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    Predefinito [Iraq Libero] Bollettino del 7/11/2006

    Questo bollettino contiene: 1. DOMENICA 12 NOVEMBRE ASSEMBLEA NAZIONALE A FIRENZE; 2. LA CONDANNA DI SADDAM HUSSEIN; 3. IL LIBANO DOPO L’AGGRESSIONE ISRAELIANA – Otto incontri con Samah Idriss; 4. GLI USA VOGLIONO DETTARE LEGGE IN LIBANO – Un articolo di Stefano Chiarini.

    IRAQ LIBERO – COMITATI PER LA RESISTENZA DEL POPOLO IRACHENO

    Bollettino del 7 novembre 2006
    http://www.iraqiresistance.info
    iraq.libero@alice.it

    -----------------------------------------------------------

    DOMENICA 12 NOVEMBRE, ORE 10
    FIRENZE
    ex Scuola Elsa Morante, Via Gian Paolo Orsini 44

    ASSEMBLEA NAZIONALE
    dei Comitati Iraq Libero e di tutte le realtà che intendono copromuovere la conferenza internazionale

    L’assemblea di domenica 12 novembre ha lo scopo di riconvocare la Conferenza Internazionale: “Contro l’occupazione, per la Resistenza – Una pace giusta in Iraq, Libano e Palestina”.
    Dopo la battaglia dello scorso anno, dopo il successo dell’appello sui visti lanciato nei mesi scorsi, e soprattutto alla luce del rinnovato interesse espresso da diversi settori della resistenza irachena, libanese e palestinese è arrivato il momento di riconvocare questo importante convegno internazionale.

    Chiediamo a tutte le realtà che hanno già aderito, a quelle comunque interessate, ai singoli che condividono gli obiettivi di questa iniziativa, di venire a Firenze affinché ognuno porti il proprio contributo di idee alla promozione ed all’organizzazione della conferenza.

    *************************
    LA CONDANNA DI SADDAM HUSSEIN

    Domenica 5 novembre, con un perfetto tempismo rispetto alle elezioni di “medio termine” in corso oggi negli Usa, è stata annunciata al mondo la condanna a morte di Saddam Hussein.
    Non sappiamo se questa sentenza verrà mai eseguita, ma la sua gravità resterà in ogni caso, sia per la mostruosità giuridica che l’ha consentita, sia per le conseguenze politiche in Iraq.

    Abbiamo sempre affermato l’illegittimità del processo a Saddam, un processo frutto dell’altrettanto illegittima occupazione militare dell’Iraq.
    Si è trattato di un processo farsa nel quale sono state violate le regole più elementari del diritto, un processo nel quale Saddam non ha potuto difendersi. Ai suoi avvocati è stato impedito sia di leggere i fascicoli dell’inchiesta che di interrogare i testi dell’accusa.
    Il presidente di questo tribunale speciale, solo formalmente iracheno, in realtà nominato direttamente dagli Usa e con uno statuto redatto appositamente da giuristi americani, si è perfino permesso di espellere dall’aula uno degli avvocati di Saddam, Ramsey Clark, che – lo ricordiamo per chi non lo conoscesse – è un ex ministro della Giustizia degli Stati Uniti.
    Cosa ha fatto Clark di tanto grave? Ha presentato alla corte un memorandum in cui si definisce il processo “una pagliacciata”.
    Questa pagliacciata non è stata messa in piedi per processare Saddam per la strage di Duajail, come si vorrebbe far credere, ma solo per mostrare la prepotenza e l’arbitrio degli occupanti (non diciamo dei “vincitori”, perché pensiamo che alla fine non lo saranno).
    Come abbiamo affermato fin dal 2003, la cattura ed il processo a Saddam Hussein hanno rappresentato un caso eclatante di violazione del diritto internazionale.
    Il giudizio sul suo operato politico non spetta certo alle potenze occupanti, ma semmai al popolo iracheno una volta che avrà riconquistato il proprio diritto all’autodeterminazione oggi calpestato dagli Usa e dai loro alleati.
    Come possono i criminali di guerra americani, responsabili dei peggiori eccidi (basti pensare a Falluja), delle peggiori nefandezze (ricordiamoci di Abu Ghraib) ergersi a paladini della giustizia?
    Se Saddam è un criminale, cosa sono Bush, Blair, Olmert?
    Indubbiamente agli aguzzini Usa ha dato fastidio anche il comportamento processuale di Saddam, che non si è in alcun modo piegato, che non ha accettato il ruolo di imputato e che ha rovesciato le accuse sui suoi accusatori.
    Una ragione di più per arrivare ad una sentenza “esemplare”, per mostrare, come già avvenuto con Milosevic, il volto feroce del “diritto” imperiale.

