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    Predefinito Le aberrazioni del sincretismo neo-spiritualista (Mario Polia)

    Mario Polia
    LE ABERRAZIONI DEL SINCRETISMO NEO-SPIRITUALISTA
    [Brani tratti da "Il seme e la pienezza, cristianesimo e altre religioni"]


    Il sincretismo è uno degli errori più perniciosi e diffusi fra tutti quelli che oggi minacciano di vanificare la ricerca e la pratica religiosa dei singoli. Il sincretismo minaccia dal di dentro anche un possibile, costruttivo dialogo inter-religioso. Costruzioni artificiali, arbitrarie ed erronee, come la New Age, che vantano adesioni massicce da parte di sprovveduti e dilettanti dello spirito, mostrano in tutta la loro evidenza i segni dei tempi. Ma la New Age e le mode culturali che l’hanno preceduta dai tempi dei “Guru-cola” e quelle che la seguiranno, godono innanzitutto la simpatia e il favore dei poteri, politici ed occulti, che governano il pianeta. Questi, infatti, hanno specialmente a cuore lo scardinamento delle religioni istituzionali e perseguono, anche attraverso le varie espressioni del neo-spiritualismo e delle mode neo-spiritualistiche, un fine ultimo: ridurre la dimensione autenticamente religiosa della persona e dei popoli ad un fatto d’opinione, a un contatto intimistico e inoffensivo col sacro, pienamente rispettoso del potere che governa il mondo in nome della “giustizia” e della “democrazia” e ad esso funzionale.
    La sorniona formula massonica “libera Chiesa in libero Stato”, se solo ci si sforza di penetrarne il significato riposto, non promette affatto tolleranza e rispetto nei confronti della religione.
    Una volta scisso il potere politico dall’influsso della religione, una volta liberato lo Stato dalla Chiesa, e solo allora, lo Stato potrà organizzare in senso “laico” l’istruzione e i mezzi d’informazione dapprima giustapponendo il suo potere a quello della Chiesa, o delle istituzioni religiose preposte ad una data tradizione, quindi soppiantandolo e sostituendosi ad esso.
    In un secondo tempo, raggiunto il controllo della cultura ufficiale, stabilito cosa corrisponde a “scienza”, “libertà”, “progresso” e cosa e chi ad essi si oppone, il potere dello Stato “laico” confinerà il ruolo della religione e della Chiesa in un ghetto ideologico.
    Una semplice rilettura della storia dell’Occidente degli ultimi due secoli, compiuta da questa prospettiva, risulterà illuminante e permetterà anche di comprendere il significato metapolitico dell’attuale progetto di globalizzazione della cultura. Progetto che permetterà – come in realtà sta avvenendo – al potere “laico” di assumere il controllo dell’intero pianeta condannando, emarginando dalla storia ed anche distruggendo militarmente qualsiasi forma religiosa che risulti troppo scomoda per la sua irriducibilità alle tendenze del mondo moderno e per la sua fedeltà ai contenuti originarii della propria tradizione.
    L’epoca odierna è specialmente caratterizzata da una diffusa, profonda ignoranza in materia religiosa, indotta ad arte da chi manipola la cultura e l’informazione, cui fa da controparte un’insana superbia. Questa consiste nel credere che l’uomo possa inventarsi la propria religione adattando le leggi dello spirito alle proprie incapacità, ai propri limiti, tornaconti e piaceri.
    L’errore consiste nel confondere il piano della psiche con quello dello spirito, la sfera delle emozioni con la realizzazione delle potenzialità autenticamente spirituali. Consiste nel disprezzo delle norme etiche, delle pratiche devozionali per tentare l’accesso diretto al mistero mediante vie in cui la sterile hybris di minuscoli titani dei nostri giorni, inetti a tentare l’assalto ai cieli, si paluda dei ridicoli panni di una “volontà di potenza”, o di un “essoterismo” falso e penoso. L’arbitrio consiste nel mescolare elementi diversi presenti nelle varie tradizioni per formare una nuova religiosità dall’accattivante apparenza. Una religiosità soffice e adattabile, intimistica, consona alla struttura invertebrata dei moderni molluschi dello spirito.
    Il prodotto delle tendenze neo-spiritualistiche è una sorta di libido spiritualis da usare come balsamo contro le alienazioni, la solitudine, l’appiattimento della persona al piano istintuale e produttivo, mali generati dal sistema politico e culturale egemone.
    Ma è proprio il procedimento utilizzato dal sincretismo ad essere illegittimo.
