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    Exclamation Jhon Fitzerald Kennedy ... c'era il sole a Dallas

    [mid]http://xoomer.virgilio.it/francesco.rinaldi29/KAR_ITALIANE/Celentano/Celentano_-_Il_tuo_bacio_e'_come_un_rock.mid[/mid]


    LA VOCE REPUBBLICANA

    pubblica oggi un articolo di Riccardo Bruno in memoria di JFK.

    A distanza di quarant’anni da quella giornata di sole a Dallas, dove una “pallottola magica” entrò, uscì, rientrò nel cranio del Presidente, un giornale come il nostro ha il dovere di ricordare la figura politica di Jhon Fitzerald Kennedy. Per la semplice ragione che questo stesso giornale, nei primi anni sessanta fu l’unico giornale di partito italiano a sostenere pienamente il giovane presidente statunitense dai suoi primi passi e a guardare alla sua ascesa politica come ad una grande speranza per l’occidente e anche per l’intera umanità.
    Rispetto allora, dopo aver sfogliato i numeri della voce di quei tragici giorni passati con il fiato sospeso, siamo rimasti fermi nella convinzione che le posizioni politiche si difendono e si detengono, quando chi le esprime è in vita. Non il contrario: e cioè che quando chi le professa in vita è un avversario e una volta morto e sepolto quell’avversario lo si celebra. Allora è giusto ricordare con commozione solenne quello che è diventato un mito usato ed abusato e magari occorrerebbe cercare per una volta di intepretarlo e comprenderlo nella sua realtà con tutti gli aspetti controversi che essa può detenere. Anche perché non si rende omaggio all’uomo politico, e si danneggia la storia, nel tratteggiarne l’opera agiograficamente, sorvolando e oscurando i punti più delicati e le pagine discutibili, in cui questa storie è pure stata scritta.
    Visto che non lo dice nessuno di chi era nemico di Kennedy, diciamolo su questo giornale che gli è sempre stato amico che Jhon Fitzgerald Kennedy ha commesso errori, improvvisazioni ingenue, sottovalutazioni fatali. Ma ciononostante egli rimane una grande figura del secolo scorso, tale da imporsi nel futuro anche soltanto per quei pochi anni trascorsi alla Casa Bianca. Tanto grande da non meritare di venir trattato quasi come un corpo separato dal resto degli Stati Uniti, come se non avesse avuto degni successori. Altrimenti si offenderebbe quel paese per il quale egli ha rischiato la sua vita più di una volta almeno. Tutti i presidenti degli Stati Uniti sono stati suoi successori e tutti si sono commisurati, democratici o repubblicani che fossero, con la sua azione ed il suo pensiero.
    A noi repubblicani italiani, poi, JFK era particolarmente caro per quel senso di responsabilità immediata con cui interpretava l’azione della vita politica nella società civile, chiedendo un soprassalto di coscienza al cittadino privato, tale da identificarlo immediatamente con la cosa pubblica, senza soluzioni di continuità. Il suo “non chiedetevi cosa può fare il vostro paese per voi, ma voi per il vostro paese”, merita di essere inscritto nella tradizione mazziniana più pura e davvero ignoriamo se Kennedy avesse mai letto Mazzini, ma certo nessun uomo di Stato straniero, meglio di lui, con una semplice battuta, era riuscito a comprenderne a fondo l’idealità.
    Poi certo di Kennedy ci resterà cara la sua giovinezza legata ad un tratto del coraggio che per trovargli un'altra comparazione gradita per i repubblicani, possiamo definire garibaldino. Ed i garabildini, purtroppo prevedono però un tasso di ingenuità e di irresponsabilità. Ma fu garibaldina la sua interpretazione della Costituzione americana che pretendeva che ove la libertà fosse minacciata, là gli Stati uniti avessero l’obbligo di intervenire. E Kennedy intervenne dal primo momento, con un tasso di sconsideratezza, fra l’altro, che ci ricorda le spedizioni carbonare nel mezzogiorno prima dell’Unità d’Italia. Non era degna di Pisacane la sua idea di liberare Cuba? Un migliaio di esuli cubani che rientrano nella patria castrista e sollevano la rivolta popolare. Ma fu gravissimo, sotto un profilo morale, e JFK lo sapeva, che quando si accorse che il piano predisposto si sarebbe rivelato un fallimento, l’ abbandonare al loro destino quegli sventurati che avevano creduto in un sostegno americano. D’altra parte era l’unica maniera con cui poter salvaguardare gli inizi tormentatissimi della sua presidenza causati anche dalla sua imprudenza e dal suo entusiasmo. Tutta l’esperienza militare kennedyana, riercorrendola oggi, ci sembra dettata dall’inesperienza e dall’avventatezza, condita da un entusiasmo sognatore, degno dei più avventurosi degli eroi risorgimentali.
    Lo stesso impegno in Vietnam, che egli volle fortemente e dal quale mai pensò un momento di disimpegnarsi, e ancora peggio, quello in Angola, portò a disastri tremendi nel corso degli anni.
    Ma Kennedy comprendeva benissimo che la minaccia al mondo libero comportata dal comunismo imponeva una capacità di reazione sul campo immediata e che non era possibile, per lui ,cattolico, porgere l’altra guancia. Così ha ricercato costantemente un fronte dove poter impegnare un tale poderoso, all’epoca per lo meno, avversario. Nonostante gli sbagli commessi quella politica funzionò eccome, e nella successiva crisi dei missili a Cuba, si vide emergere un leader mondiale capace di fronteggiare la sfida della società dell’Est e soprattutto di non farsene mai intimidire. Da Kennedy si può imparare meglio che da ogni altro che il dialogo è possibile solo se si è disposti all’uso della forza. D’altronde egli era consapevolissimo che l’America rappresentava l’unico autentico punto di riferimento per la libertà nel mondo e la “nuova frontiera” non era solo, lo sviluppo e l’innovazione che il suo paese doveva poter raggiungere, ma quella che un mondo minacciato dal comunismo doveva riuscire a conquistarsi se non voleva vedersi spegnere il sacrificio dei soldati americani in quella guerra che lui stesso aveva combattuto, portandone un segno indelebile sul suo stesso fisico.
    Quando Kennedy si reca a Berlino all’indomani dell’edificazione del muro, nel suo “Ich bin ein Berliner” egli suona una campana a martello per le intorpidite coscienze europee soggiogate dai postumi dello stalinismo, i cui tocchi rimbomberanno fino alla primavera di Praga e resteranno fermi nel cuore di tutti coloro che sanno cosa significa contribuire alla formazione di una società democratica, invece che essere sottomessi ad un regime.
    Ma se Kennedy fu imprudente nella sua passionalità sul fronte esterno, su quello interno il suo entusiasmo rinnovatore fu addirittura devastante. Perché l’America era ancora pur sempre una società molto più arretrata ed arcaica rispetto alla visione di un cosmopolita dell’elitè finanziaria del paese quale egli rappresentava, e sicuramente il tema dell’antisegregazionismo fu condotto da JFK con una tale forza da muovere più resistenze limacciose e dense contro la sua persona.
    Sull’omicidio si è discettato a lungo. Fra i corpi insani della società americana di allora, la cosa più facile è pensare ad una reazione di quegli elementi limitrofi alle associazioni razziali e prossime a venire spazzate via nel futuro di quella società in un ultimo exlpoit sanguinoso e ben congegnato, forti di molti appoggi negli ambienti più diversi. La dinamica dell’omicidio, la “famosa pallottola magica”, appunto, la figura di Oswald e l’omicida dell’omicida, Jack Ruby, lasciano più che aperta una pista di questo genere. Resta grave che una società come quella americana non abbia saputo fare piena luce su un caso di questa rilevanza, che non siano stato esplicitato come avrebbe dovuto dalla giustizia che si sia accontentata del minimo capro espiatorio trovatosi nelle mani.
    Lo stesso fatto che Kennedy venisse ucciso a Dallas rappresentava un simbolo di questo vecchio segregazionismo che si ribella alle trasformazioni in corso. Non può impedire queste trasformazioni, ma riesce ad abbattere con il complotto il suo principale simbolo. Ma vedere morire poi anche il giovane Bob, sapere che Ted non si sarebbe mai presentato alla presidenza degli Stati Uniti, ha lasciato una patina opaca sulla società americana che si sarebbe dovuta poter rimuovere il prima possibile e che invece è rimasta là come un’altra metà oscura, piccola magari, ma inquietante.
    Anche per questo chi ha amato Kennedy, con tutti i suoi difetti ed i suoi pregi, ha avuto difficoltà a ritrovare lo stesso entusiasmo per un altro presidente statunitense e anche una sorta di preoccupazione per i suoi progetti. Non tanto perché temiamo che quella macchia non sia stata rimossa, perché lo è stata. L’America ha vinto la sua sfida Kennediana, forse si è spinta ben al di là di dove Kennedy avrebbe sperato che giungesse. Ma perché cinonostante non sappiamo se il prossimo candidato alla presidenza possa mai avere la medesima incoscienza ribelle di Jhon Jhon nello sfidarla.