    Inequivocabili le reazioni americane: <<Una bella giornata per il popolo iracheno>> è stato il primo commento della Casa Bianca. Ed ancora, quasi a voler sbeffeggiare il mondo intero: <<Questa è la prova inconfutabile che esiste un sistema giudiziario indipendente in Iraq>>.
    Ma per gli Stati uniti, oltre agli aspetti propagandistici, questa condanna ha anche un obiettivo eminentemente politico: premere sull’acceleratore dello scontro interconfessionale allo scopo di far avanzare il progetto di tripartizione dell’Iraq.
    In altre parole, favorire il dispiegarsi della guerra civile come passaggio necessario per arrivare alla nascita di tre (forse addirittura quattro) staterelli più o meno controllabili, più o meno disponibili a mantenere le grandi basi a stelle e strisce costruite in questi anni.
    E che la sentenza di domenica prepari questo scenario è chiaramente indicato da Salih al Mutlaq, responsabile del secondo blocco sunnita nel parlamento di Bagdad, che ha affermato che: <<La decisione non è stata saggia e il governo, non la corte ha superato i limiti con questa sentenza>>. E <<questo governo sarà responsabile delle conseguenze, della morte di centinaia di persone, dello spargimento di sangue di migliaia o centinaia di migliaia di persone>>.
    Insomma, anche dietro la condanna di Saddam Hussein c’è il “divide et impera” di sempre.
    Tocca alla maturità delle forze che resistono all’occupazione respingere questo tentativo, lavorando all’unità per liberare l’Iraq e per respingere i progetti di spezzettamento balcanico del paese.

    *************************

    IL LIBANO DOPO L’AGGRESSIONE ISRAELIANA
    Otto incontri con Samah Idriss
    per parlare della guerra, della resistenza e della situazione politica attuale

    Questo è il calendario del tour:

    PERUGIA Venerdì 24 novembre
    PORTO S. GIORGIO Sabato 25 novembre
    FABRIANO Domenica 26 novembre
    MILANO Lunedì 27 novembre
    PADOVA Martedì 28 novembre
    REGGIO EMILIA Mercoledì 29 novembre
    VIAREGGIO Giovedì 30 novembre
    PISA Venerdì 1 dicembre

    CHI E' SAMAH IDRISS

    Samah Idriss è un noto intellettuale libanese e pubblica la prestigiosa rivista letteraria araba "Al Adab" (http://www.adabmag.com). E' l'autore di diversi libri e ha un dottorato dalla Columbia University di New York. Ha militato nel movimento antimperialista di sinistra, ed è il cofondatore di diverse associazioni culturali e politiche che sostengono la lotta di liberazione araba. Mentre lotta per superare il sistema su basi confessionali lasciato dal colonialismo francese e le divisioni politiche
    su basi settarie, Samah Idriss sostiene il movimento di resistenza nazionale, compresi i movimenti islamici, oltre a quelli in altri paesi arabi. E' attualmente impegnato nella Campagna di Resistenza Civile (http://www.lebanonsolidarity.org).

    *************************

    GLI USA VOGLIONO DETTARE LEGGE IN LIBANO

    La lettura di questo articolo di Stefano Chiarini ci pare assai istruttiva su chi ha davvero le redini del comando della cosiddetta “comunità internazionale” che ha decretato, tramite l’Onu, la risoluzione 1701 dell’agosto scorso. Una lettura particolarmente consigliabile, dunque, a chi – scambiando fischi per fiaschi – ha intravisto in questa risoluzione una tendenziale uscita dalla logica imperialista della guerra infinita o quanto meno il passaggio dall’unipolarismo ad un multipolarismo progressivamente sfuggente all’egemonia americana.

    dal Manifesto del 3 novembre

    Beirut, veto Usa al governo di «unità nazionale»

    Dura presa di posizione di Washington contro la richiesta di un ingresso nel governo del maronita Aoun e di un rafforzamento della componente sciita. Lunedì l'incontro decisivo. Poi il 13 novembre: disobbedienza civile

