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Discussione: Evoluzionismo

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    Predefinito Evoluzionismo

    Dalla "Humani Generis" di Papa Pio XII:

    Chiunque osservi il mondo odierno, che è fuori dell'ovile di Cristo, facilmente potrà vedere le principali vie per le quali i dotti si sono incamminati. Alcuni, senza prudenza né discernimento, ammettono e fanno valere per origine di tutte le cose il sistema evoluzionistico, pur non essendo esso indiscutibilmente provato nel campo stesso delle scienze naturali, e con temerarietà sostengono l'ipotesi monistica e panteistica dell'universo soggetto a continua evoluzione. Di quest’ipotesi volentieri si servono i fautori del comunismo per farsi difensori e propagandisti del loro materialismo dialettico e togliere dalle menti ogni nozione di Dio.

    Le false affermazioni di siffatto evoluzionismo, per cui viene ripudiato quanto vi è di assoluto, fermo ed immutabile, hanno preparato la strada alle aberrazioni di una nuova filosofia che, facendo concorrenza all'idealismo, all'immanentismo e al pragmatismo, ha preso il nome di "esistenzialismo" perché, ripudiate le essenze immutabili delle cose, si preoccupa solo della "esistenza" dei singoli individui.
    .....
    Per queste ragioni il Magistero della Chiesa non proibisce che in conformità dell'attuale stato delle scienze e della teologia, sia oggetto di ricerche e di discussioni, da parte dei competenti in tutti e due i campi, la dottrina dell'evoluzionismo, in quanto cioè essa fa ricerche sull'origine del corpo umano, che proverrebbe da materia organica preesistente (la fede cattolica ci obbliga a ritenere che le anime sono state create immediatamente sia Dio). Però questo deve essere fatto in tale modo che le ragioni delle due opinioni, cioè di quella favorevole e di quella contraria all'evoluzionismo, siano ponderate e giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura e purché tutti siano pronti a sottostare al giudizio della Chiesa, alla quale Cristo ha affidato l'ufficio di interpretare autenticamente la Sacra Scrittura e di difendere i dogmi della fede (Cfr. Allocuzione Pont. ai membri dell'Accademia delle Scienze, 30 novembre 1941; A. A. S. Vol. , p. 506). Però alcuni oltrepassano questa libertà di discussione, agendo in modo come fosse già dimostrata con totale certezza la stessa origine del corpo umano dalla materia organica preesistente, valendosi di dati indiziali finora raccolti e di ragionamenti basati sui medesimi indizi; e ciò come se nelle fonti della divina Rivelazione non vi fosse nulla che esiga in questa materia la più grande moderazione e cautela.

    CIAO

  2. #2
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    Predefinito

    La cultura di massa - che in gran parte contagia anche i suoi operatori - accredita la tesi della universale evoluzione della materia, della quale l'uomo sarebbe soltanto una fase o uno stadio di transizione. Sulla base di questa discutibile e discussa ipotesi, tale cultura predispone ad accettare interventi "evolutivi" sull'uomo stesso, previsti dalla sociobiologia e dalla ingegneria genetica. La natura ipotetica, non scientifica ma ideologica, dell'evoluzionismo e la sua funzionalità rispetto al progetto totalitario del comunismo è denunciata - accompagnata da una ferma riproposizione della dottrina cattolica sull'argomento - nella prolusione tenuta dal cardinale Giuseppe Siri ai corsi teologici del Didascaleion, il 31 gennaio 1983, che riportiamo dal settimanale cattolico, anno IX, n. 7, 20-2-1983.

    Cristianità n. 95 (1983)



    Fede ed evoluzione



    Il tema che debbo trattare equivale ad una spassosissima commedia umana. Giudicherete voi.

    Mettiamo subito chiari i termini. Qui "Fede" significa il complesso della Rivelazione Divina fatta agli uomini da Dio, perfezionata e completata in Cristo. Questa Rivelazione parla anche dell'origine del mondo e delle specie viventi nonché dell'uomo. Ma ne parla solo per dire quel che ha fatto Dio.

    La evoluzione è una teoria sull'origine del mondo, ma soprattutto sulla origine e mutazione delle specie viventi, compreso l'uomo. È una teoria, solo una teoria; le "Teorie sole" sono ipotesi e le ipotesi concludono niente, possono variare secondo che si vuole, entrando in tal modo nel campo puramente soggettivo, anche nel fantastico. Questo debbo però dimostrarlo a proposito del soggetto in argomento.

    Evidentemente la Fede parte da un dato certo storicamente. Per vincere sulla Fede la teoria evoluzionistica dovrebbe partire ugualmente da un dato storicamente certo: è infatti anch'essa, come ipotesi, presentata come un "fatto". Paragoniamo ora per un momento il fatto certo con la ipotesi. Il fatto certo asserisce che tutto ha origine per creazione ossia per deduzione dal nulla da parte di Dio. La teoria evoluzionistica vorrebbe dire nella sua redazione più assoluta che Dio non c'entra e che la materia si è evoluta da sé producendo tutto quello che geologia, cimiteri, musei conservano e non solo questi, ma l'intero genere umano. Evidentemente questa teoria cruda non si accorda col dato rivelato ossia colla Fede. La Fede afferma con certezza che tutto è stato creato e che Dio è direttamente intervenuto nella creazione dell'uomo. Per sé non esclude la possibilità di mutazioni nelle specie inferiori all'uomo, dimostrare le quali tocca alla scienza e pertanto agli uomini saputi di scienza. Poste così le relative affermazioni, si tratta di vedere che valgono le ipotesi dette scientifiche.

    Si vuole onorare Darwin, ma non è lui l'inventore del sistema ipotizzato. Di questo è stato iniziatore Lamarck nel 1800 in aprile col suo discorso alla inaugurazione del Museo di Storia naturale di Parigi. Questi non fu un evoluzionista assoluto colla sua teoria della "evoluzione ascendente ed evoluzione adattiva"; fece un tentativo di sintesi e i tentativi non sono tesi dimostrate. Darwin riprese il retaggio di Lamarck. Nel saggio sull'origine delle specie (1889) non si dimostra ateo, anzi fa un inno al Creatore in chiusura del libro, per quanto la scoperta delle sue Notes segrete (1937) dimostri che era già diventato materialista. Si apprese dalle Notes che era in sostanza diventato un discepolo di Comte.

    Concludendo fu ipotizzato un evoluzionismo che si appoggiava su fatti stimolanti la ricerca, ma non ancora probanti. I contorni rimanevano incerti.

    A questo punto viene la domanda: l'evoluzionismo nella sua accezione assoluta (esclusione di Dio Creatore e di intervento diretto di Dio nella origine dell'uomo) o nella sua accezione relativa (ammessi i due punti sopra esclusi) ha avuto una dimostrazione scientifica, o è rimasto allo stato di ipotesi (che potrebbe essere anche fantasia?). Occorre qui dare gli elementi per una prudente risposta.

    1. Anzitutto va sottolineato lo scopo: dare una sintesi della vita sul nostro pianeta, giustificando i diversi stadi e le diverse forme nonché la loro eventuale elasticità. È possibile una sintesi della vita? Si sa che la volontà delle sintesi dominò la cultura, che può definirsi illuministica, dell'ottocento: Hegel avrebbe abbracciato questa via (sulle orme di costui e sotto un punto vista più ristretto, anche Marx lo seguì, più tardi Spencer con i rispettivi seguaci). Non meraviglia una tale voglia. Ma è giustificata nelle sue pretese quando la umana cognizione della realtà non conosce altro che i corrispettivi dei cinque sensi ed oltre può inoltrarsi soltanto colla intelligenza, ma fino ad un certo punto, che è poi quello dei principi universali? Lascio la risposta a chi ascolta, pregando di ricordarsi che occorre non perdere mai il senso dei limiti.

    Non si dimentichi che questa sintesi ha evitato il punto più importante, quello di partenza, ossia l'origine delle cose, del mondo. Evasione troppo grave, tanto più se si prendono in esame i modi tenebrosi e oscillanti coi quali si cerca di nascondere la evasione stessa.

    2. In secondo luogo non si può dimenticare che la trasformazione di una specie è un fatto, per noi preterito ossia storico (nessuno ha assistito). E i fatti storici vanno documentati con testimoni pertinenti e concreti. Non possono sostenersi inventando dei princìpi gratuiti e con interpretazioni arbitrarie della fisiologia della materia che ha i suoi cicli, finora mantenuti nel quadro delle leggi immutabili quando esiste la parità delle condizioni. La distribuzione dei milioni d'anni appare piuttosto facilona, se non addirittura allegra ad una mentalità seriamente scientifica.

    3. I tentativi di prova sono generalmente partiti da una mentalità materialista negatrice di Dio, dell'anima, della eternità e capace solo di condannare l'insaziabile spirito intelligente e conscio di sé alla tenebrosa avventura del "nulla". Qui abbiamo veramente l'anima della avventura evoluzionistica.

    Essa fa più avventura filosofica che scientifica, anche se il primo inventore della ipotesi evoluzionista non la pensava così. Ci pensarono gli altri. Questo è in via teorica il punto supremo della distruttrice critica che si possa muovere all'evoluzionismo di qualunque specie. È facile inventare filosofie, è difficile provare dei fatti con altrettanti fatti.

    4. Si è tentata per la documentazione la via scientifica. C'erano due vie principali, non escludendo apporti secondari da altre discipline. Quella biologica e quella paleontologica. La prima cominciò con una disavventura quando Haeckel nei mari di Giava credette aver trovato la dimostrazione della generazione spontanea nel "bathybius haechelii" del quale si seppe poi che era un semplice precipitato senza vita alcuna. La seconda mise insieme una grande quantità di ossa trovate qua e là, non dovendosi dimenticare qui l'altra disavventura dell'uomo sinensis degli anni trenta, che non era né uomo, né sinensis ossia cinese.

    Tutte queste ossa (nelle quali il grande naturalista Cuvier non volle mai riconoscere dei dati favorevoli all'evoluzionismo), supposto che con esse e con oneste illazioni si possa arrivare a costruire lo scheletro di un vertebrato di poco dissimile dall'"homo sapiens", dimostreranno che nella scala degli esseri esiste un numero di più, ma non è affatto dimostrato che, essendoci un A, A sia diventato B. Che si deve dimostrare è il passaggio, nessuna grande rassomiglianza autorizza ad affermare la trasformazione. Qui si tratta di logica. Qui abbiamo l'altro grande punto critico dell'evoluzionismo, che ha fondato la sua dimostrazione sedicente scientifica proprio su questo salto di natura illogica. La logica va applicata egualmente in tutte le scienze in modo che un non qualificato in una determinata scienza, non può aprire bocca nelle affermazioni che la riguardano, ma può accorgersi, se è istruito in logica, quando una determinata premessa è o non è in grado di generare quella conseguenza o conclusione. La prima regola di qualunque ragionamento resta sempre: "Latius hos quam praemissae conclusio non vult".