    Così, ad esempio, estrapolare arbitrariamente da varie costruzioni gli elementi costitutivi in esse previsti dal medesimo architetto per formare una costruzione nuova e diversa, non legittima l’attribuzione del progetto e dell’opera a quell’architetto. Come pure non è legittimo attribuire a un dato autore un’opera composta usando periodi ed espressioni desunte da vari scritti del medesimo autore.
    Qualcuno potrebbe obiettare che anche la Chiesa, specie nei tempi antichi, è ricorsa ad una sorta di sincretismo di facciata costruendo chiese cristiane su templi pagani, trasfondendo elementi proprii alle antiche divinità del pantheon pagano nelle figure di santi cristiani, sovrapponendo rituali e festività religiose cristiane a riti e festività pagane, ecc. Da una prospettiva tradizionale ed in linea di principio, tuttavia, non sempre si tratta di sincretismo e neppure solo di un astuto procedimento strategico per guadagnare adepti alla nuova fede. Si tratta, piuttosto, della normale, legittima riassunzione di simboli e pratiche che appartengono al pensiero religioso in quanto formano parte delle realtà dello spirito. Tale assunzione venne saggiamente operata da una élite del pensiero e della contemplazione, una élite che, sola, poteva evitare le secche dello sterile sincretismo per giungere a sintesi feconde e durature.
    V’è infatti una sostanziale differenza fra sincretismo e sintesi, la stessa esistente, per ricorrere ad un esempio, fra una mescolanza di limature eterogenee, o frammenti di metalli diversi ed una lega ottenuta per loro fusione ed intima compenetrazione.
    Per quanto riguarda la vigenza delle realtà spirituali, degli archetipi universali ed eterni, questa supera i limiti dei cicli storici in cui le forme tradizionali cessano di esistere in quanto tali. Le forme svaniscono, ma non scompaiono le strutture fondamentali del pensiero religioso perché queste affondano le loro radici nella realtà divina del Verbo e sono presenti in ogni ciclo tradizionale legittimo, che si rifà all’Origine divina di ogni conoscenza e trae da essa la propria legittimità. L’universalità delle realtà dello spirito e dei simboli attraverso i quali le categorie metafisiche si manifestano permette di definire una “ecumene” ideale caratterizzata da valori fondanti comuni alle diverse tradizioni. Ma come cogliere quei valori se non vivendoli? E come viverli se non all’interno della propria tradizione?
    Eccoci giunti ad un punto di fondamentale importanza che presuppone la capacità di distinguere fra il piano della psiche e quello dello spirito, fra cultura e sapienza o, se si vuole, fra conoscenza intellettuale (o profana) e conoscenza del cuore (o sacra).
    Il percorrere un cammino religioso, se non si limita a un fatto di pura esteriorità, permette di acquisire la conoscenza vissuta delle realtà dello spirito. Solo dopo averle conosciute si potrà stabilire quanto di esse sia presente in tradizioni diverse dalla propria. Altrimenti, si compareranno strutture e forme dei rituali, elementi dei miti e delle filosofie religiose ma si resterà sempre alla superficie, quella cui è condannato lo studioso. Come si potrà, ad esempio, definire il valore e i contenuti del concetto di “compassione” se si ignora cosa sia la compassione? Se questa qualche volta non si è manifestata nel cuore operando un’apertura della mente, una catarsi del pensiero e una conversione dei costumi?
    Allo stesso modo, come si potrà intendere cosa significhi la paternità, o la maternità, senza mai essere stati padri o madri? Lo si può, certo, ma solo a patto di aver raggiunto un piano dell’essere in cui si coglie l’essenza senza essere passati necessariamente attraverso l’esperienza materiale. Questo è il piano cui giunge il contemplante.
    E con ciò si ritorna, inevitabilmente, alla necessità di vivere di persona l’esperienza religiosa. Questa si fonda non su opinioni ma su certezze, non sul sentito dire ma sull’aver realizzato.
    In altre parole, un buddhista e un cristiano, ad esempio, o un cristiano ed un islamico, a prescindere da una previa conversione, potranno conoscersi e comprendersi solo essendo fino in fondo ognuno di essi cristiano, buddhista od islamico. Allo stesso modo, seguendo ognuno la propria tradizione, potranno intendere dall’interno del vissuto religioso, oltre ai valori che li uniscono, anche le differenze che li distinguono e, a volte, li separano.
    “Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero”

