una bella intervista tratta da http://www.centroriformastato.it/crs...rx/CrisCorradi
"Marx è un teorico dell'individuo"

Ultima modifica: domenica 26 marzo 2006

Parla Cristina Corradi: "Nel Novecento il comunismo è stato interpretato essenzialmente come una teoria dell’uguaglianza. Oggi si discute del comunismo come una teoria dell’individuo alternativa a quella del liberalismo e una teoria della comunità che non è quella dei comunitaristi americani"




Roberto Ciccarelli



“Senza Marx non c’è sinistra, né moderna né post-moderna, né rivoluzionaria né riformista”. Cristina Corradi ribadisce il tema polemico che ha animato il suo “Storia dei marxismi in Italia” (recensito su questo sito Marxismi sospesi sul filo della politica). Un libro non facile, ponderoso, molto pensato, che è andato esaurito in pochi giorni, giunto alla seconda edizione, quasi a dimostrare un ritorno di interesse per il filosofo di Treviri e, più in generale, l’idea che quella dei marxismi, italiani e non, è una storia plurale, molto spesso conflittuale. Un dato sul quale molti sembrano avere messo una pietra sopra. Almeno negli ultimi vent’anni.

La sua affermazione, se mi permette, potrebbe sembrare discutibile a molti …

Ha ragione. Proviamo a riformulare il concetto: affermare che Marx è un grande classico significa riconoscere che continua ad avere una ricchezza problematica, un’analisi e una prospettiva epocali, perfino delle stimolanti ambiguità, mentre molti marxisti del XIX e nel XX secolo appaiono confinati all’interno di determinate congiunture politiche ed economiche.
Intende dire che Marx, come classico, sta ormai lì fermo nel pantheon della storia della filosofia?

E’ proprio il contrario. Dire che Marx è un classico, suscettibile di diverse interpretazioni, significa riaprire la storia del marxismo, significa smentire una lettura monolitica del marxismo in termini di fallimentare parabola teorica e di sfortunata parentesi politica sulla via della costruzione di una sinistra moderna. In Italia, ad esempio, negli anni Ottanta ha trionfato l’idea che il marxismo, irrigidito in un inesistente singolare, dovesse tramontare e che l’esaurimento della cultura comunista aprisse le porte ai fasti della modernizzazione, della democrazia compiuta, del superamento di tutte le anomalie politiche ed economiche. Mi sembra che il bilancio della rimozione del marxismo e del tentativo di rifondare il concetto di sinistra su basi deboliste, neocontrattualiste, ermeneutiche sia fallimentare. Finché la narrazione sul cosiddetto “nuovo ordine mondiale” sostenuto prima da Reagan e poi da Bush padre non ha mostrato le prime crepe, diciamo con la crisi del capitale finanziario alla fine degli anni Novanta e con la diffusione della critica del neoliberismo, questa narrazione ha sedimentato opinione comune. Nel momento in cui è arrivata la crisi, diciamo durante il secondo mandato presidenziale di Bill Clinton, è iniziata a emergere la consapevolezza che la distinzione tra destra e sinistra è andata svanendo, che la svolta degli anni Ottanta non aperto un nuovo orizzonte culturale e politico per la sinistra, non ha saputo neanche rifondare una robusta socialdemocrazia.
Questo rinnovato interesse per Marx significa nascita di un nuovo marxismo?

Purtroppo le cose non sono così semplici. La storia del materialismo dialettico novecentesco pesa ancora troppo sulle prospettive neomarxiste, la parola “marxismo” è ancora connotata negativamente. Porta un carico semantico legato alle macerie dei regimi del socialismo reale ma, fortunatamente, le nuove generazioni non sono inchiodate a quella pesante eredità e Marx possiede una eccedenza teorica capace di ispirare un nuovo marxismo. Il rinnovato interesse per il pensatore di Treviri può essere letto come sintomo della crisi del riformismo, in tutte le sue varianti. L’egemonia della filosofia liberal-progressista della storia si è incrinata, la modernizzazione capitalistica non ha mantenuto le promesse di sviluppo e di pace perpetua, ha distrutto i legami sociali e fomentato il ritorno del fondamentalismo, alla faccia di chi auspicava vent’anni fa una “secolarizzazione laica”! In questa congiuntura, dopo anni di dealfabetizzazione, merita di essere riscoperto quel marxismo critico che nel dopoguerra non si è mai riconosciuto nella storia dell’Unione Sovietica. Soprattutto, merita di essere proseguita la ricerca marxista, svoltasi sotterraneamente negli anni Ottanta e Novanta, che costituisce una valida alternativa alle filosofie del postmoderno, ai neocontrattualismi, ai pensieri deboli e alle pseudoaperture ermeneutiche degli ultimi trent’anni. Mi riferisco, ad esempio, agli importanti lavori in tema di critica dell’economia politica di Maria Turchetto, Roberto Finelli, Giorgio Gattei e Riccardo Bellofiore.

Questo ritorno a Marx si connota solo in termini filologici, e qui penso alla monumentale ripubblicazione dell’opera completa, la «Marx-Engels Gesamtausgabe» (Mega), prevista in 114 volumi (siamo a quota 50) diretta dalla Internazionale Marx-Engels-Stiftung (Imes) e pubblicata dalla Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften (Bbaw), oppure anche politici?

Questo ritorno a Marx non avviene, così come è accaduto nella seconda metà del Novecento, per legittimare un sistema di Stati o di partiti, né per uscire da sinistra alla crisi dello stalinismo, ma è propiziato dalla crisi del capitalismo reale e contribuisce a superare una critica di impianto etico alla cosiddetta globalizzazione. Sono d’accordo però con Roberto Fineschi quando mette in guardia contro i rischi dell’immediatismo e del politicismo, che cancellano la distinzione tra i diversi livelli dell’analisi teorica, storica e politica del modo di produzione capitalistico. L’incontro tra la teoria e la prassi non è facile né scontato, neanche in una prospettiva marxista; l’incontro tra una lettura di Marx e la sinistra sociale e politica è necessario ma non è scritto in cielo, non è un matrimonio predestinato. A me sembra che un marxismo dotato di una prospettiva politico-sociale condivisa non abbia ancora preso corpo anche perché, mentre l’analisi marxiana del capitale è sempre più vera, il comunismo deve essere ripensato. Da questo punto di vista, oltre ai diversi contributi teorici e storici di Domenico Losurdo e di Costanzo Preve, esistono ricerche interessanti che declinano il marxismo come teoria della libertà a partire dai luoghi della produzione.
Cosa intende per “marxismo come teoria della libertà”?

Nel Novecento il comunismo è stato interpretato essenzialmente come una teoria dell’uguaglianza. Ci sono studiosi, tra i quali Ernesto Screpanti e Massimiliano Tomba, che stanno rileggendo i testi marxiani per riportare alla luce una teoria dell’individuo alternativa a quella del liberalismo e una teoria della comunità che non è quella dei comunitaristi americani. In questa prospettiva si argomenta e si documenta che Marx è alla ricerca di un nuovo rapporto tra individuo e comunità. Non pensa la comunità sul modello organicistico precapitalistico e non pensa nemmeno l’individuo nel senso atomistico di cui parlano i teorici del mercato e della democrazia formale. Questa mi sembra una conquista acquisita del nuovo marxismo.