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    Predefinito Atti infallibili di Magistero contro il modernismo

    Segnalo l'Enciclica "Pascendi Dominici Gregis" di Papa San Pio X:

    http://www.vatican.va/holy_father/pi...gregis_it.html

    Il "Giuramento Antimodernista":
    http://www.amiciziacristiana.it/giuramenti.htm

    Latino:

    Ego N. firmiter amplector ac recipio omnia et singula, quae ab inerranti Ecclesiae magisterio definita, adserta ac dedarata sunt, praesertim ea doctrinae capita, quae huius temporis erroribus directo adversantur.
    Ac primum quidem: Deum, rerum omnium principium et finem, naturali rationis lumine per ea quae facta sunt (Rom 1,20), hoc est, per visibilia creationis opera, tamquam causam per effectus, certo cognosci, ideoque demonstrari etiam posse, profiteor.

    Secundo: externa revelationis argumenta, hoc est facta divina, in primisque miracula et prophetias admitto et agnosco tamquam signa certissima divinitus ortae Christianae religionis, eademque teneo aetatum omnium atque hominum, etiam huius temporis, intellegentiae esse maxime accommodata.

    Tertio: firma pariter fide credo Ecclesiam, verbi revelati custodem et magistram, per ipsum verum atque historicum Christum, cum apud nos degeret, proxime ac directo institutam eamdemque super Petrum, apostolicae hierarchiae principem, eiusque in aevum successores aedificatam.

    Quarto: fidei doctrinam ab apostolis per orthodoxos patres eodem sensu eademque semper sententia ad nos usque transmissam, sincere recipio; ideoque prorsus reicio haereticum commentum evolutionis dogmatum, ab uno in alium sensum transeuntium, diversum ab eo, quem prius habuit Ecclesia; pariterque damno errorem omnem quo divino deposito, Christi sponsae tradito ab eaque fideliter custodiendo, sufficitur philosophicum inventum, vel creatio humanae conscientiae, hominum conatu sensim efformatae et in posterum indefinito progressu perficiendae.

    Quinto: certissime teneo ac sincere profiteor, fidem non esse caecum sensum religionis e latebris «subconscientiae» erumpentem, sub pressione cordis et inflexionis voluntatis moraliter informatae, sed verum assensum intellectus veritati extrinsecus acceptae ex auditu, quo nempe, quae a Deo personali, creatore ac Domino nostro dicta, testata et revelata sunt, vera esse credimus, propter Dei auctoritatem summe veracis.

    Me etiam, qua par est reverentia, subicio totoque animo adhaereo damnationibus, declarationibus, praescriptis omnibus, quae in encyclicis litteris Pascendi et in decreto Lamentabili continentur, praesertim circa eam quam historiam dogmatum vocant.

    Idem reprobo errorem affirmantium, propositam ab Ecclesia fidem posse historiae repugnare, et catholica dogmata, quo sensu nunc intelleguntur, cum verioribus Christianae religionis originibus componi non posse.

    Damno quoque ac reicio eorum sententiam, qui dicunt Christianum hominem eruditiorem induere personam duplicem, aliam credentis, aliam historici, quasi liceret historico ea retinere, quae credentis fidei contradicant, aut praemissas adstruere, ex quibus consequatur, dogmata esse aut falsa aut dubia, modo haec directo non denegentur.

    Reprobo pariter eam Scripturae sanctae diiudicandae atque interpretandae rationem, quae, Ecclesiae traditione, analogia fidei et apostolicae Sedis normis posthabitis, rationalistarum commentis inhaeret, et criticam textus velut unicam supremamque regulam haud minus licenter quam temere amplectitur.

    Sententiam praeterea illorum reiicio, qui tenent, doctori disciplinae historicae theologicae tradendae aut iis de rebus scribenti seponendam prius esse opinionem ante conceptam sive de supernaturali origine catholicae traditionis, sive de promissa divinitus ope ad perennem conservationem uniuscuiusque revelati veri; deinde scripta patrum singulorum interpretanda solis scientiae principiis, sacra qualibet auctoritate seclusa eaque iudicii libertate, qua profana quaevis monumenta solent investigari.

    In universum denique me alienissimum ab errore profiteor, quo modernistae tenent in sacra traditione nihil inesse divini, aut, quad longe deterius, pantheistico sensu illud admittunt, ita ut nihil iam restet nisi nudum factum et simplex, communibus historice factis aequandum: hominum nempe sua industria, solertia, ingenio scholam a Christo eiusque apostolis inchoatam per subsequentes aetates continuantium.

    Proinde fidem patrum firmissime retineo et ad extremum vitae spiritum retinebo, de charismate veritatis certo, quad est, fuit eritque semper in episcopatus ab apostolis successione (1), non ut id teneatur, quod melius et aptius videri possit secundum suam cuiusque aetatis culturam, sed ut numquam aliter credatur, numquam aliter intellegatur absoluta et immutabilis veritas ab initio per apostolos praedicata (2).

    Haec omnia spondeo me fideliter, integre sincereque servaturum et inviolabiliter custoditurum, nusquam ab us sive in docendo sive quomodolibet verbis scriptisque deflectendo. Sic spondeo, sic iuro, sic me Deus adiuvet, et haec sancta Dei Evangelia.

    Italiano:


    Io N. fermamente accetto e credo in tutte e in ciascuna delle verità definite, affermate e dichiarate dal magistero infallibile della Chiesa, soprattutto quei principi dottrinali che contraddicono direttamente gli errori del tempo presente.
    Primo: credo che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza e può anche essere dimostrato con i lumi della ragione naturale nelle opere da lui compiute (cf Rm 1,20), cioè nelle creature visibili, come causa dai suoi effetti.