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    Predefinito tratto da PANORAMA 21 novembre 2003

    La sua morte prematura commosse il mondo e creò il mito. Che a lungo nascose i suoi molti difetti. Ora, mentre è in atto un revival di nostalgia, è finalmente possibile fare un bilancio.

    Con l'elezione di John Fitzgerald Kennedy alla presidenza degli Stati Uniti, nel novembre 1960, comincia il dopoguerra americano.

    I suoi predecessori, Harry Truman e Dwight D. Eisenhower, avevano guidato il paese durante il conflitto. Il primo era stato eletto alla vicepresidenza con Franklin Delano Roosevelt, era entrato alla Casa Bianca dopo la morte di quest'ultimo, era stato protagonista di alcune grandi battaglie politico-militari nell'ultima fase del conflitto e nell'immediato dopoguerra: la conferenza di Potsdam dopo la fine delle ostilità, l'uso della bomba atomica contro due città giapponesi, la dottrina Truman per salvare Grecia e Turchia dalle ambizioni sovietiche, il piano Marshall per la ricostruzione dell'Europa, l'invio delle truppe americane in Corea dopo l'improvviso attacco nordcoreano nel giugno 1950.

    Il secondo aveva comandato le forze alleate all'epoca dei grandi sbarchi in Sicilia e in Normandia, nel 1943 e nel 1944, ed era diventato comandante supremo della Nato dopo la firma del Patto atlantico nell'aprile 1949. L'uno e l'altro erano sul palcoscenico dove era andato in scena il grande dramma della Seconda guerra mondiale.
    Kennedy apparteneva a un'altra generazione. Era nato nel 1917, si era laureato a Harvard nel 1940 e aveva combattuto nelle acque del Pacifico, dove era eroicamente sopravvissuto alla distruzione della sua motosilurante, ma apparteneva alla classe politica del dopoguerra. Non basta.
    Era giovane e attraente, aveva sposato una donna bella ed elegante, aveva due splendidi bambini. Due caratteristiche lo rendevano alquanto diverso dai suoi predecessori e segnalavano lo straordinario mutamento della società americana dopo il conflitto: era irlandese e cattolico, quindi discendente di minoranze che avevano vissuto per alcune generazioni negli ultimi gradini della grande scala americana.

