L'agenzia di rating: "Non rispetterete gli impegni sul deficit"
La replica del ministro: "Non prenderemo un early warning"
S&P: "Italia bocciata in Europa"
Tremonti: "Siamo tranquilli"
La Ue non abbandona la linea del rigore: "Sanare i conti pubblici"
Il ministro Giulio Tremonti
ROMA - L'Italia rischia la bocciatura da parte di Bruxelles sui conti pubblici. E' quanto prevede l'agenzia di rating Standard & Poor's in un rapporto pubblicato oggi sulla coordinazione delle politiche fiscali nell'Unione europea.
L'Italia insomma non sarebbe in grado di rispettare nel 2004 gli impegni previsti dal patto di stabilità, e rischierebbe di sforare il tetto del 3% del rapporto tra deficit e pil.
Nel mirino di S&P il trasferimento alle amministrazioni locali di poteri in materia di bilanci. Secondo l'agenzia di rating, la devoluzione è stata meno pronunciata sul fronte dei ricavi fiscali rispetto alla crescente capacità di spesa degli enti locali. In altre parole, molto bravi a spendere, meno a imporre tasse. Insomma, sostiene S&P, i governi centrali dovrebbero chiedere agli enti locali di "fare di più con meno risorse" per raggiungere gli obiettivi del patto, con risultati diversi.
Un giudizio che dovrebbe far arrabbiare, e molto, sia sindaci che governatori regionali, in feroce polemica con il governo per i tagli apportati agli enti locali, ma che dovrebbe suonare come campanello d'allarme anche per il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, vista la concreta possibilità che l'Italia riceva un early warning (l'ammonizione che scatta prima che Bruxelles decida le sanzioni).
Tremonti tuttavia non sembra particolarmente preoccupato, o se lo è non lo dice: "Non rrenderemo un early warning, siamo tranquilli - commenta il ministro - sono tre anni che sento queste domande e rispondo sempre la stessa cosa".
Tuttavia l'Europa non appare disposta a recedere dalla linea della fermezza sui conti pubblici. Dalle prime anticipazioni sulla bozza di conclusioni che i capi di Stato e di governo della Ue dovrebbero approvare il 25 e 26 marzo prossimo inviterà gli Stati membri a "consolidare le finanze pubbliche in linea con la disciplina del Patto di stabilità e di crescita" e a "garantire il raggiungimento dei propri impegni di consolidamento del bilancio per raggiungere la posizione a medio termine di avvicinamento al pareggio o di surplus e per ridurre l'indebitamento del governo".
(9 marzo 2004)
Secondo la Banca centrale europea il nostro paese potrebbe sfondare già da quest'anno il rapporto deficit-pil
La Bce avverte l'Italia
"Conti fuori controllo"
Sotto la lente le misure una tantum del governo
Il presidente della
Banca centrale europea
ROMA - La Banca centrale europea suona il campanello di allerta sui conti pubblici italiani. In caso di andamento sfavorevole dell'economia il nostro paese potrebbe già quest'anno superare il limite del 3% nel rapporto fra deficit e prodotto interno lordo.
Per Germania, Francia e Portogallo "sussiste il forte rischio che perduri o si ripresenti una situazione di disavanzo Eccessivo", ma anche "in Italia e Lussemburgo andamenti economici sfavorevoli potrebbero provocare il superamento del limite del 3% nel 2004 o nel 2005". E' quanto scritto nel Bollettino di marzo che dedica un intero capitolo ai conti pubblici dei partner di Eurolandia. Per quanto concerne l'Italia in particolare, la Bce precisa che "resta ancora incerto se le misure una tantum verranno sostituite da azioni più durature".
E' il secondo allarme nel giro di pochi giorni. Martedì anche l'agenzia di rating Standard&Poors aveva lanciato un allarme analogo, ma il ministro dell'Economia Giulio Tremonti si era dichiarato assolutamente tranquillo rispetto ai possibili rischi di insostenibilità della finanza pubblica.
Sulla ripresa economica la Bce è invece ancora una volta ottimista disegnando uno scenario di una prolungata e graduale ripresa nel corso del 2004 e del 2005. Le incertezze riguardano semmai l'andamento dei consumi privati nell'area dell'euro nonchè gli squilibri persistenti in alcune regioni del mondo, che potrebbero avere ripercussioni sulla sostenibilità dell'espansione economica mondiale. Uno scenario in cui la Banca centrale considera adeguato, a sostenere la ripresa economica, l'attuale livello dei tassi di interesse.