    Proverbio arabo

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Talib Visualizza Messaggio
    Costruzioni artificiali, arbitrarie ed erronee, come la New Age, che vantano adesioni massicce da parte di sprovveduti e dilettanti dello spirito, mostrano in tutta la loro evidenza i segni dei tempi. Ma la New Age e le mode culturali che l’hanno preceduta [...] e quelle che la seguiranno, godono innanzitutto la simpatia e il favore dei poteri, politici ed occulti, che governano il pianeta. Questi, infatti, hanno specialmente a cuore lo scardinamento delle religioni istituzionali e perseguono, anche attraverso le varie espressioni del neo-spiritualismo e delle mode neo-spiritualistiche, un fine ultimo: ridurre la dimensione autenticamente religiosa della persona e dei popoli ad un fatto d’opinione, a un contatto intimistico e inoffensivo col sacro
    L’epoca odierna è specialmente caratterizzata da una diffusa, profonda ignoranza in materia religiosa, indotta ad arte da chi manipola la cultura e l’informazione, cui fa da controparte un’insana superbia. Questa consiste nel credere che l’uomo possa inventarsi la propria religione adattando le leggi dello spirito alle proprie incapacità, ai propri limiti, tornaconti e piaceri.
    L’errore consiste nel confondere il piano della psiche con quello dello spirito, la sfera delle emozioni con la realizzazione delle potenzialità autenticamente spirituali. Consiste nel disprezzo delle norme etiche, delle pratiche devozionali per tentare l’accesso diretto al mistero
    Una religiosità soffice e adattabile, intimistica, consona alla struttura invertebrata dei moderni molluschi dello spirito.
    Il prodotto delle tendenze neo-spiritualistiche è una sorta di libido spiritualis da usare come balsamo contro le alienazioni, la solitudine, l’appiattimento della persona al piano istintuale e produttivo, mali generati dal sistema politico e culturale egemone.
    Ma è proprio il procedimento utilizzato dal sincretismo ad essere illegittimo.
    Così, ad esempio, estrapolare arbitrariamente da varie costruzioni gli elementi costitutivi in esse previsti dal medesimo architetto per formare una costruzione nuova e diversa, non legittima l’attribuzione del progetto e dell’opera a quell’architetto.
    V’è infatti una sostanziale differenza fra sincretismo e sintesi, la stessa esistente, per ricorrere ad un esempio, fra una mescolanza di limature eterogenee, o frammenti di metalli diversi ed una lega ottenuta per loro fusione ed intima compenetrazione.
    Per quanto riguarda la vigenza delle realtà spirituali, degli archetipi universali ed eterni, questa supera i limiti dei cicli storici in cui le forme tradizionali cessano di esistere in quanto tali. Le forme svaniscono, ma non scompaiono le strutture fondamentali del pensiero religioso perché queste affondano le loro radici nella realtà divina del Verbo e sono presenti in ogni ciclo tradizionale legittimo, che si rifà all’Origine divina di ogni conoscenza e trae da essa la propria legittimità. L’universalità delle realtà dello spirito e dei simboli attraverso i quali le categorie metafisiche si manifestano permette di definire una “ecumene” ideale caratterizzata da valori fondanti comuni alle diverse tradizioni. Ma come cogliere quei valori se non vivendoli? E come viverli se non all’interno della propria tradizione?
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  3. #3
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    Guenon sulla differenza tra sincretismo e sintesi (probabilmente già presente nel forum)





