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    Predefinito O.T. Licio Gelli. Questa è l' Italia.

    Riporto da Dagospia.

    Sembra che nessuno si sia accorto che da diverse settimane nelle librerie è uscito “Licio Gelli - Parola di Venerabile”, Aliberti editore. Un libro-intervista del gran maestro della P2 nel quale Sandro Neri lo sottopone a tutte le domande di una vita.
    Ha scritto Alfonso Contrera sull’“Espresso”, “Come sottolinea Sandra Bonsanti nella prefazione, per la prima volta l'uomo della P2, la loggia massonica segreta che s'infiltrò in tutti i vertici dello Stato, confessa e dà ragione ai suoi avversari… In 250 pagine ammette che la sua loggia era il potere: che ha condizionato l'elezione di un presidente della Repubblica, ha spadroneggiato nel mondo dell'imprenditoria, ha pilotato le nomine dei grand commis, gestito fiumi di finanziamenti alla politica, tirato le fila dell'editoria, ha tramato sulle due sponde dell'Atlantico, etero-diretto le azioni di generali e 007…”

    Tratto da “Licio Gelli – Parola di Venerabile”, di Sandro Neri, Aliberti Editore


    1 – GLADIO
    Gladio fu ideata dalla Cia, che cominciò arruolando giovani dai 25 ai 35 anni d’età. Venivano convocati negli uffici al terzo piano di un palazzo di corso Boncompagni, a Roma. Successivamente vennero arruolati anche ex legionari di Spagna e repubblichini, perché considerati persone di professata fede anticomunista e perché conoscevano le armi.
    2 - DE GASPERI
    Me lo presentarono a una riunione politica. In seguito, conobbi anche il suo futuro genero, l’ingegner Piero Catti, quello che ha sposato la figlia Romana. È a lui che ho affidato la costruzione dello stabilimento Permaflex di Frosinone. La moglie di De Gasperi, donna Francesca, mi aiutò invece a procurare a Giovanni Pofferi, amministratore unico della Permaflex, il titolo di cavaliere del lavoro. Alcide era già morto, ma lei aveva conservato un grande potere. Tutti i dirigenti democristiani avevano per lei il massimo rispetto e una grande considerazione. Donna Francesca, che abitava vicino a piazza Sant’Uffizio, è morta a 99 anni. La figlia è stata qui da me, ad Arezzo, per una battuta di caccia.
    3 - PAOLO VI
    Col tempo instaurai molti contatti in ambiente vaticano. Tanto che, una volta entrato in massoneria, mi sarei occupato delle trattative per l’abolizione della scomunica ai massoni. Paolo VI mi ricevette in udienza privata nel suo ufficio e, dopo avermi parlato, mi chiese sottovoce: «Se avessi mai bisogno di lei, come potrei contattarla?» E parlando mi passò, senza farsi notare, un fogliettino bianco, lasciandolo scivolare sulla superficie della scrivania. Io scrissi rapidamente i miei recapiti e glieli passai. Allora il Pontefice si alzò dalla sedia, scomparve dietro un tenda e ritrascrisse i miei numeri telefonici battendoli a macchina. Sentivo il ticchettio della tastiera. Tornato alla scrivania mi restituì, con un sorriso, il fogliettino. Poi mi congedò.
    4 - GIOVANNI ALLAVENA
    Nel 1967 la svolta, con l’ingresso del generale Giovanni Allavena, capo dei servizi segreti. Si dice che portò in dote i dossier riservati del Sifar, quelli che dopo la scoperta del tentato golpe del generale De Lorenzo avrebbero dovuto essere distrutti.
    Giovanni Allavena non portò in dote alcun dossier. Generale dei Carabinieri, aveva ricostituito il Sifar, cioè il vecchio servizio segreto che sarebbe stato travolto, di lì a poco, dalle polemiche nate dalla scoperta del tentato golpe nel 1964. Allavena era un fedelissimo del generale Giovanni De Lorenzo; era un uomo di idee nazionaliste, di destra, amava l’ordine e, se fosse stato necessario, avrebbe partecipato al rovesciamento di qualsiasi governo del malcostume. È stato inquisito e per questo è stato costretto a rassegnare le dimissioni. Cadde in disgrazia dopo la caduta del generale De Lorenzo. È stato avvicinato, sentito ed è entrato nella P2 seguendo la trafila di tutti gli altri. So per certo che era a conoscenza del Piano Solo, noto soltanto ai generali dei Carabinieri. Ma che avesse portato delle carte è solo una voce infondata.