    Secondo: ammetto e riconosco le prove esteriori della rivelazione, cioè gli interventi divini, e soprattutto i miracoli e le profezie, come segni certissimi dell'origine soprannaturale della religione cristiana, e li ritengo perfettamente adatti a tutti gli uomini di tutti i tempi, compreso quello in cui viviamo.

    Terzo: con la stessa fede incrollabile credo che la Chiesa, custode e maestra del verbo rivelato, è stata istituita immediatamente e direttamente da Cristo stesso vero e storico mentre viveva fra noi, e che è stata edificata su Pietro, capo della gerarchia ecclesiastica, e sui suoi successori attraverso i secoli.

    Quarto: accolgo sinceramente la dottrina della fede trasmessa a noi dagli apostoli tramite i padri ortodossi, sempre con lo stesso senso e uguale contenuto, e respingo del tutto la fantasiosa eresia dell'evoluzione dei dogmi da un significato all'altro, diverso da quello che prima la Chiesa professava; condanno similmente ogni errore che pretende sostituire il deposito divino, affidato da Cristo alla Chiesa perché lo custodisse fedelmente, con una ipotesi filosofica o una creazione della coscienza che si è andata lentamente formando mediante sforzi umani e continua a perfezionarsi con un progresso indefinito.

    Quinto: sono assolutamente convinto e sinceramente dichiaro che la fede non è un cieco sentimento religioso che emerge dall'oscurità del subcosciente per impulso del cuore e inclinazione della volontà moralmente educata, ma un vero assenso dell'intelletto a una verità ricevuta dal di fuori con la predicazione, per il quale, fiduciosi nella sua autorità supremamente verace, noi crediamo tutto quello che il Dio personale, creatore e signore nostro, ha detto, attestato e rivelato.

    Mi sottometto anche con il dovuto rispetto e di tutto cuore aderisco a tutte le condanne, dichiarazioni e prescrizioni dell'enciclica Pascendi e del decreto Lamentabili, particolarmente circa la cosiddetta storia dei dogmi.

    Riprovo altresì l'errore di chi sostiene che la fede proposta dalla Chiesa può essere contraria alla storia, e che i dogmi cattolici, nel senso che oggi viene loro attribuito, sono inconciliabili con le reali origini della religione cristiana.

    Disapprovo pure e respingo l'opinione di chi pensa che l'uomo cristiano più istruito si riveste della doppia personalità del credente e dello storico, come se allo storico fosse lecito difendere tesi che contraddicono alla fede del credente o fissare delle premesse dalle quali si conclude che i dogmi sono falsi o dubbi, purché non siano positivamente negati.

    Condanno parimenti quel sistema di giudicare e di interpretare la sacra Scrittura che, disdegnando la tradizione della Chiesa, l'analogia della fede e le norme della Sede apostolica, ricorre al metodo dei razionalisti e con non minore disinvoltura che audacia applica la critica testuale come regola unica e suprema.

    Rifiuto inoltre la sentenza di chi ritiene che l'insegnamento di discipline storico-teologiche o chi ne tratta per iscritto deve inizialmente prescindere da ogni idea preconcetta sia sull'origine soprannaturale della tradizione cattolica sia dell'aiuto promesso da Dio per la perenne salvaguardia delle singole verità rivelate, e poi interpretare i testi patristici solo su basi scientifiche, estromettendo ogni autorità religiosa e con la stessa autonomia critica ammessa per l'esame di qualsiasi altro documento profano.

    Mi dichiaro infine del tutto estraneo ad ogni errore dei modernisti, secondo cui nella sacra tradizione non c'è niente di divino o peggio ancora lo ammettono ma in senso panteistico, riducendolo ad un evento puro e semplice analogo a quelli ricorrenti nella storia, per cui gli uomini con il proprio impegno, l'abilità e l'ingegno prolungano nelle età posteriori la scuola inaugurata da Cristo e dagli apostoli.

    Mantengo pertanto e fino all'ultimo respiro manterrò la fede dei padri nel carisma certo della verità, che è stato, è e sempre sarà nella successione dell'episcopato agli apostoli (1), non perché si assuma quel che sembra migliore e più consono alla cultura propria e particolare di ogni epoca, ma perché la verità assoluta e immutabile predicata in principio dagli apostoli non sia mai creduta in modo diverso né in altro modo intesa (2).

    Mi impegno ad osservare tutto questo fedelmente, integralmente e sinceramente e di custodirlo inviolabilmente senza mai discostarmene né nell'insegnamento né in nessun genere di discorsi o di scritti. Così prometto, così giuro, così mi aiutino Dio e questi santi Vangeli di Dio.

    1 IRENEO, Adversus haereses, 4, 26, 2: PG 7, 1053.
    2 TERTULLIANO, De praescriptione haereticorum, 28: PL 2, 40

    CIAO

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  2. #2
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    Per chi fosse interessato consiglio anche l'ottimo libro di mons. Rudolf Graber: "Sant'Atanasio e la Chiesa del nostro tempo". Editrice civiltà Brescia.

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  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Eugenius Visualizza Messaggio
    Quinto: sono assolutamente convinto e sinceramente dichiaro che la fede non è un cieco sentimento religioso che emerge dall'oscurità del subcosciente per impulso del cuore e inclinazione della volontà moralmente educata, ma un vero assenso dell'intelletto a una verità ricevuta dal di fuori con la predicazione, per il quale, fiduciosi nella sua autorità supremamente verace, noi crediamo tutto quello che il Dio personale, creatore e signore nostro, ha detto, attestato e rivelato.
    Cerchiamo, se possibile, di chiarire bene questo punto, perchè scritto così, senza aggiunte, sembrerebbe una incompleta esposizione dell'atto di fede, anche stando alle posizioni dell'attuale Papa.