    La via biologica è stata tentata cercando di ottenere artificialmente delle variazioni attraverso trattamenti particolari e persino vessatori di laboratorio; ma a parte che i discendenti sono ritornati alla perfetta normalità, è divertente pensare o sognare che in epoche anteriori all'uomo la terra fosse piena di laboratori per ottenere le trasformazioni care alla ipotesi evoluzionistica. Le mutazioni ottenute artificialmente possono provare la possibilità delle mutazioni alle debite condizioni, ma non provano affatto le trasformazioni spontanee. È sempre questione di logica. E qui non appartiene a me, non affatto scienziato, il parlare di quelle ragioni che tanto in istologia, quanto in genetica possono addursi a rilevare lo stacco netto tra l'uomo e gli animali.

    Quello che emerge chiaramente è nei fautori dell'evoluzionismo il voler spiegare materialisticamente i fatti spirituali di intelligenza e di libertà e che sono nell'uomo: il dissidio attesta sulle due posizioni: negazione dell'anima umana e affermazione della sua spiritualità, o, se si vuole, Dio e non-dio. Forse è vera la affermazione che la questione sta qui.

    Posso fare una conclusione?

    Nel 1959 fu celebrato l'anno Darwiniano. Nelle due università, più di tutte impegnate alla celebrazione, Oxford e Cambridge, fu posta la domanda se l'ipotesi Darwiniana era diventata tesi ossia se era dimostrata. Al termine venne pubblicato dalle due Università un volume colla risposta. Essa era: no!

    Alcuni anni or sono il direttore della Facoltà di lettere e scienze umane della Università di Montpellier pubblicò un notevole volume dal titolo L'uomo e l'invisibile. Anche qui la risposta era: no! Negli ultimi anni comparve un volume di Sermonti che con un collega dà, direi sonoramente, la risposta: no!

    Preferisco dare la risposta di competenti scienziati piuttosto che con le mie parole. L'11 aprile dello scorso anno uno dei più illustri scienziati francesi trattò l'argomento in una celebre conferenza tenuta a Nótre Dame di Parigi. Pose la stessa mia domanda. Concluse la lunga argomentazione, riportata per intero su l'Homme Nouveau (numero del 19 dicembre 1982). Ecco le sue parole "qui io vi debbo un parere, carico di conseguenze che i teorici non fanno punto volentieri: noi ne sappiamo niente!".

    A questo punto occorre tirare le fila. La Rivelazione cristiana è precisa su due punti: la creazione di tutto da parte di Dio e il Suo diretto intervento nella creazione dell'uomo. Salvi questi due punti non è contro la Fede chi volesse sostenere un evoluzionismo mitigato. Ma la scienza lo sostiene? Nessuno può provare seriamente che i dati a nostra disposizione lo sostengano con certezza. Resta una ipotesi.

    E tuttavia si tratta di una ipotesi delicata. Infatti ha avuto per sé uno schieramento ottocentesco, sotto la spinta positivistica emergente in quel secolo.

    È l'anima materialistica di quello schieramento che deve mettere in guardia. Il concetto materialista spoglia l'uomo di tutto. Senza anima l'uomo non ha né intelligenza, né diritto, né libertà e può essere trattato logicamente come si trattano gli animali. Il che è avvenuto in modo completo e fino alle ultime conseguenze in qualche parte del mondo e sta avvenendo in forma attenuata, per la prudenza che incute un grande Paese civile, sotto i nostri occhi. Si guarda ben oltre l'evoluzionismo.

    Il quale ha una caratteristica: viene dato per provato e documentato, mentre non lo è. Perché questo?

    Si tratta di una delle tessere colle quali si tenta comporre la fallace fisionomia di un secolo che sta morendo e di un altro secolo che si vorrebbe fin dagli avamposti accaparrare. L'uomo con ascendenza scimmiesca è di più facile conquista. Forse qui c'è il sugo di tutto il discorso.

    + card. Giuseppe Siri
    arcivescovo di Genova

    CIAO

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    Tratto da: http://www.paginecattoliche.it/Dezza_09.htm

    LEZIONE IX

    I gradi della vita e il Trasformismo

    Abbiamo visto cos'è la vita. Ma diversi sono i gradi della vita, per cui i viventi si dividono in tre grandi categorie: piante, animali e uomini, suddivise le prime due in classi, famiglie, specie ecc. secondo la divisione sistematica della botanica e della zoologia. Di fronte a questa varietà di specie, la scienza si domanda: come sono sorte?
    La risposta è duplice:
    1) Bisogna ammettere, come per il principio vitale così per le singole specie, l'intervento immediato del creatore;
    2) tutto si spiega per una semplice, lenta, continua evoluzione dei viventi dalle specie più infime fino alle più perfette.
    1. - CENNI STORICI.
    Fino al principio del secolo scorso era incontestato che tutte le specie sistematiche attuali avessero avuto origine per creazione. "Tot sunt species quod initio mundi creavit infinitum Ens" aveva detto il grande Linneo esponendo la convinzione di tutti i naturalisti contemporanei e precedenti. Ma tale convinzione doveva venire fortemente combattuta una cinquantina d'anni dopo da due scienziati, Lamarck e Darwin, i quali opposero al concetto di creazione immediata quello di evoluzione.
    Le specie attuali - essi dissero - non sarebbero il termine di un atto creativo di Dio, ma il laborioso prodotto di una lenta e continua evoluzione che partendo dalla materia inorganica o da organismi rudimentali, e passando attraverso innumerevoli altri organismi, sempre più evoluti e complessi, sarebbe giunta finalmente alla produzione del capolavoro della natura: l'uomo.
    La concezione è più antica di Darwin e Lamarck, ma prende generalmente il nome da questi, perchè questi autori furono i primi a portare l'ipotesi dal campo puramente teorico e filosofico a quello scientifico, tentando inoltre mediante osservazioni sperimentali di indagare il meccanismo di questa evoluzione, vale a dire di trovarne la spiegazione.
    Le spiegazioni dell'evoluzionismo così come furono esposte da Darwin e da Lamarck furono trovate insufficienti, peggio ancora le falsificazioni dell'Haeckel; nuove teorie furono proposte dai neolamarckisti e neodarwinisti, dal De Vries (sostenitore del mutazionismo) e dal Rosa (che propose la ologenesi).
    Nonostante lo scetticismo che circonda queste varie teorie, l'idea evoluzionistica pervade ancora il mondo scientifico sotto varie forme più o meno rigide
    Possiamo infatti distinguere tre specie di evoluzionismo:
    a) Evoluzionismo ateo: afferma che tutti gli esseri viventi attuali, non escluso l'uomo coll'anima razionale, provengono per discendenza da organismi anteriori e questi da altri fino a germi iniziali, formatisi per generazione spontanea.
    b) Evoluzionismo teistico integrale: afferma la creazione di uno o pochi organismi semplicissimi i quali avrebbero avuto la capacità di evolversi fino a produrre il corpo umano (l'anima sarebbe stata infusa da Dio).
    c) Evoluzionismo teistico parziale: afferma la creazione di più organismi i quali avrebbero dato origine agli altri appartenenti allo stesso genere o sottordine o ordine ecc. secondo la maggiore o minore estensione concessa all'evoluzione, escluso però sempre l'uomo, non solo quanto all'anima, ma anche quanto al corpo.
    2. - CRITICA DEL TRASFORMISMO.
    1. ARGOMENTO FILOSOFICO.
    L'evoluzionismo ateo filosoficamente ripugna; esso infatti fra l'altro afferma la generazione spontanea e nega la spiritualità dell'anima, contro quanto abbiamo dimostrato nella lez. VIII e dimostreremo nella lez. XII.
    Invece non ripugna filosoficamente l'evoluzionismo teistico parziale in quanto si mantiene entro i confini della specie naturale. Bisogna infatti distinguere le specie naturali dalle specie sistematiche; le specie naturali sono costituite da quei gruppi di viventi che differiscono essenzialmente fra loro; le specie invece sistematiche sono quei gruppi di viventi che per un complesso di caratteri diversi vengono dai naturalisti classificati in specie diverse mentre le diversità sono forse solo accidentali; può quindi accadere che le specie sistematiche di viventi appartenenti allo stesso genere, sottordine, ordine, ecc. non siano essenzialmente diverse e quindi appartengono ad una sola specie naturale; la trasformazione di un vivente nell'altro dentro i confini della specie naturale filosoficamente non ripugna, perchè non siamo Fissisti, che negano l'evoluzione anche tra le specie sistematiche.
    Si può allora sussumere che le differenze fra tutte le specie di viventi (escluso l'uomo) sono soltanto accidentali; non esistono specie naturali diverse, ma solo specie sistematiche, tra le quali il passaggio naturalmente non ripugna.
    Rispondiamo che se è vero - come dicemmo - che non tutte le specie sistematiche della botanica della zoologia sono specie naturali e quindi fra molte di esse, come pure fra generi e famiglie, vi può essere differenza solamente esterna e accidentale, non può affermarsi che tutti i viventi appartengano ad un'unica specie naturale.
    Innanzi tutto riteniamo che vi è differenza essenziale tra piante e animali, dotati questi ultimi di una caratteristica propria e irriducibile quale è la conoscenza sensibile; ed anche almeno tra le prime grandi divisioni sia delle piante che degli animali riscontriamo tali note distintive e costanti, che non riguardano solo la figura esterna ma toccano l'intima struttura dell'organismo e perciò denotano essenze diverse. E' vero che in certi casi si potrà dubitare se un dato vivente appartenga a questa o a quella specie naturale, come di qualche vivente infimo si potrà dubitare se sia pianta o animale, ma il dubbio che, in casi particolari, nasce dall'imperfezione della nostra conoscenza, non può essere esteso là dove i caratteri diversi si manifestano chiaramente.
    Nè sembra possa avanzarsi ragionevolmente il dubbio che quelle caratteristiche che ora ci appaiono costantemente in una determinata specie, non siano state tali in tempi remoti, perchè conosciamo millenni della vita delle piante e degli animali, tempo sufficiente per conoscerne la natura, le cui leggi sono costanti.
    Posta l'esistenza di specie naturali diverse, naturalmente è impossibile il passaggio da una specie naturale inferiore ad una specie naturale superiore.
    Infatti la perfezione dell'effetto non può superare la perfezione della causa, perchè nemo dat quod non habet. Dunque, le specie inferiori meno perfette non possono avere dato naturalmente origine alle specie superiori essenzialmente più perfette. Ne segue perciò che naturalmente ripugna l'evoluzionismo teistico integrale.
    Ci si può però ancora domandare se il passaggio da una specie naturale all'altra non sia stato possibile, supponendo che Dio abbia dato ai primi organismi una virtù speciale di evolversi e dare gradatamente origine alle specie superiori già virtualmente contenute in quei primi organismi, con un trasformismo che non contraddice al principio di causalità. E' una ipotesi non priva di difficoltà, ma che non appare evidentemente ripugnare e lascia quindi sussistere filosoficamente la possibilità di un trasformismo teistico nel senso spiegato.

