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    Predefinito Riabilitare il Baath? Duro scontro politico tra americani e iraniani

    PRIMO FRONTE - Iraq
    Scritto da Moreno Pasquinelli
    Lunedì 25 Gennaio 2010 14:05
    Nei primi giorni del dicembre scorso, proprio mentre le autorità fantoccio proclamavano, dopo diversi falsi annunci, la data finale delle elezioni, Baghdad era scossa da una serie di potentissimi attentati con autobomba che fecero 127 morti e 448 feriti. L’attacco stragista, poi rivendicato dai Jihadisti, seguiva di cinque settimane i devastanti attentati del 25 ottobre (150 morti e 500 i feriti), i quali erano stati preceduti, il 19 agosto, da quelli contro i ministeri degli Esteri e delle Finanze (95 morti e 500 feriti). Colpi letali alla pretesa del governo di avere in pugno la situazione e di aver schiacciato “i terroristi”. La marcia forzata verso le elezioni politiche del 7 marzo potrebbe quindi essere accompagnata da una nuova scia di sangue.

    Verso le elezioni del 7 marzo
    Il 19 ottobre scorso informavamo i lettori degli ultimi sviluppi della scena politica irachena, così come era emersa dalle elezioni provinciali del gennaio 2009, e segnalavamo come il dato saliente, oltre alla bassa percentuale dei votanti, fosse la spaccatura all’interno della compagine che governa questo paese dal 2005. Il blocco di gran lunga dominante questa compagine era la Alleanza Irachena Unita la quale, sotto l’egida del grande Ayatollah al-Sistani, raggruppava de facto quasi tutta la galassia shiita, anzitutto le due forze principali, il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq (ex-SCIRI) di Abdul Aziz al-Hakim, e il Partito Islamico Dawa, guidato dal primo ministro Nuri al-Maliki (SCIRI e Dawa, le due forze che con l’appoggio dichiarato dell’Iran, combatterono a suon di bombe il regime baathista di Saddam Hussein).
    Alle porte delle elezioni parlamentari del 7 marzo questa spaccatura del mondo shiita iracheno, lungi dal sanarsi, si è accentuata: da una parte la “Alleanza per lo Stato di Diritto”, capeggiata appunto dal Dawa del primo ministro Nuri al-Maliki, dall’altra la neocostiuita “Alleanza Irachena nazionale”, la cui spina dorsale rimane l’ex-SCIRI. Non si tratta di differenze religiose, ovviamente, ma di squisite divergenze politiche, tattiche e strategiche, dove la “Alleanza Irachena nazionale” appare come una vera e propria agenzia di Tehran, mentre la “Alleanza per lo Stato di Diritto” è in verità molto più vicina agli interessi degli occupanti americani. Entrambi questi blocchi, pur essendo anzitutto shiiti, giocano, allo scopo di attrarre i voti sunniti, la carta del “nazionalismo iracheno”.
    Tuttavia, come vedremo più avanti, un altro grave motivo di scontro è improvvisamente piombato sulla scena.

    Il ginepraio delle forze in lizza
    A testimonianza della estrema polverizzazione del panorama politico iracheno (le cui cause attengono alla politica, al confessionalismo religioso, all’appartenenza etnico-linguistica ma pure all’appartenenza tribale o di clan) basti pensare che la Commissione elettorale centrale ha sancito l’esistenza di ben 86 forze politiche e di 12 coalizioni.
    Ma cinque “soltanto” quasi certamente si accaparreranno il 90% circa dei seggi in palio (forze locali potrebbero avere un discreto successo in alcune province). Coalizioni, appunto, alquanto eterogenee al loro interno.
    (1) Quella accreditata come la vincente è la "Alleanza per lo Stato di diritto" del Primo Ministro Nuri al-Maliki, di cui fanno parte ben 36 formazioni.
    (2) In seconda posizione c’è la “Alleanza Irachena nazionale”, che fa perno sul “Consiglio Supremo islamico iracheno” (ex SCIRI), 30 partiti, tra cui anche molti sadristi.
    (3) “Iraqiya”, un blocco di 20 partiti e gruppi capeggiato dall’ex-baathista Saleh al Mutlak, dal vicepresidente Tariq al-Hashimi (già leader del sunnita Partito Islamico) e dall'ex primo ministro Iyad Allawi.
    (4) La "Alleanza per l'unità dell'Iraq", composta da 38 gruppi, e di cui fanno parte, assieme ai cosiddetti "Consigli del risveglio" (ovvero le tribù sunnite di al-Anbar che dalla Resistenza sono passate dalla parte degli americani) facenti capo allo sceicco Ahmed Abu Risha, il "Movimento nazionale indipendente" dell'ex presidente del Parlamento Mahmud al Mashhadani e il Partito Iracheno Costituzionale del ministro degli interni Jawad al-Bulani.
    (5) Per finire abbiamo la “Alleanza Curda”, di cui fanno parte 13 formazioni di cui due sono le principali: la “Unione patriottica del Kurdistan” di Jalal Talabani (attuale presidente iracheno) e il “Partito Democratico del Kurdistan di Mustafa Barzani. UPK e PDK conquisteranno la gran parte dei seggi assegnati alla regione autonoma del Kurdistan, malgrado la comparsa di una terza forza nazionalista, “Goran”.

