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    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Exclamation Delitti partigiani: ecco le nuove prove

    RIVELAZIONI/1
    Dagli Archivi del Ministero dell’Interno escono nuovi documenti sui crimini commessi nel dopoguerra: dai sette fratelli Govoni alla famiglia Manzoni di Lugo, fino al caso della corriera pontificia scomparsa

    Delitti partigiani: ecco le nuove prove


    L’industriale Giuseppe Verdieri a Reggio Emilia, l’agricoltore Claudio Ropa, Giovanni Biandrate, ucciso per rapina. Fino alle rappresaglie sui familiari dei fascisti, come nel caso di Giuseppe Martini

    Di Paolo Simoncelli www.avvenire.it

    È rimasto un fotogramma celebre nella storia della cinematografia quello, in Tiro al piccione</B> di Montaldo (dal romanzo di Giose Rimanelli), dell'assassinio del marò che, colpito alla fronte da partigiani, rimbalza sul letto di un ospedale della Valsesia dov'era ricoverato; fotogramma non frutto della fantasia politicamente segnata dall'esperienza repubblichina dell'autore.

    È accaduto infatti altre volte, anche oltre quelle già ricordate da Giampaolo Pansa, e sempre con lo stesso documentato copione: partigiani che entrano di soppiatto in ospedali per andarvi a eliminare dei ricoverati feriti, con o senza il garbo del silenziatore, ma facendo rimbombare, come in quel di Massalombarda, gli spari a bruciapelo (dalla relazione del prefetto risulta che in questo caso, a carico di alcuni dei responsabili, scoperti solo nel '51, erano in corso già altri procedimenti penali «per fatti di sangue consumati nel periodo post-bellico per vendetta personale e a scopo di rapina, camuffati da movente politico»).

    Le polemiche innescate dalla Grande bugia spingono a rileggere fonti, soprattutto dall'archivio di gabinetto del Ministero degli Interni, per verificare assunti e contenuti della recente "trilogia" di Pansa. Si tratta di documenti che mostrano ancora per la prima metà degli anni '50 prefetture e corti d'assise continuamente chiamate a far luce su omicidi e stragi spesso ignote; o, se note, già spacciate per azioni di guerra partigiana senza che lo fossero, e in qualche caso già giudicate.

    Riemergono così molte vicende conosciute e pur sempre agghiaccianti della resistenza: i massacri di prigionieri nelle carceri di Schio e di Comacchio, l'eccidio della famiglia Manzoni a Lugo, l'eliminazione dei sette fratelli Govoni (specchio tragico, dall'altra parte della barricata, dei fratelli Cervi), o la vicenda della "corriera scomparsa": una corriera della Pontificia commissione di assistenza con tanto di lasciapassare del Cln, fermata a Concordia d alla polizia partigiana che eliminò decine e decine di passeggeri, forse una sessantina, occultandone i cadaveri; riaffiorati casualmente a distanza di anni da terreni limitrofi provocarono un eloquente intervento del quotidiano comunista "La Repubblica d'Italia" del 9 novembre '48: «I cadaveri non ci sono, bisogna fabbricarli. Violate numerose tombe per trovare salme da spacciare per quelle dei presunti giustiziati», insinuando piuttosto che la chiave del mistero fosse nel Vaticano!

    La rilettura di tante circostanze ha origini documentarie diverse. Da un lato, lettere di familiari disperati alle autorità giudiziarie o di polizia per la ricerca di congiunti «prelevati e scomparsi»; addirittura speranza drammatica della notizia di morte di un marito per avere i pochi spiccioli di una pensione impedita altrimenti dalla sola notizia di «prelevamento e scomparsa»; circostanze che spingono la stessa magistratura a sollecitare indagini di polizia «sia per la posizione di numerose vittime tuttora considerate soltanto come "scomparse", sia per gli interessi economici e patrimoniali delle loro famiglie».