    Il discorso di Kennedy sulla conquista dello spazio, all'università di Houston.

    Il paese ne fu affascinato e vide in lui la promessa di una fase durante la quale il paese sarebbe stato più ricco, più forte e più giusto. Lo slogan della «nuova frontiera», con cui il giovane candidato alla presidenza fece la sua campagna elettorale, sedusse i giovani reduci della Seconda guerra mondiale e sembrò aprire un nuovo capitolo di storia americana.
    La morte, dopo mille giorni di presidenza nel novembre 1963, ebbe l'effetto di una santificazione laica.
    Ai leader che muoiono tragicamente in giovane età il popolo attribuisce tutte le virtù, anche quelle di cui sono privi.
    Non si spiega altrimenti l'ondata di commozione che travolse l'America quando le radio e le televisioni cominciarono a trasmettere le prime informazioni sui colpi di fucile che avevano stroncato la sua vita. Per molti anni non vi fu americano che non ricordasse con gli occhi lucidi il luogo e le circostanze in cui aveva appreso la notizia.

    Nessuna consacrazione e nessuna emozione, tuttavia, sopravvivono al logorio del tempo. Vent'anni dopo la sua morte il revisionismo s'impadronì di Kennedy.
    Come in un grande romanzo di Oscar Wilde (Il ritratto di Dorian Gray) l'immagine del giovane presidente cominciò a riempirsi di rughe, lo sguardo divenne meno limpido e un'ombra di malizia apparve intorno alle labbra.
    Il presidente con la moglie Jacqueline in un momento di relax. La bellezza e l'eleganza di Jackie contribuirono alla popolarità di John Kennedy.

    Aveva ottenuto la presidenza con una campagna elettorale largamente finanziata dai denari del padre: un uomo che aveva fatto la sua fortuna, a Boston, con amicizie e metodi spregiudicati. Aveva conquistato due stati della federazione, in cui il candidato repubblicano era molto forte, grazie all'intervento della mafia.
    Era un marito infedele, affetto da una sorta di priapismo goliardico, perfettamente capace di sedurre una bella signora durante un'udienza alla Casa Bianca.
    Aveva contribuito a spezzare il cuore di Marilyn Monroe e corso il rischio di un divorzio che avrebbe incrinato la sua carriera politica.
    Dietro i suoi slogan nobili e generosi vi era, in alcune circostanze, un uomo di stato machiavellico, nel senso peggiore della parola, pronto, se necessario, a servirsi della mafia per progettare l'assassinio di Fidel Castro.

    Non è tutto. Aveva permesso e coperto il disastroso sbarco degli esuli cubani nella Baia dei Porci e aveva creato le condizioni per l'intervento militare in Vietnam durante la presidenza del suo successore.
    Questi e altri erano i giudizi e le voci che cominciarono a circolare in America sulla breve vita del più amato fra i presidenti degli Stati Uniti. A imbruttire il ritratto contribuirono indirettamente alcuni scandali familiari: il fratello sospettato di avere provocato, in stato di ubriachezza, la morte di una giovane donna con cui rientrava da una festa, un nipote accusato di stupro, una lunga serie di pettegolezzi mondani.

    La denigrazione era per molti aspetti l'inevitabile rovescio delle troppe lodi e delle troppe attese che Kennedy aveva suscitato nel corso della sua vita. Oggi, quarant'anni dopo la morte, il pendolo si è finalmente fermato là dove gli storici vorrebbero che restasse lungamente.
    Fu certamente un riformatore, capace di grandi intuizioni.
    Il Corpo della pace, costituito agli inizi della sua presidenza, divenne un modello per tutti i servizi civili e di volontariato nel Terzo mondo che vennero costituiti in Occidente negli anni seguenti.
    Il progetto Apollo fu possibile grazie a un'ambiziosa politica spaziale e a un generoso programma finanziario.
    Con l'Alleanza per il progresso tentò di eliminare la diffidenza che aveva marcato per molti anni i rapporti degli Stati Uniti con l'America Latina. Con la legge sui diritti civili, proposta al Congresso dopo molte esitazioni, dette un sostegno determinante al movimento di Martin Luther King. La fine dell'apartheid americana era cominciata molto prima, nel 1954, quando la Corte suprema degli Stati Uniti aveva abolito la segregazione nelle scuole.
    Ma Kennedy ebbe il merito di dare espressione legislativa a esigenze che si stavano manifestando nella società americana.

    In politica internazionale il suo nome resta legato alla crisi dei missili nell'ottobre del 1962. Quando gli aerei spia americani segnalarono alla Casa Bianca che i sovietici stavano installando rampe missilistiche nell'isola di Cuba, molti pensarono, e qualcuno sperò, che lo scontro nucleare fra le due maggiori potenze fosse ormai inevitabile.
    Kennedy ebbe il merito di affrontare la questione e la dirigenza sovietica con la freddezza di un giocatore di poker. Anziché dare retta ai suoi consiglieri più spericolati riuscì a convincere Nikita Krusciov della propria buona fede e a trovare con lui le basi per un compromesso.
    I sovietici smantellarono le basi e l'America promise che non avrebbe più tentato l'invasione di Cuba.
    Più tardi Kennedy mantenne un'altra promessa che non era stata esplicitamente inserita nel testo dell'accordo pubblico: ritirò i missili che gli Stati Uniti avevano installato in Italia e in Turchia. Fu una specie di miracolo diplomatico.