    Colpo di scena
    A complicare la strada verso le elezioni è intervenuta una improvvisa (8 gennaio) quanto clamorosa decisione della “Commissione di giustizia e responsabilità” (la ex “Commissione Suprema di de-baathificazione”), di escludere dalla competizione, in base appunto alla famigerata legge di de-baathificazione, ben 15 partiti e 511 candidati. Con l’accusa, appunto, di essere stati o di essere ancora baathisti. Tra di loro spicca il nome del più noto tra gli “imputati”, Saleh al-Mutlak, portavoce del Fronte Iracheno del Dialogo Nazionale (un blocco sunnita nazionalista, 11 deputati in Parlamento e mai entrato nel governo) e noto testa di lista della coalizione “Iraqiya”.
    Contro questa decisione (sono scoppiate diverse proteste dei sunniti, sia in al-Anbar che a Baghdad) al-Mutlak ha fatto ricorso e si dice ottimista (forse a causa dell’appoggio americano) che la decisione di esclusione venga annullata. Da notare che l’esclusione ha fatto infatti arrabbiare non solo Missione di assistenza all'Iraq delle Nazioni Unite (UNAMI) ma pure gli Stati Uniti, oramai pentitisi di aver contribuito all’abisso della guerra civile con la bushana de-baathificazione forzata e ora decisi, in nome “della pacificazione e della governabilità”, a reinserire i baathisti nelle istituzioni. A segnalare la delicatezza dell’affaire, sono intervenuti contro la decisione, l’ambasciatore Usa a Baghdad, Christopher Hill, e lo stesso vice presidente Usa Joe Biden.
    Se la paura dei governanti di Baghdad è evidente, lo è anche quella degli occupanti americani: essi temono che l’esclusione possa portare, come nel gennaio 2005, ad un boicottaggio di massa da parte dei sunniti, col rischio che l’Iraq entri in una nuova e imprevedibile fase di turbolenza mettendo così in discussione il ritiro delle loro truppe, che dovrebbero infatti lasciare l’Iraq entro fine agosto.
    Non si pensi che i candidati esclusi siano tutti sunniti. Secondo indiscrezioni «216 di essi sarebbero stati membri del partito Ba’ath, 182 avrebbero fatto parte dei cosiddetti “Fedayyn Saddam” e dei servizi segreti, 105 sarebbero ex ufficiali delle forze armate (fra cui alcuni comandanti di divisione, con il grado di generale o generale di brigata), decorati dal partito Ba’ath. Cinque candidati infine avrebbero partecipato alla repressione della rivolta sciita (nel sud) seguita alla guerra del Golfo del 1991, e tre sarebbero individui che hanno diffuso “idee ba’athiste”».
    Ma la cosa, soprendente solo per chi non avesse conosciuto cosa fosse stato davvero il Baath (che cioè non era affatto un partito confessionale a maggioranza sunnita) è che la gran parte degli esclusi sono sciiti, puniti appunto perché non filo-iraniani.
    «E’ così che 72 dei candidati esclusi apparterrebbero all’alleanza dell’ex premier Iyad Allawi (quella di cui fa parte anche Saleh al-Mutlak, il più noto), e 67 a quella guidata dall’attuale ministro degli Interni Jawad al Bulani».
    Mentre scriviamo non è dato sapere quale sarà l’esito della vicenda, certo è che essa è diventata la principale disputa sul tappeto. Mentre lo stesso Talabani, su pressioni USA, è intervenuto affinché la decisione di esclusione sia ritirata, si vocifera che Washington abbia minacciato al-Maliki che se i 511 candidati non verranno riammessi la “comunità internazionale” potrebbe non riconoscere l’esito delle elezioni.
    Lo scontro è talmente duro che i partiti shiiti si son visti costretti a mobilitare a loro volta (senza grande successo pare) nelle piazze i loro sostenitori a favore della proibizione. A Najaf, a Bassora i manifestanti portavano striscioni con su scritto: “Ba’athisti e nazisti sono due facce della stessa medaglia”, e “Il ritorno dei ba’athisti è il ritorno delle aggressioni e delle incarcerazioni”.
    Il governo di Nuri al-Maliki ha protestato contro le ingerenze americane, mettendo in evidenza come, dietro all’esclusione dei sunniti presunti baathisti, si giochi una delicatissima partita a scacchi tra Washington e Tehran, i primi fattisi paladini dei diritti dei sunniti proprio allo scopo di contrastare la crescente influenza iraniana in Iraq, i secondi decisi a sbarrare la strada ai baathisti che sono per loro il pericolo principale alla loro egemonia.

