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Risultati da 1 a 10 di 17
  1. #1
    Orazio Coclite
    Ospite

    Predefinito [segnalazione articolo] - Roma tradìta, note sulla regalità carolingia

    A chi, di solito galilei - indi circoncisi nello spirito e pericolosi diffusori della peste semita meglio conosciuta come "monoteismo" - o pecorecci etno-nazionalisti nostrani, parla e straparla di "sacri romani imperi" pure un po' germanici e cose del genere più o meno esatte, vorrei segnalare un articolo veramente superlativo e, lasciatemelo dire, risolutivo di equivoci che per troppo tempo ci siamo portati dietro.
    Sto parlando di Roma tradìta, note sulla regalità carolingia di Giovanni Damiano pubblicato nel numero 55 di Margini di luglio 2006. Margini costa un solo euro e può essere ordinato tramite le Edizioni di Ar.

    Ve ne riporto l'incipit:

    "Di contro ai re merovingi, i cui "criteri di legittimità regale erano il sangue e l'acclamazione", Pipino, padre del futuro Carlo Magno, si fa ungere nel 754 e.v. dal papa Stefano II. In tal modo, la stirpe carolingia riceve "l'unzione sacra regale secondo il modello veterotestamentario, e quindi con un crisma spirituale che, riconnettendosi alla 'stirpe di Davide' per mezzo di Cristo e del suo vicario Pietro era de iure e de facto giudaico"."

    Il resto è tutto da leggere con estrema attenzione. Acquistare quindi.

    Saluti.

  2. #2
    Alvise
    Ospite

    Predefinito

    Uhm, interessante... anche perché mi fa sorgere una riflessione in merito a certe "pseudo-leggende" moderne (di stretta attualità, direi) sui Merovingi... boh.

