
Originariamente Scritto da
Princ.Citeriore
Camillo Albanese, Un Regno perduto, Casa Editrice Fausto Fiorentino, 1990, pp. pp. 13-17
Dal Nord con furore
«A leggere la storia della infiltrazione ed espansione normanna nell'Italia meridionale e nella Sicilia, si assiste come in esperimento tipico all'alchimia della storia, all'anarchia che si converte in gerarchia, alla nascita dello Stato per opera della virtù politica».
Questo il giudizio di Benedetto Croce1 sul processo di unificazione dell'Italia meridionale da parte di quel pugno di uomini venuti dal nord, e che perciò si chiamavano Normanni2. Essi si insediarono in quella regione dell'Europa settentrionale che da loro prese il nome di Normandia. Di natura nomade, di temperamento guerriero e intraprendenti, si spinsero nel Mediterraneo e si fermarono o dove trovarono meno resistenza, o dove qualche potentato locale chiese loro aiuto.
In quel periodo il Meridione era un crogiuolo nel quale si mescolavano e si combattevano culture diverse: province bizantine, emirati saraceni, principati e contee longobarde. In una di queste lotte i Longobardi utilizzarono, contro i Bizantini, soldati di ventura normanni, il capo dei quali, un certo Rainulfo Drengot, ebbe in feudo, a compenso dei servigi resi, una località a nord di Napoli, Aversa. Il modesto insediamento, a causa della bellezza dei luoghi, della feracità della terra e della mitezza del clima, ebbe un rapido sviluppo e divenne una colonia normanna.
Un giorno, proveniente dal villaggio di Hauteville (Alta-villa), arrivò un signorotto, seguito da una mezza dozzina di figli. Tra questi, ce n'erano due dotati di particolare vivacità e intraprendenza, uno si chiamava Roberto e l'altro Ruggero (tav. A). Saranno essi a conquistare tutto il meridione d'Italia e ad elevarlo, per la prima volta, a Regno.
Roberto, che fu denominato poi il Guiscardo, ovvero l'accorto, si alleò con alcuni baroni longobardi contro i Bizantini per la conquista dei territori pugliesi. Dopo anni di lotta, le ue armi trionfarono e non solo sui Bizantini, ma anche sui signorotti che furono costretti a cedergli le terre bottino di guerra. Il resto l'ottenne in dote, sposando la figlia di uno dei suoi ex alleati, Gisulfo di Salerno.
Fu così che Roberto il Guiscardo divenne padrone del Mezzogiorno, ad eccezione di Napoli e della Sicilia. All'isola ci pensò Ruggero, che conquistò Palermo nel 1072 e negli anni successivi ne divenne l'unico signore. Non accadde altrettanto per Napoli. La città, benché cinta d'assedio, resistette. I napoletani «mentre con preghiere e con digiuni si propiziavano i santi patroni, con altro animo vegliavano alla sicurezza delle torri, alle opere di difesa, ed osavano attaccare i nemici senza aspettare di essere attaccati e persino di tentare sortite contro questi nemici esterni per non sopportarne le offese»3.
Molti anni dopo il nipote di Roberto, Ruggero II, avrebbe costretto i napoletani a sottomettersi. Egli, pari al padre per ardimento e avidità di dominio, si pose come obiettivo di unificare il Meridione. Combattè contro due Papi che si opposero al suo disegno, vinse in modo definitivo e si schierò a favore dell'antipapa Anacleto II che, con la bolla di Avellino del 27 settembre 1130, lo incoronò re di Sicilia, Calabria, Puglia, del Principato di Capua e di Napoli. Ma questa città, a differenza delle altre, era ancora da conquistare e Ruggero, forte di quella bolla, si presentò alle porte di Napoli e ne chiese la resa. La città, allora ducato, retta dal conte Sergio VII, respinse l'intimazione e dovette subire due lunghi assedi dal secondo dei quali riuscì a liberarsi con l'aiuto dell'imperatore Lo-tario. In quella circostanza trovò la morte Sergio. La scomparsa del duca di Napoli non aprì, però, a Ruggero le porte della città. Il governo di questa fu assunto dai nobili con l'appoggio del popolo in nome dell'«antico e legittimo signore, l'Imperatore d'Oriente»4.
La situazione resse per circa tre anni in una tranquillità incerta, interrotta, tra l'altro, nel 1139, da una violenta eruzione del Vesuvio.
Ruggero ritornò all'attacco, più determinato che mai a far suo l'ultimo caposaldo. I napoletani compresero che ogni resistenza era ormai inutile e accettarono Ruggero II come re del nuovo Regno che ebbe come capitale Palermo. Correva l'anno 1140.
Il «popolino» di Napoli insieme con il clero accolse il sovrano con grandi «dimostrazioni di gioia». «Uscirono incontro presso quella porta e, levando al cielo inni e lodi, lo introdussero nella città».
Ruggero II fu prodigo verso i cavalieri a lui benemeriti; furono donate terre e concesse esenzioni ed a tutti promise giustizia e prosperità. Concesse autonomia amministrativa alla città ed affidò ad un consesso di nobili, presieduto da un suo fedelissimo, l'amministrazione delle rendite demaniali e della giustizia.
Prima di ripartire per la Sicilia volle conoscere il perimetro della città che aveva conquistato e dopo aver saputo che era di 2363 passi pari a 4466 metri, partì soddisfatto per Palermo per non farvi più ritorno.