    5 - VITO MICELI
    Era un personaggio di grande spessore. Medaglia d’argento nella Campagna d’Etiopia, aveva frequentato la scuola di alta strategia della Nato, passando poi allo Stato maggiore dell’esercito. Nel 1970 sarebbe stato poi nominato capo del Sid, il servizio informazioni difesa, quindi al vertice dei servizi segreti.
    6 - GIUSEPPE SARAGAT
    Un ruolo di grande responsabilità: sembra toccasse a lei il compito di arrestare il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.
    Un teorema, anche questo. Io con Saragat ho sempre mantenuto buoni rapporti, anche confidenziali. Il presidente era stato anche qui ad Arezzo per una battuta di caccia, nel novembre ’69. Una sera, dopo aver conosciuto i fratelli Lebole, mi chiese anche chi fra i due, secondo me, sarebbe dovuto diventare cavaliere del lavoro. «Mi porti un dossier» disse. E alla fine nominò Mario, sulla base delle indicazioni che io gli avevo fornito. Avevo un accesso privilegiato al Quirinale, è vero; lo testimoniano anche tutti gli inviti che mi venivano recapitati in vista di ricevimenti o visite di personaggi importanti. Ho conosciuto e frequentato, anche in occasioni informali, tutti i familiari del presidente. Se qualcuno avesse dovuto arrestarlo, io non ero certo la persona più idonea. E poi non credo che Saragat fosse inviso agli ambienti conservatori. I governi, allora, duravano poco ma si susseguivano mantenendosi tutti sulla stessa linea. Inoltre Saragat aveva saputo circondarsi di persone capaci e affidabili. Aveva dei difetti, certo, ma come tutti.
    7 - DE LORENZO
    Per fare le rivoluzioni servono gli eserciti. E Borghese non era De Lorenzo…
    Chiarisca.
    Personalmente, reputo l’azione del 7 dicembre 1970 un atto dimostrativo. Che ha il suo culmine nella presa delle armi al Viminale. Il tentativo di Giovanni De Lorenzo invece era più serio: lui aveva l’esercito in mano. Se non fosse stato fermato, avrebbe senz’altro portato a termine il suo progetto di colpo di stato.
    8 - GIANNI BULGARI
    Occorsio, che indaga sulla Banda dei Marsigliesi e ne fa arrestare il capo, Albert Bergamelli, si trova a lavorare anche su uno strano sequestro, quello del gioielliere Gianni Bulgari. Le indagini portano all’avvocato Gian Antonio Minghelli, legale di Bergamelli e figlio del generale Osvaldo Minghelli, per un periodo segretario amministrativo della P2. Si sospettò che parte dei proventi dei sequestri di persona della Banda dei Marsigliesi servissero a finanziare le attività occulte della loggia.
    Assurdo. Gianni Bulgari, persona rispettabilissima, era il proprietario dell’appartamento in via Condotti a Roma, dove in quel periodo aveva la sua sede di rappresentanza la P2. Ci aveva affittato lui i locali, al quarto piano dell’elegante stabile dove ha ancora la sua celebre gioielleria e dove, al secondo piano, aveva il suo ufficio l’avvocato Umberto Ortolani. Quanto a Gian Antonio Minghelli, non aveva rapporti con noi. Il suo nome era nelle liste, ma credo di non averlo incontrato più di una volta. Apparteneva, invece, a un’altra loggia: la Lira e Spada. Il padre, un generale della Polizia di Stato iscritto alla P2, era persona correttissima. Arrivò a dimettersi dopo che il ministero avviò le trattative per l’ingresso dei sindacati in polizia. Lui, come altri, lo ritenevano inammissibile. Mi raccontò: «Siamo andati e abbiamo restituito il berretto».
    9 - CLAUDIO VILLA
    Era importante avere rappresentanti di ogni settore, quindi anche del mondo dello spettacolo. Specie in anni in cui quel mondo era in buona parte vicino alla sinistra. (…) Claudio Villa era venuto a cercarmi perché al corrente dei miei buoni contatti in ambiente vaticano. Aveva bisogno di avere l’annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota; ottenere un divorzio, ai tempi, era tutt’altro che facile. «Dipende tutto dal cardinale Ottaviani, capo del Sant’Uffizio», mi disse. Erano le 20.30. Chiamai il cardinale Ottaviani, mia vecchia conoscenza, anche lui uomo di destra; la sua governante, Pina, ci disse di passare immediatamente da lui, ci avrebbe aspettato a casa, a Trastevere, quella sera stessa. Andammo, prendemmo un caffè e in effetti la questione fu risolta. In seguito provvedemmo all’iniziazione di Villa.
    10 - ALIGHIERO NOSCHESE
    Pier Carpi scrive che si presentava improvvisamente a Villa Wanda imitando la sua voce al citofono e mettendo tutti in agitazione.
    Questo non lo so, ma certo Alighiero era un bravo attore e un grandissimo imitatore. Ce lo presentò Fabrizio Trecca; era già molto famoso. Appassionatissimo del suo lavoro: so che provava ogni giorno dal mattino alla sera alle 22. Noi ci vedevamo spesso, perché gli piaceva passare all’Excelsior alle 8.30 per prendere un caffè insieme a me. Le sue imitazioni dei politici in televisione spopolavano.

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  2. #2
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    Predefinito

    Le simpatie politiche di Licio Gelli sono note. Per questo, la storia d'itaglia è ancora meno "imprevedibile" di quanto lui stesso non dica.

    Il paese si sta disintegrando letteralmente, e la storia insegna che in questi casi si prepare una svolta autoritaria.

    Se la Lega Nord avesse creato una classe dirigente presentabile e all'altezza degli obiettivi, le cose forse andrebbero diversamente e oggi la Padania sarebbe vista da milioni di persone come provvidenziale per salvare - anzi, reinventare - benessere e libertà.

    Invece ci aspetta un Mussolini (emergerà naturalmente al momento opportuno) in versione post-moderna che soddisfi le voglie di legge e ordine dell' Italia fallaciana e miserabile, sponsorizzato dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo monetario internazionale.

    Paranoie? Lo spero. Ma non credo.

 

 

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