La camorra cambia nome
Ora comanda «O'Sistema» Il caso Napoli. I numeri e le caratteristiche del meccanismo della criminalità organizzata che ha fatto 3mila morti in 25 anni


NAPOLI - Vicini al cuore della camorra. Per scoprire che ormai quel nome è vecchio e che oggi a Napoli comanda e funziona «O' Sistema». Quel sistema per cui i morti ammazzati in strada sono la quotidiana normalità: 3000 negli ultimi venticinque anni, uno ogni due giorni e mezzo. Una cifra che non ha eguali in nessun'altra città d'Europa. Almeno 100 «sparati» ogni anno dal dopoguerra ad oggi. Addirittura 139 nel 2004, quando è partita la faida di Secondigliano.

Succede così che due giornalisti e registi indipendenti - Matteo Scanni e Ruben H.Oliva - provino ad entrare più o meno di nascosto nel quotidiano di Napoli: in mezzo ai morti, agli spacciatori di Secondigliano o nella villa holliwoodiana di Walterino a Casal di Principe. Per documentare cos'è e cosa fa la camorra. Qual è la mappa aggiornata delle famiglie, come funziona «O'Sistema», come si regola, come si alimenta, come evolve e si aggiorna, come riesce a stravolgere e condizionare la vita di una città, di una provincia, di un intero Paese.
Nasce un documentario - nelle librerie in questi giorni 'O Sistema.

Un'indagine senza censure sulla camorra, dvd+libro, Rizzoli, premio Ilaria Alpi 2006, già clonato dalla camorra e in vendita in copie pirata anche sulle bancarelle di Napoli - che «descrive la vita di un territorio in bilico fra normalità apparente e follia criminale. Che mostra l'agguato al boss che si è dissociato, il pianto dei suoi familiari, gli occhi che scrutano da dietro una finestra, il palo in sella al motorino che fa la guardia al quartiere. Racconta la faida di Secondigliano, la droga di Scampia, la prostituzione di Castelvolturno, le ville della camorra a Casal di Principe, il feudo del clan dei casalesi, boss decaduti e capiclan forti come feudatari. E cerca una spiegazione tra la gente».

Una spiegazione che non c'è. O meglio una spiegazione che c'è ed anche molto semplice: soldi e potere. Lo racconta «'O Sistema» attraverso numeri, dati, cifre, testimonianze, immagini di sangue e di morti, interviste a magistrati, politici, religiosi e giornalisti impegnati nella lotta ai clan. Il documentario ricostruisce la struttura militare ed economica delle famiglie campane e il giro di affari di due miliardi di euro, 4 mila miliardi di vecchie lire che frutta il business degli appalti, della droga, dello sfruttamento della prostituzione, del racket, degli agguati, delle estorsioni, degli esercizi in mano alla criminalità organizzata, della contraffazione dei marchi e del commercio di armi. Senza dimenticare il traffico dei rifiuti, un mercato che da solo vale 2.6 miliardi di euro all'anno.

Un «Sistema» che mina alla base i pilastri della cosiddettà società civile con i ragazzi dei quartieri popolari di Napoli che preferiscono lavorare per la camorra piuttosto che per uno stipendio onesto. Un sistema «che individua i giovani e se li coltiva, li stipendia e si prende cura di loro quando finiscono in carcere, che li immette in una organizzazione di vita alternativa, che si prende cura di loro quando finiscono in prigione». Un «Sistema» reso attraverso una galleria di volti, di immagini, suoni e rumori che entrano nella testa durante l'ora e dieci del documentario. Come il corteo funebre di un giovane camorrista con la bara portata a spalla dai compagni mentre altri in sella alle moto potenti sgassano e suonano i clacson a tutto volume. Come l'urlo della sorella del boss pentito e «sparato» in strada che corre verso il corpo senza vita del fratello. Come la storia del clan Giuliano e le origini del Sistema. Come la lunga epica del clan dei Casalesi, dalle origini di Bardellino al bunker di Sandokan, al secolo Francesco Schiavone, fino ai nuovi reggenti. Come il lungo elenco dei comuni commissariati in Campania. Come le immagini dei controlli notturni dentro le vele degradate di Scampia a Secondigliano, l'edificio simbolo della camorra e dello spaccio di droga: alle soglie del 2000 ci sono qui 20 piazze di spaccio attive, ognuna che produce un guadagno annuo di 52 milioni di euro. Come le testimonianze della faida che proprio a Scampia si è scatenata nel 2004 tra il boss del narcotraffico Paolo Di Lauro e gli scissionisti. «Dopo quella faida, a Napoli si è tornati all'anno zero: lo spaccio continua, come gli omicidi, la contraffazione dei marchi e la guerra tra clan», scrivono gli autori.

E ora? Si chiedono ancora Scanni e Oliva. Nel 2006 a Napoli si contano una cinquantina di clan attivi e oltre 3mila affiliati. La Campania ha 5,9 milioni di abitanti e conta tra le 100 e le 120 famiglie camorristiche, 10.000 affiliati ai clan e 50.000 persone che hanno «cointeressenza» con la camorra. Nonostante i colpi inferti dalle forze dell'ordine con gli arresti che alla fine degli anni '90 hanno portato in carcere elementi di spicco dell'Alleanza di Secondigliano e gli attacchi ai gruppi Misso e Mazzarella, i due clan continuano ad essere i gruppi dominanti della città. Suddivisa in tante aree controllate da altrettante famiglie con alleanze mutevoli, che possono cambiare nell'arco di una notte. Il sostituto procuratore della Dda Giuseppe Narducci riassume in sintesi: «A Napoli comandano le stesse persone che comandavano venti anni fa...si è verificato solo un ricambio generazionale». «Le famiglie della Camorra - scrivono Scanni e Oliva - perpetuano la specie: probabile che tra dieci anni i nomi saranno ancora quelli». «La camorra è anzitutto un problema della politica» dice laconico uno dei protagonisti del documentario.

Il documentario sfuma tra le aule dell'Istituto Galileo Ferraris di Scampia: forse l'unica presenza dello Stato in un quartiere di 80mila abitanti dove non c'è una biblioteca, non ci sono centri per ragazzi e i luoghi per fare attività sportiva sono pochissimi. Una folla di bambini delle scuole elementari che scende per le strade. Fiori in mano e un grido solo: «Pace».

Iacopo Gori
Tratto dall'edizione on-line del Corriere della sera
08 novembre 2006


Ha ragione bresidente nappuledano, per sfuggire a cotanto fetore è meglio "preoccuparsi" dei conati secessionisti
salucc