“Pal noi non v'ha migliori...”
Il pre-sardismo
Argomento introduttivo di: La Sardegna sara’ redenta dai sardi. (Viaggio nel pensiero sardista).
A cura di Antonio Lepori. Edizioni Castello.
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Pal noi non v'ha migliori, chi sia Filippu Quintu o Carolu Imperadori
Proverbio sassarese
Occorrono tra i popoli tali differenze di stile, di costumi, di genio, d'indole, che volerli fondere si è il medesimo che distruggerli ambedue se uguali, opprimere la parte debole se disuguali. Ora la Sardegna dista dal Piemonte di stirpe, di costumi, d'indole, di genio, forse più che gli italiani dagli inglesi.
FEDERICO FENU, La Sardegna e la fusione del suo regime col continente, Cagliari, 1847
Perché ordunque fra gli emblemi che decorano codesta sala parlamentaria, io non veggo dipinto o altrimenti raffigurato l'emblema della generosa Sardegna? Forse che Il diritto ed il fatto della sua nazionalità ha cessato di esistere?
PASQUALE TOLA, Discorso al Parlamento subalpino, tornata dell'11-5-1848
Noi per li maggiori favori del clima e la maggior fertilità del suolo, molte cose potremo dare che i continentali non potranno: per dar vita al loro morto commercio. volessero essi tiranneggiarle, avendo sempre nel corpi legislativi la maggioranza dei voti, a ragione della maggioranza dei deputati, non ce la farebbero, come gli inglesi agli irlandesi?
GIUSEPPE MUSIO, I capitali o il primo passo verso la Sardegna, Cagliari 1848, pag. 15
Fusione! Ma dove la legge d'eguaglianza che è primissima condizione di quella? Un breve confronto delle nostre sorti politiche ci farà dotti davvero... Per voi dunque d'ogni fatta opere pubbliche. mezzi di giustizia nei tribunali, istruzione nelle scuole, commercio, sicurezza. nulla di tutto ciò a noi. Ed in vero dopo la perdita della nostra quasi dirò autonomia (non dico dei privilegi), a noi che rimane? Il bollo, l'insinuazione, il dazio postale, l'imposta sui fabbricati, la stupida tassa sulle patenti. la coscrizione militare, il diritto delle sucessioni, il tributo mobiliare, l'aumento del tributo prediale, e, per somma di disprezzo... Ecco la fusione!
GIOVANNI SIOTTO PINTOR, Discorso al Parlamento subalpino, tornata del 29-11-1850
Che avverrebbe delle piccole repubbliche di Ginevra e di Neuchatel, se illuse dalla vanità di far parte della gran nazione con cui hanno il linguaggio, si immedesimassero con essa? Quel che avviene dei ruscelli da che si uniscono a qualche grosso fiume.
GIOVANNI BATTISTA TUVERI, Trattato del diritto dell'uomo alla distruzione dei cattivi governi Cagliari, 1851, pag. 16
Per centoventi anni fu la Sardegna governata come una colonia; l'elemento indigeno vi fu inesorabilmente cancellato; alla metropoli appartenevano gli utili, a noi toccavano il lavoro, l'obbedienza e i sospiri: sulla fronte di ogni sardo era impresso il marchio della più ributtante schiavitù.
GIORGIO ASPRONI, Discorso al Parlamento subalpino, tornata del marzo 1853
Bisogna porre fine al sentimentalismo, alla sciocca fiducia nella generosità dei governi e delle monarchie straniere. La storia umana non va avanti a forza d'impulsi esterni, di elargizioni magnanime: Il risorgimento sardo è condizionato dal fatto che l'isola sia posta nella condizione di autogovernarsi, perché mai e poi mai il governo continentale avrà interesse e cura della sarda generazione.
GIOVANNI BATTISTA TUVERI, 1867
La Sardegna come un'eroina che sacrifica tutto per un ideale d'amore, ha veduto consumarsi attorno la ricchezza che le veniva dal suoi monti neri di lecci e di querce. dalle sue pianure doviziose di frumento, d'otri e di giardini, ha sentito il morso della miseria stringere fino allo spasimo. ha sentito il gelo della solitudine e della ingratitudine e, raccolte le ultime vesti sbrandellate, misera tapina cui però la fiamma d'amore non abbandonava, «ha sollevato le pupille al cielo d'Italia», e ha sciolto l'inno all'Italia nuova. Che vale la miseria? ma il re sardo è diventato re d'Italia!
Oggi, forse la poesia comincia a dileguare nell'anima sua: oggi, non saprebbe diventare eroina per un amore platonico; ma oggi non può più, non ha più l'energia dell'azione. oggi, caduta e negletta, non sa che gridare la bestemmia gravida d'odio verso chi non seppe corrispondere al suo affetto.