    E che portano progressivamente alla scoperta di un numero elevato di eccidi di cui non si aveva notizia. Dall'altro, continue, macabre scoperte in campi arati da contadini di ammassi di cadaveri; scheletri che compaiono da rogge e forre; «scomparsi», ormai irriconoscibili, che emergono da stagni e canali; fosse comuni disvelate da lavori di scavo o di sterro… Ben oltre il 1945, ben oltre l'amnistia Togliatti del giugno '46 e le altre (dimenticate) che dal '49 si sono succedute, e che obbligano la magistratura a continui interventi, spesso al riesame della natura di un altissimo numero di omicidi fatti passare come politici per farli rientrare nell'amnistia Togliatti (con corredo quindi di false testimonianze, falsi rapporti e intimidazioni a mano armata di testi), ma che iniziano a rivelare ben altra realtà; senza per questo che alla magistratura giudicante si possa imput are alcun tipo di soggezione al potere politico: condanne e assoluzioni per il carattere militare anche violento o atroce di un'azione partigiana, si sarebbero equanimemente distribuite. Occorre però non di rado che debitori, per giunta sentimentalmente traditi, diventino giustizieri partigiani (a Reggio Emilia nel giugno '46 ne fa le spese un industriale locale, Giuseppe Verdieri).

    Dirigenti d'azienda, industriali, ingegneri… spesso non rientrano nemmeno all'interno d'una possibile casistica di «lotta di classe» (come occorso invece, per confessione dell'omicida, ad un agricoltore del bolognese, Claudio Ropa, ucciso «solo perché era un signore»); la loro eliminazione fisica ha cause in rapine o al più in rancori aziendali. Motivazioni come «a scopo rapina e vendetta personale» appaiono in continuazione nei rinvii a giudizio di ex partigiani comunisti o sedicenti tali: in provincia di Brescia, sette persone che dicevano di far parte d'una banda partigiana e di star sui monti a far la resistenza, vivevano invece «presso le rispettive famiglie», radunandosi solo per estorsioni, seguite da omicidio, che spacciavano per azioni dirette a «vettovagliare la formazione»; fecero però puntualmente la loro comparsa ufficiale «nei giorni della liberazione», assumendo poteri nell'amministrazione pubblica, anche della giustizia, nella zona meridionale della provincia.

    Non si tratta solo di imputazioni. Spesso è giudizio della magistratura; spesso è confessione degli autori: e a distanza di anni dagli omicidi se ne rinvengono le salme e i responsabili: a Novara nel febbraio '53 un ex partigiano garibaldino finisce per confessare l'assassinio di Giovanni Biandrate, commesso il 9 luglio '45, per rapinarlo. Poche migliaia di lire, financo una bicicletta agiscono da innesco dell'«azione partigiana»; a Milano un carabiniere viene «prelevato» e poi assassinato nel maggio '45: nella «cassettina murata» forzata e prelevata dalla sua abitazione c'erano 500 mila lire; più che sufficienti p er un omicidio e per far aumentare il numero dei «fascisti giustiziati». Figurarsi le rappresaglie sui familiari dei fascisti veri: ad Ovada, in provincia di Alessandria, in assenza di Alessandro Martini (già triunviro del locale fascio repubblicano) nascosto altrove, viene prelevato e ammazzato il figlio, Giuseppe, studente che «non risulta appartenesse ad organizzazioni militari o politiche dell'epoca, né fosse comunque compromesso con i nazi-fascisti».

    C'è da immaginarsi cosa abbiano svelato le inchieste relative alle efferatezze commesse nel vercellese dalle bande comuniste agli ordini di Moranino: estorsioni, rapine e omicidi politicamente affatto ingiustificati, ma soprattutto guerra alle bande partigiane non comuniste con eliminazione dei relativi capi; figurarsi dopo il 25 aprile: nei venti giorni seguenti, fino cioè al 15 maggio, in quella sola zona risultarono eliminate 300 persone (spesso con modalità atroci), non di rado per «rancori personali».

    (1, continua)
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    RIVELAZIONI/2

    Don Corsi e la perpetua uccisi a Grassano, don Galletti assassinato nel bolognese, don Bortolini trucidato a Dosso e don Reggiani ad Amola, don Venturelli a Fossoli...Novità sulle stragi partigiane di sacerdoti avvenute tra 1944 e ’46
    «Triangolo rosso», preti in pericolo



    Di Paolo Simoncelli www.avvenire.it

    Un durissimo tributo di sangue fu pagato alla resistenza non solo da fascisti o presunti tali, o anche da chi «collaborazionista» non avrebbe potuto esserlo (come l'invalido Wainer Marchi, privo di entrambe le gambe, prelevato, assassinato e gettato in una porcilaia il 2 aprile 1945: gesto assai poco eroico, fatto comunque passare «per un atto di guerra», con indagini abbandonate sul momento, ma che riprese nel '52 ne svelarono gli autori e le motivazioni in «rancori personali»).

