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    Super Troll
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    Predefinito Analisi storiografica del PCI

    È appena arrivato nelle librerie l’ultimo saggio di Salvatore Sechi, lo storico che, dopo esserne stato un militante, da anni studia il Partito comunista. S’intitola Compagno cittadino. Il Pci tra via parlamentare e lotta armata (Rubbettino) e ha come asse centrale il ruolo della potente organizzazione paramilitare clandestina comunista. Sechi, che insegna Storia contemporanea all’Università di Ferrara, ritiene che l’immagine del Pci, malgrado la sua crescente, quasi ossessiva parlamentarizzazione, resti a lungo quella di un partito profondamente rivoluzionario. «Guardi, è l’intelligence italiana e anglo-americana a documentare questa realtà. Non si tratta di una sindrome maniacale, tipica della Guerra fredda, ma di un impressionante cahier di fatti, bilanci e analisi».

    Sechi, che conosco bene per aver lavorato con lui alla Commissione parlamentare di inchiesta sul dossier Mitrokhin, ha avuto il grande (forse unico fra i suoi colleghi) privilegio di aver potuto e saputo esaminare gli archivi più sensibili sia italiani che esteri. Il suo saggio è frutto di un lavoro che, senza enfasi, può essere definito al contempo straordinario e coraggioso. Ci vuole, infatti, un gran coraggio per affrontare il delicatissimo tema della storia del partito (il Pci) che più di ogni altro ha cercato di limitare, controllare e monopolizzare la ricerca storiografica. Il Pci e i suoi intellettuali hanno sempre cercato di dettare una sorta di mostruosa egemonia del pensiero, sentendosi da sempre gli unici detentori e custodi della verità.

    Il saggio di Sechi è, se vogliamo, molto di più di uno studio, di un’approfondita e dettagliata ricerca, e questo perché l’autore si avvale della propria esperienza diretta di ex intellettuale militante il quale, per anni, ha condiviso istanze, finalità e progetti di un apparato di partito così influente e che ben conosce le interna corporis del partito di Gramsci e Togliatti, di Secchia e Berlinguer. Compagno cittadino è, insieme, un saggio di storia e la testimonianza di una grande disillusione personale e politica.

    Professor Sechi, perché viene negato e suscita ancora scalpore, fra gli stessi comunisti, questo lato oscuro del vecchio Pci come fa, ad esempio, Emanuele Macaluso il quale dirige una rivista riformista come Le ragioni del socialismo?
    Credo dipenda da un’illusione, una grande, tenacissima illusione che fu per molto tempo quella di Enrico Berlinguer, cioè l’idea che il comunismo fosse riformabile. L’anomalia italiana rispetto agli altri partiti comunisti si alimenta di questa speranza. Ma Palmiro Togliatti non ne era convinto ed espresse questo dubbio nei commenti al Rapporto Krusciov, nella crisi del 1956. Un partito nato per la guerra civile non poteva trasformarsi in un partito per il governo dello Stato in un periodo di pace. È anche la storia del Pci dopo la guerra . Anche in Italia nel 1943-1945 ebbe luogo una terribile guerra civile, che fu anche una guerra di classe. I partigiani comunisti si nutrirono della concezione staliniana secondo cui per distruggere il fascismo fosse necessario sradicarne le basi sociali, che venivano viste affondare nel capitalismo. Per questa subcultura profonda le armi dei partigiani spararono, dopo il 25 aprile 1945, contro famiglie o esponenti della proprietà terriera, del mondo industriale, ecc… Dunque, non solo perché erano stati fascisti.

    Ma l’obiettivo cambiò quando mutarono i rapporti di forza tra Urss e Stati Uniti?

    Tenga presente che solo nel 1956 il Pci afferma, nello Statuto, il principio della via parlamentare al socialismo. Era nato, e continuerà ad essere impegnato, nella battaglia per la rivoluzione in Occidente. In questa prospettiva, ha usato tanto il Parlamento quanto le piazze, i luoghi di lavoro e i nascondigli dove, dopo la guerra di liberazione, ha custodito a lungo depositi di armi. Ad essi fecero ricorso, non solo per olearle, anche molti dei giovani delle generazione successive fino a quelle degli anni Sessanta e Settanta. Dopo la guerra di liberazione si riconosceranno nel gruppo e nell’antagonismo armato (ammesso, ma non legittimato formalmente dal gruppo dirigente comunista) della Volante rossa, che a Milano e nel Nord fece del brigantaggio politico spacciato per antifascismo. In seguito, passeranno alle stesse Brigate rosse.