    Grazie a Kennedy la crisi più pericolosa della guerra fredda si rovesciò nel suo contrario e inaugurò una fase in cui i rapporti Est-Ovest sarebbero stati duri, ma meno pericolosi. Basta quell'episodio per garantire a Kennedy un capitolo nella storia del Ventesimo secolo.

    Sergio Romano

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    Predefinito tratto da l'UNIONE SARDA 21 novembre 2003

    USA: Delude l'asta
    Nessuna corsa all'acquisto dei ricordi di JFK

    NEW YORK - Chi si aspettava a New York di vedere la stessa frenesia che caratterizzò due anni fa la vendita degli oggetti appartenuti a Jacqueline Kennedy Onassis, è rimasto deluso. Pochi i compratori e clima più compassato per la vendita dei "ricordi" del presidente John Kennedy, a Manhattan. A fronte di qualche isolato exploit (come la vendita di uno yacht per quasi sei milioni di dollari), molti dei "pezzi" messi all'incanto dalla piccola casa d'aste Guernsey's non hanno raggiunto i minimi previsti. Alcuni sono stati ritirati, come l'orologio Cartier che il presidente portava al polso quando fu assassinato a Dallas il 23 novembre 1963: si pensava avrebbe agilmente superato il milione di dollari, ma è andato invenduto dopo aver raggiunto a stento i 750 mila. Stessa sorte per la barca a vela bianca che fu di Kennedy prima della Seconda guerra mondiale.
    Nell'enorme sala ottocentesca, a Manhattan, che servì per le esercitazioni al coperto del Settimo reggimento di fanteria, la platea allestita per i compratori era vuota per due terzi. Telecamere e molta gente, invece, nel settore riservato alla stampa, presente in forze per un evento, montato anche dalle polemiche e dalle incertezze della vigilia. Alcuni giornali imputano il fiasco della vendita ai duri attacchi dai figli del presidente. Caroline e John Jr. avevano messo in dubbio la legittima proprietà di molti dgli oggetti messi all'incanto e avevano minacciato un'azione legale che avrebbe potuto bloccare l'asta.

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    Predefinito la voce commenta anche Arthur Schlesinger

    nel numero di domani
    LA VOCE REPUBBLICANA
    dedica anche un commento ad un'intervista di A. Schlesinger.

    Abbiamo letto con qualche stupore la certezza con cui uno storico consumato come Arthur Schlesinger si dice convinto che John Fitzgerald Kennedy non avrebbe mai autorizzato una guerra all’Iraq. L’ex consigliere del presidente americano più amato ci sembra più propenso a cullare gli interessi del partito democratico, le elezioni sono vicini, che ad una circostanziata ricostruzione storica. Sarebbe stato meglio spiegarci perché JFK fu favorevole all’invio di 17mila uomini in Vietnam, perché si impegnò in Angola, perché si avventurò contro Cuba, piuttosto che cercare comparazioni che ci sembrano molto difficili da fare. Certo Schlesinger conobbe Kennedy meglio di noi, ma allora dovrebbe farci capire cosa significava la dottrina dell’impegno americano in difesa della libertà ovunque essa fosse minacciata, visto che essa non pretendeva un America onniscente ed onnipresente. Con tutto il rispetto per uno studioso che ci è molto caro noi abbiamo chiaro invece che JFK non ebbe molti dubbi nell’impegnare militari statunitensi in paesi di scarso peso strategico per ragioni di principio che avrebbero dovuto condurre a combattere Saddam Hussein fin dal primo momento della sua affermazione in Iraq e non vet’anni dopo. Poi certo anche noi vorremmo rivedere l’america di Wilson e Roosvelt, ma ricordiamo che quell’America non esiste più, perché era un’America che non era mai stata colpita con la violenza con cui è stata colpita l’11 settembre. Cosa avrebbe fatto Kennedy a fronte di un simile attentato? Questo Schlesinger non solo non ce lo dice ma nemmeno sembra prendere in considerazione il problema. Eppure la minaccia del terrorismo, proprio perché non offre nessuna controparte ad un dialogo, ci pare molto più grave e soprattutto più mortale di quella atomica rappresentata dai sovietici.
    Ci ha poi colpito anche l’ipotesi sull’omicidio di Kennedy, maturata secondo Schlesinger in ambienti anticastristi. Che questi ambienti avessero ragione di risentimento nei confronti di Kennedy è sicuro, ma non crediamo dovuti per un’ ipotetica presa di contatto con l’Avana, affidata al giornalista Jean Daniel. Sono queste fonti comunque molto incerte ed oscure di cui possiamo solo prendere atto. In compenso vediamo come gli ambienti segregazionisti americani fossero molto più esposti dall’azione democratica di Kennedy di quanto lo potessero essere gli anticastristi in vista di una possibile distensione con Cuba. Schlesinger ci da un’interpretazione di Kennedy sempre più prossima all’idealizzazione, che possiamo ben capire, ovviamente, ma che ci risulta difficile poter condividere.