    Riabilitare il Baath? Duro scontro politico tra americani e iraniani

  2. #2
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    Predefinito Rif: Riabilitare il Baath? Duro scontro politico tra americani e iraniani

    Iraq, la credibilità al voto

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    Il 7 marzo prossimo si vota per il nuovo Parlamento, ma troppi nodi restano irrisolti
    Sono almeno 36 le vittime di una serie di attacchi coordinati avvenuti ieri a Baghdad. Obiettivi gli alberghi della capitale irachena frequentati da occidentali. Tre auto cariche di esplosivo, fatte detonare nel giro di dieci minuti, mentre Baghdad soffoca nel traffico dell'ora di punta, lungo la via Abu Nawas Street che porta alla Zona Verde, il quartiere del potere.

    Attacchi in serie. Palestine Hotel, Babylon Hotel e Hamra Hotel. Tutti e tre protetti da check-point della sicurezza, che sono riusciti a rallentare la corsa degli attentatori suicidi. Solo per questo il bilancio delle vittime non è grave come quello dell'attentato, sempre a Baghdad, del 19 agosto scorso quando persero la vita almeno 100 persone.
    La tecnica è ormai quella consolidata degli ultimi attentati: una serie di attacchi coordinati, in un lasso di tempo minimo, con una forza d'impatto notevole. Passati i tempi delle decine di piccoli e grandi attentati quotidiani, in uno stillicidio che è andato avanti dall'invasione dell'Iraq nel 2003 fino a un paio di anni fa. Poi il mutamento di strategia, dovuta a vari fattori che hanno indebolito gli insorti, ma non li hanno sconfitti del tutto. I miliziani che combattono le truppe straniere, il governo iracheno e gli obiettivi legati all'Occidente sono molti meno di qualche tempo fa, ma riescono a concentrare i loro sforzi in attacchi mirati e devastanti.
    In previsione delle elezioni parlamentari del 7 marzo prossimo non è un buon segnale. Ma non è neanche l'unico. Le autorità irachene, che sostengono di aver sventato con l'aiuto dell'intelligence usa un altro attentato devastante lunedì scorso, hanno subito puntato il dito contro le due anime della lotta armata: al-Qaeda in Iraq e i sostenitori del disciolto partito Ba'ath del deposto Saddam Hussein.