    2. ARGOMENTO SCIENTIFICO.
    Se esaminiamo i fatti e il comportamento degli esseri viventi, l'esperienza appare contraria a qualsiasi specie di trasformismo che oltrepassi la stessa specie sistematica ed oggi come ai tempi di Darwin conserva tutto il suo valore l'argomento fisiologico dalla non fecondabilità degli incroci tra animali di specie diversa. Anche i risultati di laboratorio finora ottenuti non oltrepassano i caratteri delle differenze razziali entro la specie.
    Gli argomenti poi che gli evoluzionisti portano a favore delle loro teorie, allo stato attuale della scienza non hanno alcun valore decisivo, ma presentano solo indizi a favore di un evoluzionismo ristretto, che non oltrepassa l'ordine sistematico e non tocca quindi la specie naturale. Esaminiamoli brevemente:
    a) Argomento della sistematica.
    Gli organismi viventi non sono uguali e presentano forme e strutture diverse, ma sempre gradualmente più complesse e perfezionate dagli organismi più semplici ai più complessi, il che fa pensare a un legame genetico che li unisce.
    Risposta. Questa somiglianza graduale non prova una discendenza comune. Anche i cristalli per es. si possono classificare secondo una scala di perfezioni graduale dai più semplici e meno simmetrici ai più complessi e simmetrici, ma nessuno ha mai pensato che derivino gli uni dagli altri e che abbiano un'origine comune. Inoltre questa continuità graduale di perfezione negli organismi viventi, è vera se ci si contenta di uno sguardo superficiale alle linee generali, ma allo scienziato che discende ad esaminare i singoli passaggi, la continuità è rotta da salti e differenze incolmabili tra i vari gruppi di viventi (per es. tra vertebrati e invertebrati).
    b) Argomento dalla paleontologia.
    Gli organismi viventi sono apparsi gradualmente sulla terra, prima i più semplici poi i più complessi. Dunque gli organismi superiori sono sorti per evoluzione dagli inferiori.
    Risposta. Veramente il solo fatto che un organismo viene dopo l'altro non basta a provare che uno discende dall'altro. Inoltre se è vero che i viventi non sono apparsi tutti insieme sulla terra (neppure sarebbe stato possibile date le condizioni della terra che solo gradualmente divenne capace di ospitare gli organismi superiori); è anche vero che la loro apparizione graduale vale appena per le grandi linee (invertebrati vertebrati, pesci, mammiferi ... e analogamente per le piante), ma non si estende a tutti i tipi e tanto meno a tutti i raggruppamenti minori, come sarebbe necessario se il trasformismo fosse vero. Assistiamo infatti a comparse contemporanee di numerose classi e ordini (per es. tutte le forme degli invertebrati), anzi a innumerevoli casi di inversione per cui organismi più complessi appaiono prima di organismi meno complessi.
    c) Argomento dall'embriologia.
    Haeckel studiando lo sviluppo di un organismo dall'ovulo fecondato allo sviluppo adulto, credette di osservare evidenti rassomiglianze con gli stadi adulti di organismi appartenenti a specie inferiori, e di potere formulare a sostegno della teoria evoluzionista la così detta legge biogenetica fondamentale "l'ontogenesi (cioè lo sviluppo dell'individuo) è la ricapitolazione della filogenesi (cioè dello sviluppo della specie)".
    Risposta. La legge fu dagli stessi scienziati dimostrata falsa e Von Baer conchiudeva le sue classiche ricerche di embriologia comparata affermando che "l'embrione di una forma superiore non rassomiglia mai ad un altro animale, ma solamente all'embrione del medesimo" il che mentre nulla prova in favore del trasformismo, è in sè troppo evidente: dall'indeterminato non si arriva al più determinato se non passando attraverso il meno determinato.
    d) Argomento dagli organi rudimentali.
    Molti organismi superiori hanno organi rudimentali che invece si trovano bene sviluppati e funzionanti in organismi inferiori. Questo non si spiega razionalmente se non nella teoria trasformista.
    Rispondo che in molti casi è discutibile se si tratti di organi rudimentali, cioè non funzionanti, o di organi di cui ancora ci è ignota la funzione. Nel caso poi di organi veramente rudimentali (quali le ali dello struzzo, gli occhi della talpa, gli stiletti del cavallo, i denti del pappagallo, ecc.) abbiamo un indizio di probabile evoluzione parziale tra viventi che non oltrepassa i limiti dell'ordine sistematico e quindi non tocca la specie naturale; nessuna difficoltà ad ammettere un evoluzionismo così ristretto. Parimenti non abbiamo difficoltà ad ammettere una evoluzione tra la fauna dell'Oceano Pacifico e quella dell'Oceano Atlantico presso l'istmo di Panama, che una volta non esisteva, solo accidentalmente diverse. Lo stesso dicasi delle faune e flore endemiche nelle piccole isole coralline disseminate negli oceani accidentalmente differenti da quelle delle isole vicine e da quelle del continente. Nè finalmente fanno difficoltà i casi più tipici del cosiddetto "atavismo" caratteri cioè anormali e mostruosi che appaiono in certi organismi e ricordano disposizioni normali di animali inferiori. Gli studiosi seri sanno che sono dovuti a disturbi dello sviluppo e non si tratta che di permanenze formative di una disposizione anormale acquistata nella vita intrauterina [cfr. RANKE, L'uomo, U. T. E. T., v. 1, p. 172].

    3. - L'EVOLUZIONISMO ANTROPOLOGICO.
    L'argomento filosofico contro l'evoluzionismo in genere vale con maggior ragione per l'uomo se consideriamo l'anima sua spirituale e immortale, come proveremo in seguito.
    Parimenti non hanno valore probativo gli argomenti scientifici invocati per dimostrare il trasformismo almeno quanto al corpo: "La maggioranza degli antropologi hanno creato romanzi stupefacenti sulle origini umane, abbandonandosi alla deriva della loro fantasia ... Da Darwin in poi, cioè da quando si propose l'origine dell'uomo da animali inferiori, non si è potuto dimostrare nulla di accettabile in questo ordine di idee". Tali sono:
    a. L'argomento morfologico invocato dagli avversari in favore della loro tesi. La somiglianza - dicono - di forme che presentano alcuni vertebrati con l'uomo, prova la discendenza dell'uomo dalla scimmia o almeno da un avo comune.
    Rispondo: a) la somiglianza da sola non prova l'origine comune o la filiazione dell'uno dall'altro; b) la somiglianza di cui parlano gli avversari si trova solo nell'aspetto morfologico, in nessun modo in quello fisiologico e psicologico più importanti del primo e assolutamente diversi; c) anche sotto l'aspetto morfologico la diversità è molto maggiore della somiglianza. Mentre tutti gli animali hanno la stazione curva, anche le scimmie antropomorfe, benchè in grado minore, l'uomo invece ha la stazione eretta la quale - osserva l'insigne anatomico Vialleton - è resa possibili da un totale rimaneggiamento dello scheletro, dei muscoli e della configurazione esterna. Differenze ancor maggiori si riscontrano nell'encefalo, nella forma del cervello, ecc. per cui nessuno ormai sostiene la discendenza diretta dell'uomo dalle scimmie viventi, ma si va in cerca di un avo comune e si ricorre al
    b. L'argomento paleontologico, che cerca nei fossili l'anello di congiunzione fra scimmia e uomo e dice d'averlo trovato in alcuni fossili; come il Pitecantropo di Giava, il Sinantropo di Pechino e l'uomo di Neandertal.
    Rispondo: a) l'esistenza della specie intermedia non ancora proverebbe la discendenza; b) i fossili ci danno solo l'aspetto morfologico, non il fisiologico e lo psicologico, necessari per giudicare se si tratta di specie intermedia; c) anche sotto l'aspetto morfologico non provano l'esistenza di una specie intermedia. Infatti quanto al Pitecantropo, l'ipotesi dell'uomo-scimmia (Dubois) è ormai scartata, perchè i fossili trovati (un femore, una parte di calotta e due denti) sono tali che non potevano appartenere al medesimo individuo: il femore era certamente di uomo, sulla calotta discutono se fosse di uomo o di scimmia. Il Sinantropo di Pechino - che tuttavia non è mai stato visto da nessuno eccetto il suo scopritore ! - dalla morfologia delle ossa, capacità cranica, ecc. sembra fosse uomo. Certamente i resti di Neandertal mostrano trattarsi di veri uomini, di forme inferiori agli attuali europei, ma uguali agli attuali australiani. La scienza paleontologica dunque non fa altro che constatare l'improvvisa apparizione dell'uomo sulla terra, nulla sa direi della sua origine. 1
    Non ci tratteniamo ad esaminare l'argomento tratto dagli organi rudimentali, ben 125 secondo il Wiederscheim, (per es. la tiroide e tutte le ghiandole a secrezione interna oggetto oggi di una speciale scienza, l'endocrinologia) ridotti ormai ai minimi termini e che forse scompariranno col progresso della scienza che ne scoprirà, come già fece per molti, la vera
    natura

    4. - UNITA' DELLA SPECIE UMANA
    Non v'è da temere che gli argomenti addotti a provare la diversità dell'uomo dagli animali, abbiano a compromettere l'unità della specie umana. No; tra le varie razze degli uomini non v'è diversità specifica: sia che consideriamo l'aspetto morfologico sia che consideriamo quello fisiologico e psicologico, troviamo differenze accidentali, essenziali nessuna; tutti per es. dotati di ragione, benchè vari gradi nello sviluppo dell'ingegno; comune a tutti la stazione eretta, la correlativa struttura anatomica e la conformazione del cervello.
    Anche il criterio genetico lo conferma: i matrimoni tra individui di qualunque razza umana sono indefinitamente fecondi.
    Obiezione. Eppure c'è più differenza tra un uomo civile e un uomo selvaggio che tra un uomo selvaggio e un animale.
    Risposta. non è vero; le differenze tra l'uomo civile e il selvaggio sono puramente accidentali, mentre tra il selvaggio e l'animale sono essenziali. Infatti l'uomo selvaggio è capace di progredire e di divenire civile, il bruto invece, no; il selvaggio ha idee morali (del bene e del male) e religiose (di Dio e della vita futura); il bruto invece, no, ecc.