    Infatti, dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

    III. Le caratteristiche della fede

    La fede è una grazia

    153 Quando san Pietro confessa che Gesù è “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, Gesù gli dice: “Né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17) [Cf Gal 1,15; 153 Mt 11,25 ]. La fede è un dono di Dio, una virtù soprannaturale da Lui infusa. “Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia "a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità"” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 5].

    La fede è un atto umano

    154 È impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito Santo. Non è però meno vero che credere è un atto autenticamente umano. Non è contrario né alla libertà né all'intelligenza dell'uomo far credito a Dio e aderire alle verità da lui rivelate. Anche nelle relazioni umane non è contrario alla nostra dignità credere a ciò che altre persone ci dicono di sé e delle loro intenzioni, e far credito alle loro promesse (come, per esempio, quando un uomo e una donna si sposano), per entrare così in reciproca comunione. Conseguentemente, ancor meno è contrario alla nostra dignità “prestare, con la fede, la piena sottomissione della nostra intelligenza e della nostra volontà a Dio quando si rivela” [Concilio Vaticano I: Denz.-Schönm., 3008] ed entrare in tal modo in intima comunione con lui.

    155 Nella fede, l'intelligenza e la volontà umane cooperano con la grazia divina: “Credere est actus intellectus assentientis veritati divinae ex imperio voluntatis a Deo motae per gratiam - Credere è un atto dell'intelletto che, sotto la spinta della volontà [volontà=cuore] mossa da Dio per mezzo della grazia, dà il proprio consenso alla verità divina” [San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, II-II, 2, 9; cf Concilio Vaticano I: Denz.-Schönm., 3010].

    La fede e l'intelligenza

    156 Il motivo di credere non consiste nel fatto che le verità rivelate appaiano come vere e intelligibili alla luce della nostra ragione naturale. Noi crediamo “per l'autorità di Dio stesso che le rivela, il quale non può né ingannarsi né ingannare”. “Nondimeno, perché l'ossequio della nostra fede fosse conforme alla ragione, Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello Spirito Santo si accompagnassero anche prove esteriori della sua Rivelazione” [Concilio Vaticano I: Denz.- Schönm., 3009]. Così i miracoli di Cristo e dei santi [Cf Mc 16,20; Eb 2,4 ] le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa, la sua fecondità e la sua stabilità “sono segni certissimi della divina Rivelazione, adatti ad ogni intelligenza”, sono “motivi di credibilità” i quali mostrano che l'assenso della fede non è “affatto un cieco moto dello spirito” [Concilio Vaticano I: Denz.-Schönm., 3008-3010].

    157 La fede è certa, più certa di ogni conoscenza umana, perché si fonda sulla Parola stessa di Dio, il quale non può mentire. Indubbiamente, le verità rivelate possono sembrare oscure alla ragione e all'esperienza umana, ma “la certezza data dalla luce divina è più grande di quella offerta dalla luce della ragione naturale” [San Tommaso d'Aquino, Summa teologiae, II-II, 171, 5, ad 3]. “Diecimila difficoltà non fanno un solo dubbio” [John Henry Newman, Apologia pro vita sua].

    158 “La fede cerca di comprendere ”: [Sant'Anselmo d'Aosta, Proslogion, proem: PL 153, 225A] è caratteristico della fede che il credente desideri conoscere meglio colui nel quale ha posto la sua fede, e comprendere meglio ciò che egli ha rivelato; una conoscenza più penetrante richiederà a sua volta una fede più grande, sempre più ardente d'amore. La grazia della fede apre “gli occhi della mente” (Ef 1,18) per una intelligenza viva dei contenuti della Rivelazione, cioè dell'insieme del disegno di Dio e dei misteri della fede, dell'intima connessione che li lega tra loro e con Cristo, centro del Mistero rivelato. Ora, “affinché l'intelligenza della Rivelazione diventi sempre più profonda, lo stesso Spirito Santo perfeziona continuamente la fede per mezzo dei suoi doni” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 5]. Così, secondo il detto di sant'Agostino, “credo per comprendere e comprendo per meglio credere” [Sant'Agostino, Sermones, 43, 7, 9: PL 38, 258].

    159 Fede e scienza. “Anche se la fede è sopra la ragione, non vi potrà mai essere vera divergenza tra fede e ragione: poiché lo stesso Dio che rivela i misteri e comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione, questo Dio non potrebbe negare se stesso, né il vero contraddire il vero” [Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm., 3017]. “Perciò la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio. Anzi, chi si sforza con umiltà e perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza che egli se ne avveda, viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che sono” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 36, 2].

  4. #4
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    Concordo in toto con il CCC e con la citazione di San Tommaso D'Aquino. Il giuramento mette in guardia dal considerare la Fede in moto cieco volontaristico, sentimentale senza alcun intervento dell'intelletto, senza motivi razionali ed oggettivi di credibilità.
    La volontà e l'intelletto sono due facoltà dell'anima, il termine cuore indica o i sentimenti, le passioni, ma può anche indicare (in senso biblibo) il centro della persona umana.
    Sul tema Fede, intelletto e volontà segnalo un ottimo testo:

    http://www.paginecattoliche.it/modul...rticle&sid=438

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  5. #5
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    L'infallibilità del Papa

    tratto da una trasmissione dell'apologeta Giampaolo Barra tenuta su Radio Maria

    Questa sera affrontiamo un argomento molto delicato, che si riallaccia a un tema importante nel campo dell’apologetica, al tema della credibilità della Chiesa cattolica.