  3. #3
    ulfenor
    Ospite

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    su

  4. #4
    Paul Atreides
    Ospite

    Predefinito

    Roma tradìta.
    Note sulla regalità carolingia


    Di contro ai re merovingi, i cui “criteri di legittimità regale erano il sangue e l’acclamazione” , Pipino, padre del futuro Carlo Magno, si fa ungere re nel 754 e.v. dal papa Stefano II . In tal modo, la stirpe carolingia riceve “l’unzione sacra regale secondo il modello veterotestamentario, e quindi con un crisma spirituale che, riconnettendosi alla ‘stirpe di Davide’ per mezzo di Cristo e del suo vicario Pietro, era de iure e de facto giudaico” . A conferma, Hägermann sottolinea che “Carlo era allo stesso tempo il nuovo Davide e il nuovo Costantino” e che le basi ‘ideologiche’ del suo impero vanno ricercate, oltre che in Agostino, soprattutto nei re veterotestamentari Davide, Salomone e Giosia . Di conseguenza, gli stessi Franchi “divenivano un novus Israel, un nuovo Popolo Eletto” e anche le loro vittorie vennero esaltate come vittorie del nuovo ‘popolo eletto’ .
    Ciò dimostra con chiarezza come ben poco di autenticamente romano vi fosse nella ‘regalità’ carolingia (e nel Sacro ‘Romano’ Impero) . Piuttosto, sin dall’unzione di Pipino si opera la saldatura della teoria paolina della nulla potestas nisi a Deo con il modello regale veterotestamentario. La dottrina gelasiana delle ‘due spade’ viene così accantonata, al fine di sancire il ruolo decisivo di controllo e ‘distribuzione’ della legittimità politica oramai assunto dai papi . Infatti, mentre la dottrina gelasiana (fine V secolo e.v.), pur rimarcando la superiorità del potere spirituale, riconosceva sostanzialmente l’esistenza di due sfere (potere spirituale e potere temporale) tra loro autonome , con il ‘patto’ tra Stefano II e Pipino si entra a pieno titolo in un contesto radicalmente nuovo, in cui la teologia ingloba la politica inscrivendone l’esistenza nelle ragioni superiori della civitas Dei. Inizia, pertanto, a configurarsi l’immagine tipicamente medievale della “monarchia a sovranità limitata” , ossia di un modello ‘discendente’ di sovranità, dove in alto, fonte di ogni potere e apice gerarchico, è posto Dio, seguito dal suo vicario in terra, il papa. Al di sotto i monarchi.
    Certo, grazie all’unzione i monarchi carolingi diventano una sorta di ‘Cristi del Signore’, ovvero figure quasi sacrali . Ma ciò non toglie che l’unzione rappresenti comunque il segno quant’altri mai tangibile dell’avvenuta sottomissione al potere spirituale incarnato dai papi. Le vicende successive, dal Dictatus Papae di Gregorio VII alla dottrina del regale sacerdotium di Innocenzo III (quest’ultimo addirittura autonominatosi unico verus imperator), sino a giungere alla plenitudo potestatis rivendicata da Bonifacio VIII, lo confermeranno in modo drammatico.
    D’altronde, la tesi secondo cui “qualsiasi potere esistente nel corpo della cristianità era un potere derivato, e pertanto, in concreto, una concessione da parte del papa” in quanto mediatore per eccellenza tra Cielo e Terra, trovava proprio nel modello veterotestamentario una chiara prefigurazione, tanto che ancora “Egidio Romano, contemporaneo di Dante e apologeta di Bonifacio VIII al tempo della lotta con Filippo il Bello, potrà insegnare che fuori del regno d’Israele, costituito per concessione divina e soggetto al sacerdozio, nessun altro regime formatosi prima di Cristo, anzi prima di Costantino, è fondato sulla giustizia. Solo regime politico ammesso da Dio è quello istituito dalla Chiesa in nome di Dio col rito biblico dell’unzione e col conferimento della spada fatto dal Papa al principe, perché ne usi ‘ad nutum ecclesiae’” . Per cui si può effettivamente affermare che “il modello originario del regnum christianum è il regno di Israele” . È quindi venuto il momento di soffermarsi su questa ‘scena originaria’.
    Antico Testamento, primo libro di Samuele: acconsentendo alla richiesta del popolo ebraico di avere un re, Dio ordina a Samuele di ungere Saul come re d’Israele (1 Sam. 9, 15-17). Avvenuta la consacrazione (1 Sam. 10, 1), Saul diventa il primo re d’Israele. Ma disobbedisce a Dio (1 Sam. 13, 7-14) e in tale occasione Samuele gli vaticina la perdita del regno. Alla sua seconda disobbedienza (1 Sam. 15, 9-35) Saul viene rigettato da Dio e Samuele, sempre su comando e indicazione di Dio, unge Davide come nuovo re d’Israele (1 Sam. 16, 1-13). Questi passaggi, qui sommariamente descritti, sono però chiarissimi: è Dio la fonte suprema di ogni potere che elargisce a sua discrezione attraverso Samuele, suo vicario in terra. Il segno del favore divino risiede nell’unzione. Ma come Dio dà, così Dio toglie. E se il re si dimostra indegno del favore concessogli, Dio provvede a sostituirlo con un altro, in quanto la sovranità regale dipende interamente da lui. Particolare non irrilevante: la prima disobbedienza di Saul consiste nell’aver lui stesso officiato il sacrificio, rivestendo così un ruolo sacerdotale che gli era ‘ontologicamente’ precluso. La seconda disobbedienza riguarda la guerra santa contro gli Amaleciti. Pur avendoli sterminati, Saul aveva risparmiato il loro re e il bestiame migliore, con ciò disattendendo l’ordine di Dio datogli per bocca di Samuele: “va’ dunque e colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini” (1 Sam. 15, 3; versione CEI).