    Perché un nuovo libro su un partito (il Pci) che la vecchia storiografia comunista ha smesso di studiare?

    Per la verità, la Fondazione Gamsci non ha mai smesso di studiare, a volte anche in maniera iconoclastica (come nel caso di Berlinguer), dirigenti e aspetti della storia del Pci. È, però, vero che su Gramsci e Togliatti sembra prevalere l’aroma della continuità. Ma sono, semmai, gli storici non comunisti, penso ai vecchi “compagni di strada” (fino ai cosiddetti “indipendenti di sinistra”), ad aver abbandonato questo argomento di studi, una volta privilegiato.

    Come mai?

    Non dimentichi che gli intellettuali sono spesso molto conformisti. E’ gente che ama i riti e i servizi di curia, fare abluzioni e solide riverenze ai politici in ascesa. E sanno anche calcolare la convenienza, cioè i ritorni (di immagine, di finanziamenti, di “economie di atmosfera” come dicono gli inglesi ecc.) delle loro ricerche. È chiarissimo che del Pci a Piero Fassino o a Romano Prodi importa ormai molto poco. L’enorme potere che il Pci aveva costruito nelle case editrici, nelle redazioni della stampa periodica, nella formazione degli insegnanti di ogni ordine e grado si è molto affievolito. Insomma, non c’è trippa per il ceto dei colti pronti a servire il Principe…

    In Compagno cittadino lei sostiene una tesi diciamo inedita, controcorrente, se non addirittura ardita: che il Pci, anche nel tardo dopoguerra, quando cioè ha cominciato a socialdemocratizzarsi, è rimasto di fatto un partito profondamente rivoluzionario.

    Ho preso per esempio la vicenda dell’Emilia Romagna e in generale delle “terre rosse”, cioè Toscana, Umbria e Marche. I comunisti emiliani sono stati una straordinaria forza di gestione riformista nelle amministrazioni locali, anche grazie alla precedente esperienza di governo dei socialisti. Prampolini, Massarenti ecc. furono animati da una concezione soteriologia, evangelica del socialismo. I comunisti creano “il socialismo in un solo comune o regione”, quella che Togliatti aveva schermito, in Toscana, chiamandola “la via di Poggibonsi al socialismo”. Si tratta di un modello statalistico, partito-centrico, che produce sviluppo e occupazione nel contesto di una grande processo di trasformazione industriale e di immissione delle donne nei processi produttivi.

    Lei introduce un altro elemento, che susciterà grande scandalo.

    È vero. La socialdemocratizzazione dei comunisti italiani sul terreno delle pratiche di governo convive con una riserva di fondo sul regime parlamentare, sulla democrazia parlamentare. Sono impressionanti i documenti, di origine diversa, sulla esistenza di una struttura para-militare clandestina che il Pci tiene in vita a lungo. Penso a una città come Genova. Di certo, bisogna verificare questi documenti del ministero dell’Interno con quelli di fonti diverse come quelli del ministero della Difesa, del servizio segreto militare, e così via. Purtroppo, come consulente della Commissione parlamentare sul dossier Mitrokhin, a causa di una scellerata combinazione degli astri tra il presidente e la burocrazia senatoriale, non mi è stato consentito di fare questo lavoro che fa parte dell’abc di ogni ricerca che voglia avere una base scientifica e non essere un’impostura.

    Ma, stando alle versioni più accreditate, la militarizzazione del Pci non andò oltre il centrismo, cioè la fine dei governi presieduti da Alcide De Gasperi.

    Ho l’impressione che le cose non stiano così. La militarizzazione del Pci si prolunga, in maniera attiva o inerziale, almeno sino alla fine degli anni Sessanta. Se il ministro dell’Interno Giuliano Amato e quello della Difesa Arturo Parisi fossero meno interessati a conservare il passato, lasciare circolare, come unica fonte storiografica, le memorie e gli stessi falsi elaborati dai comunisti e più preoccupati di bandire le streghe, aprendo gli archivi, tanti misteri ed ossessioni sull’apparato militare del Pci (la cosiddetta Gladio Rossa) avrebbero una rapida soluzione. Non ha più senso identificare la storia dei comunisti nella lotta per il pane e l’occupazione. Dove sono più forti, proprio lì, come in Emilia Romagna, si reclutano più uomini per costituire bande armate in Cecoslovacchia. E fino agli anni Ottanta, mi pare, la direzione del Pci chiede a Mosca centinaia di passaporti falsi, parrucche, elementi di mimetizzazione, ecc.