    Gli amici radioascoltatori ricorderanno che, affrontando il tema della credibilità della Chiesa cattolica, siamo partiti da una domanda precisa: quali motivi ci sono per essere certi che soltanto la Chiesa Cattolica sia quella Chiesa edificata da Nostro Signore Gesù Cristo.

    Abbiamo interrogato la storia, partendo evidentemente dai dati storici forniti dal Vangelo, e la storia ha emesso il suo verdetto, un verdetto molto chiaro: né le confessioni religiose della famiglia protestante, né le confessioni religiose anglicane, né la confessione antica dei valdesi, né la Chiesa ortodossa d’Oriente possono vantare, o meglio possono dimostrare di essere state volute, di essere state edificate – per usare una terminologia cara al Vangelo – da Nostro Signore Gesù Cristo.

    Solo la Chiesa cattolica, che può dimostrare – documenti storici alla mano, come si suol dire – di avere duemila anni di età e di avere conservato il Primato di Pietro come Cristo lo ha voluto, solo la Chiesa Cattolica ha tutte le carte in regola per considerarsi – ed essere considerata oggettivamente – la vera Chiesa di Gesù Cristo.

    Partendo da questo dato, questa sera interroghiamo la dottrina insegnata dalla Chiesa cattolica per chiedergli di spiegarci un tema che da sempre è il cavallo di battaglia – uno dei cavalli di battaglia – delle confessioni protestanti, anglicane, valdesi e del Testimoni di Geova.

    Un tema che da sempre è oggetto di discussione, di polemica, anche di accuse alla Chiesa cattolica, e per questo motivo rientra nel campo dell’apologetica: il tema della infallibilità del Papa.

    Ci concentreremo sulla infallibilità del Papa facendo soltanto qualche cenno alla infallibilità della Chiesa, perché è la figura del Papa che, nell’immaginario di coloro che contestano la Chiesa, racchiude in sé il carisma dell’infallibilità. Quindi tracciamo un confine alla nostra conversazione ed è doveroso dirlo in anticipo per onestà verso gli amici che sono in ascolto.

    Ho parlato di "infallibilità del Papa" e di "infallibilità della Chiesa". Devo precisare, senza entrare nel merito della dottrina, che non si tratta di due infallibilità, ma della 2infallibilità della Chiesa", assistita dallo Spirito Santo.

    Questa infallibilità può risiedere o nel Papa da solo, o nel Papa insieme con la Chiesa, più precisamente con l’episcopato, cioè con l’insieme dei vescovi.
    Questo dico per chiarire subito un punto anche se, come anticipato, non è mia intenzione entrare nel campo specifico della dottrina sulla infallibilità.

    Precisazioni

    Veniamo dunque al tema delle infallibilità del Papa. E facciamo subito alcune precisazioni, necessarie per comprendere bene questa straordinaria verità della Fede cattolica, verità insegnata dal Vangelo e dal Nuovo Testamento.


    Queste precisazioni sono necessarie perché non solo c’è grande confusione – e talvolta malafede – in quanti contestano la Chiesa cattolica proprio su questo punto, ma c’è anche molta confusione in noi cattolici, che, quando veniamo interrogati a proposito, non sappiamo bene come rispondere.
    Sarà capitato a molti di voi – immagino – conversare con qualche Testimone di Geova che ha bussato alla nostra porta o ci ha fermato per strada e sentirsi dire: dove sta scritto che il Papa è infallibile? Oppure: come è possibile che il Papa sia infallibile se nella storia ci sono stati tanti Papi indegni e peccatori.

    Sono domande alle quali non possiamo sottrarci, vuoi per consolidare la ragionevolezza della nostra fede, vuoi per imparare a rispondere a quanti chiedono ragione della speranza che è in noi, del Credo che noi professiamo.

    E per rispondere a queste offensive, bisogna fare delle precisazioni. La prima precisazione riguarda il significato. "Infallibilità" non significa impeccabilità. La Fede Cattolica, la Chiesa Cattolica, basandosi sulla Bibbia, insegna che il Papa non può commettere errori in materia di fede e di morale quando si verificano certe condizioni di cui subito parleremo.

    Ma la Fede cattolica, la Chiesa cattolica non ha mai detto, non ha mai insegnato che i Papi siano assolutamente esenti da imperfezioni o debolezze in campo morale. Tanto è vero che tutti i Papi, compreso l’attuale Pontefice, hanno sentito in passato e sentono il bisogno di confessarsi, di chiedere perdono a Dio delle loro colpe, dei loro peccati.

    I Papi sono i primi ad essere consapevoli di dover chiedere perdono a Dio delle loro mancanze, dando a ciascuno di noi un esempio di grande umiltà. Nella lunga storia del Papato – ricordiamo che da san Pietro a Giovanni Paolo II (ora fino a Benedetto XVI) si possono contare ben 264 (con il nuovo pontefice 265)Vescovi di Roma –vi sono stati Romani pontefici veramente santi, che hanno dato lustro alla Chiesa: e questi sono la gran parte, compreso l’attuale Pontefice felicemente regnante; ma è anche vero che talvolta vi sono stati Papi il cui comportamento morale era perlomeno discutibile, lasciava molto a desiderare. E questo la Chiesa lo ha sempre riconosciuto.