    Fu pagato anche da partigiani non comunisti, e tra questi dai cattolici (da quelli della «Osoppo»; da Mario Simonazzi detto «Azor», comandante partigiano del Reggiano, il cui assassinio è stato analizzato di recente in due libri dalla sorella Daniela e dallo storico Massimo Storchi, eccetera); e da molti ecclesiastici. È merito di Roberto Beretta aver composto il martirologio dei sacerdoti assassinati da comunisti durante e dopo la guerra civile (Storia dei preti uccisi dai partigiani</B>, Piemme). Nuova documentazione del ministero degli Interni consente ora di poter dire qualcosa in più in merito: per esempio l'individuazione nel marzo 1950 degli assassini di don Aldemaro Corsi e della perpetua Zefferina Corbelli, uccisi a Grassano (Re) nel settembre 1944; l'attribuzione del movente politico (come attestato dal rapporto del prefetto) all'omicidio di don Tiso Galletti a Spazzate Sassatelli nel bolognese, maggio '45; la sentenza della Corte d'Assise che condannò (in contumacia) l'assassino di don Raffaele Bortolini ucciso a Dosso (Fe) nel giugno 1945; e poi più ampie notizie sugli omicidi di don Reggiani e don Venturelli, occorsi a breve distanza l'uno dall'altro, rispettivamente il 5 dicembre 1945 e il 15 gennaio 1946 ad Amola (Bo) e Fossoli (Mo).

    Località che evocano precedenti tragedie: quella del 5 dicembre 1944, allorché un reparto tedesco rastrellò la zona del bolognese fucilando e deportando; e quella legata al campo di concentramento di Fossoli che vide prigionieri - in succ essione - soldati inglesi, ebrei e poi fascisti repubblicani. Don Reggiani le pistolettate se le aspettava; ne aveva avuto più d'una avvisaglia: ripetute accuse a muso duro da parte di un partigiano comunista «ritenuto capace di commettere crimini» ed «affetto da lieve forma di squilibrio mentale»: «Badate - gli avrebbe detto -, io ne ho uccisi parecchi ed uccido anche voi».

    Ma, per quanto continuasse a ritenere il sacerdote «il responsabile delle vittime di Amola», non sarebbe stato lui l'assassino. Il comando tedesco aveva diretto l'efferata operazione dalla canonica di don Reggiani, che anzi ne aveva subito le prepotenze, ma questa circostanza l'aveva implicitamente condannato: quando «diverse vittime del rastrellamento furono ricondotte al cimitero di Amola gli fu inibito (…) di impartire la benedizione alle salme».

    Non sfuggì a nessuno, del resto, che era stato assassinato in occasione dell'anniversario della strage di Amola. Per non dar seguito a malevole interpretazioni del suo operato, don Reggiani aveva più volte rifiutato gli inviti delle autorità ecclesiastiche a cambiar sede. Le indagini, ripetutamente sollecitate da Roma, non dettero esito immediato; solo nel settembre 1950 fu possibile denunciare alla giustizia gli autori dell'omicidio, uno dei quali detenuto per «altri delitti». Arciprete di Fossoli, don Venturelli era anche cappellano del locale campo di prigionia; assistendovi prima gli antifascisti e poi i fascisti, aveva sollevato le proteste prima dei fascisti e poi degli antifascisti.

    Chiamato con un pretesto di assistenza spirituale fuori dalla canonica, fu assassinato con tre pistolettate alle spalle. Il ministro degli Interni Romita inviò un telegramma di condoglianze al vescovo Dalla Zuanna, e spronò alle indagini. Invano; 7 anni dopo, il 15 gennaio 1953 il prefetto inviava al Ministero una relazione epigrafica: «L'opera intelligente, appassionata e tenace svolta dagli inquirenti si è infranta contro il muro del silenzio imposto da quella r istrettissima cerchia di pericolosi e temuti attivisti e partigiani comunisti che sono a conoscenza dei fatti».

    Faceva il nome che «la voce pubblica indica quale mandante»: un noto partigiano comunista già arrestato nel '49 su mandato del giudice istruttore «quale mandante dell'eccidio di 14 detenuti nelle carceri di Carpi, reato per il quale venne poi assolto per insufficienza di prove, in quanto nessuno ebbe il coraggio di testimoniare a suo carico, e quelli che lo avevano fatto, ritrattarono immediatamente le dichiarazioni (…). Nella zona - concludeva sconfortato il prefetto - regna ancora, nonostante tutto, l'omertà più impenetrabile che è dovuta al timore di eventuali rappresaglie». E non si trattava solo di paura.

