| Martedì 7 Novembre 2006 - 12:13 | Paolo Emiliani |
Il tribunale farsa di Baghdad ha fatto il compitino a lui affidato dal padrone yankee. Ha emesso una sentenza di condanna a morte nei confronti del presidente iracheno Saddam Hussein. Un verdetto ad orologeria, proprio a ridosso delle elezioni di metà mandato negli Usa, consultazioni nelle quali Bush (ai minimi storici di consenso) rischia di perdere il controllo del parlamento. Gli americani sono infatti sempre più stanchi di questa guerra e una sentenza “esemplare” serviva a Bush proprio a dare una giustificazione credibile a quel che non è giustificabile in alcun modo. Anche la modalità dell’esecuzione, l’impiccaggione, destinata da quelle parti soltanto ai ladri e ai malfattori in genere, invece della più dignitosa fucilazione, è un segnale voluto dal padrone atlantico per umiliare i suoi nemici, i patrioti iracheni che ancora giustamente vedono in Saddam il loro simbolo. Ora ci saranno trenta giorni per il processo di appello, il cui risultato sembra ancora una volta scontato, per una esecuzione che potrebbe avvenire addirittura entro la fine dell’anno.
Si potrebbe insomma ancora una volta ripetere la vergogna dei processi di Norimberga e di Tokyo, quando il vincitore si arrogò il diritto di processare e assassinare il vinto. Quel che non riuscì agli Usa con Milosevic. I troppi imbarazzi causati da un processo nel quale l’imputato diventava ogni giorno di più l’accusatore consigliarono agli atlantici una serie infinita di rinvii, fino alla morte (definita naturale ma con molte ombre) dell’ingombrante accusato.
In America hanno ovviamente esultato un po’ tutti per la condanna di Saddam, democratici e repubblicani, considerando il verdetto una vittora della democrazia export.
In Europa, invece, è prevalso il buonismo ottuso ed ipocrita. Un po’ tutti hanno lanciato appelli per commutare la sentenza di morte nel carcere a vita, pensando forse così di mettere a posto la loro cattiva coscienza, ma nessuno ha osato mettere in discussione la legittimità di quella giuria ammaestrata e la correttezza di un procedimento contrario ad ogni civiltà giuridica degna di questo nome.
Saddam era insomma per loro colpevole a prescindere, come a prescindere deteneva quelle armi che si è scoperto poi l’Iraq non ha mai posseduto.
Una condanna emessa da un tribunale delegittimato non è giustizia e la eventuale esecuzione della sentenza di morte non farebbe di Saddm un giustiziato, ma soltanto un assassinato.




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