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LA VOCE REPUBBLICANA
pubblica oggi un articolo di Riccardo Bruno in memoria di JFK.
A distanza di quarant’anni da quella giornata di sole a Dallas, dove una “pallottola magica” entrò, uscì, rientrò nel cranio del Presidente, un giornale come il nostro ha il dovere di ricordare la figura politica di Jhon Fitzerald Kennedy. Per la semplice ragione che questo stesso giornale, nei primi anni sessanta fu l’unico giornale di partito italiano a sostenere pienamente il giovane presidente statunitense dai suoi primi passi e a guardare alla sua ascesa politica come ad una grande speranza per l’occidente e anche per l’intera umanità.
Rispetto allora, dopo aver sfogliato i numeri della voce di quei tragici giorni passati con il fiato sospeso, siamo rimasti fermi nella convinzione che le posizioni politiche si difendono e si detengono, quando chi le esprime è in vita. Non il contrario: e cioè che quando chi le professa in vita è un avversario e una volta morto e sepolto quell’avversario lo si celebra. Allora è giusto ricordare con commozione solenne quello che è diventato un mito usato ed abusato e magari occorrerebbe cercare per una volta di intepretarlo e comprenderlo nella sua realtà con tutti gli aspetti controversi che essa può detenere. Anche perché non si rende omaggio all’uomo politico, e si danneggia la storia, nel tratteggiarne l’opera agiograficamente, sorvolando e oscurando i punti più delicati e le pagine discutibili, in cui questa storie è pure stata scritta.
Visto che non lo dice nessuno di chi era nemico di Kennedy, diciamolo su questo giornale che gli è sempre stato amico che Jhon Fitzgerald Kennedy ha commesso errori, improvvisazioni ingenue, sottovalutazioni fatali. Ma ciononostante egli rimane una grande figura del secolo scorso, tale da imporsi nel futuro anche soltanto per quei pochi anni trascorsi alla Casa Bianca. Tanto grande da non meritare di venir trattato quasi come un corpo separato dal resto degli Stati Uniti, come se non avesse avuto degni successori. Altrimenti si offenderebbe quel paese per il quale egli ha rischiato la sua vita più di una volta almeno. Tutti i presidenti degli Stati Uniti sono stati suoi successori e tutti si sono commisurati, democratici o repubblicani che fossero, con la sua azione ed il suo pensiero.
A noi repubblicani italiani, poi, JFK era particolarmente caro per quel senso di responsabilità immediata con cui interpretava l’azione della vita politica nella società civile, chiedendo un soprassalto di coscienza al cittadino privato, tale da identificarlo immediatamente con la cosa pubblica, senza soluzioni di continuità. Il suo “non chiedetevi cosa può fare il vostro paese per voi, ma voi per il vostro paese”, merita di essere inscritto nella tradizione mazziniana più pura e davvero ignoriamo se Kennedy avesse mai letto Mazzini, ma certo nessun uomo di Stato straniero, meglio di lui, con una semplice battuta, era riuscito a comprenderne a fondo l’idealità.
Poi certo di Kennedy ci resterà cara la sua giovinezza legata ad un tratto del coraggio che per trovargli un'altra comparazione gradita per i repubblicani, possiamo definire garibaldino. Ed i garabildini, purtroppo prevedono però un tasso di ingenuità e di irresponsabilità. Ma fu garibaldina la sua interpretazione della Costituzione americana che pretendeva che ove la libertà fosse minacciata, là gli Stati uniti avessero l’obbligo di intervenire. E Kennedy intervenne dal primo momento, con un tasso di sconsideratezza, fra l’altro, che ci ricorda le spedizioni carbonare nel mezzogiorno prima dell’Unità d’Italia. Non era degna di Pisacane la sua idea di liberare Cuba? Un migliaio di esuli cubani che rientrano nella patria castrista e sollevano la rivolta popolare. Ma fu gravissimo, sotto un profilo morale, e JFK lo sapeva, che quando si accorse che il piano predisposto si sarebbe rivelato un fallimento, l’ abbandonare al loro destino quegli sventurati che avevano creduto in un sostegno americano. D’altra parte era l’unica maniera con cui poter salvaguardare gli inizi tormentatissimi della sua presidenza causati anche dalla sua imprudenza e dal suo entusiasmo. Tutta l’esperienza militare kennedyana, riercorrendola oggi, ci sembra dettata dall’inesperienza e dall’avventatezza, condita da un entusiasmo sognatore, degno dei più avventurosi degli eroi risorgimentali.