    Stefano Chiarini
    Le notti di Beirut sono di nuovo agitate come non avveniva dalla fine della guerra. Da più parti si teme un possibile precipitare della situazione sia interna, con uno scontro aperto tra il fronte pro-Usa del «14 marzo» (Hariri Inc, Jumblatt, ultra-destre maronite di GeaGea e Gemayel) e quello «nazionale» (i partiti sciiti Amal e Hezbollah, il movimento del generale maronita Michel Aoun, i gruppi sunniti antiHariri di Sidone e Tripoli, il Pcl), sia esterna con Israele, che continua a mandare i suoi aerei a sorvolare a bassa quota Beirut e il sud del paese e che sta già delimitando a suo piacimento il confine tra il Golan siriano e le fattorie di Sheba libanesi, entrambi occupati.
    Il veto dell'amministrazione Bush ad un «accordo di riconciliazione nazionale» tra i due campi, con un rimpasto che veda l'ingresso nel governo del «Movimento patrottico» del generale Michel Aoun e un rafforzamento della componente sciita (la comunità più numerosa), rischia ora di recidere l'esile filo di speranza costituito da un «tavolo di dialogo» convocato dal presidente del parlamento ( e leader del movimento sciita moderato Amal) Nabih Berri, al ritorno dal suo recente viaggio in Arabia saudita. Un secco no a questa ipotesi è però giunto nelle ultime ore da Washington dove si trova quello che ormai è divenuto il più fedele alleato degli Usa nella Repubblica dei Cedri, il leader druso Walid Jumblatt. Desiderosi di arrivare ad una destabilizzazione del Libano e della vicina Siria con l'uscita degli Hezbollah dal governo, la chiusura dei confini con Damasco, il disarmo della resistenza libanese e palestinese e una «cantonizzazione» «irachena» del Libano e della Siria, gli Usa hanno paragonato la richiesta del Fronte sciita-maronita (Hezbollah-Amal-Aoun) per un allargamento dell'esecutivo ad un presunto tentativo di colpo di stato ispirato da Damasco e Tehran del quale non hanno portato alcuna prova o semplice indizio. Con una gravissima violazione della sovranità libanese Washington ha praticamente definito la richiesta di un cambio di governo come una violazione della risoluzione 1701 sul cessate il fuoco. In altri termini i libanesi non potranno più cambiare il loro governo senza il via libera di Washington. Altrimenti faranno la fine dei palestinesi colpevoli di avere eletto il «governo sbagliato» e quindi fatti morire di fame e lasciati nelle mani dei loro carnefici israeliani.
    Le prossime ore saranno decisive. Lunedì infatti il presidente del parlamento ha convocato l'ultima riunione del «tavolo nazionale» per verificare la possibilità di un allargamento del governo (dove Hezbollah ed Amal sono ora in netta minoranza e dal quale è assente Michel Aoun). Se vi dovesse essere un'altra fumata nera, lunedì tredici novembre l'opposizione scenderà in piazza con una manifestazione nazionale a Beirut e proporrà varie iniziative di disobbedienza civile, fino allo sciopero generale. Una strategia che punta tutto su metodi democratici e non violenti dal momento che il fronte di opposizione è ormai, dopo aver respinto l'invasione israeliana, chiaramente maggioritario nel paese, anche a livello elettorale. Una prospettiva questa che però bloccherebbe i piani Usa di usare il Libano per destabilizzare la Siria. Ed ecco di nuovo il ritorno delle bombe e degli attentati. Una potente granata è stata lanciata l'altra notte contro una caserma della polizia nel quartiere di Corniche al Mazra. Il quinto attentato notturno nella capitale, il terzo contro una caserma di polizia dall'inizio di ottobre. Non solo. Gli strateghi della tensione sembrano puntare su un nuovo precipitare della situazione proprio in occasione della manifestazione del 13 novembre prossimo augurandosi una riedizione, su scala maggiore, degli scontri, con due vittime, scoppiati alla periferia sud di Beirut tra la popolazione locale e le «nuove» forze di sicurezza del ministro degli interni Ahmad Fatfat (del partito di Hariri). Una possibilità questa che preoccupa non pochi a Beirut, a cominciare dagli stessi vertici della chiesa maronita che ieri hanno rivolto un appello alla calma a tutte le fazioni. Uno scontro frontale spaccherebbe infatti lo stesso campo cristiano dove si moltiplicano gli incidenti tra i seguaci del generale Aoun, che hanno vinto, anche se di poco, le elezioni nella prestigiosa università di Saitn Joseph e i militanti delle Forze Libanesi fedeli a Samir Geagea, il massacratore di Sabra e Chatila.