    Este artículo fué publicado en la revista italiana Arthos (Anno II, N. 3, Maggio-Agosto 1973) con la siguiente nota: "Articolo pubblicato nel numero del novembre 1937 de La Vita Italiana. Questo scritto dovrebbe essere proposto alla particolare ponderazione di chi, anche di recente, si è fatto sostenitore di confuse teorie per le quali cattolici, massoni, tradizionalisti di « destra » o di « sinistra » (sic) dovrebbero essere « affratellati » da presunte identità di obiettivi (n. d. R.)."
    PROBLEMI DELLA TRADIZIONE
    RENE GUENON
    Quei nostri contemporanei che pretendono di studiare le dottrine tradizionali senza penetrarne per nulla l'essenza, e soprattutto quelli che le considerano da un punto di vista « storico » e di mera erudizione, hanno quasi sempre la tendenza a confondere la sintesi col sincretismo.

    É una osservazione, questa, che in via generale può farsi circa lo studio « profano » sia delle dottrine d'ordine puramente metafisico che delle varie adattazioni di esse, come p. es. quelle religiose. Del resto, è raro che si faccia, nel riguardo, una distinzione, e la cosidetta « scienza delle religioni » tratta di una quantità di cose che, in realtà, non hanno nulla di « religioso » in senso stretto e moderno, come p. es. i misteri dell'antichità. Una tale scienza manifesta poi da sè stessa, e nettamente, il suo carattere profano nel suo sostenere che chi sta fuori d'ogni religione e che quindi della religione (noi preferiremmo dire della « tradizione », senza specificare alcuna modalità particolare) non può avere che una conoscenza affatto esteriore, sia il solo capace di occuparsene « scientificamente ». La verità è che, presso ad un pretesto di conoscenza disinteressata, si cela una intenzione nettamente antitradizionale: si tratta di una « critica » destinata anzitutto – nello spirito dei suoi promotori e, forse meno coscientemente, in quelli che li seguono – a distruggere ogni tradizione, non volendovi vedere, per partito preso, che un insieme di fatti psicologici, emotivi, sociali, ecc., in ogni caso, fatti puramente umani.

    Errore del « sincretismo »

    Il sincretismo, inteso nel suo senso vero, non è che la semplice sovrapposizione di elementi di diversa provenienza, riuniti dall'esterno, senza che alcun principio d'ordine più profondo entri in giuoco. E' evidente che un tale insieme può così costituire una dottrina vera, quanto un mucchio di pietre può costituire un saldo edificio.

    Non vi è bisogno di andar lontano per trovare esempi tipici di sincretismo: le contraffazioni moderne della tradizione, soprattutto quelle a tinta neo-spiritualista e teosofista, non sono, in fondo, che questo: idee prese in prestito da varie forme tradizionali, generalmente mal comprese e più o meno deformate, vi si trovano mescolate a concezioni della filosofia e della scienza profana. Vi sono anche teorie filosofiche -formate quasi interamente di frammenti di altre teorie, e qui il sincretismo si chiama abitualmente « ecletismo »; ma questo caso è già meno grave, dato che si tratta di mera filosofia, cioè di un pensiero profano che, almeno, non cerca di farsi passare per quel che esso non è.