    CONCLUSIONE.
    Da quanto abbiamo detto ci pare di poter concludere che:
    1) l'evoluzionismo ateo ripugna filosoficamente ed è privo di ogni valore scientifico;
    2) l'evoluzionismo teistico parziale, entro i confini della specie naturale, non ripugna filosoficamente e trova conferma in alcuni dati della scienza;
    3) l'evoluzionismo teistico integrale non sembra ripugnare filosoficamente nel senso spiegato, ma allo stato attuale delle scienze è una pura ipotesi che trova nei risultati scientifici indizi favorevoli ma insieme difficoltà gravi; ulteriori progressi delle scienze potranno dare nuova luce su questa questione ancora discussa.
    Abbiamo considerato l'evoluzionismo sotto l'aspetto filosofico e scientifico, prescindendo dall'aspetto teologico; giova però osservare che la fede ci attesta che tutto è stato creato da Dio, ma nulla ci dice circa l'origine delle specie inferiori all'uomo, se sia avvenuta per creazione immediata o per evoluzione; per guanto poi riguarda l'uomo, essa ci insegna la creazione immediata dell'anima, uno speciale intervento di Dio anche quanto alla formazione dei corpo (senza escludere, secondo l'opinione di alcuni cattolici, che esso sia avvenuto attraverso una materia già organizzata e a noi morfologicamente più vicina come sarebbe un Antropoide), la formazione della donna dall'uomo e l'unità della specie umana.

    Bibliografia.
    FARGES, La vita e l'evoluzione, Siena, Tip. S. Bernardino - GUTBERLET, L'uomo, le sue origini e il suo sviluppo (morfologia generale), Torino, S.E.I. - COTRONEI, Principi di morfologia. Nuovi orientamenti della morfologia moderna, in "Medicina e Biologia" 1942; V. MARCOZZI, Le origini dell'uomo, Roma, AVE; VIALLETON, L'origine degli esseri viventi, Milano, Soc. Ed. Libraria; ZACCHI, L'uomo, Vol. II, Roma, Ferrari; SCHULIEN, L'unità del genere umano alla luce delle ultime risultanze antropologiche, Milano, Vita e Pensiero; SERRA, L'unità della specie umana, Astesano, Chieri.

    CIAO

  4. #4
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    2. EVOLUZIONE DELLE SPECIE VIVENTI
    Abbiamo già stabilito che la vita corporea è cominciata. Si pone ora il problema della fissità
    o trasformazione delle specie viventi, divenuta di attualità dopo C. Darwin.
    Si deve premettere che il problema dell'evoluzione della specie in sé non è né a favore, nè
    contro l'esistenza di Dio. Però, molti evoluzionisti hanno sostenuto che la scoperta delle
    "leggi" dell'evoluzione della specie ha reso "inutile" Dio.

    IPOTESI NON DIMOSTRATA
    Affinché l'evoluzione della specie abbia senso, essa deve riguardare i singoli individui
    viventi, non la specie o tipo che in sé non esiste. Dunque è durante il ciclo di vita
    dell'individuo che l'evoluzione dovrebbe verificarsi.

    1. L'evoluzione non è un fatto sperimentato - Non è stata mai sperimentata l'evoluzione di
    un individuo durante la sua vita. Introdurre il concetto della lentezza del processo è solo
    un modo per falsare la discussione: infatti, come s'è detto, l'evoluzione deve avvenire
    durante la vita di un soggetto preciso.

    2. L'evoluzione non trova posto nel ciclo vitale :
    * all'inizio, quando il vivente è generato - I genitori dànno origine a un vivente della loro
    stessa specie e così faranno i figli;
    * durante la sua vita - Il vivente si nutre, cresce e decresce conservando il suo tipo
    specifico di vita, senza evolversi in un'altro;
    * alla fine della sua vita - L'individuo muore, perché la sua carica vitale è esaurita e non
    dà luogo ad una nuova specie.

    CONCLUSIONE: la specie sussiste solo negli individui e siccome non trova posto nelle diverse
    fasi della vita di un individuo essa non è naturalmente possibile

    3. L'ipotesi dell'evoluzione non è dimostrata - Un'ipotesi non deve essere imposta dai fatti,
    altrimenti sarebbe un'evidenza; né deve essere estranea o in contrasto con i fatti; essa deve
    essere suggerita dai fatti. Un'ipotesi che si armonizzasse con i fatti e li spiegasse tutti e
    che fosse l'unica spiegazione possibile sarebbe una teoria provata, dimostrata.

    I FATTI RACCOLTI DAGLI EVOLUZIONISTI
    Alcuni sono pseudo fatti - Come la legge biogenetica fondamentale di Haeckel, secondo cui gli
    stati successivi dello sviluppo dell'embrione riassumerebbero l'evoluzione dei suoi antenati;
    gli organi cosiddetti "rudimentali" (in realtà è rudimentale la nostra conoscenza); la
    scoperta dei cosiddetti "anelli di congiunzione".

    Altri fatti sono reali - Tuttavia non dimostrano l'evoluzione. Ad esempio la successione
    cronologica nelle varie ere dei viventi dai più semplici ai più complessi non dimostra
    l'evoluzione. Le specie più semplici non sono meno perfette di quelle più complesse: ogni
    specie nel suo ordine è perfetta e completa. Esiste un'altra spiegazione possibile: che il
    Creatore della vita sia intervenuto successivamente a produrre le varie specie.

    Ci sono poi alcune mutazioni (di grandezza, di figura) che sono da considerarsi variazioni
    dentro la specie e non evoluzione della stessa.

    CIAO

  5. #5
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    Segnalo questo sito pieno di ottimi articoli a riguardo:

    http://www.kattoliko.it/leggendanera...&new_topic=100

    http://www.amiciziacristiana.it/evoluzionismo.htm

    Segnalo anche questi libri:

    AA.VV. Evoluzionismo un mito a pezzi, ed. Civiltà Brescia;
    PIER CARLO LANDUCCI, La verità sull'evoluzione e l'origine dell'uomo, 1994 ed. La Roccia

    CIAO

  6. #6
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    CHE COSA E' IL DARWINISMO?

    Di Phillip Johnson

    C'è un popolare gioco televisivo (statunitense) chiamato "Jeopardy", nel quale l'ordine usuale delle
    cose è rovesciato. Invece di esserci una domanda alla quale bisogna fornire una risposta, ai
    concorrenti vengono date le risposte e viene loro chiesto di individuare le appropriate domande.
    Questo arguto sistema è applicabile anche nel campo del diritto, della scienza, e di ogni altro settore.
    Non è necessariamente importante conoscere tutte le risposte possibili, ma è importante piuttosto
    conoscere quale domanda sarà richiesta.
    Questa intuizione è il punto di partenza per la mia inchiesta sulla evoluzione darwiniana e la sua
    relazione con la creazione, perché il darwinismo è la risposta a due tipi molto differenti di domande.
    La prima: la teoria darwiniana ci dice come un certo ammontare di diversità nelle forme viventi può
    svilupparsi partendo da vari tipi di complessi organismi viventi già esistenti. Così, per esempio, se
    una piccola popolazione di uccelli migra su un'isola isolata, una combinazione di incroci, di mutazioni
    e di selezione naturale, può causare a questa popolazione isolata lo sviluppo di caratteristiche
    differenti da quelle possedute dalle popolazioni native o di quelle del continente. Quando la teoria è
    intesa in questo senso limitato, l'evoluzione darwiniana è accettabile e non ha nessuna importante
    implicazione filosofica e teologica.
    Tuttavia i biologi evoluzionisti non si accontentano di dare spiegazioni circa il verificarsi di limitate
    variazioni. Essi aspirano a rispondere alla più ampia domanda su come organismi complessi come
    uccelli, fiori ed esseri umani siano venuti in esistenza inizialmente. La risposta darwiniana a questa
    seconda domanda è che la forza creativa che ha prodotto piante e animali complessi da predecessori
    unicellulari lungo le ere geologiche sia essenzialmente la stessa che produce le variazioni in fiori,
    insetti e animali domestici sotto i nostri occhi. Nelle parole di Ernst Mayr, il decano dei darwinisti
    viventi, "la evoluzione tra le specie è nient'altro che un'estrapolazione ed un'amplificazione degli
    eventi che si verificano dentro le popolazioni e le specie" . L'evoluzione neo-darwiniana in questo
    più ampio senso è una dottrina filosofica così carente di supporti empirici che il successore di Mayr
    ad Harvard, Stephen Jay Gould, una volta si è riferito incautamente ad essa come "effettivamente
    morta". In realtà il neo-darwinismo è lontano dal morire; al contrario, è continuamente proclamato
    nei libri di testo e nei mezzi di comunicazione di massa come un fatto indiscutibile. Come accade che
    così tanti scienziati e intellettuali, che si vantano del loro empirismo e della loro apertura mentale,
    continuino ad accettare una teoria non empirica come fatto scientifico?
    La risposta alla domanda sta nella esatta definizione di cinque parole chiave. Le parole sono:
    creazionismo, evoluzione, scienza, religione e verità. Una volta che noi comprendiamo come queste
    parole siano usate nel linguaggio evoluzionista, la costante influenza del neo-darwinismo non sarà
    più un mistero e non saremo più ingannati dalle rivendicazioni che la teoria sarebbe supportata da
    "schiacciante evidenza". Io, tuttavia, avvertirei all'inizio che l'uso chiaro delle parole non è la pacifica
    e innocente attività che la maggior parte di noi può pensare sia. Ci sono potenti interessi in giuoco in
    quest'area che possono svilupparsi unicamente in mezzo all'ambiguità e alla confusione. Quelli i quali
    insistono nella necessità di definire le parole precisamente e nell'usarle coerentemente possono
    ritrovarsi guardati con sospetto ed ostilità, e persino accusati di essere nemici della scienza. Ma
    accettiamo questo rischio e procediamo alle definizioni.