    A seguito di arresto o denuncia di mandanti ed esecutori di tali misfatti vibravano violente le proteste di associazioni partigiane, dei partiti comunisti e socialisti, e di importanti uomini di cultura (Davide Lajolo ad esempio scrisse sull'Unità</B> del 28 febbraio 1953 un rimarchevole articolo in favore degli assassini di 11 prigionieri nel carcere di Comacchio prelevati a forza e trucidati alla fine di maggio del '45). Si parlò di «processo alla resistenza», e per contro, già allora, di «triangoli della morte». E certo i rinvenimenti continui di fosse comuni, la pressione delle famiglie degli scomparsi, il clima continuo di guerra politica e di nervi post-1948, e la guerra fredda e l'anticomunismo… potevano dar adito a ogni sospetto.

    Ma la magistratura spesso intervenne a riconoscere movente politico (e dunque a dichiarare l'intervenuta amnistia) anche nella soppressione di colonne di prigionieri da parte di partigiani che un organo locale del Cln aveva invece comandato come semplice scorta per traduzione in carcere: occorse ad Albano Vercellese, dove alcuni partigiani il 3 maggio 1945 fucilarono per la via 12 prigionieri prelevati dal campo di concentramento di Novara, gettandone poi i corpi nel canale Cavour: la corte d'assise stabilì « non doversi procedere per intervenuta amnistia» nei confronti del maggior responsabile dell'eccidio; né rimase un caso isolato.

    Le prefetture non cedettero all'isteria collettiva (il prefetto di Firenze, ad esempio, negò nel '49 che a Prato esistessero «triangoli della morte», come denunciato da quotidiani di destra); il ministero degli Interni mise sotto inchiesta due marescialli che in provincia di Brescia avevano perseguito partigiani con accuse false suggerite dall'ex segretario del locale fascio repubblicano… Autorità giudiziarie e amministrative intervennero dunque ristabilendo fatti e circostanze e motivazioni certe ad azioni di guerriglia o anche di rappresaglia. E si potrebbero continuare a citare casi di entrambe le fattispecie. Perché invece già allora le associazioni partigiane e il Pci lasciarono che questa resistenza, indifendibile, finisse vieppiù parossisticamente oggetto obbligato di culto senza fede?

    (2. continua)



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    RIVELAZIONI/3
    A CONCLUSIONE DELL’ANALISI DEI NUOVI DOCUMENTI SUI DELITTI DEI PARTIGIANI DOPO LA LIBERAZIONE, UNA RIFLESSIONE SULLA NARRAZIONE STORICA EGEMONE PER 60 ANNI: SIAMO CERTI CHE NASCONDERE OGNI BRUTTURA ABBIA RESO SERVIZIO AGLI «EROI» CHE SI VOLEVANO ESALTARE?
    Si è voluto costruire un mito su basi marce. Il risultato è che per non aver usato il bisturi si è lasciato infettare il corpo. Chi ama quel periodo ha il dovere di non tramandare con forza illogica una memoria univoca, oscura e sporca. E ormai impresentabile

    Viva la Resistenza (ripulita, però)


    Già negli anni 60 studi come quelli dei Pisanò avevano scoperchiato il baratro.
    Ma gli autori erano d'origine fascista, «quindi» inattendibili

    Di Paolo Simoncelli www.avvenire.it

    Il sovrapporsi ansioso di polemiche aggressive ma soprattutto scomposte sull'ultimo libro di Pansa fa perdere la possibilità che venga discusso (salvo che non sia proprio questo l'obiettivo): quando tutto è rissa, nulla è più razionale. Cerchiamo allora di riconsiderare la vicenda della sua ultima «trilogia».

    Il sangue dei vinti del 2003, non fu il primo esempio di ripensamento della resistenza o dell'altra sua faccia impresentabile di ferocia e violenza. Già dalla metà degli anni Sessanta inchieste passionali come quelle dei fratelli Pisanò avevano scoperchiato il baratro dell'orrore. Ma gli autori provenivano dal fascismo repubblicano, automaticamente, quindi, le loro ricerche dovevano essere inattendibili, indipendentemente dal contenuto della documentazione fornita, prescindendo anzi dalla sua stessa lettura.

    Nessuna critica; silenzio sprezzante.

    Il «fonte battesimale», l'apertura alla circolazione culturale, la legittimazione alla discussione, sta a sinistra. E infatti solo dal 1991, dopo il crollo del comunismo internazionale, Claudio Pavone col Saggio sulla moralità della resistenza</B> consentì di discutere di quegli aspetti violenti che da allora, progressivamente, poterono essere censiti, documentati, ricostruiti essenzialmente da storici legati ai vari Istituti locali di storia della resistenza.