    L’importanza di questi passi non può essere in alcun modo sottostimata, tant’è vero che ancora nella prima metà del XIV secolo (all’epoca del grande scontro tra il papato e gl’imperatori Enrico VII di Lussemburgo e Ludovico il Bavaro) essi sono al centro del dibattito politico-culturale. E in autori di primissimo piano, impegnati nella polemica di parte imperiale, come Ockham , oppure Dante, il quale, riferendosi ai polemisti filopapali, scrive: “dal testo letterale del primo libro dei Re ricavano ancora come argomento l’investitura e la deposizione di Saul, e dicono che re Saul è stato posto in trono e poi deposto da Samuele, che assumeva il ruolo di Dio per suo comandamento, come risulta dalla lettera della Scrittura. E perciò argomentano che, come il vicario di Dio ha avuto l’autorità di conferire e di togliere il potere temporale e di trasferirlo ad un altro, così anche oggi il vicario di Dio, guida della Chiesa universale, ha l’autorità di conferire e di togliere e anche di trasferire lo scettro del potere temporale (sic et nunc Dei vicarius…auctoritatem habet dandi et tollendi et etiam transferendi sceptrum regiminis temporalis); così senza dubbio ne conseguirebbe che l’autorità dell’Impero è subordinata come essi dicono” . Dante riassume la questione come meglio non si potrebbe, indicandone con chiarezza i termini e la posta in gioco.
    Insomma, l’unzione di Pipino e poi di Carlo Magno ha segnato la storia politica medievale (e non solo), sancendo la netta superiorità del potere spirituale e il suo diritto ad intervenire nel mondo in quanto detentore della pienezza dei poteri (quindi anche di quello temporale). Dottrina questa, della soggezione dei re ai sacerdoti, fatta propria, sia detto per inciso, anche da Tommaso d’Aquino, pur se da una prospettiva maggiormente orientata verso la potestas indirecta del papa (e destinata a notevole successo grazie a Bellarmino, Suarez, ecc.) .
    L’egemonia papale è stata comunque più volte contestata nel corso dei secoli, sia dagli imperatori (a partire dal Privilegium Othonis sino alla Dichiarazione di Rhens del 1338 e alla Bulla aurea del 1356), sia da re come Filippo il Bello (sulle orme dei glossatori). Ma solo con l’avvento dello Stato moderno quest’egemonia è entrata radicalmente in crisi (anche perché la lotta degl’imperatori era inevitabilmente ostacolata proprio dal ‘vizio d’origine’ carolingio). Al riguardo, un esempio cruciale è quello inglese. E di particolare importanza sono i richiami in esso presenti al modello ‘cesaropapista’ bizantino. Nota Sacerdoti: “che la regalità imperiale e bizantina fosse un precedente quant’altri mai interessante per le ambizioni di autonomia verso l’alto della monarchia inglese non era sfuggito ai teorici anglicani” . Ma di grande significato è pure il coevo conflitto in terra di Francia tra Liguers ultramontani e Politiques gallicani .
    Per finire, una critica radicale alla regalità veterotestamentaria e alla sua ‘traduzione’ in seno alla chiesa cattolica viene, non a caso, da due dei maggiori teorici dello Stato moderno.
    Hobbes sviluppa la sua argomentazione partendo dalla richiesta del popolo ebraico di avere un re. “Ai giudici – scrive Hobbes - succedettero i re; e mentre prima ogni autorità, in fatto sia di religione sia di politica, risiedeva nel sommo sacerdote, ora apparteneva al re. Infatti, la sovranità sul popolo, che prima […] risiedeva in Dio e, subito sotto di lui, nel sommo sacerdote come suo reggente in terra, fu respinta dal popolo col consenso di Dio stesso. Quando, in effetti, dissero a Samuele ‘ facci un re che ci giudichi, come accade a tutte le nazioni’, intesero significare che non volevano essere più governati dai comandi loro imposti dal sacerdote in nome di Dio, ma da qualcuno che li comandasse nella stessa maniera nella quale erano comandate tutte le nazioni” . Ora, avendo Dio acconsentito alla richiesta del popolo ebraico, la precedente supremazia religiosa veniva così esautorata per essere sostituita da quella regia, a cui necessariamente, e per volere di Dio stesso, doveva subordinarsi l’autorità sacerdotale.
    Il nocciolo dell’argomentazione hobbesiana verte, quindi, sul consenso dato da Dio. Conseguenza ovvia: “avendo rigettato Dio, in virtù del cui diritto i sacerdoti governavano, non fu lasciata a questi ultimi alcuna autorità se non quella che piacque ai re concedere loro” . A ciò Hobbes fa seguire alcuni esempi della superiorità regale, per poi concludere: “la supremazia religiosa si trovò nelle stesse mani che tenevano la sovranità civile; e la funzione sacerdotale, dopo l’elezione di Saul, fu non magistrale, ma ministeriale” . Tuttavia, l’incostanza e l’immaturità politica del popolo ebraico fu causa di guerre civili e divisioni. Ed è all’interno di tale scenario che Hobbes menziona, di sfuggita, l’unzione di Davide, per poi accennare ad un generico “controllo” dell’operato dei re da parte dei profeti , tanto da poter ribadire, poche righe dopo, che “sebbene il potere sia civile sia religioso appartenesse ai re, tuttavia nessuno di loro lo esercitò senza controlli, se non quelli che ebbero la grazia di proprie capacità naturali o di successi. Cosicché, dalla pratica di quei tempi non si può trarre alcun argomento per dimostrare che non fossero i re depositari del diritto di supremazia religiosa” .