    Prima parola chiave: creazionismo - Significa semplicemente credere nella creazione. Nell'uso
    darwinista, che domina non solo la letteratura scientifica professionale e popolare ma anche i mezzi
    di comunicazione di massa, un creazionista è una persona che prende la descrizione della creazione
    nel libro della Genesi come vera in senso strettamente letterale. Il mondo fu creato in una sola
    settimana di sei giorni di 24 ore non più di 10.000 anni fa; le principali caratteristiche geologiche
    furono prodotte in seguito al diluvio dei tempi di Noè; e non ci sono state grandi innovazioni nelle
    forme dei viventi dall'inizio. E' uno dei maggiori temi della propaganda darwinista che le sole persone
    che abbiano qualche dubbio sul darwinismo siano creazionisti di questo tipo, i quali sono sempre
    rappresentati come coloro che respingono la chiara e convincente evidenza della scienza per
    salvaguardare un pregiudizio religioso. Ciò implica che i cittadini della moderna società si trovano di
    fronte ad una scelta che tale non è. O essi rigettano tutta la scienza e si ritirano in un modo di
    pensare pre-moderno, oppure accettano tutto ciò che il darwinismo afferma.
    In un senso più ampio, tuttavia, un creazionista è semplicemente una persona che crede nell'esistenza
    di un creatore, che ha causato l'esistenza del mondo e dei suoi esseri viventi a favore di uno scopo.
    Se il processo di creazione ha preso una sola settimana o miliardi di anni è relativamente ininfluente
    su una posizione filosofica o teologica. La creazione attraverso processi graduali nelle ere geologiche
    può creare problemi per l'interpretazione biblica, ma non ne crea nessuno per i principi fondamentali
    del teismo. E la creazione in questo più ampio senso, secondo un'indagine Gallup del 1991, è il credo
    dell'87 % degli americani. Se Dio causa la nostra esistenza per uno scopo, allora il tipo di conoscenza
    più importante da avere è la conoscenza di Dio e delle Sue intenzioni nei nostri riguardi. La
    creazione in questo ampio senso è coerente con l'evoluzione? La risposta è : assolutamente no,
    quando l'"evoluzione" è intesa in senso darwiniano.

    Seconda parola chiave: evoluzione - Per i darwinisti evoluzione significa evoluzione naturale, perché
    essi insistono che la scienza deve presumere che il cosmo è un sistema chiuso di cause ed effetti
    corporei, che non può mai essere influenzato da nient'altro esterno alla natura corporea - da Dio ad
    esempio. All'inizio, un'esplosione di materia ha creato il cosmo e, indirettamente, l'evoluzione
    naturale ha prodotto tutto ciò che è seguito. Da questo punto di partenza filosofico si deduce che sin
    dall'inizio nessun fine intelligente ha guidato l'evoluzione. Se l'intelligenza esiste oggi, è perché essa è
    evoluta da sé attraverso processi materiali senza scopo.
    Una teoria materialistica dell'evoluzione deve coerentemente invocare due tipi di processi. Alla base
    la teoria deve essere fondata sul caso, perché è ciò che resta quando noi escludiamo ogni cosa che
    richiede intelligenza o scopo. Tuttavia, le teorie che invocano solo il caso non sono credibili. Una
    cosa che ognuno riconosce è che gli organismi viventi sono enormemente complessi, molto di più di
    un computer o un aeroplano. Che tali entità così complesse siano venute in esistenza semplicemente
    per caso è chiaramente meno credibile che essi siano stati progettati e costruiti da un creatore. Per
    sostenere le loro pretese che questa apparenza di disegno intelligente è solo un'illusione, i darwinisti
    hanno bisogno di fornire qualche forza di costruzione della complessità che sia senza ragione e senza
    scopo. La selezione naturale è di gran lunga il più plausibile candidato.
    Se noi assumiamo che casuali mutazioni genetiche forniscano le nuove informazioni genetiche
    richieste per dare, ad esempio, ad un piccolo mammifero un abbozzo di ali e se noi assumiamo che
    ciascun minuscolo passo nel processo della costruzione delle ali dia all'animale un aumento di
    occasioni di sopravvivenza, allora la selezione naturale assicura che le creature favorite si
    svilupperebbero e riprodurrebbero. Ne segue come una conseguenza logica che le ali possono
    apparire e appariranno come attraverso il piano di un progettista. Naturalmente, se le ali o altri
    miglioramenti non apparissero, la teoria spiegherà la loro assenza nella stessa maniera. Le richieste
    mutazioni non arrivate, o "vincoli di sviluppo" hanno impedito certe possibilità, o la selezione
    naturale ha favorito qualche altra cosa. Non è richiesto alcun requisito che alcune di queste
    speculazioni siano confermate o per via sperimentale o da reperti fossili. Per i darwinisti il solo essere
    capaci di immaginare il processo è sufficiente per confermare che qualcosa di simile deve essere
    accaduto.

    Richard Dawkins chiama il processo di creazione per mutazione e selezione "l'orologiaio cieco", con
    la quale etichetta egli intende una forza materiale che modella senza scopo e che sostituisce
    "l'orologiaio" della teologia naturale. Il potere creativo dell'orologiaio cieco è supportato solo da
    deboli evidenze, come il famoso esempio di una popolazione di farfalle notturne nella quale la
    percentuale di farfalle scure è aumentata durante il periodo in cui gli uccelli erano più abili a vedere
    le farfalle chiare in contrasto con lo sfondo degli alberi anneriti dallo smog. Questo esempio può
    essere preso per mostrare che la selezione naturale può fare qualcosa, ma non che essa possa
    creare alcunché non fosse già in esistenza. Proprio tale debole evidenza è più che sufficiente,
    tuttavia (nel sistema darwiniano), in quanto l'evidenza non serve a provare qualcosa che è
    considerato praticamente auto-evidente. L'esistenza di un potente orologiaio cieco segue
    deduttivamente dalla premessa filosofica che la natura doveva auto-crearsi. Si può argomentare sui
    dettagli, ma se Dio non è in gioco qualcosa di molto simile al darwinismo deve essere vero,
    nonostante l'evidenza contraria.

    Terza parola chiave: scienza - Noi abbiamo già visto che il darwinismo assume come premessa che la
    storia dell'universo e delle sue forme di vita sia completamente dimostrabile su basi unicamente
    naturali. Ciò riflette una dottrina filosofica chiamata naturalismo scientifico, che è una conseguenza
    necessaria di un limite inerente alla scienza. Ciò che il naturalismo scientifico fa, tuttavia, è di
    trasformare il limite della scienza in limite della realtà, allo scopo di massimizzare il potere esplicativo
    della scienza e dei suoi professionisti. E', naturalmente, completamente possibile studiare
    scientificamente organismi con la premessa che essi furono tutti creati da Dio, così come scienziati
    studiano aeroplani e persino opere d'arti senza negare che questi oggetti sono il prodotto di una
    progettazione intelligente. Il problema con un Dio a cui viene dato un ruolo nella storia della vita
    non consiste nel fatto che la scienza cesserebbe, ma piuttosto che gli scienziati dovrebbero
    riconoscere l'esistenza di qualcosa importante che è fuori del confine della scienza naturale. Per gli
    scienziati che vogliono essere in grado di spiegare ogni cosa - e "teorie su ogni cosa" sono ora
    apertamente anticipate nella letteratura scientifica - questa è una intollerabile possibilità.
    Un’altra caratteristica del naturalismo scientifico che è importante per il nostro scopo è la sua serie di
    regole che governano la critica e la sostituzione di un paradigma. Un paradigma è una teoria
    generale, come la teoria darwiniana sull'evoluzione, che ha acquisito una generale accettazione nella
    comunità scientifica. Il paradigma unifica le diverse specializzazioni che costituiscono la comunità di
    ricerca e guida la ricerca in ognuna di loro. Perciò, zoologi, botanici, genetisti, biologi molecolari e
    paleontologi tutti vedono le loro ricerche come mirate a riempire i dettagli del paradigma darwiniano.
    Se i biologi molecolari vedono un modello di evidenti mutazioni neutrali, che non ha nessun evidente
    effetto sulla forma fisica di un organismo, essi devono trovare un modo per riconciliare la loro
    scoperta con le esigenze del paradigma per il quale la selezione naturale guida l'evoluzione. Ciò che
    essi possono fare postulando una quantità sufficiente di invisibili mutazioni adattative che sono
    stimate essersi accumulate per selezione naturale. Similmente, se i paleontologi vedono nuove specie
    fossili che appaiono improvvisamente nelle registrazioni fossili, e restanti fondamentalmente
    invariate da allora in poi, essi devono eseguire qualsiasi contorsione sia necessaria per forzare questa
    recalcitrante evidenza dentro un modello di cambiamento incrementale attraverso l'accumulo di
    micromutazioni.
    Supportare il paradigma può persino richiedere ciò che in altri contesti sarebbe chiamato inganno.
    Come Niles Eldredge candidamente ammette: « noi paleontologi abbiamo detto che la storia della
    vita spiega la storia dei cambiamenti adattativi graduali, nel frattempo la sua conoscenza non lo
    spiega». Eldredge spiega che questo modello di travisamento si ha a causa della «certezza, così
    caratteristica delle schiere evoluzioniste sin dagli anni 1940, della totale assicurazione non solo che la
    selezione naturale opera in natura, ma che noi conosciamo precisamente come opera». Questa
    certezza produce un livello di dogmatismo che Eldredge dice è riscontrabile nel fatto che i
    paleontologi che dicono di "aver visto qualcosa di disordinato tra la teoria evolutiva contemporanea,
    da una parte, e i modelli di cambiamento nelle registrazioni fossili, dall’altra" vengono considerati
    appartenenti alla «frangia estremista (lunatica)». Date le circostanze, i paleontologi prudenti hanno
    ingoiato i loro dubbi e hanno dato supporto all'ideologia dominante. Abbandonare il paradigma
    significherebbe abbandonare la comunità scientifica; ignorare il paradigma e limitarsi a raccogliere i
    fatti significherebbe guadagnarsi l’umiliante etichetta di «collezionista di francobolli».
    Come molti filosofi della scienza hanno osservato, la comunità di ricerca non abbandona un
    paradigma in assenza di una sostituzione accettabile. Ciò significa che la critica negativa del
    darwinismo, sebbene possa apparire devastante, è essenzialmente irrilevante per i ricercatori
    professionali. La critica può indicare, per esempio, che l’evidenza che la selezione naturale ha
    qualche potere creativo da qualche parte è qualcosa tra il debole e il non esistente. Ciò è
    perfettamente vero, ma per i darwinisti il punto più importante è invece questo: se la selezione
    naturale non crea, cosa lo fa? «Dio» è ovviamente inaccettabile, perché un tale essere è sconosciuto
    alla scienza. «Noi non lo sappiamo» è ugualmente inaccettabile, perché ammettere ignoranza
    significherebbe lasciare la scienza alla deriva senza un principio guida. Per porre il problema in
    termini più pratici: è impossibile scrivere o valutare una proposta riconosciuta senza una struttura
    teoretica generalmente accettata.
    Il paradigma vigente spiega perché l’ammissione di Gould che il darwinismo sia "effettivamente
    morto" non ha nessun significativo effetto sui seguaci del darwinismo, o persino su Gould stesso.
    Gould ha presentato la situazione in una nota prevedendo la necessità di una nuova teoria generale
    dell’evoluzione, quella basata sulle speculazioni sulla macro mutazione del genetista di Berkeley
    Richard Goldschidt. Qualora la nuova teoria non arrivasse come è stato anticipato, le alternative
    sarebbero o attaccarsi alla versione neo-darwinista di Ernst Mayr, oppure ammettere che i biologi
    dopo tutto non possono conoscere di un meccanismo naturale ciò che può produrre complessità
    biologica. Non c’è nessun’altra scelta. Gould deve frettolosamente abbandonare al passato il
    darwinismo classico per evitare di dare aiuto e conforto ai nemici del naturalismo scientifico, inclusi
    quei disgustanti creazionisti.
    Il dovere di difendere con denti e unghie una teoria morta può quasi essere un’attività
    soddisfacente e non c’è nessuna meraviglia che Gould meni colpi furiosi a gente come il sottoscritto,
    che reclama attenzione alle sue affermazioni imbarazzanti. Non intendo ridicolizzare Gould tuttavia,
    in quanto ho una sincera alta considerazione per l’uomo come uno dei pochi darwinisti che ha
    riconosciuto i maggiori problemi della teoria e li riporta onestamente. La sua tragedia è che egli non
    può ammettere le chiare implicazioni del suo proprio pensiero senza effettivamente rinunciare alla
    scienza.