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    Predefinito tratto da LIBERAZIONE 21 novembre 2003


    «Nel pomeriggio, a meno di settantadue ore dall'inizio della battaglia, le navi si diressero verso il mare

    «Nel pomeriggio, a meno di settantadue ore dall'inizio della battaglia, le navi si diressero verso il mare aperto. Fra i soldati cubani si contavano centocinquantasette morti e centinaia di feriti; fra i mercenari erano stati fatti millecentonovantasette prigionieri, molti dei quali catturati mentre correvano disperati verso l'area paludosa alla ricerca di una via di scampo, gridando e inveendo contro il presidente Kennedy».
    In questo passo - vedi Claudia Furiati, "La Storia mi assolverà. Vita di Fidel Castro", Il Saggiatore - è condensato il peggio e il meglio, il male e il suo rovescio della figura di JFK così come appare nel giudizio della leadership cubana. Non certo un'icona ma nemmeno un nome maledetto: e ciò nonostante che, proprio sotto l'amministrazione Kennedy, l'allora giovanissima Cuba, appena nata dalla Revolucion, abbia subito i colpi più gravi e scandalosi. L'invasione di Baia dei Porci, l'embargo, la crisi dei missili.

    Quarant'anni dopo, il giudizio è pressoché unanime: quel tentativo di invasione fu un errore e il presidente Usa, da pochissimo eletto, non mancò di ammetterlo, assumendosene tutta la responsabilità. E oggi anche da parte dei cubani non c'è difficoltà a riconoscere che l'invasione fu in gran parte una "eredità" della precedente amministrazione Eisenhower e un riuscito complotto dei settori più oltranzisti della Cia.

    Anche questo è storia risaputa. La riassume, succintamente ma assai chiaramente, un esperto del ramo, Mario Del Pero ( "La C. I. A. Storia dei servizi segreti americani", Giunti): «La prospettiva che uno stato del continente americano potesse diventare comunista era inaccettabile per Washington... Per prevenire questa eventualità, l'amministrazione Eisenhower decise di ricorrere allo strumento tradizionale delle "covert operations". Il modello a cui fare riferimento rimaneva quello dell'operazione "Pbsuccess" promossa alcuni anni prima in Guatemala». Un programma che prevedeva la creazione di una task force con il compito di pianificare e gestire un piano basato su quattro punti fondamentali. Uno dei quali consisteva appunto - insieme alla attività propagandistica e alla infiltrazione di agenti all'interno dell'Isla - anche nell' «addestramento di una brigata formata da cubani anticastristi cui affidare la responsabilità degli aspetti paramilitari dell'operazione».

    Kennedy non era certo un angelo. Appena eletto, insieme agli ideali della Nuova Frontiera, in linea con Eisenhower mette tra i primi punti la lotta al comunismo, il cui spettro è incredibilmente apparso lì, a 150 chilometri dal cortile di casa. Il piano "Pbsuccess" gli va bene, ma quando l'invasione avviene e finisce così miserabilmente, il presidente è furioso con la Cia «non per aver pianificato l'invasione, ma per essere andata al di là dei suoi limiti». In sostanza JFK si accorge di essere stato "giocato" dagli uomini di Dulles, e accusa l'Agenzia di «essere andata ben al di là del piano approvato dallo stesso Eisenhower e di averlo messo con le spalle al muro propinandogli informazioni inesatte». Con il crollo alla Baia dei Porci, comincia così anche il declino del nefasto Foster Dulles e molte teste cadono alla Cia.

    Dirà anni dopo Fidel Castro con un giudizio straordinariamente equilibrato: «Kennedy non impedì l'invasione perché non possedeva ancora l'autorità sufficiente a farlo..., ma evitò un errore ancora più grave, e cioè quello di autorizzare l'attacco militare».

    Non era un angelo, Kennedy. Anzi. Il 17 aprile di quel 1961, dunque, l‘invasione inizia e fallisce, il 24 lui riconosce la propria responsabilità, il 25 ordina l'aggressione più grave di tutte, quella che ancora continua: l' embargo totale. «Il Congresso approvò una misura che privava degli aiuti tutti i paesi che avessero assistito Cuba. In questo modo il governo statunitense cominciava a coinvolgere le nazioni del mondo nella sua guerra contro Cuba. Senza incontrare resistenze».

    Non è un angelo il seducente presidente di cui si innamora, tra moltissime altre, Marilyn Monroe. Ha solo cambiato tattica, meglio puntare sulla "guerra ideologica" e la "risposta flessibile". Foster Dulles è caduto, a capo della Cia c'è ora John McCoen, un imprenditore nel campo delle costruzioni navali, un repubblicano dalle solide credenziali anticomuniste, già collaboratore di Eisenhower. La "risposta flessibile" al pericolo castrista deve differenziarsi dalla passata "rappresaglia massiccia", dice. Peccato però, - scrive sempre Mario Del Pero, che «ciò risultava paradossalmente contraddittorio rispetto alla posizione assunta dall'amministrazione Kennedy verso le "covert operations"». Infatti «a dispetto della vicenda della Baia dei Porci, le operazioni clandestine continuavano a occupare un ruolo centrale nella politica estera americana». In sostanza, sotto l'illuminato Kennedy (con il fratello Robert che ora è a capo del Comitato speciale all'interno della Cia) le operazioni sporche clandestine non finirono, anzi si intensificarono. E' sempre Del Pero: «L'impegno per rovesciare Castro, ad esempio, non cessò con la Baia dei Porci. Nel novembre del 1961 venne adottato un programma di misure contro il leader cubano cui fu dato il nome di Operazione Mangusta».

    Mica fu l'unica. Ce ne furono molte altre, l'operazione Patty, e la Liborio, e la Peter Pan, tanto per citare. E innumerevoli furono i tentativi di assassinare Castro.