    Perché lei stenta a chiamare un grande processo di democratizzazione quanto i comunisti hanno fatto nell’Emilia Romagna e nelle altre regioni?

    Guardi che non lo nego. Semmai sono le analisi dell’intelligence che non ne tengono sempre conto, perché si concentrano sul lato oscuro della vita e dell’organizzazione del Pci. Confesso di essere rimasto assai influenzato da un vecchio libro, pubblicato nel 1914, come Satrapia, in cui il direttore del Resto del Carlino, Mario Missiroli, descrive la forza di intimidazione, di simulazione, e la stessa violenza della leadership bracciantile con cui essa viene punita, insieme ad eventuali forme di dissenso. La Lega socialista fu il sindacato potentissimo delle grandi masse dei braccianti. Non ebbe una struttura non democratica, ma altamente autoritaria.

    L’ha definito un «incunabolo» socialista della simulazione comunista. Giusto?

    Infatti, il dato costante della cultura, della stessa antropologia dei comunisti è quello dell’omologazione, cioè di non amare il diverso, di avversare il pluralismo, a meno che non riesca a controllarlo e dirigerlo. Questa di mettere le braghe ai propri alleati e in generale alla società civile, impedendone un libero e spontaneo sviluppo, è la loro preoccupazione costante. È quanto hanno fatto nei confronti della sinistra fascista, a metà degli anni Trenta del XX secolo con l’Appello ai fratelli fascisti, della sinistra socialista, di quella democristiana, dei cosiddetti indipendenti di sinistra, ecc. Il Pci è sempre stato un partito totalizzante e totalitario, oltreché un classico “partito piglia-tutto”. Far crescere il consenso non significa aumentare la crescita democratica, il diritto cioè ad esprimere, e far contare, la propria diversità, ed anche indipendenza, dai comunisti.

    Il Pci ha sempre puntato a incorporare, integrare, dettandone le condizioni, milioni di persone nelle proprie istituzioni (penso ai sindacati, agli organismi scolastici, ai consigli di quartiere, alle organizzazioni del tempo libero e via dicendo).

    Ma questo spartito sembra una vecchia musica.

    Ha ragione. Sembra di riascoltare il Togliatti delle Lezioni sul fascismo, a metà degli anni Trenta, quando a Mosca insegnava ai suoi giovani compagni venuti dall’Italia la straordinaria capacità che aveva avuto il regime mussoliniano, al di là dell’uso della violenza preventiva e repressiva, di stabilire un contatto permanente con strati sociali e istituzioni (dalle cooperative ai sindacati, alle associazioni sportive, alle corporazioni) non fasciste, e a neutralizzarle. Se non si tiene presente il modello di organizzazione delle masse, di controllo della società civile, che ebbero il fascismo e la Chiesa (entrambi al centro delle riflessioni di Gramsci, e non solo di Togliatti), non si capisce nulla della conquista comunista del consenso. Non dimentichi che fino nel 1948 arrivò ad avere circa due milioni, due milioni e mezzo di iscritti. E durante il periodo repubblicano ebbe il più alto numero di attivisti.

    Ma come faceva a disporre di una macchina organizzativa così potente?

    Non può essere sottovalutata la combinazione straordinaria di ideologia, fede, capacità amministrativa, mobilitazione e spirito empirico nel raccogliere le domande dei cittadini, organizzare gli interessi, orientare i mass media, gli apparati burocratico amministrativi. In secondo luogo, il Pci è stato sempre una potenza finanziaria. Con i ricavati delle tessere non poteva sopravvivere. Nel mio libro spiego come oltre il 20% del bilancio del Pci fosse di origine sovietica e, in secondo luogo, come esso venisse rimpinguato delle tangenti pagate dalle imprese pubbliche e private che investivano o commerciavano con i Paesi dell’Europa orientale. Il Pci ha detenuto a lungo, attraverso la filiera delle società di intermediazione, il monopolio dell’export-import con tutti Paesi dell’Europa orientale e della Cina.

    Può citare qualche dato?

    Secondo il New York Times (inverno del 1954), i profitti originati da questo commercio tra Est e Ovest coprivano l’8-15% delle spese annuali del Pci. I fondi a carico del Pcus ammontavano a circa 60 miliardi annuali. Dunque, la mitizzazione dei fondi provenienti dal sudore operaio versato alle feste de l’Unità era in termini strettamente contabili e di bilancio una goccia d’acqua, ma in termini simbolici era moltissimo. È stato il nostro servizio segreto a documentare in maniera costante e precisa i traffici illegali del Pci.