    Ne consegue che chi accusa i Cattolici di insegnare, con la dottrina della infallibilità, che i Papi sono impeccabili, che i Papi non possono commettere peccati, o ignora la vera Fede cattolica o è in mala fede.

    Veniamo a una seconda precisazione: per la dottrina cattolica, che potete trovare bene esposta nel Catechismo, il Papa è infallibile quando sancisce, cioè quando conferma, propone alla attenzione e alla fede del popolo cristiano verità di fede e di morale.

    Questo non vuol dire che il Papa può inventare verità di fede e di morale, non vuol dire che può imporre una sua idea personale.

    Il Papa può piuttosto confermare, con l’autorità che gli è stata conferita da Gesù Cristo, una dottrina, una verità di fede o di morale contenuta nella Bibbia che merita particolare attenzione, che è da credersi nel modo in cui la Chiesa la interpreta e la impone alla adesione dei fedeli.

    Come si può intuire già da queste precisazioni, vi sono delle condizioni precise che devono verificarsi normalmente, stando a quello che insegna il Concilio Vaticano II, perché si possa parlare di infallibilità del Santo Padre.

    Queste condizioni sono quattro:


    La prima: Il Papa deve sancire, confermare, non come maestro privato, come fosse un teologo, un biblista, un giurista; nemmeno come semplice vescovo di Roma, ma deve esercitare il suo ruolo di supremo pastore universale della Chiesa, il ruolo di maestro di tutta la Chiesa.

    La seconda: Il Papa deve insegnare a tutta la Chiesa e non a una singola parte di essa, escludendo altre parti, come accade quando il papa emana disposizioni, generalmente a carattere temporaneo, per una diocesi, per i cristiani di una nazione o per i fedeli di un Continente.

    La terza condizione: il Papa dovrà esplicitamente far comprendere che sta facendo uso del carisma, del dono dell’infallibilità, ossia deva far comprendere bene che sta confermando con atto definitivo una dottrina di fede e di morale.

    La quarta condizione: la materia su cui si esercita il carisma dell’infallibilità è la fede e la morale. Il Papa non è infallibile quando esprime considerazioni di carattere scientifico, storico, ed altro.

    L’infallibilità nella Sacra Scrittura

    Definite dunque le condizioni necessarie per l’esercizio del dono dell’infallibilità pontificia, veniamo a rispondere ad una domanda alla quale dobbiamo dare una risposta.

    La domanda può essere formulata in questo modo: dove si trovano nei Vangeli le prove, dove sono le prove bibliche dell’infallibilità del Papa?

    E per rispondere a questa domanda interessantissima, dobbiamo ricordare qualche passo del Vangelo.

    Procederemo passo dopo passo, certo in modo necessariamente superficiale, visto che il tema è molto vasto e il tempo è sempre limitato, ma il nostro scopo – lo scopo di questo corso di formazione apologetica popolare – è quello di dare qualche indicazione chiara ai nostri amici radioascoltatori per consolidare le ragioni della nostra fede e saper rispondere alle contestazioni che le vengono avanzate.

    Sappiamo dal Vangelo che Cristo ha fondato la sua Chiesa sull’apostolo Simon Pietro: "Tu sei Pietro e su di te edificherò la mia Chiesa", si legge nel cap. XVI del Vangelo di san Matteo.

    Veniamo ad una prima considerazione. Se Pietro, potesse cadere in errore in materia di fede o di morale, ne risulterebbe che Cristo avrebbe edificato la sua Chiesa – che deve illuminare gli uomini, ammaestrare gli uomini nella fede e nella morale che ne deriva – sull’errore. E questo è inammissibile, essendo Cristo Dio.

    Ma anche i successori di Pietro, i vescovi di Roma, sono il fondamento della Chiesa – come abbiamo ben visto nelle scorse trasmissioni – e dunque anche per loro, per i successori di Pietro, valgono le stesse considerazioni che abbiamo fatto per Simon Pietro. Anche i successori di Pietro non possono errare in materia di fede e di morale, altrimenti Cristo starebbe ora edificando la sua Chiesa sull’errore.

    Andiamo avanti e cerchiamo di approfondire questa verità di fede. A Simon Pietro, Gesù ha dato il potere di legare e di sciogliere e ha promesso che tutto ciò che Pietro avrebbe legato e sciolto in terra sarebbe stato "legato e sciolto" anche in Cielo, cioè "legato e sciolto" anche da Dio. Sappiamo – perché ne abbiamo parlato in trasmissioni precedenti – che questo potere doveva essere esercitato anche dai successori di Pietro, i Papi.

    Ora, ecco la nostra riflessione: tutti i Cristiani sanno che Dio non può sbagliare, non può errare, proprio perché è Dio. Poiché, stando alla promessa di Cristo, ciò che Pietro "lega e scioglie" è "legato e sciolto anche da Dio", ne consegue che anche Pietro, anche i successori di Pietro, cioè i Papi, nell’esercizio del loro compito di "legare e di sciogliere" devono essere infallibili, non possono errare, non possono sbagliare.

    Infatti, se i Papi potessero sbagliarsi nell’esercizio del potere di legare e di sciogliere, se così fosse, il loro errore, l’errore di Pietro, l’errore del Papa, dovrebbe essere ratificato anche da Dio. In questo caso, Dio, per mantenere fede alla sua parola, dovrebbe ratificare un errore, approvare un errore. Ma Dio non può errare!

    Evidentemente, qui lo intuiamo ma vedremo poi anche altre prove, è chiaro che qui Cristo promette una particolare assistenza di Dio ai Papi che legano e sciolgono su questa terra.