    Pansa dunque nel 2003 raccolse notizie che già da tempo circolavano tranquillamente anche per canali editoriali tutt'altro che a circuito chiuso. Da grande giornalista dette struttura romanzata ad un lungo elenco di morti ammazzati con ferocia, spesso senza alcuna «giustificazione» politico-militare da parte dei partigiani comunisti, costruendo un volume agile e di facile lettura che ebbe un impatto traumatico sulle generazioni cresciute nel mito apodittico e acritico delle glorie resistenziali e dette voce e ragione a chi, antifascista anche di vecchia e a volte militare esperienza, assordato dall'idiozia e dalla retorica, era diventa to «anti-antifascista».

    Seguirono allora le lettere inviategli da quanti, familiari stretti di quegli assassinati e di quegli scomparsi, andavano cercando, dopo cinquant'anni di un silenzio ostile e altrettanto violento di quello d'allora, un'attenzione emotiva: nacque così Sconosciuto 1945. E dalle polemiche che questi interventi in danno d'una monolitica e indistinta «verità ufficiale» avevano provocato, dalle reazioni epidermiche o propriamente isteriche di chi sentì traballare un farisaico pilastro della pubblica moralità repubblicana, l'attuale La grande bugia, che ha portato a invocare, come fatto da Bocca su La Stampa del 18 ottobre, leggi come quelle che in Francia impediscono di negare il genocidio ebraico o armeno, vagheggiando chissà se una nuova Congregazione dell'Indice o più spicciativi sistemi alla Goebbels o Mao: roghi di libri sulle pubbliche piazze.

    Pansa non ha fatto dunque ricerche nuove (non è «andato in archivio»); in cosa consisterebbe quindi il suo «revisionismo»? Già inchieste giornalistiche del dopoguerra avevano contribuito a documentare molti terribili eccidi svelando una realtà più agghiacciante di quel che si sapesse o si potesse immaginare: scoperte addirittura di «cimiteri clandestini» che avevano allertato le prefetture competenti e il ministro dell'Interno (Scelba) in persona; notizie poi ridimensionate: si trattava di fosse comuni, ad esempio in provincia di Siena, con «solo» venti cadaveri…

    Casi come questo, ripetuti e moltiplicati per province aumentano sensibilmente i ventimila soppressi di cui ha scritto Pansa. Senza giungere ai trecentomila assassinati di cui, infondatamente, si cominciò a parlare nel febbraio '46 ; ma stando comunque ben al di sopra dei circa quindicimila «fascisti soppressi durante l'insurrezione del Nord» dichiarati da Parri, ma della cui inchiesta presso le prefetture per dedurre tale cifra, il capo della polizia avvertiva Scelba non esistere alcuna traccia presso il min istero! Tutto ancora indefinito, approssimativo.

    Comprensibilmente: come quantificare i morti ammazzati senza recuperarne le salme, senza poterne documentare un atto di morte o almeno di partigiana condanna a morte? Omertà continua ed elenchi elastici di spie e «collaborazionisti» sono andati di pari passo in un lungo, interminabile (a quanto sembra) dopoguerra violento.

    Perché è stato voluto costruire un mito su quelle basi marce e arcinote a tutti, protagonisti e testimoni? Egemonia?

    Col risultato che per non aver usato il bisturi è stato lasciato infettare il corpo. Sicuri che far eleggere Moranino deputato comunista sia stato un buon servizio reso alla resistenza? Continuiamo piuttosto a pensare che chi ama la resistenza abbia il dovere di tenerla pulita, non di tramandarne con forza illogica una memoria univoca, oscura e sporca. Ormai anche scientificamente impresentabile.

    PS: Oltre 400 mila copia vendute di Il sangue dei vinti erano prevedibili? E non attestano clamorosamente un'attesa, un'ansia sociale di verità non più sepolte nella rimozione obbligata dal politically correct? E non più affidabili ad una screditata nomenklatura dogmatica?

    (3, fine. I precedenti articoli sono stati pubblicati l'8 e il 9 novembre 2006)
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    Io farei una seria distinzione tra partigiani e comunisti.
    I partigiani veri erano monarchici e non compirono porcherie....i comunisti viceversa si dedicarno a compiere massacri, attentati e ad alimentare la lotta tra la popolazione con l'odio politico.
    NOI SIAMO LA VERA ITALIA !
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    Senza alcun dubbio il vero progetto dei presunti liberatori da una dittatura era quello...di instaurare un'altra dittatura.
    Per fortuna non ci sono riusciti;il paese non era con loro.