    In ogni caso, il sincretismo è sempre un procedimento essenzialmente profano, per via della sua stessa esteriorità: e non solo non ha un carattere di sintesi, ma ne ha uno contrario. In fatti la sintesi, per definizione, parte dai principii, ossia da quel che vi è di più interiore; essa va, per così dire, dal centro alla periferia, mentre il sincretismo resta nella periferia, nella pura molteplicità di elementi considerati in sè stessi, staccati dal loro principio e poi artificialmente associati. Se purtuttavia certi sincretisti parlano spesso e volentieri di sintesi, ciò prova solo una cosa: ossia, che essi sentono che, qualora riconoscessero la natura reale delle loro teorie composite, confesserebbero con ciò stesso di non esser i depositari di nessuna tradizione e che il lavoro al quale si sono dati non differisce affatto da quello di qualunque « ricercatore » messosi a connettere queste o quelle un idee prese dai libri.

    Se costoro han dunque un interesse evidente nel far passare per sintesi il loro sincretismo, l'errore di coloro, di cui dicevamo al principio, ossia di coloro che presumono fare « la scienza », avviene generalmente in senso inverso: quando si trovano di fronte ad una vera sintesi, essi sono quasi sempre portati a non vedervi che un sincretismo. La spiegazione di questo atteggiamento, in fondo, è semplicissima: tenendosi al punto di vista più profano e esteriore che mai si possa concepire, essi non hanno alcuna coscienza di un ordine diverso e, non volendo ammettere che ad essi alcune cose sfuggono, cercano naturalmente di ricondurre tutto a quel che è alla portata della comprensione loro. Col supporre che ogni dottrina sia unicamente l'opera di uno o più individui umani, senza alcun intervento di elementi superiori (giacchè non bisogna dimenticare che questo è il postulato fondamentale di tutta la loro « scienza »), essi attribuiscono a tali individui quel che essi stessi finirebbero col fare in un simile caso; ed è inutile dire, che essi non si preoccupano menomamente di sapere se la dottrina che essi studiano a modo loro sia o no l'espressione della verità; un tale problema, non essendo « storico », ad essi non si pone nemmeno. Si può anzi dubitare che essi abbiano mai pensato stere una verità d'ordine diverso dalla semplice che possa es « verità di fatto », che sola può esser l'oggetto dell'erudizione.

    Presunte filiazioni

    Quel che in ogni modo è importante rilevare, è che la falsa concezione di un presunto sincretismo delle dottrine tradizionali ha per conseguenza diretta e inevitabile l'inclinazione a spiegare la concordanza di elementi appartenenti a diverse forme tradizionali con qualcosa, che l'una avrebbe preso in prestito dall'altra. Beninteso, qui non v'entra affatto l'origine comune delle tradizioni, nè la loro filiazione autentica, con la trasmissione regolare e le adattazioni successive che essa implica: tutto ciò, sfuggendo ai mezzi d'investigazione di cui dispone lo storico profano, per lui non esiste affatto. Si vuole invece parlare soltanto di una specie di copia o di plagio che dell'una tradizione avrebbe fatta un'altra, trovatasi in contatto con la prima per circostanze casuali, di una incorporazione di elementi staccati, non rispondente ad alcuna ragione profonda: il che è proprio l'essenza del sincretismo. Non ci si domanda per nulla se non sia normale che una stessa verità riceva espressioni più o meno simili indipendentemente da ogni trasmissione materiale grossolana, e questa domanda non la si pone, perchè, come accennavamo, si è decisi ad ignorare una tale verità, la quale, benchè rappresenterebbe una spiegazione incompleta senza l'idea di una unità tradizionale primordiale, pure rappresenterebbe un certo aspetto della realtà. Aggiungiamo che un tale riferimento non ha nulla a che fare con quell'altra teoria, altrettanto profana, benchè d'ordine diverso, che fa appello a ciò che si è convenuto di chiamare « l'unità dello spirito umano », intendendo questa unità in senso affatto psicologistico: a tale livello, una unità del genere non esiste affatto, e in ciò ancora una volta si tradisce il pregiudizio proprio a chi crede che ogni dottrina sia un semplice prodotto dello « spirito umano ».