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    Predefinito Iraq Libero - Roma

    OMNIA SUNT COMMUNIA
    IRAQ LIBERO – COMITATI PER LA RESISTENZA DEL POPOLO IRACHENO
    Bollettino del 7 novembre 2006
    Questo bollettino contiene:
    1. DOMENICA 12 NOVEMBRE ASSEMBLEA NAZIONALE A FIRENZE
    2. LA CONDANNA DI SADDAM HUSSEIN
    3. IL LIBANO DOPO L’AGGRESSIONE ISRAELIANA – Otto incontri con Samah Idriss
    4. GLI USA VOGLIONO DETTARE LEGGE IN LIBANO – Un articolo di Stefano Chiarini
    --------------------------------------------
    DOMENICA 12 NOVEMBRE, ORE 10
    FIRENZE
    ex Scuola Elsa Morante, Via Gian Paolo Orsini 44
    ASSEMBLEA NAZIONALE
    dei Comitati Iraq Libero e di tutte le realtà che intendono copromuovere la conferenza internazionale
    L’assemblea di domenica 12 novembre ha lo scopo di riconvocare la Conferenza Internazionale: “Contro l’occupazione, per la Resistenza – Una pace giusta in Iraq, Libano e Palestina”.
    Dopo la battaglia dello scorso anno, dopo il successo dell’appello sui visti lanciato nei mesi scorsi, e soprattutto alla luce del rinnovato interesse espresso da diversi settori della resistenza irachena, libanese e palestinese è arrivato il momento di riconvocare questo importante convegno internazionale.

    Chiediamo a tutte le realtà che hanno già aderito, a quelle comunque interessate, ai singoli che condividono gli obiettivi di questa iniziativa, di venire a Firenze affinché ognuno porti il proprio contributo di idee alla promozione ed all’organizzazione della conferenza.
    *************************
    LA CONDANNA DI SADDAM HUSSEIN
    Domenica 5 novembre, con un perfetto tempismo rispetto alle elezioni di “medio termine” in corso oggi negli Usa, è stata annunciata al mondo la condanna a morte di Saddam Hussein.
    Non sappiamo se questa sentenza verrà mai eseguita, ma la sua gravità resterà in ogni caso, sia per la mostruosità giuridica che l’ha consentita, sia per le conseguenze politiche in Iraq.

    Abbiamo sempre affermato l’illegittimità del processo a Saddam, un processo frutto dell’altrettanto illegittima occupazione militare dell’Iraq.
    Si è trattato di un processo farsa nel quale sono state violate le regole più elementari del diritto, un processo nel quale Saddam non ha potuto difendersi. Ai suoi avvocati è stato impedito sia di leggere i fascicoli dell’inchiesta che di interrogare i testi dell’accusa.
    Il presidente di questo tribunale speciale, solo formalmente iracheno, in realtà nominato direttamente dagli Usa e con uno statuto redatto appositamente da giuristi americani, si è perfino permesso di espellere dall’aula uno degli avvocati di Saddam, Ramsey Clark, che – lo ricordiamo per chi non lo conoscesse – è un ex ministro della Giustizia degli Stati Uniti.
    Cosa ha fatto Clark di tanto grave? Ha presentato alla corte un memorandum in cui si definisce il processo “una pagliacciata”.
    Questa pagliacciata non è stata messa in piedi per processare Saddam per la strage di Duajail, come si vorrebbe far credere, ma solo per mostrare la prepotenza e l’arbitrio degli occupanti (non diciamo dei “vincitori”, perché pensiamo che alla fine non lo saranno).
    Come abbiamo affermato fin dal 2003, la cattura ed il processo a Saddam Hussein hanno rappresentato un caso eclatante di violazione del diritto internazionale.
    Il giudizio sul suo operato politico non spetta certo alle potenze occupanti, ma semmai al popolo iracheno una volta che avrà riconquistato il proprio diritto all’autodeterminazione oggi calpestato dagli Usa e dai loro alleati.
    Come possono i criminali di guerra americani, responsabili dei peggiori eccidi (basti pensare a Falluja), delle peggiori nefandezze (ricordiamoci di Abu Ghraib) ergersi a paladini della giustizia?
    Se Saddam è un criminale, cosa sono Bush, Blair, Olmert?
    Indubbiamente agli aguzzini Usa ha dato fastidio anche il comportamento processuale di Saddam, che non si è in alcun modo piegato, che non ha accettato il ruolo di imputato e che ha rovesciato le accuse sui suoi accusatori.
    Una ragione di più per arrivare ad una sentenza “esemplare”, per mostrare, come già avvenuto con Milosevic, il volto feroce del “diritto” imperiale.