    Un passato che non passa. Proprio oggi l'attentato a Baghdad ha offuscato la notizia della sentenza capitale eseguita contro Alì Hassan al-Majid, genero e cugino di Saddam Hussein, meglio noto come Alì il Chimico. Il macabro soprannome se l'era meritato massacrando con il gas nervino 5mila curdi del villaggio di Halabja nel 1988, accusati di aver collaborato con l'Iran, durante il conflitto degli anni Ottanta. Alì il Chimico, sempre con la stessa tecnica, si era distinto anche per l'eccidio di leader e civili sciiti dopo la prima guerra del Golfo, nel 1991. Un personaggio, mai pentito, che nessuno rimpiangerà. Al di là della brutalità che rappresenta la pena di morte, l'esecuzione rappresenta l'incapacità dell'attuale governo iracheno di chiudere i conti con il passato. Non basta giustiziare i simboli del vecchio regime, se il nuovo non riesce a trovare le intese necessarie a far iniziare una nuova era per l'Iraq di oggi. Un nodo ancora irrisolto, per esempio, è proprio quello del partito Ba'ath. Considerando un regime che ha governato il Paese per quasi cinquanta anni, era impossibile ritenere che la sola adesione a una struttura che governava tutti i gangli del potere potesse essere un elemento di colpa.
    Come il fatto di essere musulmani di confessione sunnita. Saddam era sunnita e, pur rappresentando i suoi correligionari la minoranza del Paese, ha sempre gestito il potere con loro. Questo, agli occhi di molti curdi e sciiti, rappresenta una specie di peccato originale.

    Il Ba'ath e i sunniti. "Non tutti i sunniti sono del Ba'ath, non tutti gli iscritti del Ba'ath sono sunniti. Noi siamo i primi a non voler il ritorno in politica dei baathisti più compromessi in politica", ha dichiarato al New York Times Omar Mashhadani, portavoce del presidente del Parlamento di Baghdad, il sunnita Ayad al-Sammarai. "Ma non accettiamo neanche che il partito venga usato come pretesto per lasciare fuori dalla vita politica irachena i sunniti". Il commento arriva dopo la decisione della Commissione elettorale, del 18 gennaio scorso, di escludere dalle liste elettorali 511 persone (tutti sunniti) ritenuti legati in passato al partito Ba'ath, oppure impegnati a favorirne la sua ricostituzione. Altre quattro persone, tra cui il ministro della Difesa Abdul-Kader al-Obeidi e l'avvocato Dhafer al-Ani, sono state escluse giovedì 21 gennaio. Il vice presidente Usa Joe Biden, secondo la stampa irachena e internazionale, ha fatto pressioni enormi sul primo ministro iracheno al-Maliki per rimandare la decisione a dopo le elezioni, ma una squalifica successiva al voto non pare un'idea molto più brillante dell'esclusione preventiva. Un candidato o è o non è compromesso con il regime, ma chi lo stabilisce? Qui sorge il problema di legittimità del governo al-Maliki, da tanti iracheni ancora giudicato nella migliore delle ipotesi come troppo legato ai suoi correligionari sciiti o nella peggiore delle ipotesi un fantoccio degli Usa. Stesso problema per i curdi. La Commissione aveva proposto ad alcuni candidati una sorta di 'auto denuncia' rispetto al passato per ottenere la riabilitazione. Proposta respinta al mittente e definita "un'umiliazione" da Shaker Kattab, portavoce del vice presidente (sunnita) Tariq al-Hashemi. "Noi chiediamo che venga data una definizione chiara, che non permetta speculazioni politiche: cosa significa baathista?", ha chiesto al Mashhadani. "Durante il regime di Saddam, tre quarti della popolazione sono stati baatisti".

    Errori del passato. Un problema enorme che gli Usa, fin dall'avvento del 'metodo Petraeus' hanno tentato di risolvere a posteriori (quando forse era troppo tardi). I danni fatti da Paul Bremer, proconsole Usa insediato a Baghdad dopo l'invasione, sono enormi. L'esclusione totale dei sunniti dalla vita pubblica irachena e la criminalizzazione di massa dei militanti del Ba'ath (forze armate e di polizia comprese) avevano ingigantito a dismisura le file della resistenza. L'avvento del generale Petraeus ha cambiato le regole del gioco. Il coinvolgimento degli stessi sunniti è stata la chiave di volta per indebolire e isolare i guerriglieri non legati al nazionalismo iracheno ma alla galassia del fondamentalismo islamico. Adesso gli Usa vogliono una soluzione condivisa, ma la loro presenza e le loro pressioni fanno temere al premier al-Maliki un ulteriore danno d'immagine in vista del voto del 7 marzo prossimo.
    L'assoluzione dei mercenari della compagnia di sicurezza privata Blackwater ha lasciato il segno.
    Un giudice federale di Washington, il 2 gennaio scorso, ha rifiutato l'incriminazione per strage di 17 civili iracheni a Baghdad nel 2007 compiuta da 5 uomini della Blackwater perché durante l'inchiesta sono stati lesi "i diritti costituzionali degli imputati". Biden, impegnato a fare delle elezioni del 7 marzo un successo, ha espresso il proprio rammarico per la strage, ma Maliki ha bisogno di più per i suoi elettori e ha promesso battaglia legale.

