Da diversi anni siamo ormai abituati ad assistere, inermi, agli avvenimenti di cronaca riguardante la mala sanità nel Sud. Tali episodi si svolgono all’interno di un raffazzonato teatrino dove la compagnia fornisce più o meno sempre i soliti attori: il paziente, i familiari e i medici negligenti (o così si dice). Grandi "Guest Stars" di questo teatrino sono sempre:la Magistratura italiana e gran parte della Stampa nazionale che non fanno che attaccare, aprioristicamente,le competenze tecniche assistenziali dello staff medico di turno nell'incriminata struttura sanitaria meridionale luogo virtuale della "Commedia". Il finale è sempre il solito, ovvero che a farne le spese, dopo un turbinio di esilaranti palli e rimpalli di
responsabilità, sono sempre, in primo luogo il paziente e poi i suoi familiari, i quali ultimi si vedono negare anche il più misero risarcimento per il danno subito che spesso è rappresentato dalla morte del congiunto. In versioni più moderne la compagnia teatrale “Italia” fornisce un finale ricco di avvincenti novità, quali l'individuazione di un capo espiatorio, che è quasi sempre l’ultimo medico tirocinante dell’azienda sanitaria incriminata. Tutto questo mentre "i furbetti del quartierino" festeggiano la scampata ed infausta sentenza.
L’imbarazzante dilemma che pesa sulla morale della commedia all’italiana vista nel suo insieme è: perché in determinati luoghi accadono queste spiacevoli inconvenienti mentre in altri no? Ci troviamo di fronte ad un problema di qualità dell’assistenza medico sanitaria oppure ad una saturazione delle misere risorse disponibili sul territorio meridionale? In altri termini dobbiamo capire se la mala sanità del sud è un problema di qualità o di quantità. Proviamo ad analizzare alcuni dati estensivi di particolare significato.
In primo luogo osserviamo la distribuzione dei posti letto nel sud Italia, i quali, nel linguaggio di un’azienda sanitaria sono indicati con il termine “risorse” e studiamone la loro distribuzione sul territorio italiano. Le aziende ospedaliere del sud dispongono di 57.152 unità letto a confronto dei ben 97.505 posti letto presenti al nord. Per rendere più leggibili tali “numeri” andiamo a rapportarli in base alla popolazione residente sul territorio. Si evince che nel sud vi è un posto letto per 330 abitanti, mentre al nord una unità è disponibile per 287 abitanti. Ingrandendo alcuni casi specifici vediamo che nella regione Veneto vi è un posto letto per 253 abitanti, in Basilicata per 323 abitanti, in Sicilia per 349 abitanti ed in Campania un posto letto per 506 abitanti. Di fronte a questa "radiografia" anche la più scettica delle persone più vedere con chiarezza che vi è una distribuzione delle risorse in maniera disomogenea, ovvero gli investimenti negli anni passati non sono stati oculati, incentivando in maniera sproporzionata una parte d’Italia impoverendone l’altra.
Ancora più sconcertante è la situazione di quei presidi che attraverso le loro attività dovrebbero smaltire il carico di lavoro alle aziende sanitarie, con specifico riferimento ai centri di assistenza domiciliare interdisciplinare (A.D.I.), ed a quel filtro che è il centro unico di prenotazione (C.U.P.). Osservando la distribuzione degli A.D.I. sul territorio nazionale vediamo che nella sola regione Piemonte sono presenti ben 22 centri di assistenza domiciliare con un bacino d’utenza di circa 191.591 abitanti, Al sud le cose sono un tantino diverse. Nelle puglie sono presenti 11 A.D.I. che mediamente fanno capo a 365.545 abitanti, in Campania 12 con un bacino di utenza medio di 475.127 persone ed infine nella splendida Sicilia solo 9 A.D.I., in cui ognuno mediamente deve rispondere per 551.889 cittadini che pagano le tasse in egual misura come i fratelli piemontesi. Ancora più sconcertante è la situazione dei centri unici di prenotazione i quali sono un filtro essenziale ai fini dello smaltimento del lavoro assistenziale. In tutto il nord sono presenti ben 79 C.U.P. con un bacino d’utenza medio di 354.582 utenti. Drammatica invece è la situazione al sud, dove troviamo realtà come la Calabria e la Campania dove ogni centro dispone mediamente di un bacino di circa 500.000 residenti, ma il picco più critico lo si trova in Sicilia dove abbiamo solo 5 C.U.P. per 4.970.000 siciliani!?
Chi ha desiderio d'intendere, intenda!