    Ma l'escalation più pericolosa dell'affare Cuba è che, sotto Kennedy, grazie alla spinta della dottrina Taylor (il generale Maxwell Taylor da lui messo a capo della commissione creata per indagare sulle cause della disfatta alla Baia dei Porci), l'insolente Isla Grande non è più vista come problema a se stante. No, sotto Kennedy, Cuba prende la china esplosiva di un pericolo che va contrastato non più isolatamente, ma come punto caldo e strategico nel contesto della Guerra Fredda. Nella guerra statunitense «contro il comunismo internazionale», contro l'Unione Sovietica.

    E' la strada della "crisi dei missili", quell'ottobre 1962 che porta il mondo sulla soglia della guerra nucleare. La crisi che poi si risolse come si risolse, come una partita esclusiva giocata dalle due Superpotenze (anche alle spalle di Castro che se la prese moltissimo con Kruscev).

    E' noto, anche dopo la paurosa parata delle testate nucleari, Cia e company continuano nel loro lavoro sporco, coi soliti tentativi di assassinare Castro e non solo quelli. Tuttavvia Kennedy, secondo la leadership cubana, «nel 1963 seguiva una linea politica diversa da quella dei gruppi di potere dominanti nei confronti di Cuba e dell'Urss». Così in quell'anno sono sempre più frequenti i colloqui tra l'ambasciatore Usa e il capo della delegazione cubana all'Onu: il fine è quello di «avviare una normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi». 22 novembre 1963. Fidel incontra sulla spiaggia di Varadero il giornalista francese Jean Daniel, latore di un messaggio di avvicinamento da parte del presidente americano. E Castro, secondo il racconto del giornalista, si dichiara disposto ad aprire un confronto per tornare alla normalità, in un clima di pace e di reciproco rispetto...

    «Prima che la conversazione con il giornalista avesse termine, arrivò la notizia che Kennedy era stato assassinato a Dallas».

    Maria R. Calderoni

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    Predefinito

    ... faccio notare agli amici che c'e' un po' di confusione circa la data esatta dell'assassinio di JFK ... interrogando i vari motori di ricerca ... ho trovato innumerevoli siti dove si parla del 23 novembre ... ed altri innumerevoli siti dove si parla del 22 novembre ... l'Enciclopedia De Agostini colloca l'episodio al 22 novembre 1963 ... cito la cosa solo per far notare ... quanto difficili siano le ricostruzioni storiche ... basti pensare che che anche su un semplice numero ... una data ... possono nascere dubbi e certezze diverse ...

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    Predefinito EGG HEADS

    LE TESTE D'UOVO ALLA SCHLESINGER MITIZZANO SEMPRE I LORO EROI, LO SPIRITO DI FRONTIERA AMERICANO E' PRESENTE NEI CAMPUS DA SEMPRE.
    L'appropriazione delle commemorazioni di questi giorni sono insipide, compresa quella dell'ex consigliere SChelsinger, il quale superottantenne ricorda con una nostalgia codina quegli anni brillanti della sua gioventù.
    In questi giorni di nostre commemorazioni riflettevo e pensavo che l'impegno di Ugo La Malfa fu proprio di quegli anni.
    Se c'è un movimento che si deve appropriare del programma di Kennedy è proprio il PRI.
    Il liberal Kennedy non aveva solo programmi di imperialismo CHE GLI DERIVAVANO DALLA SUA CARICA DI PRESIDENTE DELL'IMPERO CHE SI OPPONEVA AD UN ALTRO IMPERO, ma aveva programmi come quello della integrazione dei neri, è sotto la sua amministrazione che gli attori neri di Hollywood conquistarono la loro presenza nei cast per almeno il 10%, passato poi al quindici, oggi abbiamo attori neri di gran vaglia, per non parlare di tutte le battaglie in Alabama con interventi della guardia nazionale per far
    applicare le leggi di uguaglianza nelle scuole.
    E' sua la proposta poi diventata legge dell'aumento degli investimenti nella scuola, con la conseguenza che si rivelò un investimento in intelligenza che produsse poi dei frutti incalcolabili.
    Nella politica estera mi sembra che inventò, non ne sono sicuro, qualcuno mi aiuti, squadre di giovani da mandare nei paesi più poveri dell'Africa, per insegnare praticamente tutto a quelle popolazioni che si erano afrrancate da poco dal colonialismo, con lo scopo neanche recondito di sostituirsi in maniera più democratica alle vecchie amministrazioni europee.
    Per il sudamerica propugnò un programma chiamato "alleanca para el progreso" in cui massicci aiuti nordamericani dovevano arrivare al sud America, questo per impedire anche il nascere di movimenti antiaemricani come quello di Fidel castro e così via.
    Molto del suo programma fu poi fermato quel giorno di sole a Dallas, ma lo spirito riformatore continua ancora.
    Così Ugo La Malfa in quegli anni propugnò alcune proposte economiche per l'Italia che sono valide ancora oggi, vista l'insipienza dei governi.
    Potremo noi oggi ritrovare lo spirito degli anni sessanta?
    Che non sono solo canzonette, anche se ci furono i Beatles e Battisti, riformatori a loro modo nel mondo della musica leggera.
    Una nuova stagione si apre oggi per noi, anche se i prodromi sono tremendi, ma la politica estera non ci deve sopraffare da quelli che sono i problemi interni ed europei.
    Ciao a tutti.

