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Discussione: La favola democratica

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    Predefinito La favola democratica

    | Venerdi 10 Novembre 2006 - 16:08 | Decio Siluro |

    Bush ricorderà a lungo questo martedì elettorale: per lui è stato il giorno della disfatta nella quale ha trascinato tutto il suo partito repubblicano.
    I democratici ora avranno il controllo, con un margine piuttosto ampio del parlamento, ma anche la maggioranza (seppur risicata, 51 a 49) del senato e per il presidente potrebbe diventare molto difficile governare. Il partito dell’elefante ha perso anche la maggioranza di governatori, che si è ribaltata nei 36 Stati nei quali si è votato (erano 21 a 15 per i repubblicani oggi le stesse cifre sono a favore del partito dell’asinello).
    La corsa alla Casa Bianca sta poi per iniziare ed i repubblicani sentono odore di cambio della guardia anche a Washington; inoltre sembra mancare loro un candidato forte da schierare contro le due possibili corazzate rosa democratiche, l’ex first lady Hilary Clinton e l’astro nascente (ma già molto esperto) e prossimo portavoce del parlamento Usa, l’italomaericana Nancy Pelosi.
    In realtà i democratici avrebbero un candidato “forte”, quel Arnold Schwarzenegger che ha riconquistato la poltrona di governatore della California con una percentuale del 56%, in uno Stato che nello stesso giorno ha regalato la conferma al senatore democratico con il 60%. Il fatto è che “Terminator” non è eleggibile alla Casa Bianca, perché non cittadino americano dalla nascita. Negli Usa, nazione di immigrati, per i “nuovi americani” è possibile ora ricoprire qualsiasi ruolo isituzionale, ma non quello di presidente. Insomma per schierare Schwarzenegger i repubblicani avrebbero dovuto cambiare la Costituzione ed ora questa strada sembra assai più difficile, perché non crediamo che i democratici siano disponibili a far loro questo favore.
    Questi però sono soltanto i giochi di potere all’interno degli Usa: il mondo intero si sta in queste ore chiedendo se cambierà qualcosa nella politica militare di aggressione sposata e portata avanti in questi anni dall’amministarzione Bush. Noi pensiamo che non cambierà nulla.
    Per due principali motivi.
    Il primo. Negli Usa la lobby dei fabbricanti di armi è molto ricca e potente e non crediamo che i democratici, sposando una politica di dismpegno militare, vogliano far convogliare nelle tasche repubblicane fiumi di dollari che potrebebro pesare nella corsa alla Casa Bianca.
    Il secondo. Storicamente (Bush fa eccezione) gli Usa sono entrati in guerra sempre con presidenti democratici. Wilson la I e Roosevel la II guerra mondiale, Truman la guerra di Corea e Johnson (ma preparata da Kennedy) la guerra del Vietnam: insomma, solo i pacifinti nostrani possono credere alla favola dei democratici americani pacifisti. E così sarà ancora.

  2. #2
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    Wall Street gioca con le elezioni americane
    Marzio Paolo Rotondò |

    Il risultato delle elezioni politiche di ‘mid term’ che si sono svolte martedì scorso negli Stati Uniti, stanno già avendo interessanti ripercussioni sulle prospettive economiche degli investitori sulla Borsa di New York. Wall Street, come anche tutti gli altri mercati internazionali, scorge già il mutare dei punti nevralgici dell’economia Usa dopo la riconquista della maggioranza nella Camera dei Rappresentanti da parte dei Democratici. Questa dinamica, come anche una sempre più probabile caduta dell’amministrazione Repubblicana alle prossime presidenziali del 2007, però, rischia di cambiare la politica a stelle e strisce più nella forma che nella sostanza.
    Dopo la notizia dei risultati politici, le borse Usa hanno continuato a concentrare le attenzioni sugli annunci di fusioni e acquisizioni, sugli utili aziendali e sulle previsioni di politica monetaria, nel quadro di un brillante dato sull’occupazione statunitense relativo al mese di ottobre. Una dinamica che ha portato Wall Street a respingere ulteriormente il suo nuovo massimo.
    Rispetto ad una normale giornata di scambi, però, le acquisizioni e le cessioni della hanno evidenziato una dinamica particolare. Alcune importati cessioni si sono infatti concentrate in particolare su due settori che secondo gli operatori potrebbero essere danneggiati dalla leadership democratica; è il caso per esempio del petrolifero, particolarmente vicino all’attuale amministrazione statunitense, o anche del farmaceutico, nel mirino di una probabile nuova politica assistenzialista.
    I timori per una penalizzazione delle società petrolifere echeggiano prepotentemente sulla piazza finanziaria d’oltre oceano. In particolare, sul comparto petrolifero Usa gravano gli spettri del blocco dei progetti di trivellazione in Alaska e della tassa retroattiva sui profitti, di cui si era parlato recentemente dopo che i prezzi delle benzine avevano superato i tre dollari al gallone a causa della carenza di scorte. La penalizzazione dei titoli petroliferi è stata anche dovuta all’importante premiazione di quelli relativi alle energie alternative, cavallo di battaglia della politica dei Democratici.
    Per quanto riguarda il comparto farmaceutico, le ripercussioni delle elezioni di ‘mid term’ sono viste anche qui in modo negativo. Per le grandi industrie del comparto, infatti, il cambio della maggioranza nella Casa dei Rappresentanti potrebbe tradursi in una riduzione dei costi dei medicinali nell’ambito del progetto di riforma del ‘Medicare’. Questo potrebbe tradursi in un importante calo di utili per le società farmaceutiche che per questo motivo si vedono tradite dai mercati.
    Le borse statunitensi, questa volta in maniera positiva, riconsultano un fattore virtuoso per gli investimenti generali che a prima vista potrebbe non sembrare di buono auspicio. Con il ritorno al potere dei Democratici in una delle camere del parlamento Usa, è possibile giungere in una situazione di ‘ingorgo legislativo’ a causa dell’assenza di una chiara maggioranza al Congresso Usa. I grandi investitori internazionali, ovvero i fondi istituzionali, le banche d’affari e gli hedge funds, scommettono sul fatto che ora sarà più difficile approvare leggi e manovre troppo radicali e dannose per gli equilibri di mercato.
    Una situazione politicamente difficile come questa, renderebbe complicato approvare il programma dei Democratici, incentrato su una maggiore pressione sulla Casa Bianca affinché riveda i tre dossier ‘caldi’ del 2007, ovvero il prolungamento del pacchetto di riduzione fiscale, il rifinanziamento delle missioni militari in Iraq ed Afghanistan e la riforma del sistema sanitario.
    Per questo pericolo di stallo legislativo, come per il fatto che in realtà i poteri forti che reggono i due schieramenti politici non sono così diversi fra loro, tutto questo clamore di mercato rischia di rivelarsi una mera ricerca di profitto, soprattutto da parte dei grandi fondi d’investimento. “I timori del passaggio di leadership al Congresso sono esagerati” - ha infatti scritto la banca d’affari RBS Greenwich Capital.
    I grandi interessi economici e finanziari e le lobby presenti negli Stati Uniti, infatti, influenzano sia Democratici che Repubblicani; l’ascesa di uno piuttosto che di un altro non porterà affatto a cambiamenti così sensibili nell’amministrazione del Paese.

 

 

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