    La continua sopravvivenza dell’ortodossia darwinista spiega il famoso punto di Thomas Kuhn
    secondo cui l’accumulazione delle anomalie mai in se stessa falsifica un paradigma, perché "rigettare
    quel paradigma senza sostituirlo con un altro significa rigettare la scienza stessa". Questa pratica può
    essere appropriata come modo di portare avanti l’impresa professionale chiamata scienza, ma può
    essere grossolanamente fuorviante quando è imposta sopra persone che stanno facendo domande
    diverse da quelle che gli scienziati vorrebbero fossero fatte. Supponiamo, ad esempio, che io voglio
    sapere se Dio ha realmente a che fare con la creazione degli organismi viventi. Una tipica risposta
    darwiniana dice che non c'è nessuna ragione per invocare azioni soprannaturali perché la selezione
    darwiniana è stata in grado di svolgere questa attività. Per valutare questa risposta, ho bisogno di
    sapere se la selezione naturale ha realmente il fantastico potere creativo attribuitogli. Non è una
    risposta soddisfacente dire che gli scienziati non hanno niente di meglio da offrire. Il fatto che agli
    scienziati non piace dire "noi non lo sappiamo" non mi dice niente circa ciò che essi realmente sanno.
    Io non sto suggerendo che gli scienziati debbano cambiare le loro regole sul modo di confermare o
    abbandonare un paradigma. Tutto ciò che io vorrei che loro facessero è di essere sinceri circa le
    evidenze che contraddicono e ammettere, se fosse il caso, che essi si attaccano al darwinismo solo
    perché preferiscono una teoria traballante a non avere nessuna teoria. Ciò su cui essi soprattutto
    insistono, tuttavia, è nel presentare l'evoluzione darwiniana al pubblico come un fatto che ogni
    persona razionale è prevedibile accetti. Nell’eventualità che ci siano spazi ragionevoli per dubitare
    della teoria, per non cadere nel ridicolo i dubbiosi devono avere una teoria migliore da proporre.
    Per i credenti nella creazione i darwinisti sembrano completamente intolleranti e dogmatici quando
    insistono che la loro propria filosofia deve avere il monopolio nella scuola e nei media. I darwinisti
    non si vedono in questo modo, naturalmente. Al contrario, essi si sentono offesi quando i creazionisti
    (sia in ampio che in stretto senso) richiedono di far ascoltare al pubblico i propri argomenti al fine di
    farli onestamente considerare. Insistere che insegnare agli studenti che l'evoluzione darwiniana sia un
    fatto, nelle loro menti significa unicamente proteggere l'integrità della educazione scientifica;
    presentare l'altro lato del caso sarebbe permettere ai fanatici di imporre le loro opinioni sugli altri.
    Perfino ai professori di "college" è stato proibito di esprimere i loro dubbi circa l'evoluzione
    darwiniana in classe, e sembra essere ampiamente creduto che la Costituzione non solo lo permette
    ma realmente richiede tali restrizioni sulla libertà accademica. Per spiegare questa situazione bizzarra,
    noi dobbiamo definire il nostro quarto termine: religione.

    Quarta parola chiave: religione - Supponiamo che uno scettico sostenga che l'evidenza di una
    creazione biologica attraverso la selezione naturale sia effettivamente mancante e che in tale
    situazione noi dovremmo dare serie considerazioni alla possibilità che lo sviluppo della vita abbia
    richiesto qualche input da un pre-esistente, effettivo creatore. Per gli scienziati naturalisti questo
    suggerimento significa "creazionismo" e perciò è inaccettabile per principio, in quanto invoca
    un'entità sconosciuta alla scienza. Ciò che è peggio, suggerisce la possibilità che questo creatore
    possa aver comunicato in qualche modo con gli umani. In questo caso ci potrebbero essere veri
    profeti con una vera conoscenza di Dio i quali non sono né imbroglioni né sognatori. Un tale tipo di
    personaggi potrebbero plausibilmente essere pericolosi rivali per gli scienziati quali autorità culturali.
    La filosofia naturalista ha elaborato una strategia per prevenire il sorgere di questo tipo di problemi:
    essa etichetta il naturalismo come scienza e il teismo come religione. Il primo viene quindi
    classificato come conoscenza e il secondo come fede. La distinzione è di fondamentale importanza,
    perché solo la conoscenza può essere obbiettivamente valida per ognuno; la fede è valida solo per i
    credenti e mai sarà considerata come conoscenza. Lo studente che pensasse che due più due fa
    cinque, o che l'acqua non è costituita di idrogeno ed ossigeno, o che la teoria dell'evoluzione non è
    vera, non sarebbe l'espressione di un punto di vista minoritario. Egli (o ella) sarebbe un ignorante e il
    compito dell'educazione consisterebbe nel curare quell'ignoranza e sostituirla con la conoscenza. Agli
    studenti nelle scuole pubbliche deve essere perciò insegnato sin dall'inizio che "l'evoluzione è un
    fatto" e siccome il tempo passa essi gradualmente impareranno che evoluzione significa naturalismo.
    In breve, la proposizione che Dio sia in qualche modo coinvolto nella nostra creazione è
    effettivamente vietata e implicitamente negata. Ciò perché l'evoluzione naturalistica è per definizione
    nella categoria della conoscenza scientifica. Ciò che contraddice la conoscenza è implicitamente falso
    o immaginario. Questo è anche il motivo per cui è possibile per gli scienziati naturalisti in buona fede
    sostenere da una parte che la loro scienza non dice niente di Dio e dall'altra che essi hanno detto
    tutto ciò che poteva essere detto intorno a Dio. Nella filosofia naturalista entrambe le proposizioni
    hanno in fondo lo stesso significato. Tutto ciò che c'è bisogno di dire su Dio è che non c'è nulla da
    dire di Dio, in quanto di questo argomento noi non possiamo avere nessuna conoscenza.

    Quinta parola chiave: verità - La verità come tale non è un concetto particolarmente importante nella
    filosofia naturalistica. La ragione di ciò è che la "verità" suggerisce un assoluto immutabile, mentre la
    conoscenza scientifica è un concetto dinamico. Come la vita, la conoscenza evolve e cresce in forme
    superiori. Che cosa è stata la conoscenza nel passato non è la conoscenza di oggi e la conoscenza del
    futuro sarà sicuramente molto superiore a quella che noi abbiamo ora. Solo il naturalismo stesso e la
    sola validità della scienza come via alla conoscenza sono assoluti. Non ci possono essere criteri per la
    verità fuori della conoscenza scientifica, nessun pensiero divino a cui abbiamo accesso.
    Questo modo di comprendere le cose permane persino quando i naturalisti scientifici impiegano un
    linguaggio di tipo religioso. Per esempio, il fisico Stephen Hawking termina il suo famoso libro Una
    breve storia del tempo con la previsione che l'uomo potrà un giorno "conoscere il pensiero di Dio".
    Questo modo di parlare ha determinato a qualche mio amico il formarsi dell'impressione errata che
    Hawking abbia qualche attrazione verso la religione teista. Nel precedente contesto, tuttavia,
    Hawking non si riferiva ad un essere eterno soprannaturale, ma alla possibilità che la conoscenza
    scientifica possa eventualmente divenire completa e onnicomprensiva in quanto avrà spiegato il
    movimento delle particelle corporee in tutte le circostanze.
    Il monopolio della scienza nel regno della conoscenza spiega perché i biologi evoluzionisti non
    considerano significativo porre la domanda se la teoria darwiniana sia vera. Essi concederebbero
    tranquillamente che la teoria è incompleta e che ulteriori ricerche sui meccanismi evolutivi sono
    necessarie. Per ogni punto dato nel tempo, tuttavia, la teoria dell'evoluzione naturale rappresenta lo
    stato della conoscenza scientifica circa il modo in cui noi veniamo all'esistenza. La conoscenza
    scientifica è per definizione la più vicina approssimazione alla verità assoluta a noi disponibile.
    Domandarsi se questa conoscenza sia vera è perciò fuorviante e rivela un fraintendimento di "come
    la scienza opera".