  9. #9
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    Predefinito tratto da IL GIORNALE DI BRESCIA 22 novembre 2003

    JFK, PIÙ DI UN PRESIDENTE

    Il sogno di un’epoca

    Giuliano Polidori

    Dallo sbarco disastroso nella baia dei Porci all’incerto inizio dell’avventura vietnamita, agli smacchi subìti con i successi spaziali russi e con la costruzione del Muro di Berlino. Ancora, il fiasco dell’Alleanza per il Progresso, sorta di Piano Marshall per il Terzo Mondo, un progetto su cui Kennedy aveva puntato molto e che naufragò a causa dell’ostilità del Congresso. Il «mito Kennedy» - secondo una consistente corrente storiografica contemporanea che lo giudica come «il più sopravvalutato» dei presidenti americani - sarebbe stato costruito a posteriori, sull’onda dell’emozione per l’omicidio avvenuto a Dallas il 22 novembre di quarant’anni fa. Ma JFK fu qualcosa di più di un mito. Fu un uomo che intuì prima e meglio degli altri che il mondo stava cambiando velocemente; e che, bello e affascinante com’era, divenne subito un’icona vivente. Enzo Bettiza, che lo seguì nello storico incontro del 3 giugno 1961 con Kruscev al vertice di Vienna, ricorda che atterrò con la bella Jacqueline, «scendendo veloce e dinoccolato come una star hollywoodiana... Era l’esatto contrario di Kruscev nella prestanza del fisico, nell’eleganza dell’abito, nella misura del gesto, nel lampo del sorriso definito malignamente da Edward Crankshaw the tooth-paste advertisement smile (sorriso da pubblicità di dentifricio)». Insomma, fu il primo presidente veramente mediatico, e questo gli permise di vincere di misura le elezioni del novembre 1960, quando i repubblicani gli avevano contrapposto il vice di Eisenhower, Richard Nixon. La situazione era tesa: i sovietici avevano lanciato da poco gli Sputnik e gli Stati Uniti non si erano ancora dimostrati all’altezza della gara spaziale inaugurata da un trionfale Kruscev. In un simile panorama, a qualcuno era sembrata azzardata la scelta dei democratici di puntare su Kennedy, che per il suo cattolicesimo avrebbe potuto non essere votato da una parte dello stesso elettorato democratico. Ma quella fu la prima campagna dominata per intero dalla tv, un mezzo che Kennedy rivelò di saper padroneggiare con abilità, sbaragliando l’impacciato Nixon. Durante la campagna ripeteva che avrebbe vinto perché «Nixon ha il problema di sapere chi è. Io invece so chi sono». Eppure Kennedy, così in sintonia con la nuova scala di valori che avrebbe segnato gli anni Sessanta, non era affatto inconsapevole delle necessità imposte dalla guerra fredda, con le sue appendici di pragmatica, dura realpolitik. Perciò se da una parte annunciava (luglio 1960) la prospettiva della Nuova Frontiera, densa di minacce ma soprattutto di promesse, dall’altra, durante il discorso di insediamento (gennaio 1961), affermava che per assicurare il trionfo della libertà gli americani erano pronti a pagare qualsiasi prezzo. È per questo che, pur avendone fiutato i rischi, s’imbarcò nella disastrosa avventura della Baia dei Porci, ereditata dalla precedente Amministrazione («Non rimprovero a Kennedy la Baia dei Porci - disse trent’anni dopo Fidel Castro -. E bisogna riconoscergli la calma che seppe mostrare»). Non esitò nemmeno ad accrescere il corpo dei cosiddetti «consiglieri militari» di stanza a Saigon, trasformandoli nel 1962 in un comando militare effettivo, né a far uccidere Ngo Dinh Diem, il satrapo corrotto alla guida del Vietnam del Sud, che all’inizio l’America aveva protetto in funzione anticomunista. Nella stessa scia si pone quella dimostrazione di forza che fu il vittorioso blocco navale contro l’installazione dei missili sovietici a Cuba, a due passi dalle coste americane. Contemporaneamente, però, per rispondere all’attivismo di Kruscev nel Terzo Mondo, rivide profondamente la dottrina repubblicana, fatta in sostanza di aiuti ed armi ai regimi di provata fede anticomunista, rispolverando Roosevelt e il Piano Marshall, superando le logiche strettamente militariste. Era il coraggioso «progetto dell’Alleanza per il Progresso», che la propaganda cubana del tempo definì «un piano per costruire latrine», ma che Castro oggi ha rivalutato. Il progetto era lungimirante: da una parte si poteva fermare il contagio comunista, dall’altra rafforzare le deboli democrazie del Terzo Mondo subordinando gli aiuti a serie riforme agrarie e istituzionali. Anche la «guerra alla povertà» interna non fu presa meno sul serio: memore della lezione rooseveltiana, Kennedy varò vasti piani di assistenza sociale, aprendo alle rivendicazioni dei neri, che il 23 agosto 1963 avevano marciato a Washington con alla testa Martin Luther King. Kennedy, purtroppo, morì prima che la legge sui diritti civili potesse essere approvata. Sul complotto che portò al suo assassinio si è scritto di tutto. I colpevoli sono stati cercati tra gli esuli cubani (Kennedy avrebbe negato loro un secondo tentativo di sbarco), tra i razzisti del Sud, nelle mafie del Nord. Adesso si aggiungono due studi scientifici appena pubblicati negli Stati Uniti, fondati sull’esame al dettaglio dei 26 secondi del celebre filmato di Dallas, che rivelano definitivamente che quei fotogrammi furono manipolati; per cui la tesi che Lee Harvey Oswald fosse un solitario killer viene ulteriormente smontata. Quello che è certo è che la sua morte tragica ha differito, e forse ha impedito per sempre, un giudizio storico definitivo: se non fosse stato ucciso così, ha detto di recente l’economista John Kenneth Galbraith, «sarebbe stato costretto a prendere posizione sugli episodi controversi accaduti durante la sua presidenza... Meglio per lui che questi episodi siano rimasti agli storici».