Il valore militare dei Normanni aveva avuto il suo peso nel processo di unificazione, ma più ancora lo ebbe la situazione politica ivi trovata: le incessanti lotte delle numerose fazioni locali avevano debilitato il sistema, talché fu facile per l'invasore trovare alleati fra i contendenti e trarne vantaggio dagli eventi.
Tra il «Mah» e il «Buono»
Era il mese di febbraio del 1154 quando Ruggero II morì in Palermo lasciandosi dietro la gratitudine dei nobili, l'insoddisfazione del popolo e di quel ceto intermedio che allora era detto «mediani». Furono costoro a chiedere a Guglielmo I, successore di Ruggero, di rendere conto dell'enorme potere che era stato concesso ai nobili a loro danno. Si verificarono rivolte, tendenti a modificare la posizione di quelli nell'ordinamento amministrativo, represse da Guglielmo I con fermezza e crudeltà^ Per queste sue caratteristiche di uomo duro, avaro e carico di cupidigia fu soprannominato «Maio». La sua avidità lo spinse ad inasprire le tasse al punto da essere considerate vere e proprie estorsioni.
Tuttavia durante il regno di Guglielmo I si ebbe un buon risveglio culturale. La letteratura abbandonò i vecchi schemi agiografici e si andò orientando su modelli dottrinali. L'economia si sviluppò, il traffico delle merci aumentò in maniera considerevole, mercanti arrivarono da tutte le parti d'Italia. Cinquecento famiglie di ebrei si trasferirono nel regno attratti dalla fama di questa nuova capitale del commercio. Il territorio si andò arricchendo di palazzi e fortificazioni. A Napoli fu
costruito il Castel Capuano, reggia fino alla caduta degli Aragonesi (1501) poi a sede dei tribunali dal viceré don Pedro de Toledo. Iniziarono i lavori di ripristino di un castello, detto dell'Ovo (dalla figura rappresentata dalla sua pianta) uno degli edifici più antichi di Napoli, risalendo la sua fondazione a Lucullo, ed essendo morto nelle sue mura Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano.
Ma questa effervescenza e vitalità non riusciva ad attenuare il malcontento dei napoletani per la subordinazione assoluta al potere nobiliare. Il popolo e i mediani erano abituati a una sorta di autogoverno che avevano poi visto sfumare.
È questo lo scenario in cui si verificò la successione di Guglielmo II che,a causa della minore età, non assunse subito il governo del regno. Lo sostituì, come reggente, la regina madre Margherita, figlia del re di Navarra, invisa specie ai siciliani perché spagnola. Essa fu spettatrice, durante i cinque anni di reggenza, di attentati, intrighi, congiure, insurrezioni, fino a quando Guglielmo II, maggiorenne, salì al trono. Egli si rese subito conto che la situazione interna era critica e quella esterna preoccupante a causa delle pretese di Arrigo VI di Svevia, marito di Costanza (figlia di Ruggero li), che dichiarava di aver ricevuto in dote il regno delle Due Sicilie.
Per tutelarsi diede luogo a un processo di democratizzazione tendente a placare le acque in casa propria: concesse a Napoli la possibilità di istituire un governo consolare del quale avrebbero fatto parte rappresentanti dei tre ceti.
Questi interventi riformatori modificarono i rapporti tra il regnante e popolo, che giunse ad attribuire a Guglielmo il soprannome di «Buono».
Nel 1189 morì Guglielmo II e gli successe al trono il cugino Tancredi (nato da una relazione tra Ruggero di Puglia e la figlia di Roberto, conte di Lecce). L'incoronazione di Tancredi avvenne a Palermo nel gennaio del 1190 a dispetto di quei nobili che avrebbero preferito sul trono Costanza. La sua politica fu sul solco di quella tracciata dallo zio, tutta protesa nel concedere benefici. Le tasse vennero ridotte, fu concesso alla città di Napoli di coniare moneta propria (la qualcosa incrementò ancora di più gli scambi commerciali); l'arruolamento sulle navi del re divenne facoltativo e solo dietro compenso. Queste e altre concessioni assicurarono al sovrano la fedeltà e la devozione del popolo, il quale si mobilitò e resistette vittorioso quando Arrigo VI, nel 1191, cinse d'assedio Napoli, («urbs manet invicta», recita il carme nelle cronache di Fos-sanova)5.
Tancredi regnò per pochi anni. Egli morì nel 1194 lasciando suo successore il figlio Guglielmo III di pochi anni. La reggenza fu assunta dalla madre Sibilla. Ne approfittò Arrigo VI che, questa volta aiutato da pisani e genovesi, costrinse Napoli alla capitolazione. Il povero figlio di Tancredi fu fat-io prigioniero dallo Svevo vincitore, il quale, dopo averlo fatto accecare, lo deportò in Germania dove morì nel 1198.
1 B. Croce, Storia del Regno di Napoli, 1972.
2 Da northman «uomo del nord». Furono chiamati anche Vikinghi da Wiking, in italiano: «guerriero».
3 M. Schipa, Il Mezzogiorno d'Italia anteriormente alla monarchia, 1923, p. 32.
4 Alla caduta dell'impero romano nella divisione che ne seguì, Napoli toccò all'imperatore d'Oriente. L'imperatore Costammo II la dichiarerà Ducato autonomo ma governata da un duca da lui nominato.
5B. Croce, op. dt, p. 21.