    Ho descritto così lungamente le categorie metafisiche per le quali gli scienziati naturalisti hanno
    escluso l'argomento di Dio dalla discussione razionale e ciò assicura che la completa storia
    darwiniana della creazione naturale sia effettivamente vera per definizione. Non c'è nessun bisogno di
    spiegare perché gli atei trovano questo sistema di controllo di pensiero congeniale. Ciò che è un po'
    più difficile da capire, almeno all'inizio, è il forte supporto che il darwinismo continua a ricevere nel
    mondo accademico cristiano. I tentativi di investigare la credibilità della storia evolutiva darwiniana
    sono considerati con poco entusiasmo da molti importanti professori di scienza e filosofia cristiani,
    persino presso istituzioni che sono generalmente considerate conservatrici in teologia. Dato che il
    darwinismo è intrinsicamente naturalistico e perciò antagonistico all'idea che Dio abbia qualcosa a
    che fare con la storia della vita e che esso gioca il ruolo centrale nell'assicurare il dominio agnostico
    della cultura intellettuale, uno avrebbe potuto supporre che gli intellettuali cristiani (insieme ai
    religiosi ebraici) fossero entusiasti di scoprire i suoi punti deboli.
    Invece, la posizione prevalente tra i professori cristiani è stata che il darwinismo - o "evoluzione",
    come essi tendono a chiamarlo - sia imbattibile e che può essere interpretato in modo da renderlo
    compatibile con la fede cristiana. E di fatto il darwinismo è imbattibile fin quando uno accetti le
    categorie di pensiero del naturalismo scientifico che io ho precedentemente descritto. Il problema è
    che quelle stesse categorie di pensiero rendono il teismo cristiano, come qualsiasi altro teismo,
    assolutamente insostenibile. Se la scienza ha l'autorità esclusiva di dirci come la vita fu creata e se la
    scienza è rimessa al naturalismo e se la scienza mai rinuncia ad un paradigma fin quando non venga
    presentata un'alternativa naturalistica, allora la posizione darwiniana è inoppugnabile all'interno della
    scienza. Lo stesso ragionamento che rende il darwinismo inevitabile, tuttavia, ha anche l'effetto di
    bandire Dio dal prendere qualsiasi azione all'interno della storia dell'universo, la qual cosa significa
    che il teismo sia una illusione. Il naturalismo teistico è autocontraddittorio.
    Qualche speranza di evitare la contraddizione si può avere attraverso l'affermazione che il
    naturalismo sia valido solo all'interno del regno della scienza e che ci sia un regno separato chiamato
    "religione" nel quale il teismo può prosperare. Il problema con questi aggiustamenti, come abbiamo
    già visto, è che in una cultura scientifica naturalistica le conclusioni vengono considerate conoscenza
    o perfino fatti. Ciò che è fuori dei fatti è fantasia, o , al massimo, fede soggettiva. I teisti che
    accolgono il naturalismo scientifico perciò non possono mai affermare che Dio sia reale nello stesso
    senso in cui è reale l'evoluzione. Questa regola è essenziale all'intero assetto razionale che, sin
    dall’inizio, ha prodotto il darwinismo. Se Dio esiste Egli poteva certamente operare attraverso le
    mutazioni e le selezioni se questo è ciò che Egli ha voluto fare, ma Egli poteva anche creare in
    qualche modo totalmente al di fuori della nostra scienza. Una volta che noi mettiamo Dio nel quadro,
    tuttavia, non c’è nessuna ragione per attribuire la creazione della complessità biologica alla
    mutazione casuale e alla selezione naturale. Evidenza diretta che questi meccanismi abbiano
    sostanziali poteri creativi non è stata trovata in natura, in laboratorio, o nelle registrazioni fossili. Un
    passo essenziale nel ragionamento che stabilisce che la selezione darwiniana ha creato le meraviglie
    della biologia, perciò, è che nient’altro era disponibile. Il teismo è per definizione la dottrina che
    qualcos’altro era disponibile.
    Forse la contraddizione è dura da vedere quando è formulata ad un livello astratto, così io darò un
    esempio più concreto. Le persone che sostengono la posizione di compromesso chiamata
    «evoluzione teista» sono in base alla mia esperienza sempre vaghe circa ciò che loro intendono per
    «evoluzione». Esse hanno buone ragioni per essere vaghe. Come abbiamo visto, l’evoluzione
    darwiniana è per definizione senza orientamento e senza fine e tale evoluzione non può in nessun
    valido senso essere teista. Poiché l’evoluzione per essere genuinamente teistica dovrebbe essere
    guidata da Dio, sia nel senso che Dio ha programmato il processo anticipatamente sia che Egli
    intervenga di volta in volta per dare una spinta nella giusta direzione. Per i darwinisti l’evoluzione
    guidata da Dio è una forma mascherata di creazionismo, il quale - tanto per dire - non è
    un’evoluzione per niente. Ribadisco che questo punto di comprensione va al cuore reale del pensiero
    darwinista. Se si permette ad una intelligenza soprannaturale preesistente di guidare l’evoluzione
    non si può evitare che questo essere onnipotente possa fare molto di più.
    Naturalmente, i teisti possono pensare ad un’evoluzione guidata da Dio, che ai naturalisti piaccia o
    meno. Il problema, nell’avere una definizione (dell’evoluzione) privata per i teisti, tuttavia, è che gli
    scienziati naturalisti hanno il potere di decidere che cosa quel termine "evoluzione" significa nei
    pubblici discorsi, incluse le classi di scienza nelle scuole pubbliche. Se gli evoluzionisti teisti
    diffondono il messaggio che l’evoluzione come essi la comprendono è innocua rispetto alla religione
    teista, essi stanno confondendo i loro seguaci almeno che essi non aggiungano un chiaro
    avvertimento che la versione dell’evoluzione sostenuta dall’intero corpo della corrente principale
    della scienza sia completamente un’altra cosa. Gli evoluzionisti teisti perciò servono
    inconsapevolmente lo scopo dei naturalisti scientifici, attraverso l’aiuto a persuadere la comunità
    religiosa ad abbassare la guardia contro le incursioni del naturalismo.
    Siamo ora nella posizione di rispondere alla domanda con la quale abbiamo iniziato. Che cos’è il
    darwinismo? Il darwinismo è una teoria di una scienza empirica unicamente al livello microevolutivo,
    dove esso fornisce una struttura di spiegazione a cose come la diversità che cresce quando piccole
    popolazioni diventano isolate riproduttivamente dal corpo principale della specie. Come teoria
    generale della creazione biologica il darwinismo non è affatto empirico. Piuttosto, esso è una
    necessaria implicazione di una dottrina filosofica chiamata naturalismo scientifico, il quale è basato
    sul a priori che Dio sia stato sempre assente dal regno della natura. Come tale l’evoluzione in senso
    darwiniano è intrinsecamente antitetica al teismo, sebbene l’evoluzione in qualche senso
    completamente differente e non-naturalistico potrebbe comprensibilmente essere stata la via scelta da
    Dio per la creazione.

    Nel 1874 il grande teologo presbiteriano Charles Hodge fece la domanda che io ho fatto: che cos’è il
    darwinismo? Dopo un’attenta, completa ed onesta valutazione della dottrina, la sua risposta era
    senza equivoci: «è ateismo». Un altro modo di affermare la proposizione è quella di dire che il
    darwinismo è la risposta ad una domanda specifica che emerge dal naturalismo filosofico. Torniamo
    al «Jeopardy» con il quale noi partimmo. Diciamo che il darwinismo è la risposta. Qual è, allora, la
    domanda? La domanda è :"come deve essersi verificata la creazione se noi assumiamo che Dio non
    ha nulla a che fare con essa?" I teisti evoluzionisti non migliorano la situazione cercando di
    cristianizzare la risposta alla domanda che viene direttamente fuori dall’agenda del naturalismo
    scientifico. Ciò che noi abbiamo bisogno di fare invece è di sfidare la premessa data per scontata e
    cioè che l’unica domanda che valga la pena di fare sia quella che assume che il naturalismo sia vero.

    CIAO

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    Sua Santità Giovanni Paolo II

    Ai Membri della Pontificia Accademia delle Scienze riuniti in Assemblea Plenaria
    22 Ottobre 1996



