuto a digestione completata riguarda il futuro. Una volta fatto il sogno, per poterlo rievocare al mattino Scoto raccomanda di dormire per il resto della notte sull'altro lato del corpo o di frizionarsi il retro della testa il giorno seguente.

    Andrea de Pascalis – da Abstracta n° 14 (Stile Regina Editrice - aprile 1987)

    *^*^*^*^*^*^

    La leggenda magica di Michele Scoto è esposta minuziosamente in un capitolo di Miti, leggende e superstizioni del Medioevo di Arturo Graf, a cui vi rimando.

  6. #6
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    Predefinito Re: Michele Scoto, il Merlino di Sicilia

    Federico II era solito chiedere consigli a Michele Scoto su ogni questione importante, perché aveva una fiducia illimitata in lui. In alcune lettere, infatti, l'imperatore lo definisce "preziosissimo fra i miei Maestri".

    Michele Scoto compose anche il Liber particularis, in cui rispose ai quesiti postigli da Federico II. Dagli interrogativi rivolti all'astrologo, Federico II attendeva una maggiore conoscenza rispetto ciò che era rivelato dagli insegnamenti della Chiesa.

    Le domande erano poste per: «... spiegare l'edificio della Terra, e precisamente quanto è alta la sua solida consistenza sovrastante gli abissi; [...] se laggiù esista qualche altra cosa che la sorregge oltre l'aria e l'acqua; [...] l'esatta misura che separa un cielo dall'altro e ciò che esiste al di là dell'ultimo cielo; in quale cielo Dio, per sua natura, si trovi, ed in che modo egli stia assiso sul trono celeste, e come gli facciano corona gli angeli ed i santi, e cosa facciano gli angeli ed i santi costantemente in sua presenza...»
    A proposito della domanda relativa «all'esatta misura che separa il cielo dall'altro», Salimbene da Adam riporta un curioso aneddoto. Dopo avere dato il suo responso a Federico II, questi allontanò l'astrologo dal regno, trattenendolo altrove per molti mesi, ovvero il tempo necessario ai suoi architetti e muratori, per abbassare il soffitto della sala in cui aveva studiato Michele Scoto. Qualche tempo dopo, lo Svevo richiamò a sé l'astrologo e riformulò la medesima domanda. Michele Scoto, dopo avere fatto nuovi calcoli, arrivò alla conclusione che il cielo, durante la sua assenza si era alzato o la terra si era abbassata!

    Inoltre, Federico II era interessato a conoscere dov'era collocato l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso; se un'anima poteva riconoscere nell'oltretomba un'altra anima e se era possibile ad un'anima di tornare in vita. Poi, ancora, chiedeva a Scoto perché l'acqua del mare è salata e com'è possibile che lontano dal mare vi siano polle d'acqua salata; perché il fuoco nasce dalla terra, come sull'Etna, a Vulcano o in altre isole vulcaniche e altri quesiti simili.




    Federico si interessò anche all'alchimia, grazie ancora a Michele Scoto. L'astrologo gli spiegò le proprietà dei metalli e dei minerali; del mercurio, chiamato argento vivo, che se messo dentro all'orecchio portava alla sordità. Gli insegnò anche i misteri delle droghe e delle erbe, come delle straordinarie virtù dei fiumi e dei mari, che suggerirono all'Imperatore di mandare un gruppo di ricercatori in Norvegia, per osservare la natura di una fonte, che aveva la facoltà di pietrificare. […]

    Michele Scoto trovava le sue ispirazioni non solo da Tolomeo e Al-Fargani, ma anche presso gli antichi, dagli oscuri scolii a Germanico che comprendevano, a loro volta, Nigidio e Fulgenzio, Igino, Plinio, Marziano Cappella e Arato. Da questi, egli trasse le deduzioni per le figurazioni astrologiche di Marte e Giove, del Sagittario e del Centauro. In campo astrologico, Scoto si ispirò agli Arabi e soprattutto ad Albumasar che, a sua volta, aveva già commentato Ermete, Doroteo, Teucro babilonese, e altri scrittori indiani e persiani che, in questo modo, tornarono a vivere alla Corte federiciana.

    Nacquero molte stoleggende a proposito di Michele Scoto. A Bologna, la fantasia popolare dell'epoca lo ricorda come personaggio dalle doti mirabili, in grado di organizzare banchetti tra i più lussuosi nel giro di pochi attimi. Grazie all'aiuto di intere gerarchie di demoni che egli evocava e che in un battere di mani giungevano in volo, era in grado di allestire i più preziosi festini presso le case più altolocate della città e, soprattutto, all'interno del palazzo oggi chiamato Re Enzo. Quando Michele Scoto giungeva a Bologna tutti sapevano della sua presenza, che era sempre anticipata da scosse telluriche che toccavano tutta la città. Un'altra leggenda narra che Michele Scoto, intervenuto alla festa dell'incoronazione a «re dei Romani» di Federico II, sia stato in grado di chiamare in cielo nubi in quel giorno molto caldo e, per soddisfare il suo Signore, ordinare loro di riversare una copiosa e rinfrescante pioggia.


    Stralci da Federico II. L’Impero della magia - Morena Poltronieri, Ernesto Fazioli (Hermatena Edizioni, pag. 29 – 30 - 39)

 

 

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