(11 marzo 2004)
Rapporto sul potere d’acquisto negli ultimi 3 anni
L'inflazione rende gli impiegati più poveri: -13%
I dirigenti hanno perso il 6,8%. Milano prima per il livello delle retribuzioni, è forte il divario tra uomini e donne
Anche senza considerare la discussa inflazione «percepita». Anche senza andare a scovare nei supermercati o nelle varie bollette qual è la voce che ha subito il maggiore rialzo. Anche senza citare il passaggio all’euro, l’Italia del lavoro dal 2001 al 2003, mettendo in fila buste paga lorde complessive e inflazione ufficiale, si è impoverita. Senza esclusione di categorie, senza paracadute per dirigenti e manager. Anche se a pagare il prezzo maggiore sono stati gli impiegati, il cui potere di acquisto è stato intaccato del 13,3% nel triennio. Seguiti dagli operai, la cui capacità di spendere ha subito un’erosione del 9,3%.
IL «GAP» TRA UOMINI E DONNE - Inoltre, a pochi giorni dall’invito rivolto alle donne dal Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, «siete la maggioranza, fatevi valere», resta il dente dolente delle loro buste paga, in media sempre più basse rispetto a quelle dei colleghi di pari grado. Anche se tra le nubi dell’anacronistico «gap» salariale, sembra comparire qualche spiraglio di luce: la differenza tra le retribuzioni, pur rimanendo sempre alta, mostra in alcuni casi un’inversione di tendenza. Tra i quadri, il «gap» è sceso nel triennio dal 5,8% al 5,2%, chiaramente sempre a favore degli uomini. A sorpresa, la stessa tendenza emerge nel mondo degli operai, dove la differenza si è assottigliata dall’8,9% al 7,7%. Mentre, la distanza nei trattamenti tra uomini e donne, già molto rilevante, si appesantisce proprio nella categoria più tartassata dalla perdita del sacro potere di spesa: tra gli impiegati il dislivello passa dal 12,6% al 13,9%. Segnali che, messi tutti insieme, possono essere interpretati anche come il minor peso che la professione degli impiegati tende ad avere nel mondo delle imprese. Da ultimo, la situazione sembra rimanere stazionaria per i dirigenti, con uno stabile 7,6%. Per quanto riguarda, infine, le città, rimane inattaccabile il primato di Milano, che continua a essere la più generosa.
IL RAPPORTO - I dati risultano dal rapporto 2004 sulle retribuzioni in Italia, l’indagine condotta dalla società di consulenza Od&M in collaborazione con il Corriere Lavoro che ha passato al setaccio circa un milione di retribuzioni lorde (comprensive di superminimi, parti variabili e bonus) tra l’inizio del 2001 e la fine del 2003. La versione integrale dello studio condotto attraverso internet sarà in edicola domani con l’inserto del Corriere della Sera. Il campione utilizzato è formato per oltre la metà da impiegati (586.722) e da quadri (211.211). Minore il peso dei dirigenti (99.434) e degli operai (56.741).
Ma come mai l’impatto dell’inflazione, che nel triennio in questione è stata pari al 7,9% (2,7 nel 2001; 2,5 nel 2002 e di nuovo 2,7 lo scorso anno), è stato così diverso fra le quattro categorie lavorative? Il punto principale è che, secondo i dati raccolti dallo studio, le buste paga, sia per gli impiegati che per gli operai, hanno fatto addirittura marcia indietro.
E’ come se per queste categorie l’inflazione avesse subito una maggiore accelerazione. L’anno peggiore sembra essere stato il 2003: di quel 13,3% perso dagli impiegati quasi metà, il 6,2%, è andato in fumo nell’ultimo anno. Per gli operai l’erosione del 2003 è stata del 4,3% sul 9,3% totale. Per i dirigenti è stato l’anno decisivo: del 6,8% complessivo, ben il 4,3% è stato perso negli ultimi 12 mesi.
PERCHE’ I SALARI SCENDONO - La discesa delle retribuzioni non è un fenomeno «strano», ma deriva dalla metodologia utilizzata per costruire il rapporto. In pratica, la società di consulenza e il Corriere Lavoro hanno dato vita a una banca dati su internet che può essere aggiornata dagli stessi lavoratori (www.quantomipagano.com oppure www.corriere.it/rapporto) rispondendo a una serie dettagliata di quesiti sul salario percepito. I dati presentati sono la media delle informazioni raccolte e quindi la diminuzione dei salari non riguarda le stesse persone (che avranno visto almeno la parte "fissa" delle loro buste paga crescere del tasso di inflazione programmata), ma più in generale quella categoria. Il risultato finale è che impiegati e operai in media sono stati i più sfavoriti dal triennio di crisi economica.
Massimo Sideri
11 marzo 2004




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