    Evidentemente, la promessa di ratificare in Cielo ciò che i papi legano e sciolgono sulla terra, implica necessariamente che i papi siano infallibili nell’esercizio di questo potere.

    Per chi lo avesse dimenticato, io ricordo che "legare" e "sciogliere" hanno un significato molto preciso nel linguaggio biblico. In materia dottrinale, legare e sciogliere significano proibire e permettere. Dunque il Papa ha il potere di proibire o permettere, cioè di dichiarare, sancire lecita o illecita una dottrina di fede.

    Nel campo giuridico e disciplinare, legare e sciogliere significano condannare o assolvere. Quindi, il Papa ha il potere, datogli da Gesù Cristo, di sancire, di confermare come lecito o illecito un comportamento, di dichiararlo morale o immorale.

    E questo potere – lo ricordiamo – viene riconosciuto anche in Cielo, cioè da Dio stesso in persona: "Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli", dice chiarissimamente il Vangelo di san Matteo al capitolo XVI.

    Andiamo avanti con un’altra considerazione. Ricorderete bene che Gesù ha affidato a Pietro il compito di pascere il gregge. Per tre volte consecutive, Gesù ha detto a Pietro di esercitare la funzione di pastore del gregge, cioè della Chiesa.

    Gesù ha affidato questo compito perché Lui, Pastore vero e infallibile, stava per salire al Cielo e voleva affidare la sua Chiesa a Pietro e, come abbiamo visto, ai suoi successori.

    Ora, visto che secondo la volontà di Gesù - che è Dio - la Chiesa è strumento di salvezza, visto che si va in Cielo attraverso la Chiesa e nella Chiesa guidata dal pastore Pietro e dai suoi successori, è del tutto impensabile, del tutto impossibile che questi pastori possano errare, sbagliare strada in quelle materie – fede e morale – che conducono al Cielo. Quindi, in questi campi, i Papi godono, devono godere del dono dell’infallibilità.

    Andiamo avanti con un’altra considerazione. Il Vangelo di Luca ci racconta, al capitolo 22, che Gesù ha pregato perché la fede di Pietro non venga mai meno.

    Ascoltiamo bene questo brano evangelico. Prestiamo attenzione a come san Luca ci racconta questo episodio della vita di Gesù. E’ Gesù che parla: "Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli".

    Soffermiamo un momento la nostra attenzione su questo brano di straordinaria importanza per l’argomento che stiamo trattando. Quando Gesù pronuncia queste parole siamo nel Cenacolo, la sera del giovedì santo. Mancano poche ore all’arresto di Gesù nell’Orto degli Ulivi. Gesù, che conosce molto bene quello che sta per succedere a Lui, mette in guardia i suoi discepoli, avverte che satana ha messo alla prova tutti i suoi discepoli con parole molto chiare "satana vi ha cercato per vagliarvi", e quel "vi" si riferisce proprio ai Dodici.

    Poi, attenti bene, Gesù aggiunge, rivolgendosi a Simon Pietro: "Ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede". Riflettiamo un istante: Gesù prega e nessuno può mettere in dubbio che la preghiera di Gesù non venga esaudita.

    Gesù prega per un motivo preciso: che la fede di Pietro non venga mai meno. Riflettiamo un momento. Siccome la preghiera di Gesù è certamente esaudita dal Padre – questo nessun Cristiano lo può mettere in dubbio – ne consegue che Pietro, in materia di fede, non sarebbe sicuramente mai venuto meno, quindi sarebbe stato assolutamente infallibile.

    A meno che non vogliamo arrivare a dire che Gesù ha pregato per niente, oppure che non è stato esaudito da suo Padre, che è Dio. Ma questo nessun Cristiano, cattolico o protestante che sia, lo può ammettere.
    Allora, dal Vangelo di san Luca si capisce molto bene che in materia di fede Pietro non doveva mai venire meno, perché questo era volere di Gesù che lo ha espresso nella preghiera al padre. Pietro doveva essere infallibile nella fede. Ma nel medesimo brano troviamo di più.

    Stiamo attenti: Gesù aggiunge: "E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli".

    Quell’incarico di "confermare" merita tutta la nostra attenzione. Spiega una nota della prestigiosa Bibbia di Gerusalemme che l’ordine di "confermare" i fratelli dato a Pietro implica il compito di dirigere i fratelli nella fede. Ora, è impensabile che Gesù avesse dato questa altissima missione a Pietro, la missione di confermare i fratelli nella fede, il compito di dirigere i fratelli, vale a dire i pastori della Chiesa, se Pietro avesse potuto sbagliarsi proprio in materia di fede.

    Se Pietro potesse sbagliare, non vi sarebbe alcuna conferma e sarebbe impossibile eseguire l’ordine dato da Gesù. Ci troveremo di fronte ad una situazione inaccettabile: Gesù avrebbe dato un ordine assurdo.
    Non solo. Questo compito di confermare i fratelli deve essere riferito anche ai successori di Pietro, ai vescovi di Roma, al Papa. Anche il Papa, che è il successore di Pietro, come Simon Pietro ha il compito di confermare i fratelli nella fede e anche il Papa, come Simon Pietro, non può errare nel compito di confermare i fratelli.

    Altrimenti, invece di confermarli nella verità, li confermerebbe nell’errore e Cristo avrebbe dato un incarico importantissimo senza munire di sicurezza chi lo riceveva.

    L’infallibilità della Chiesa

    Facciamo un altro passo avanti. Anche al Collegio apostolico, unito e sottomesso al Papa, Cristo ha promesso chiaramente il dono dell’infallibilità.