  10. #10
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    Predefinito tratto da IL GAZZETTINO 22 novembre 2003

    Fu vera gloria? ...

    di ROBERTO ZUCCHI

    Fu vera gloria? Due generazioni dopo, il giudizio su John Fitzgerald Kennedy deve accantonare la leggenda e misurarsi con la Storia. Anche se è difficile, perché bisogna separare i due elementi che danno vita ai miti - carisma personale e morte violenta - da ciò che effettivamente il 35. Presidente degli Stati Uniti d'America ebbe la possibilità di realizzare nei mille giorni che i suoi assassini gli concessero.

    Negli ultimi anni è caduto il top secret su migliaia di documenti e gli studiosi hanno potuto comprendere cosa Kennedy si accingeva a fare e se la sua sia stata davvero una "rivoluzione interrotta". Sono così state ridimensionate le ricostruzioni che a lungo hanno fatto testo, quelle di Arthur M. Schesinger e Theodore C. Sorensen, ritenute troppo di parte perché il primo, eminente storico, era consigliere ed amico del presidente, mentre il secondo era addirittura il suo "speech writer", l'autore dei suoi discorsi. Un sondaggio tra gli esperti statunitensi è arrivato a definirlo "la figura più sopravvalutata della storia americana".

    L'ELEZIONE Con soli 111mila voti di scarto, nel novembre 1960 diventa il più giovane presidente degli Stati Uniti dopo aver battuto nella corsa alla nomination democratica Hubert Humprhey e Lyndon Johnson ed in quella alla Casa Bianca Richard Nixon, vicepresidente repubblicano del vecchio Dwight Einsehower. Vince per la sua immagine moderna e prestante, tacendo peraltro di aver ricevuto l'estrema unzione già tre volte per gravi mali fisici. Vince perché abbina questo look con un progetto dal visionario titolo di Nuova Frontiera, che restituisce agli americani la motivazione di una meta. Visto ai giorni nostri, non appare molto di sinistra: anticomunismo, "America first" e più giustizia sociale interna. Ma erano altri tempi. Il pianeta è spaccato a metà: impero americano e impero sovietico. E il primo si sente sempre più accerchiato, fermenti comunisti avanzano dalla Cina all'Africa. Kennedy accusa Eisenhower di debolezza e di essersi fatto superare dai russi nella corsa agli armamenti. Nel 1957, il lancio dello Sputnik, primo satellite nello spazio, per le sue possibili conseguenze militari viene considerato un'umiliante prova del "gap missilistico" americano. Vince anche perché sceglie come vice il texano Johnson, che gli porta i voti dei democratici conservatori (e in parte segregazionisti) del Sud, i cosiddetti "Dixiecrats".

    LA POLITICA ESTERA Nel gennaio 1961, appena insediato, mostra subito i muscoli a Cuba, rompendo le relazioni con Castro, ma dopo tre mesi incassa il disastro del fallito sbarco nella Baia dei Porci, dando via libera alla Cia senza informarsi adeguatamente e negando poi ogni responsabilità. Altri due mesi e a Vienna sbatte la porta in faccia al leader sovietico Nikita Krusciov il quale pretende che gli americani lascino Berlino. Quindi, in uno solenne discorso alla nazione, proclama la necessità della supremazia negli armamenti convenzionali e atomici degli Usa. E, tra l'altro, dà il via alla costruzione dei missili a testata multipla e di una quarantina di sottomarini nucleari. Come risposta, l'Urss alza il muro di Berlino. Lui ribatte promettendo che "gli americani resteranno in Germania (e quindi in Europa) a tempo indeterminato". Una decisione presa senza nemmeno interpellare gli alleati europei.

    Se il primo braccio di ferro con Krusciov finisce tutto sommato in parità, il secondo, nell'autunno del 1962, lo vince, costringendolo - sotto la minaccia di usare l'arma atomica - a far retromarcia nella grave crisi dei missili di Cuba. Tuttavia i vari progetti della Cia di assassinare Castro o la fallita "operazione Mangusta" per destituirlo sono brutte figure della sua Amministrazione.

    Pesa poi la grande responsabilità del Vietnam. Fin dal 1961 Kennedy autorizza l'invio di un numero crescente di "consiglieri" per contenere l'espansione comunista nel Sudest asiatico. Non solo: Noam Chomsky ed altri hanno dimostrato che Kennedy non aveva alcuna intenzione di abbandonare la giungla in cui si stava impantanando ma prevedeva quell'escalation militare poi messa in atto da Johnson. (Cosa che farebbe cadere uno dei moventi della tesi complottista sul suo omicidio).

    LA POLITICA INTERNA Pur aprendo diversi fronti, Kennedy non fa in tempo ad ottenere grandi risultati. In economia dà battaglia alla lobby dell'acciaio che vuole imporre i suoi prezzi. Tramite il fratello Bob, ministro "giustizialista" della Giustizia, combatte ambigue battaglie contro la mafia e l'Fbi dell'onnipotente Edgar J. Hoover. In quanto ai diritti civili, solo nell'estate del 1963, dopo la durissima repressione poliziesca contro i neri dell'Alabama, dichiara una priorità la fine della segregazione razziale. A decretarla veramente è stato anche in questo caso Johnson che, grazie ad una maggioranza al Congresso che Kennedy non deteneva, ha anche realizzato quelle riforme sociali e del welfare che il profeta della Nuova Frontiera aveva teorizzato.

 

 
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