    Inequivocabili le reazioni americane: <<Una bella giornata per il popolo iracheno>> è stato il primo commento della Casa Bianca. Ed ancora, quasi a voler sbeffeggiare il mondo intero: <<Questa è la prova inconfutabile che esiste un sistema giudiziario indipendente in Iraq>>.
    Ma per gli Stati uniti, oltre agli aspetti propagandistici, questa condanna ha anche un obiettivo eminentemente politico: premere sull’acceleratore dello scontro interconfessionale allo scopo di far avanzare il progetto di tripartizione dell’Iraq.
    In altre parole, favorire il dispiegarsi della guerra civile come passaggio necessario per arrivare alla nascita di tre (forse addirittura quattro) staterelli più o meno controllabili, più o meno disponibili a mantenere le grandi basi a stelle e strisce costruite in questi anni.
    E che la sentenza di domenica prepari questo scenario è chiaramente indicato da Salih al Mutlaq, responsabile del secondo blocco sunnita nel parlamento di Bagdad, che ha affermato che: <<La decisione non è stata saggia e il governo, non la corte ha superato i limiti con questa sentenza>>. E <<questo governo sarà responsabile delle conseguenze, della morte di centinaia di persone, dello spargimento di sangue di migliaia o centinaia di migliaia di persone>>.
    Insomma, anche dietro la condanna di Saddam Hussein c’è il “divide et impera” di sempre.
    Tocca alla maturità delle forze che resistono all’occupazione respingere questo tentativo, lavorando all’unità per liberare l’Iraq e per respingere i progetti di spezzettamento balcanico del paese.

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    IL LIBANO DOPO L’AGGRESSIONE ISRAELIANA
    Otto incontri con Samah Idriss
    per parlare della guerra, della resistenza e della situazione politica attuale
    Questo è il calendario del tour:

    Perugia Venerdì 24 novembre
    Porto S. Giorgio Sabato 25 novembre
    Fabriano Domenica 26 novembre
    Milano Lunedì 27 novembre
    Padova Martedì 28 novembre
    Reggio Emilia Mercoledì 29 novembre
    Viareggio Giovedì 30 novembre
    Pisa Venerdì 1 dicembre

    Chi è Samah Idriss

    Samah Idriss è un noto intellettuale libanese e pubblica la prestigiosa rivista letteraria araba "Al Adab" (www.adabmag.com). E' l'autore di diversi libri e ha un dottorato dalla Columbia University di New York. Ha militato nel movimento antimperialista di sinistra, ed è il cofondatore di diverse associazioni culturali e politiche che sostengono la lotta di liberazione araba. Mentre lotta per superare il sistema su basi confessionali lasciato dal colonialismo francese e le divisioni politiche su basi settarie, Samah Idriss sostiene il movimento di resistenza nazionale, compresi i movimenti islamici, oltre a quelli in altri paesi arabi. E' attualmente impegnato nella Campagna di Resistenza Civile
    (www.lebanonsolidarity.org).

    *************************
    GLI USA VOGLIONO DETTARE LEGGE IN LIBANO
    La lettura di questo articolo di Stefano Chiarini ci pare assai istruttiva su chi ha davvero le redini del comando della cosiddetta “comunità internazionale” che ha decretato, tramite l’Onu, la risoluzione 1701 dell’agosto scorso. Una lettura particolarmente consigliabile, dunque, a chi – scambiando fischi per fiaschi – ha intravisto in questa risoluzione una tendenziale uscita dalla logica imperialista della guerra infinita o quanto meno il passaggio dall’unipolarismo ad un multipolarismo progressivamente sfuggente all’egemonia americana.

    dal Manifesto del 3 novembre

    Beirut, veto Usa al governo di «unità nazionale»

    Dura presa di posizione di Washington contro la richiesta di un ingresso nel governo del maronita Aoun e di un rafforzamento della componente sciita. Lunedì l'incontro decisivo. Poi il 13 novembre: disobbedienza civile