    Come possiamo affermare una verità del genere. Riportiamoci all’Ultima Cena come ci è raccontata dall’Evangelista san Giovanni, nel capitolo XIV del suo Vangelo.

    Gesù si rivolge ai Dodici Apostoli con parole molto chiare: "Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità". E qualche versetto più avanti, sempre nello stesso capitolo, Gesù dice: "Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto".

    Dunque, se le parole hanno un senso, e se Gesù, in quanto Dio non poteva sbagliarsi, qui vediamo chiaramente che Gesù promette agli Apostoli, quindi alla sua Chiesa, l’assistenza perpetua, continua e infallibile dello Spirito Santo, che è Dio, che è Spirito di verità".

    Ora, nell’esercizio della sua missione, il Collegio apostolico, in comunione con il Papa è assistito dallo Spirito di Verità. E dunque, grazie a questa assistenza, non può sbagliarsi in materia di fede e di morale. Altrimenti, o l’assistenza dello Spirito Santo sarebbe inutile o lo Spirito Santo non sarebbe Spirito di Verità.

    Qualcuno chiederà: ma qual è la missione della Chiesa? In quale compito il Collegio apostolico, unito al Papa, sotto il governo giurisdizionale e disciplinare del Santo Padre, è infallibile?

    La risposta è molto semplice e si trova anch’essa nel Vangelo. La missione della Chiesa è sintetizzata in maniera mirabile da san Matteo, nell’ultimo capitolo del suo Vangelo. E anche in questo brano – come potrete constatare – troviamo un elemento importante a favore dell’infallibilità del Papa e della Chiesa.

    E’ un brano che va letto con attenzione. E’ un brano speciale, perché san Matteo ci riporta esattamente le ultime parole pronunciate da Gesù prima di salire al Cielo, prima di lasciare la sua Chiesa impegnata nella missione di salvare gli uomini.

    Ascoltiamole, queste parole: "Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: "Mi è stato dato ogni potere in Cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo".

    Dunque, Gesù incarica la sua Chiesa di insegnare a tutto il mondo la verità: naturalmente la verità su Dio, le verità della fede che portano alla salvezza dell’uomo. Nell’insegnamento di questa verità, Gesù promette la sua assistenza speciale e perpetua: "Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".

    Con l’assistenza promessa da Gesù, come ci è ricordata dal Vangelo di san Matteo, è impossibile che il Papa, e il Collegio apostolico a lui unito e sottomesso, possano sbagliarsi.

    Altrimenti, se si sbagliassero, l’assistenza di Gesù – che è Dio – sarebbe un’assistenza inutile. Sarebbe un’assistenza, un aiuto per commettere errori. Ma questo nessun cristiano lo può pensare.

    Con l’assistenza di Gesù, l’insegnamento impartito dalla Chiesa sarà sempre necessariamente conforme alla verità. Vi è l’assicurazione divina, promessa da Gesù, contro la possibilità stessa di errore in materia di fede, quindi vi è la promessa della infallibilità.

    Badate che si tratta di una assistenza divina al compito di ammaestrare tutte le genti, al compito di battezzarle, quindi di condurle nella Chiesa, al compito di insegnare. Ed è una assistenza divina promessa per sempre, fino alla fine del mondo, dice Gesù.

    Quindi, il dono dell’infallibilità non riguardava solo gli Apostoli che ascoltano a viva voce le parole di Gesù, ma riguarda i successori di Pietro e i successori degli Apostoli uniti e sottomessi al Santo Padre. Vi è un altro passo del Vangelo da considerare importante per il tema che stiamo trattando. Lo ricaviamo dal Vangelo di san Marco, al capitolo 16. Sono poche parole, ma molto chiare e direi anche estremamente severe. Gesù ha appena dato il compito alla sua Chiesa di predicare il vangelo ad ogni creatura, come ci ha ricordato anche san Matteo, Poi aggiunge questa frase lapidaria: "Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato".

    Tutti capiamo bene che qui si sta parlando della salvezza del Paradiso e della condanna dell’Inferno. Paradiso e Inferno: verità serissime, gravissime, che riguardano la vita eterna di ciascuno di noi. Verità dimenticate, purtroppo.

    Ora, riflettiamo un istante: Gesù lega il destino eterno di ogni uomo alla fede che insegnerà la Chiesa. Chi crederà alla fede insegnata dalla Chiesa andrà in Paradiso. Chi, per colpa propria, non crederà alla fede insegnata dalla Chiesa andrà all’Inferno.

    Ora, è impossibile, visto le conseguenze che derivano dall’accettare o dal rifiutare l’insegnamento della Chiesa in materia di fede, che la Chiesa si possa sbagliare.

    Chi rifiuterà la fede proposta dalla Chiesa rifiuterà la vera fede, annunciata infallibilmente, dal Papa, che è capo visibile della Chiesa.

    Chi rifiuterà sarà condannato alla dannazione eterna.

    Chi accoglierà la fede proposta dalla Chiesa, accoglierà la vera fede, annunciata infallibilmente dal Papa, capo visibile della Chiesa e sarà destinato al Paradiso.

    Infallibilità nella storia

    Come sempre facciamo in queste conversazioni di apologetica, dedichiamo una parte della nostra conversazione al campo della storia. Il dogma della infallibilità fu definito solennemente durante il Concilio Vaticano I, nell’anno 1870.