    Rileveremo ancora che questa stessa idea del sincretismo e degli « apporti », propriamente applicata ai testi tradizionali, dà nascita alla ricerca di « fonti » ipotetiche, come pure alla supposizione di « interpolazioni »; il che, come è noto, costituisce una delle massime risorse dell'opera distruttrice della « critica », l'unico scopo reale della quale è la negazione di ogni ispirazione « super-umana ». Ciò si riconnette strettamente all'intenzione antitradizionale accennata al principio; e in questa occasione, sia pur di passaggio, indichiamo l'incompatibilità fra ogni spiegazione « umanistica » e lo spirito tradizionale, incompatibilità evidente, perchè non tener conto dell'elemento non-umano significa propriamente disconoscere quel che costituisce l'essenza stessa della tradizione, ciò, senza di cui non c'è più nulla che possa portar legittimamente questo nome.

    Se è impossibile che vi sia del sincretismo nelle dottrine tradizionali, perchè è invece di sintesi che in esse si tratta, è del pari impossibile che ve ne sia in chi le abbia veramente comprese, epperò abbia capita la vanità, di un tale procedimento, così come di tutti quelli propri al pensiero profano, nè sente alcun bisogno di ricorrervi. Tutto ciò che è veramente inspirato dalla conoscenza tradizionale procede sempre « dall'interno » e non « da fuori »; chiunque ha coscienza dell'unità essenziale di tutte le tradizioni può, per esporre e interpretare la dottrina, fare appello, a seconda dei casi, a mezzi espressivi provenienti da forme tradizionali diverse, se egli ritiene che ciò sia vantaggioso; ma in questo non vi è nulla che somigli ad un qualunque sincretismo o al « metodo comparativo » degli eruditi. Da un lato, l'unità centrale e principale che rischiara e domina tutto; dall'altra, colui che di una tale unità non sospetta nemmeno l'esistenza e si perde nel labirinto di una ricerca disordinata e sempre confinata alla periferia.

    Ciò conduce anche al seguente ordine di considerazioni.

    Tradizione e supertradizione

    Secondo la tradizione indù vi sono due modi opposti, l'uno inferiore e l'altro superiore, di esser fuori dalle caste: si può esser «senza casta» – avarna – in un senso privativo, cioè al disotto di esse; e si può essere invece « al di là delle caste » – ativarna – cioè al disopra di esse, benchè questo secondo caso sia incomparabilmente più raro del primo, soprattutto nelle condizioni dell'epoca attuale. In modo analogo, si può essere di qua o di là dalle forme tradizionali: l'uomo « senza religione », per esempio, quale lo si incontra correntemente nel mondo occidentale moderno, corrisponde naturalmente al primo caso; il secondo, invece, concerne esclusivamente coloro che han preso una coscienza effettiva dell'unità e della identità fondamentale di tutte le tradizioni; e anche questo è un caso che, attualmente, è più che eccezionale.

    Si comprenda bene, d'altra parte, che parlando di una coscienza effettiva noi non intendiamo delle nozioni semplicemente teoriche circa questa unità e identità; nozioni che, pur non essendo affatto trascurabili, pure sarebbero insufficienti a che qualcuno possa vantarsi di aver sorpassato lo stadio, in cui è necessario aderire ad una data forma e tenervisi rigorosamente. Ciò, beninteso, non significa affatto che chi si trovi in questo caso non debba tendere a comprendere più completamente e profondamente che possibile le altre forme, ma solo che, praticamente, egli non deve cercare dei « contatti » i quali, su tale piano, avrebbero solo un effetto distruttivo.