Lo stesso impegno in Vietnam, che egli volle fortemente e dal quale mai pensò un momento di disimpegnarsi, e ancora peggio, quello in Angola, portò a disastri tremendi nel corso degli anni.
Ma Kennedy comprendeva benissimo che la minaccia al mondo libero comportata dal comunismo imponeva una capacità di reazione sul campo immediata e che non era possibile, per lui ,cattolico, porgere l’altra guancia. Così ha ricercato costantemente un fronte dove poter impegnare un tale poderoso, all’epoca per lo meno, avversario. Nonostante gli sbagli commessi quella politica funzionò eccome, e nella successiva crisi dei missili a Cuba, si vide emergere un leader mondiale capace di fronteggiare la sfida della società dell’Est e soprattutto di non farsene mai intimidire. Da Kennedy si può imparare meglio che da ogni altro che il dialogo è possibile solo se si è disposti all’uso della forza. D’altronde egli era consapevolissimo che l’America rappresentava l’unico autentico punto di riferimento per la libertà nel mondo e la “nuova frontiera” non era solo, lo sviluppo e l’innovazione che il suo paese doveva poter raggiungere, ma quella che un mondo minacciato dal comunismo doveva riuscire a conquistarsi se non voleva vedersi spegnere il sacrificio dei soldati americani in quella guerra che lui stesso aveva combattuto, portandone un segno indelebile sul suo stesso fisico.
Quando Kennedy si reca a Berlino all’indomani dell’edificazione del muro, nel suo “Ich bin ein Berliner” egli suona una campana a martello per le intorpidite coscienze europee soggiogate dai postumi dello stalinismo, i cui tocchi rimbomberanno fino alla primavera di Praga e resteranno fermi nel cuore di tutti coloro che sanno cosa significa contribuire alla formazione di una società democratica, invece che essere sottomessi ad un regime.
Ma se Kennedy fu imprudente nella sua passionalità sul fronte esterno, su quello interno il suo entusiasmo rinnovatore fu addirittura devastante. Perché l’America era ancora pur sempre una società molto più arretrata ed arcaica rispetto alla visione di un cosmopolita dell’elitè finanziaria del paese quale egli rappresentava, e sicuramente il tema dell’antisegregazionismo fu condotto da JFK con una tale forza da muovere più resistenze limacciose e dense contro la sua persona.
Sull’omicidio si è discettato a lungo. Fra i corpi insani della società americana di allora, la cosa più facile è pensare ad una reazione di quegli elementi limitrofi alle associazioni razziali e prossime a venire spazzate via nel futuro di quella società in un ultimo exlpoit sanguinoso e ben congegnato, forti di molti appoggi negli ambienti più diversi. La dinamica dell’omicidio, la “famosa pallottola magica”, appunto, la figura di Oswald e l’omicida dell’omicida, Jack Ruby, lasciano più che aperta una pista di questo genere. Resta grave che una società come quella americana non abbia saputo fare piena luce su un caso di questa rilevanza, che non siano stato esplicitato come avrebbe dovuto dalla giustizia che si sia accontentata del minimo capro espiatorio trovatosi nelle mani.
Lo stesso fatto che Kennedy venisse ucciso a Dallas rappresentava un simbolo di questo vecchio segregazionismo che si ribella alle trasformazioni in corso. Non può impedire queste trasformazioni, ma riesce ad abbattere con il complotto il suo principale simbolo. Ma vedere morire poi anche il giovane Bob, sapere che Ted non si sarebbe mai presentato alla presidenza degli Stati Uniti, ha lasciato una patina opaca sulla società americana che si sarebbe dovuta poter rimuovere il prima possibile e che invece è rimasta là come un’altra metà oscura, piccola magari, ma inquietante.
Anche per questo chi ha amato Kennedy, con tutti i suoi difetti ed i suoi pregi, ha avuto difficoltà a ritrovare lo stesso entusiasmo per un altro presidente statunitense e anche una sorta di preoccupazione per i suoi progetti. Non tanto perché temiamo che quella macchia non sia stata rimossa, perché lo è stata. L’America ha vinto la sua sfida Kennediana, forse si è spinta ben al di là di dove Kennedy avrebbe sperato che giungesse. Ma perché cinonostante non sappiamo se il prossimo candidato alla presidenza possa mai avere la medesima incoscienza ribelle di Jhon Jhon nello sfidarla.




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