    Per Hobbes, insomma, la deposizione di Saul non era affatto l’esempio di una presunta superiorità sacerdotale. Anzi, il suo valore paradigmatico in tal senso risultava praticamente inesistente. Piuttosto, da Saul in poi, la funzione sacerdotale, lo si è già visto, era solo di rango ministeriale, quindi totalmente subordinata alla auctoritas regia. In conclusione, è chiaro che tutta l’argomentazione di Hobbes va inquadrata in una prospettiva ben precisa, cioè quella dell’assoluta sovranità dello Stato anche in materia religiosa e della polemica diretta con le tesi di Bellarmino. La confutazione hobbesiana va dunque inserita in questo contesto e risponde all’esigenza di sottrarre all’avversario un potente argomento polemico. D’altronde, sin dalla lettera dedicatoria Hobbes aveva avvertito i suoi lettori dell’‘eccentricità’ (rispetto alle interpretazioni tradizionali) della sua esegesi biblica, giustificandola proprio con la necessità di “far progredire il potere civile”, poiché molti passi delle sacre scritture null’altro erano se non “gli avamposti del nemico, da cui esso contesta il potere civile” .
    Altrettanto radicale è la critica di Spinoza. La natura prettamente teocratica d’Israele conosce un mutamento con l’avvento dei re. Tale cambiamento fu però “a sua volta premessa per nuove sedizioni e dalle sedizioni derivò alla fine la rovina dello Stato intero” . Il motivo va ricercato innanzitutto nell’aspra conflittualità che oppose i re al potere sacerdotale. I re, infatti “si trovarono di fronte ad uno Stato nello Stato e il loro potere non era sicuro” . Come esempio della fragilità del potere regio, Spinoza ricorda proprio il caso di Saul: “avevano visto, infatti, i re, con quanta libertà Samuele impartiva a Saul ogni tipo di ordine e con quanta facilità, a causa di un solo peccato del re, il profeta fu in grado di trasferire a Davide il diritto di regnare” .
    In sintesi, per Spinoza l’avvento dei re non risolse ma addirittura inasprì il conflitto tra il potere civile e quello religioso. Conflitto che, a sua volta, pose le premesse delle guerre civili. Lo scontro tra Saul e Davide, scatenato dalla decisione divina di privare il primo del regno, ne è l’esempio classico. I re dovettero fare i conti con lo ‘Stato nello Stato’ rappresentato dal potere sacerdotale, cosa che minò alle fondamenta la loro autorità e finì per produrre solo discordie. La ‘teocrazia rappresentativa’ (per riprendere il concetto di Assmann) mostra così tutti i suoi limiti intrinseci ed è destinata al fallimento. La conclusione è lapidaria: in riferimento allo Stato ebraico, Spinoza scrive che “al giorno d’oggi nessuno potrebbe assumerlo come modello di una comunità politica” . La risposta andrà cercata altrove, e precisamente nella stessa soluzione hobbesiana, ovvero nella riunione dei due poteri nelle sole mani dell’autorità sovrana statuale. “È quindi fuori di dubbio – afferma Spinoza – che l’amministrazione della religione nel nostro tempo sia di esclusiva pertinenza dell’autorità sovrana, dalla quale sola potrà essere garantito o concesso il diritto e il potere di amministrarne il culto, di eleggerne i ministri, di determinare e di stabilire i fondamenti e la dottrina della Chiesa, di giudicare nel campo della morale e della pratica religiosa, di scomunicare o di revocare le scomuniche” . Tutto ciò per tagliare alla radice ogni possibile discordia, storicamente alimentata, e ad insegnarlo è proprio la storia d’Israele, dalla compresenza conflittuale dei due poteri. Il fine, ovvio, sarà quello di garantire alla comunità politica stabilità e coesione, eliminando quel devastante fattore d’instabilità rappresentato dalle pretese teocratiche. In significativa coincidenza con la nascita dello Stato moderno, e ad onta dei fanatismi ancora persistenti , tramontava, così, in terra europea una lunghissima tradizione teologico-politica.


    PS. il testo è privo delle note

  5. #5
    "Tob shebè goiym harog!"
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    in conclusione cosa vorreste asserire?

  6. #6
    Paul Atreides
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    Mi sembra evidente. La legittimità del sacro romano impero era di chiara matrice ebraica.

  7. #7
    "Tob shebè goiym harog!"
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    ergo l unico vero impero non ebraico sarebbe quello romano precristiano?

  8. #8
    Paul Atreides
    Ospite

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    Esatto.

    Poi, eventualmente, ci sarebbe da discutere sul ''cesaropapismo'' bizantino, che è un caso molto particolare di impero cristiano.

  9. #9
    "Tob shebè goiym harog!"
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    capito.

  10. #10
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    lo avevo letto sull'ultimo numero di Margini. difficile ma molto interessante. complimenti all'autore

 

 
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