    Le forme tradizionali possono esser paragonate a delle vie che conducono tutte allo stesso scopo, ma che, in quanto vie, non per questo cessano di esser ben distinte. E' evidente che non se ne possono percorrere simultaneamente diverse, e che, una volta che ci si è impegnati in una di esse, è d'uopo seguirla sino in fondo senza scostarsene, poichè voler passare dall'una all'altra sarebbe il miglior modo per non andare avanti, se non anche per smarrirsi del tutto. Solo colui che è giunto al termine, per ciò stesso domina tutte le vie, inquantochè non deve più seguirle. Se occorre, egli potrà praticare forme diverse, proprio perchè le ha superate e perchè per lui esse sono ormai unificate nel loro comune principio. D'altronde, in generale, costui continuerà a tenersi esteriormente fedele ad una data forma, se non altro a titolo di « esempio » per coloro che non sono pervenuti al suo stesso punto; ma, se delle circostanze speciali lo richiedessero, potrà egualmente bene far uso di altre forme, allo stesso modo che chi conosce varie lingue, pur facendo prevalentemente uso della sua propria, ha la facoltà, ove occorra per farsi intendere, esprimere gli stessi concetti nei termini di un altro linguaggio.

    Insomma, fra questo caso e quello di una illegittima mescolanza delle forme tradizionali vi è tutta la differenza che abbiamo già indicata esistere fra « sintesi » e « sincretismo »: dal che ognuno potrà vedere la portata che hanno le considerazioni da noi svolte a tale riguardo. Colui che considera tutte le forme nell'unità stessa del Ioro principio ne ha, per ciò stesso, una veduta sintetica nel senso più rigoroso della parola; egli può porsi all'interno di ognuna di esse, anzi noi diremmo che egli raggiunge il punto che è per esse tutte il più anteriore, essendo invero il loro centro comune. Riprendendo l'immagine ora usata, tutte le vie, partendo da punti differenti, vanno avvicinandosi le une alle altre, pur restando distinte, finchè sboccano in questo centro unico. Ma, viste da un tale centro, esse in realtà non appaiono più che come altrettanti raggi da esso promananti, mediante i quali esso entra in relazione con i punti molteplici della periferia. Questi due sensi, inversi, secondo i quali le stesse vie possono esser considerate, corrispondono esattamente ai punti di vista propri, rispettivamente, a chi « è in cammino » verso il centro, e a chi lo ha raggiunto; stati, che nel simbolismo tradizionale furono spesso descritti come quelli del « viaggiatore » e del « sedentario ». Quest'ultimo è simile a chi, stando sul sommo di un monte, senza doversi muovere, ne vede in egual modo i varii versanti, mentre colui che scala la stessa montagna vede soltanto la parte che gli è vicina; ed è evidente che solo la visione del primo può esser detta sintetica.

    L'insieme delle osservazioni che qui abbiamo svolte non deve esser considerato come puramente astratto. Se noi teniamo sempre a mantenerci sul piano dei puri principii, le conseguenze, che da esse si possono trarre, possono raggiungere anche problemi d'ordine concreto e di importanza immediata. Ad esempio, in un periodo, come l'attuale, in cui si fa sempre più urgente la necessità di superare ogni particolarismo in nome di una solidarietà spirituale, perché solo questa può opporsi efficacemente all'azione concertata delle forze mondiali di sovvertimento e didistruzione, è quanto mai importante studiare le condizioni, presso alle quali la differenza e l'unità possono conciliarsi; presso alle quali uno spirito unico può sussistere dietro alla varietà di espressioni diverse; presso alle quali la fedeltà ad una tradizione non è settarismo e non si traduce in un principio di scisma e di disorganizzazione. E' per tal via che noi abbiamo creduto opportuno insistere, in questa stessa sede, su alcuni punti fondamentali, senza i quali non è possibile avere un vero orientamento negli stessi problemi dell'organizzazione delle forze spirituali in lotta contro la decadenza moderna.

    http://www.geocities.com/daimon.geo/guenvita.htm

  4. #4
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    Ottimo articolo, grazie Achille!
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