    La costituzione dogmatica Pastor Aeternus recita: «Noi, quindi, aderendo fedelmente a una tradizione accolta fin dall’inizio della fede cristiana, a gloria di Dio, nostro salvatore, per l’esaltazione della religione cattolica e la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del santo concilio, insegniamo e definiamo essere dogma divinamente rivelato che il romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando, adempiendo il suo ufficio di pastore e maestro di tutti i cristiani, in virtù della sua suprema autorità apostolica, definisce che una dottrina riguardante la fede e i costumi dev’essere ritenuta da tutta la Chiesa, per quell’assistenza divina che gli è stata promessa nel beato Pietro, gode di quell’infallibilità, di cui il divino Redentore ha voluto dotata la sua Chiesa allorché definisce la dottrina riguardante la fede o i costumi. Quindi queste definizioni sono irreformabili per virtù propria, e non per il consenso della Chiesa».
    Si tratta di una definizione solenne, dogmatica, alla quale ogni cattolico è tenuto a prestare l’assenso della fede, della sua intelligenza e della sua volontà.

    Questa definizione dice una cosa interessante anche dal punto di vista storico: afferma infatti – lo abbiamo sentito – che si tratta di una tradizione "accolta fin dall’inizio della fede cristiana".

    Può essere interessante, a questo punto, vedere in quali occasioni è stato riconosciuto il carisma dell’infallibilità della Chiesa, e del Papa, in epoca antica.

    Vediamo qualche esempio che traggo – come ho tratto molte delle cose che vi ho detto – dal bel libro di P. Roberto Coggi, intitolato "La Chiesa" e pubblicato dalle Edizioni Studio Domenicano.

    Il libro raccoglie le conversazioni che P. Coggi ha tenuto proprio dai microfoni di Radio Maria e dunque vorrei ringraziare l’autore anche a nome di tutti gli ascoltatori.

    Un primo esempio ricordato da P. Coggi è quello di S. Ignazio di Antiochia, morto intorno all’anno 110 martire a Roma. Siamo dunque in epoca antichissima e Ignazio dice che i cristiani di Roma "sono puri da ogni estranea macchia". Vale a dire da ogni errore e qui si prefigura l’infallibilità della Chiesa, e del suo Capo visibile, in particolare, fin dall’inizio del secondo secolo.

    Un secondo esempio viene dal grande S. Ireneo, vescovo di Lione, vissuto nel II secolo. S. Ireneo riconosce la fede della Chiesa di Roma come norma per tutta la Chiesa.

    Sentiamolo: «Con questa Chiesa, a causa della sua più alta preminenza, deve accordarsi ogni altra Chiesa, poiché in essa si è conservata la fede apostolica».

    Qui è chiaro che l’immunità dall’errore propria della Chiesa di Roma presuppone l’infallibilità del suo maestro, il vescovo, il Papa.

    San Cipriano, vescovo vissuto nel III secolo, definisce la Chiesa di Roma come la "Cathedra Petri" e parlando degli avversari che pure volevano fare approvare le loro dottrine eretiche dal Papa, scrive: «Essi non pensano che devono trattare con i Romani, la cui fede fu lodata dalla gloriosa testimonianza dell’Apostolo, e presso i quali l’errore non può trovare alcun accesso».

    Queste parole meritano di prestare loro particolare attenzione. Per san Cipriano nella Chiesa di Roma, quindi nel Papa, non può albergare l’errore. Dunque, il tema dell’infallibilità era noto, anche in epoca assai antica. Certo non era esplicitato come lo sarà dopo il Concilio Vaticano I, ma non era sconosciuto.

    Un altro esempio viene da san Girolamo, vissuto nel IV secolo, il quale, richiedendo al Papa Damaso una decisione a proposito di una questione dibattuta in Oriente, scrive: «Solo presso di voi si conserva inalterata l’eredità dei padri».

    Il P. Coggi autore del libro che fa da guida a questa nostra esposizione, riporta altri esempi storici che dimostrano come anche nei tempi antichi si avesse coscienza della infallibilità della Chiesa, oltre che del vescovo di Roma.

    Egli cita l’esempio di S. Teofilo, successore di S. Ignazio nella Chiesa di Antiochia, il quale diceva che come le navi si infrangono se escono dal porto ed entrano nel mare in tempesta, così gli uomini fanno naufragio quando abbandonano la "cattedra di verità".

    Dunque la Chiesa era ritenuta, fin dalle origini, "cattedra della verità", ove non poteva albergare l’errore.

    S. Ireneo, vescovo di Lione, insegnava che dove c’è la Chiesa c’è lo Spirito Santo ed è impossibile trovare la verità se non nella Chiesa, che possiede il "carisma della verità".

    E ancora san Cipriano, verso l’anno 250, scrive: "Tutti coloro che abbandonano Cristo si perdono nei loro errori, ma la Chiesa che crede in Cristo e rimane fedele alla verità ricevuta, non si separa da lui".

    Conclusione

    Possiamo dunque concludere questa breve e sintetica carrellata storica ribadendo come la Chiesa, grazie all’assistenza dello Spirito Santo promesso e inviato da parte di Gesù, gode del dono o carisma dell’infallibilità nell’insegnare e nel credere le verità della fede.

    Dobbiamo infatti ricordare che l’autorità che Gesù ha conferito alla Chiesa è prima di tutto un’autorità dottrinale, e riguarda la trasmissione e la custodia del deposito della fede.

    Siamo dunque grati a Dio per avere dato alla Chiesa e al Papa un dono così grande, che ci assicura della bontà e della verità della fede che professiamo.

    Grazie.

    http://christusveritas.altervista.org/

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Ashmael Visualizza Messaggio
    Possiamo ritenere superate le paranoie di Papa Pio X?
    L'infallibilità è una favola.
    la smetti di insozzare il nostro forum!!!
    Vai sul forum dei pedopederasti!

 

 

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