Emancipazione, in «La Folla», anno I n. 4, Cagliari, 8-12-1907
V’è una schiera innumere di persone che batterà sul tamburo del patriottismo, perché la voce non sia udita! Oh, se tutti ascoltassero! Si sa bene che far muta una lingua val più spesso a salvare una tirannide, dall'abbattere una barricata. Fu sempre cosi... E le picche patriottiche, con diverso scopo e con diversi mezzi, batteranno anche oggi, perché la parola emancipazione non si oda, perché la bestemmia ... non disonori la patria! La patria! Magnifica parola nel cui nome ogni romano «virtuoso" sgozzava le donne e i bimbi dei barbari; nel cui nome Catone con una crudeltà e un'angustia d'animo senza esempio ripeteva le parole d'odio contro la forte ed industriosa Cartagine; nel cui nome i Russi hanno sgozzato, ferito, vilipeso i Giapponesi, e i Giapponesi i Russi; nel cui nome gli ultimi superstiti dei macelli dell'indipendenza ora pavonazzi per vino, e ubbriachi di sole quarantottesco urlano contro chi si culla nel sogno d'un umanitarismo ben più largo, più bello e più nobile del loro. E gridano che la Sardegna tutta ha dato il sangue per il tricolore. e si gloriano di vilipendere gli Austriaci, quasi che Radetzki, Gorgowski, Haynau e Giulay, non abbian impiccato, fucilato, torturato, nel nome di una patria, che aveva pure, come oggi l'Italia di fronte alla Sardegna. la terribile e sfacciata pretesa di essere provvidenziale per l'infelice Lombardia.
Eppure i sardi dovrebbero essere grati alla gran madre e protendere le braccia verso Roma! Ma perché? Usciamo fuori dunque e sentite che cos'è per i fratelli italiani il sardignolo, del quale i piemontesi parlano d'un brigante, i milanesi come d'un imbecille, i fiorentini come d'un papuasio, i napoletani come d'un Tiburzi.
Oh protestino pure i sentimentali amici della Sardegna. Lo so, lo so, che c'è una lunga schiera di giornalisti, che dopo essersi un pò storditi col vino del Campidano, dopo aver ammirato le nostre donne, o le nostre bambole in costume, dopo essersi stupiti che anche noi siamo puliti, cortesi, civili, un tantino, tornano a declamare "La Sardegna è infelice!" con la stessa passione con cui In terza elementare gli allievi dicono «Cicerone fu detto padre della patria"
…
Siamo stanchi di essere vilipesi. di essere compatiti, di essere calpestati, trascurati, e aiutati in questo modo dai soli giornalisti che dobbiamo. per colmo d'ironia, ringraziare! Se è vero che i Sardi sono queruli e seccanti, che il governo, poveretto, si sacrifica, e fa l'impossibile per accontentarci, e si procura grattacapi per noi... ebbene, facciamolo lieto, togliamogli l'incomodo. La nostra aspirazione sarà così, patriottica!
E non state a dire che il cuore sardo è stretto all'Italia da indissolubili vincoli. Larvatela pure di patriottismo la crassa e supina obbedienza che ci avvince a casa Savoia e che ci ha avvinto prima ai Turchi, ai Greci, agli Spagnoli. Larvatela pure con una tinta di idealismo la crassa ignoranza dei quattrocentomila miserabili, che prima di gemere e di pretendere, stanno esulando a migliaia in California e in Tunisia; ma sappiate che se domani la Francia, dovesse arruolare i Sardi in vece vostra, o italici, questi sardi fedeli e patriottici, marcerebbero contro di voi per abbattervi, senza chiedere il perché.
Vogliamo essere stranieri per l'Italia; vogliamo essere stranieri per diritto, come ne siamo stranieri per abiti, per linguaggio, per costume, per indole; come ne siamo stranieri di fatto, di fronte a tutti gli altri che Roma accomuna. I carabinieri e la miseria che vi vengono da oltremare li troveremo senza Cocco e senza Giolitti: vogliamo poter dire noi “gli italiani ... gli italiani pensano, gli italiani credono...” così come oggi gli Italiani dicono “i sardi gemono, i sardi vivono, i sardi crepano..." vogliamo poterlo dire con la stessa indifferenza e con la stessa noncuranza.
«La Folla», Cagliari, 29-12-1907
Nello stato italiano la Sardegna dei contadini, dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia Eritrea, in quanto lo Stato “spende” per l'Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale
ANTOMO GRAMSCI, in «L’Avanti», 16-4-1919
Che cosa mi ha salvato dal diventare completamente un cencio inamidato? L’istinto della ribellione, che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso dieci in tutte le materie nelle scuole elementari, mentre andavano il figlio del macellaio, del farmacista, del negoziante in tessuti. Esso si allargò per tutti i ricchi che opprimevano i contadini della Sardegna ed io pensavo allora che bisognava lottare per l'indipendenza nazionale della regione: “Al mare i continentali”. Quante volte ho ripetuto queste parole.
ANTONIO GRAMSCI, Lettera a Giulia Schucht, 1924
Dovete immaginarvi la Sardegna come un campo fertile e ubertoso, la cui fertilità è alimentata da una vena d'acqua sotterranea che parte da un monte lontano. Improvvisamente voi vedete che la fertilità del campo è scomparsa. Là dove vi erano messi ubertose vi è soltanto più erba bruciata dal sole. Voi cercate la causa di questa sciagura, ma non la troverete mai se non uscite dall’ambito del vostro campicello, se non spingete la vostra ricerca fino al monte da cui l'acqua veniva, se non arrivate a scoprire che lontano parecchi chilometri un malvagio o un egoista ha tagliato la vena d'acqua che alimentava la fertilità ubertosa del vostro campo.
ANTONIO GRAMSCI, in “Cramsci”, di Palmiro Togliatti, Ed. Riuniti, pag. 50




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