    Non finisce qui. Il direttore di una compagnia britannica è stato arrestato, il 24 gennaio scorso, in Iraq per la vendita di sistemi difettosi al governo iracheno. Si tratta di rilevatori anti-bomba, con i quali l'azienda britannica ha inondato Baghdad e altre città irachene. Solo che non funzionavano.
    "Questa compagnia non ha solo causato una truffa enorme, ma ha sulla coscienza la vita di migliaia di iracheni innocenti", ha dichiarato Ammar Tuma, membro del Comitato del Parlamento iracheno per la Sicurezza e la Difesa. La compagnia, la ATSC Ltd., ha venduto al governo iracheno 800 modelli del ADE 651s, un rilevatore di ordigni. A fronte di una spesa per le casse statali iracheni di 85 milioni di dollari. Adesso il governo, dopo che lo scandalo è stato reso pubblico, deve dimostrare di avere un peso politico, di non essere solo il fantoccio che sigla gli accordi sullo sfruttamento dei giacimenti petroliferi da parte delle compagnie occidentali (come l'Eni per il giacimento di Zubeir).
    Un compito gravoso per il governo iracheno, che aspetta il 7 marzo con il fiato sospeso. Anche l'amministrazione Obama, però, non è serena. Il disastro in Afghanistan, il fronte in Yemen, il nucleare iraniano. L'unico settore della politica estera Usa che non segnava il passo sembrava essere quello iracheno. Le bombe di Baghdad ricordano a tutti che non è così.

    Christian Elia

    PeaceReporter - Iraq, la credibilità al voto

  3. #3
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    Predefinito Rif: Riabilitare il Baath? Duro scontro politico tra americani e iraniani

    Iraq, elezioni di marzo: revocato il divieto di candidatura per i baatisti

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    Circa 500 candidati sunniti erano stati esclusi dalle elezioni legislative
    In seguito alle pressioni di Washington, il governo di Baghdad ha revocato il divieto imposto a circa 500 candidati di partecipare alle prossime elezioni legislative irachene, previste per il 7 marzo.

    Si tratta in prevalenza di esponenti sunniti, sospettati di legami con il deposto partito Baath. Hamdiya al-Husseini, membro della Commissione elettorale irachena ha affermato: "I loro presunti legami con il Baath verranno esaminati dopo le consultazioni. Se poi qualcuno di loro venisse eletto, non potranno occupare il proprio seggo sino a quando l'inchiesta nei loro confronti non verrà conclusa escludendo delle responsabilità". Secondo diversi osservagtori, gli Usa stiano riorientando la propria politica irachena, rivolgendosi con maggiore fiducia alle forze sunnite e curde che non agli sciiti.

    PeaceReporter - Iraq, elezioni di marzo: revocato il divieto di candidatura per i baatisti

  4. #4
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    Predefinito Rif: Riabilitare il Baath? Duro scontro politico tra americani e iraniani

    Il tutto procede di pari passo con un graduale sganciamento politico dei partiti confessionali sciiti dall'orbita di influenza iraniana.

    Per questo molte analisi sull'Iraq (quelle sulla famosa "coopetizione", "spartizione" del Paese fra Usa e Iran) andrebbero completamente riviste, in quanto vecchie di almeno 3 anni
    Ultima modifica di Canaglia; 04-02-10 alle 16:49
    Passata la buriana facciamo i conti

  5. #5
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    Predefinito Rif: Riabilitare il Baath? Duro scontro politico tra americani e iraniani

    Citazione Originariamente Scritto da Canaglia Visualizza Messaggio
    Il tutto procede di pari passo con un graduale sganciamento politico dei partiti confessionali sciiti dall'orbita di influenza iraniana.

    Per questo molte analisi sull'Iraq (quelle sulla famosa "coopetizione", "spartizione" del Paese fra Usa e Iran) andrebbero completamente riviste, in quanto vecchie di almeno 3 anni
    e viziate da una visione parziale degli eventi.

 

 

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