C'è un'emergenza evidente, ma non è quella dell'indulto. E' la smisurata mancanza d'intelligenza della classe dirigente del centro-sinistra e del governo. Lo spettacolo che offrono vari cacasenno, cacadubbi e cacasotto è desolante.
Si comprende lo sconcerto di Mastella che in questa vicenda mostra schiena dritta e spessore di statista, di fronte alla fuga dalla responsabilità di un atto votato dalla maggioranza qualificata del Parlamento e che dovrebbe essere rivendicato come un passaggio qualificante nel merito e soprattutto per contestare l'imbarbarimento della cultura politica nei giornali e nell'opinione pubblica anche, se non soprattutto, della sinistra.
L'indulto era una misura dovuta non solo per ragioni di giustizia, umanità ed equità ma soprattutto perché le carceri vivevano sotto un regime di illegalità costante, nella violazione permanente dell'Ordinamento Penitenziario e del Regolamento di esecuzione del 2000 disatteso da Castelli per cinque anni. Altro che certezza della pena! I diritti fondamentali dei detenuti erano calpestati in modo che sarebbe stata comprensibile se non legittima una sollevazione.
Stare dalla parte degli ultimi, dei senza voce è davvero un miracolo per questa classe politica che teme il giustizialismo che si è insinuato nelle viscere di un paese incarognito.
Certo l'indulto ha disvelato molte incapacità che erano in ombra, nascoste dall'ignavia. Una ridotta applicazione delle misure alternative da parte di una magistratura di sorveglianza pigra e pavida: tutti i detenuti usciti con l'indulto erano nei termini di usufruire di programmi di accompagnamento al ritorno in società, ma stavano a marcire ammassati negli istituti di pena. Ancora l'indulto ha reso evidente che chi esce dal carcere è solo con il suo sacco di plastica nera dell'immondizia perché il welfare dei comuni non ha risorse o ha altre priorità.
Ancora. L'indulto ha denunciato la presenza di massa di una detenzione sociale costituita da immigrati colpevoli solo di non essersi allontanati dall'Italia, da tossicodipendenti che non dovrebbero né entrare né stare in carcere, da poveri che la società opulenta riduce ad avanzi di galera.
Quante riflessioni dovrebbe produrre questa vicenda invece del tormentone sulla sicurezza delle nostre città! Tema che esiste, ma a partire dallo stato delle periferie urbane, della esclusione sociale, della violenza diffusa, della volgarità massiccia e che non è certo determinata dal ritorno nella società dei «sani», anticipato di sei mesi o di un anno, di alcune migliaia di «devianti».
E i dati dei rientri in carcere, per recidiva immediata e in alcuni casi per disperazione, dimostrano che pur in condizioni di difficoltà estrema, la generosità dello stato è stata ricompensata.
La sofferenza del dottor sottile non mi turba, sono invece preoccupato che in assenza di scelte politiche che dovevano accompagnare l'indulto, le carceri ricominciano a riempirsi, non dei detenuti usciti, ma di «nuovi giunti» per gli stessi reati marginali.
L'occasione storica di un carcere con 37.000 detenuti, da cogliere per una grande opera di ristrutturazione e per essere in grado di affrontare la sfida del principio costituzionale di una pena destinata al reinserimento rischia di andare perduta.
I dati del carcere di Sollicciano sono eloquenti: dai mille detenuti prima dell'indulto si era passati a 576 presenze, oggi siamo già a 650 ospiti. In questi tre mesi hanno fatto ingresso dalla libertà circa 350 tra uomini e donne (ovviamente non tutti sono restati in carcere) e una analisi della suddivisione per tipo di reato è assai eloquente. Più di cento sono per violazione dell'articolo 73 della legge sulle droghe, una cinquantina per violazione della legge sull'immigrazione, una ventina per resistenza a pubblico ufficiale, un'altra cinquantina per furto, una trentina per ricettazione. Tranquilli però, c'è anche un omicidio, quattro per mafia e una corruzione da colletti bianchi. Se non si abrogano subito le leggi criminogene, gli ipocriti fra un po' diranno che l'indulto è stato inutile. Soprattutto occorre la nomina di un vertice dell'Amministrazione penitenziara che segni una profonda discontinuità. Siamo già in ritardo.
Franco Corleone*, il manifesto, 09/11/2006
*Garante dei detenuti di Firenze




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