    La verità non può contraddire la verità
    È con grande piacere che rivolgo un cordiale saluto a lei, Signor Presidente, e a voi tutti che costituite la Pontificia Accademia delle Scienze, in occasione della vostra Assemblea Plenaria. Formulo in particolare i miei voti ai nuovi Accademici, venuti a prendere parte ai vostri lavori per la prima volta.
    Desidero anche ricordare gli Accademici defunti durante l'anno trascorso, che affido al Maestro della vita.
    1. Nel celebrare il sessantesimo anniversario della rifondazione dell'Accademia, sono lieto di ricordare le intenzioni del mio predecessore Pio XI, che volte circondarsi di un gruppo scelto di studiosi affinché informassero la Santa Sede in tutta libertà degli sviluppi della ricerca scientifica e l'aiutassero anche nelle sue riflessioni.
    A quanti egli amava chiamare il Senatus scientificus della Chiesa domandò di servire la verità. È lo stesso invito che io vi rinnovo oggi, con la certezza che noi tutti potremo trarre profitto dalla "fecondità di un dialogo fiducioso fra la Chiesa e la scienza" (Discorso all'Accademia delle Scienze, 28 ottobre 1986, n.1).
    2. Sono lieto del primo tema che avete scelto, quello dell'origine della vita e dell'evoluzione, un tema fondamentale che interessa vivamente la Chiesa, in quanto la Rivelazione contiene, da parte sua, insegnamenti concernenti la natura e le origini dell'uomo. In che modo s'incontrano le conclusioni alle quali sono giunte le diverse discipline scientifiche e quelle contenute nel messaggio della Rivelazione? Se, a prima vista, può sembrare che vi siano apposizioni, in quale direzione bisogna muoversi per risolverle? Noi sappiamo in effetti che la verità non può contraddire la verità (cfr. Leone XIII, Enciclica Providentissimus Deus).
    Inoltre, per chiarire meglio la verità storica, le vostre ricerche sui rapporti della Chiesa con la scienza fra il XVI e il XVIII secolo rivestono grande importanza.
    Nel corso di questa sessione plenaria, voi conducete una "riflessione sulla scienza agli albori del terzo millennio" e iniziate individuando i principali problemi generati dalle scienze, che hanno un'incidenza sul futuro dell'umanità.
    Attraverso il vostro cammino, voi costellate le vie di soluzioni che saranno benefiche per tutta la comunità umana. Nell'ambito della natura inanimata e animata, l'evoluzione della scienza e delle sue applicazioni fa sorgere interrogativi nuovi. La Chiesa potrà comprenderne ancora meglio l'importanza se ne conoscerà gli aspetti essenziali. In tal modo, conformemente alla sua missione specifica, essa potrà offrire criteri per discernere i comportamenti morali ai quali l'uomo è chiamato in vista della sua salvezza integrale.
    3. Prima di proporvi qualche riflessione più specifica sul tema dell'origine della vita e dell'evoluzione, desidero ricordare che il Magistero della Chiesa si è già pronunciato su questi temi, nell'ambito della propria competenza.
    Citerò qui due interventi.
    Nella sua Enciclica Humani generis (1950) il mio predecessore Pio XII aveva già affermato che non vi era opposizione fra l'evoluzione e la dottrina della fede sull'uomo e sulla sua vocazione, purché non si perdessero di vista alcuni punti fermi (cfr. AAS 42, 1950, pp. 575-576).
    Da parte mia, nel ricevere il 32 ottobre 1992 i partecipanti all'Assemblea plenaria della vostra Accademia, ho avuto l'occasione, a proposito di Galileo, di richiamare l'attenzione sulla necessità, per l'interpretazione corretta della parola ispirata, di una ermeneutica rigorosa. Occorre definire bene il senso proprio della Scrittura, scartando le interpretazioni indotte che le fanno dire ciò che non è nelle sue intenzioni dire. Per delimitare bene il campo del loro oggetto di studio, l'esegeta e il teologo devono tenersi informati circa i risultati ai quali conducono le scienze della natura (cfr. AAS 85, 1993, pp. 764-772; Discorso alla Pontificia Commissione Biblica, 23 aprile 1993, che annunciava il documento su l'interpretazione della Bibbia nella Chiesa; AAS 86, 1994, pp. 232-243).
    4. Tenuto conto dello stato delle ricerche scientifiche a quell'epoca e anche delle esigenze proprie della teologia, l'Enciclica Humani generis considerava la dottrina dell' "evoluzionismo" un'ipotesi seria, degna di una ricerca e di una riflessione approfondite al pari dell'ipotesi opposta. Pio XII aggiungeva due condizioni di ordine metodologico: che non si adottasse questa opinione come se si trattasse di una dottrina certa e dimostrata e come se ci si potesse astrarre completamente dalla Rivelazione riguardo alle questioni da essa sollevate.
    Enunciava anche la condizione necessaria affinché questa opinione fosse compatibile con la fede cristiana, punto sul quale ritornerò.
    Oggi, circa mezzo secolo dopo la pubblicazione dell'Enciclica, nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria dell'evoluzione una mera ipotesi. È degno di nota il fatto che questa teoria si sia progressivamente imposta all'attenzione dei ricercatori, a seguito di una serie di scoperte fatte nelle diverse discipline del sapere. La convergenza non ricercata né provocata, dei risultati dei lavori condotti indipendentemente gli uni dagli altri, costituisce di per sé un argomento significativo a favore di questa teoria.
    Qual è l'importanza di una simile teoria? Affrontare questa questione, significa entrare nel campo dell'epistemologia. Una teoria è un'elaborazione metascientifica, distinta dai risultati dell'osservazione, ma ad essi affine.
    Grazie ad essa, un insieme di dati e di fatti indipendenti fra loro possono essere collegati e interpretati in una spiegazione unitiva. La teoria dimostra la sua validità nella misura in cui è suscettibile di verifica; è costantemente valutata a livello dei fatti; laddove non viene più dimostrata dai fatti, manifesta i suoi limiti e la sua inadeguatezza. Deve allora essere ripensata.
    Inoltre, l'elaborazione di una teoria come quella dell'evoluzione, pur obbedendo all'esigenza di omogeneità rispetto ai dati dell'osservazione, prende in prestito alcune nozioni dalla filosofia della natura.
    A dire il vero, più che della teoria dell'evoluzione, conviene parlare delle teorie dell'evoluzione. Questa pluralità deriva da un lato dalla diversità delle spiegazione che sono state proposte sul meccanismo dell'evoluzione e dall'altro dalle diverse filosofie alle quali si fa riferimento. Esistono pertanto letture materialiste e riduttive e letture spiritualistiche. Il giudizio è qui di competenza propria della filosofia e, ancora oltre, della teologia.
    5. Il Magistero della Chiesa è direttamente interessato alla questione dell'evoluzione, poiché questa concerne la concezione dell'uomo, del quale la Rivelazione ci dice che è stato creato a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gn 1, 28-29). La Costituzione conciliare Gaudium et spes ha magnificamente esposto questa dottrina, che è uno degli assi del pensiero cristiano. Essa ha ricordato che l'uomo è "la sola creatura che Dio abbia voluto per se stesso" (n. 24). In altri termini, l'individuo umano non deve essere subordinato come un puro mezzo o come un mero strumento né alla specie né alla società; egli ha valore per se stesso. È una persona.
    Grazie alla sua intelligenza e alla sua volontà, è capace di entrare in rapporto di comunione, di solidarietà e di dono di sé con i suoi simili.
    San Tommaso osserva che la somiglianza dell'uomo con Dio risiede soprattutto nella sua intelligenza speculativa, in quanto il suo rapporto con l'oggetto della sua conoscenza è simile al rapporto che Dio intrattiene con la sua opera (Summa theologica, I-II, q. 3, a. 5, ad 1).
    L'uomo è inoltre chiamato a entrare in un rapporto di conoscenza e di amore con Dio stesso, rapporto che avrà il suo pieno sviluppo al di là del tempo, nell'eternità. Nel mistero di Cristo risorto ci vengono rivelate tutta la profondità e tutta la grandezza di questa vocazione (cfr. Gaudium et spes, n. 22).
    È in virtù della sua anima spirituale che la persona possiede, anche nel corpo, una tale dignità. Pio XII aveva sottolineato questo punto essenziale: se il corpo umano ha la sua origine nella materia viva che esisteva prima di esso, l'anima spirituale è immediatamente creata da Dio ("animas enim a Deo immediate creari catholica fides nos retinere iubet", Enciclica Humani generis, AAS 42, 1950, p.575).
    Di conseguenza, le teorie dell'evoluzione che, in funzione delle filosofie che le ispirano, considerano lo spirito come emergente dalle forze della materia viva o come un semplice epifenomeno di questa materia, sono incompatibili con la verità dell'uomo. Esse sono inoltre incapaci di fondare la dignità della persona.
    6. Con l'uomo ci troviamo dunque dinanzi a una differenza di ordine ontologico, dinanzi a un salto ontologico, potremmo dire. Tuttavia proporre una tale discontinuità ontologica non significa opporsi a quella continuità fisica che sembra essere il filo conduttore delle ricerche sull'evoluzione dal piano della fisica e della chimica? La considerazione del metodo utilizzato nei diversi ordini del sapere consente di conciliare due punti di vista apparentemente inconciliabili. Le scienze dell'osservazione descrivono e valutano con sempre maggiore precisione le molteplici manifestazioni della vita e le iscrivono nella linea del tempo. Il momento del passaggio all'ambito spirituale non è oggetto di un'osservazione di questo tipo, che comunque può rivelare, a livello sperimentale una serie di segni molto preziosi della specificità dell'essere umano. L'esperienza del sapere metafisico, della coscienza di sé e della propria riflessività, della coscienza morale, della libertà e anche l'esperienza estetica e religiosa, sono però di competenza dell'analisi e della riflessione filosofiche, mentre la teologia ne coglie il senso ultimo secondo il disegno del Creatore.
    7. Nel concludere, desidero ricordare una verità evangelica che potrebbe illuminare con una luce superiore l'orizzonte delle vostre ricerche sulle origini e sullo sviluppo della materia vivente. La Bibbia, in effetti, contiene uno straordinario messaggio di vita. Caratterizzando le forme più alte dell'esistenza, essa ci offre infatti una visione di saggezza sulla vita. Questa visione mi ha guidato nell'Enciclica che ho dedicato al rispetto della vita umana e che ho intitolato precisamente Evangelium vitae.
    É significativo il fatto che, nel Vangelo di San Giovanni, la vita designi la luce divina che Cristo ci trasmette. Noi siamo chiamati ad entrare nella vita eterna, ossia nell'eternità della beatitudine divina.
    Per metterci in guardia contro le grandi tentazioni che ci assediano, nostro Signore cita le parole del Deuteronomio: "l'uomo non vive soltanto di pane, ma... vive di quanto esce dalla bocca del Signore" (8, 3; Mt 4, 4).
    La vita è uno dei più bei titoli che la Bibbia ha riconosciuto a Dio. Egli è il Dio vivente.
    Di tutto cuore invoco su voi tutti e su quanti vi sono vicini l'abbondanza delle benedizioni divine.

    CIAO

  8. #8
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    Chissà se qualche modernista di "sopra" (che ama dilettare il proprio "io", solo per semplice meccanismo di autoadulazione), comprenderà mai che la favola "evoluzionista" è buona solo per chi forma la propria persona sui reality show o sfogliando cronache rosa, o magari facendosi una bella "bevuta" di tutte le frottole di Dan Brown...

    meno male che c'è ancora chi non ci crede! e che mette in dubbio - con un minimo di spirito critico (neppure invoco la fede) - "l'autenticità" di questo delirio!

    a presto

  9. #9
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    Alcuni anni or sono il direttore della Facoltà di lettere e scienze umane della Università di Montpellier pubblicò un notevole volume dal titolo L'uomo e l'invisibile.
    Jean Servier. libro molto bello. mi pare l'abbia editato la Rusconi negli anni '70, in una sua collana di tascabili, giusto? ce l 'ho da qualche parte, ma così a memoria non ricordo. l'ho letto ed è sicuramente stimolante.

    detto questo, e ringraziando eugenius per i testi molto interessanti, mi rimane il pensiero che la teoria evoluzionistica di darwin (non il darwinismo ideologico dei positivisti fine '800) e la fede nel dio creatore si possano armonizzare perfettamente.

  10. #10
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    Prego

    Ritengo anche io che le teorie dell'evoluzione si possano armonizzare con la religione cattolica, togliendo di mezzo però meccanicismo, casualismo, ateismo, negazione dell'anima, pensiero come puro epifenomeno della materia..
    Una curiosità: ma c'è una edizione del libro attualmente in commercio oppure si trova solo nelle librerie antiquarie?

    CIAO

 

 
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