    Professor Sechi, guardi che queste cose le scriveva una rivista neofascista come Il Borghese…

    Erano informazioni corrette, indiscutibili. Mario Tedeschi, il direttore del settimanale legato a Giorgio Almirante, riceveva informazioni di prima mano dall’allora capo dell’Ufficio degli Affari riservati del ministero dell’Interno, Federico Umberto D’Amato. Si trattava di un funzionario di alto livello, una mente raffinata, che curava, allo stesso tempo, anche buoni rapporti con alti dirigenti di Botteghe Oscure: da Armando Cossutta a Ugo Pecchioli. Purtroppo le carte di D’Amato sono scomparse, non si trovano più negli archivi del Viminale. Mi chiedo se ci sia mai stato un reale interesse a scovarle. In secondo luogo ci sono le informazioni dei nostri servizi segreti.

    Secondo lei le carte del prefetto D’Amato erano affidabili e di cosa trattavano?

    Si tratta di una documentazione preziosa, una sorta di radiografia del mondo industriale italiano e delle operazioni in Unione sovietica, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, con l’indicazione delle tangenti versate al Pci. Ne erano informati sia il ministro della Difesa Randolfo Pacciardi, sia il ministro del Commercio estero Ugo La Malfa. Quando saranno disponibili i faldoni dell’inchiesta sulla cosiddetta Gladio rossa condotta dai magistrati romani Luigi De Ficchy e Franco Ionta, credo si potrà contare su un vastissimo materiale probatorio.

    Si rende conto che sta dipingendo il Pci come il partito più corrotto, ed esoso, dell’Italia post-fascista...

    La politica ha costi enormi che è assurdo esorcizzare. Togliatti e i suoi successori sono stati molto più “famelici” del Ghino di Tacco della democrazia repubblicana, che è stato identificato - facendo carte false - nel Psi di Bettino Craxi. Nessun imprenditore, né della Confindustria né delle aziende di Stato, poté stringere alcun accordo commerciale con imprese dell’Est europeo senza versare al Pci, che deteneva il monopolio (su scala europea) dell’intermediazione, commissioni, taglie, tangenti cospicue. In secondo luogo, c’è il capitolo dell’evasione fiscale. Le carte che, attraverso il giudice Giovanni Falcone [all’epoca era al ministero di Grazia e giustizia come direttore degli Affari penali, ndr], sono state inviate da Mosca in Italia nel 1991 documentano come il Pci abbia praticato con l’Urss una politica di colossale evasione fiscale ai danni sia dello Stato sovietico sia di quello italiano.

    Si riferisce, ad esempio, alla vicenda della società Maritalia, uno dei polmoni finanziari del Pci?

    A Mosca i dirigenti italiani di questa azienda si accordarono con i ministri sovietici per far pesare i profitti, azzerandoli, sulle perdite. Per i governi di Roma e Mosca fu una secca débacle sul piano fiscale. Ma il Pci, dovendo pagare neanche un centesimo di tasse, ne trasse un vantaggio enorme.

    •   Alt 

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  2. #2
    Omia Patria si bella e perduta
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    Interssantissimo, mi cercherò sicuramente il libro!

  3. #3
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  4. #4
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    di Gian Paolo Pelizzaro

  5. #5
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    di Gian Paolo Pelizzaro
    Grazie.

  6. #6
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    molto interessante

  7. #7
    SENATORE di POL
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    Sull'apparato para-militare del Partito Comunista Italiano consiglio di

    Gianni Donno - LA GLADIO ROSSA DEL PCI (1945-1967) - Rubettino

    Donno è stato protagonista con Sechi e Zaslavsky e altri di un interessantissimo dibattito storiografico sul PCI sulle pagine della rivista "Nuova Storia Contemporanea".

    Saluti liberali

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Pieffebi Visualizza Messaggio
    Sull'apparato para-militare del Partito Comunista Italiano consiglio di

    Gianni Donno - LA GLADIO ROSSA DEL PCI (1945-1967) - Rubettino

    Donno è stato protagonista con Sechi e Zaslavsky e altri di un interessantissimo dibattito storiografico sul PCI sulle pagine della rivista "Nuova Storia Contemporanea".

    Saluti liberali
    l'apparato para-militare del Partito Comunista Italiano....serviva a reprimare il popolo italiano, insiemne a neofascisti e stato,

    non si opponeva allo stato italiano ma ne era parte integrante.
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

 

 

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