    Stefano Chiarini
    Le notti di Beirut sono di nuovo agitate come non avveniva dalla fine della guerra. Da più parti si teme un possibile precipitare della situazione sia interna, con uno scontro aperto tra il fronte pro-Usa del «14 marzo» (Hariri Inc, Jumblatt, ultra-destre maronite di GeaGea e Gemayel) e quello «nazionale» (i partiti sciiti Amal e Hezbollah, il movimento del generale maronita Michel Aoun, i gruppi sunniti antiHariri di Sidone e Tripoli, il Pcl), sia esterna con Israele, che continua a mandare i suoi aerei a sorvolare a bassa quota Beirut e il sud del paese e che sta già delimitando a suo piacimento il confine tra il Golan siriano e le fattorie di Sheba libanesi, entrambi occupati.
    Il veto dell'amministrazione Bush ad un «accordo di riconciliazione nazionale» tra i due campi, con un rimpasto che veda l'ingresso nel governo del «Movimento patrottico» del generale Michel Aoun e un rafforzamento della componente sciita (la comunità più numerosa), rischia ora di recidere l'esile filo di speranza costituito da un «tavolo di dialogo» convocato dal presidente del parlamento (e leader del movimento sciita moderato Amal) Nabih Berri, al ritorno dal suo recente viaggio in Arabia saudita. Un secco no a questa ipotesi è però giunto nelle ultime ore da Washington dove si trova quello che ormai è divenuto il più fedele alleato degli Usa nella Repubblica dei Cedri, il leader druso Walid Jumblatt. Desiderosi di arrivare ad una destabilizzazione del Libano e della vicina Siria con l'uscita degli Hezbollah dal governo, la chiusura dei confini con Damasco, il disarmo della resistenza libanese e palestinese e una «cantonizzazione» «irachena» del Libano e della Siria, gli Usa hanno paragonato la richiesta del Fronte sciita-maronita (Hezbollah-Amal-Aoun) per un allargamento dell'esecutivo ad un presunto tentativo di colpo di stato ispirato da Damasco e Tehran del quale non hanno portato alcuna prova o semplice indizio. Con una gravissima violazione della sovranità libanese Washington ha praticamente definito la richiesta di un cambio di governo come una violazione della risoluzione 1701 sul cessate il fuoco. In altri termini i libanesi non potranno più cambiare il loro governo senza il via libera di Washington. Altrimenti faranno la fine dei palestinesi colpevoli di avere eletto il «governo sbagliato» e quindi fatti morire di fame e lasciati nelle mani dei loro carnefici israeliani.
    Le prossime ore saranno decisive. Lunedì infatti il presidente del parlamento ha convocato l'ultima riunione del «tavolo nazionale» per verificare la possibilità di un allargamento del governo (dove Hezbollah ed Amal sono ora in netta minoranza e dal quale è assente Michel Aoun). Se vi dovesse essere un'altra fumata nera, lunedì tredici novembre l'opposizione scenderà in piazza con una manifestazione nazionale a Beirut e proporrà varie iniziative di disobbedienza civile, fino allo sciopero generale. Una strategia che punta tutto su metodi democratici e non violenti dal momento che il fronte di opposizione è ormai, dopo aver respinto l'invasione israeliana, chiaramente maggioritario nel paese, anche a livello elettorale. Una prospettiva questa che però bloccherebbe i piani Usa di usare il Libano per destabilizzare la Siria. Ed ecco di nuovo il ritorno delle bombe e degli attentati. Una potente granata è stata lanciata l'altra notte contro una caserma della polizia nel quartiere di Corniche al Mazra. Il quinto attentato notturno nella capitale, il terzo contro una caserma di polizia dall'inizio di ottobre. Non solo. Gli strateghi della tensione sembrano puntare su un nuovo precipitare della situazione proprio in occasione della manifestazione del 13 novembre prossimo augurandosi una riedizione, su scala maggiore, degli scontri, con due vittime, scoppiati alla periferia sud di Beirut tra la popolazione locale e le «nuove» forze di sicurezza del ministro degli interni Ahmad Fatfat (del partito di Hariri). Una possibilità questa che preoccupa non pochi a Beirut, a cominciare dagli stessi vertici della chiesa maronita che ieri hanno rivolto un appello alla calma a tutte le fazioni. Uno scontro frontale spaccherebbe infatti lo stesso campo cristiano dove si moltiplicano gli incidenti tra i seguaci del generale Aoun, che hanno vinto, anche se di poco, le elezioni nella prestigiosa università di Saitn Joseph e i militanti delle Forze Libanesi fedeli a Samir Geagea, il massacratore di Sabra e Chatila.

    ARDITI NON GENDARMI

    TUTTO E' DI TUTTI

    __._,_.___

 

 

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