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    hanno lo stesso fatto tanti danni...sradicando la Monarchia hanno semplicemente elaborato la pratica messa in atto in tanti stati dai despoti sovietici....di spartrirsi poi il potere senza freni!

    I rossi e i degasperiani, hanno decapitato l'Italia del suo passato e della sua storia.
    Hanno instaurato un regime voluto dalla minoranza della popolazione votante e pure tra migliaia di irregolarità....hanno tirato un bel raggiro ai tanti poveri soldati del Re, oltre mezzo milione, che hanno combattuto per liberare l'Italia indossando la divisa del Regio Esercito e con loro i 38 mila partigiani monarchici che si consideravano emanazione del Regio Esercito e che da soldati si comportarono.

    I 32 mila comunisti, i novemila azionisti ed i mille socialisti, hanno tirato un bel bidone all'Italia...lottando non tanto per l'Italia, ma per la presa del potere ad ogni costo...

    Ps.: i numeri sono quelli forniti dagli alleati....di combattenti effettivi durante i tre anni quasi di guerra civile.
    Non contano le centinaia di migliaia di partigiani che si aggiunsero dopo il 28 aprile nelle piazze del Nord.
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  7. #7
    The darkness inside...
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    Citazione Originariamente Scritto da Gilbert I Visualizza Messaggio
    Non contano le centinaia di migliaia di partigiani che si aggiunsero dopo il 28 aprile nelle piazze del Nord.
    Il nostro è un paese strano, fatto di idealisti e di furboni...
    I partigiani comunisti erano un po' la quinta colonna dell'Unione Sovietica in Italia, come nelle altre Nazioni dove poi il comunismo s'è imposto, o anche come in Grecia. Dobbiamo ritenerci fortunati che non abbiano vinto.
    Andrea I Nemesis
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  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Gilbert I Visualizza Messaggio
    Io farei una seria distinzione tra partigiani e comunisti.
    I partigiani veri erano monarchici e non compirono porcherie....i comunisti viceversa si dedicarno a compiere massacri, attentati e ad alimentare la lotta tra la popolazione con l'odio politico.
    Infatti: Si legge ne Gli ultimi Soldati del Re di Eugenio Corti, edizioni ARES :

    “Gli ultimi soldati del Re d'Italia sono quelli che dal 1944 al 1945, inquadrati nell'esercito regolare, hanno combattuto insieme con gli "Alleati" contro i tedeschi. Non con odio, ma spinti da senso del dovere, amore per la patria, desiderio di finire al più presto una guerra che lacerava i corpi e le coscienze.
    La storia di questi uomini, negli annali dell'Italia ufficiale, occupa un ruolo minore: fin qui si è preferito proporre, o anche imporre, la storia parallela della resistenza partigiana.”

    E ancora:

    Il numero dei veri combattenti partigiani e dei soldati di liberazione è stato grosso modo uguale, così come le ore di combattimento sostenute [...]

    “Tra la nostra guerra e quella dei partigiani c'era una differenza fondamentale: noi combattevamo senza odio. Anzi, dal principio alla fine noi del Corpo di Liberazione, mentre ci battevamo contro i Tedeschi, abbiamo sperato con tutto il cuore di non dover combattere anche contro reparti fascisti, cioè contro altri Italiani [...]
    Tra i partigiani inoltre c'erano - e occupavano uno spazio molto rilevante - i comunisti, i quali avevano in animo di introdurre una dittatura peggiore di quella che stava andando in rovina: la loro eventuale rivoluzione, riuscita o meno, avrebbe costituito per l'Italia un'enorme tragedia".

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Andrea I Nemesi Visualizza Messaggio
    Il nostro è un paese strano, fatto di idealisti e di furboni...
    I partigiani comunisti erano un po' la quinta colonna dell'Unione Sovietica in Italia, come nelle altre Nazioni dove poi il comunismo s'è imposto, o anche come in Grecia. Dobbiamo ritenerci fortunati che non abbiano vinto.
    quando li senti palare questi signori hanno il coraggio di disprezzare i santi tribunaili dell'inquisizione .

  10. #10
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    quando li senti palare questi signori hanno il coraggio di disprezzare i santi tribunaili dell'inquisizione .
    e ti stupisci?
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