Mario Polia
LE ABERRAZIONI DEL SINCRETISMO NEO-SPIRITUALISTA
[Brani tratti da "Il seme e la pienezza, cristianesimo e altre religioni"]
Il sincretismo è uno degli errori più perniciosi e diffusi fra tutti quelli che oggi minacciano di vanificare la ricerca e la pratica religiosa dei singoli. Il sincretismo minaccia dal di dentro anche un possibile, costruttivo dialogo inter-religioso. Costruzioni artificiali, arbitrarie ed erronee, come la New Age, che vantano adesioni massicce da parte di sprovveduti e dilettanti dello spirito, mostrano in tutta la loro evidenza i segni dei tempi. Ma la New Age e le mode culturali che l’hanno preceduta dai tempi dei “Guru-cola” e quelle che la seguiranno, godono innanzitutto la simpatia e il favore dei poteri, politici ed occulti, che governano il pianeta. Questi, infatti, hanno specialmente a cuore lo scardinamento delle religioni istituzionali e perseguono, anche attraverso le varie espressioni del neo-spiritualismo e delle mode neo-spiritualistiche, un fine ultimo: ridurre la dimensione autenticamente religiosa della persona e dei popoli ad un fatto d’opinione, a un contatto intimistico e inoffensivo col sacro, pienamente rispettoso del potere che governa il mondo in nome della “giustizia” e della “democrazia” e ad esso funzionale.
La sorniona formula massonica “libera Chiesa in libero Stato”, se solo ci si sforza di penetrarne il significato riposto, non promette affatto tolleranza e rispetto nei confronti della religione.
Una volta scisso il potere politico dall’influsso della religione, una volta liberato lo Stato dalla Chiesa, e solo allora, lo Stato potrà organizzare in senso “laico” l’istruzione e i mezzi d’informazione dapprima giustapponendo il suo potere a quello della Chiesa, o delle istituzioni religiose preposte ad una data tradizione, quindi soppiantandolo e sostituendosi ad esso.
In un secondo tempo, raggiunto il controllo della cultura ufficiale, stabilito cosa corrisponde a “scienza”, “libertà”, “progresso” e cosa e chi ad essi si oppone, il potere dello Stato “laico” confinerà il ruolo della religione e della Chiesa in un ghetto ideologico.
Una semplice rilettura della storia dell’Occidente degli ultimi due secoli, compiuta da questa prospettiva, risulterà illuminante e permetterà anche di comprendere il significato metapolitico dell’attuale progetto di globalizzazione della cultura. Progetto che permetterà – come in realtà sta avvenendo – al potere “laico” di assumere il controllo dell’intero pianeta condannando, emarginando dalla storia ed anche distruggendo militarmente qualsiasi forma religiosa che risulti troppo scomoda per la sua irriducibilità alle tendenze del mondo moderno e per la sua fedeltà ai contenuti originarii della propria tradizione.
L’epoca odierna è specialmente caratterizzata da una diffusa, profonda ignoranza in materia religiosa, indotta ad arte da chi manipola la cultura e l’informazione, cui fa da controparte un’insana superbia. Questa consiste nel credere che l’uomo possa inventarsi la propria religione adattando le leggi dello spirito alle proprie incapacità, ai propri limiti, tornaconti e piaceri.
L’errore consiste nel confondere il piano della psiche con quello dello spirito, la sfera delle emozioni con la realizzazione delle potenzialità autenticamente spirituali. Consiste nel disprezzo delle norme etiche, delle pratiche devozionali per tentare l’accesso diretto al mistero mediante vie in cui la sterile hybris di minuscoli titani dei nostri giorni, inetti a tentare l’assalto ai cieli, si paluda dei ridicoli panni di una “volontà di potenza”, o di un “essoterismo” falso e penoso. L’arbitrio consiste nel mescolare elementi diversi presenti nelle varie tradizioni per formare una nuova religiosità dall’accattivante apparenza. Una religiosità soffice e adattabile, intimistica, consona alla struttura invertebrata dei moderni molluschi dello spirito.
Il prodotto delle tendenze neo-spiritualistiche è una sorta di libido spiritualis da usare come balsamo contro le alienazioni, la solitudine, l’appiattimento della persona al piano istintuale e produttivo, mali generati dal sistema politico e culturale egemone.
Ma è proprio il procedimento utilizzato dal sincretismo ad essere illegittimo.
Così, ad esempio, estrapolare arbitrariamente da varie costruzioni gli elementi costitutivi in esse previsti dal medesimo architetto per formare una costruzione nuova e diversa, non legittima l’attribuzione del progetto e dell’opera a quell’architetto. Come pure non è legittimo attribuire a un dato autore un’opera composta usando periodi ed espressioni desunte da vari scritti del medesimo autore.
Qualcuno potrebbe obiettare che anche la Chiesa, specie nei tempi antichi, è ricorsa ad una sorta di sincretismo di facciata costruendo chiese cristiane su templi pagani, trasfondendo elementi proprii alle antiche divinità del pantheon pagano nelle figure di santi cristiani, sovrapponendo rituali e festività religiose cristiane a riti e festività pagane, ecc. Da una prospettiva tradizionale ed in linea di principio, tuttavia, non sempre si tratta di sincretismo e neppure solo di un astuto procedimento strategico per guadagnare adepti alla nuova fede. Si tratta, piuttosto, della normale, legittima riassunzione di simboli e pratiche che appartengono al pensiero religioso in quanto formano parte delle realtà dello spirito. Tale assunzione venne saggiamente operata da una élite del pensiero e della contemplazione, una élite che, sola, poteva evitare le secche dello sterile sincretismo per giungere a sintesi feconde e durature.
V’è infatti una sostanziale differenza fra sincretismo e sintesi, la stessa esistente, per ricorrere ad un esempio, fra una mescolanza di limature eterogenee, o frammenti di metalli diversi ed una lega ottenuta per loro fusione ed intima compenetrazione.
Per quanto riguarda la vigenza delle realtà spirituali, degli archetipi universali ed eterni, questa supera i limiti dei cicli storici in cui le forme tradizionali cessano di esistere in quanto tali. Le forme svaniscono, ma non scompaiono le strutture fondamentali del pensiero religioso perché queste affondano le loro radici nella realtà divina del Verbo e sono presenti in ogni ciclo tradizionale legittimo, che si rifà all’Origine divina di ogni conoscenza e trae da essa la propria legittimità. L’universalità delle realtà dello spirito e dei simboli attraverso i quali le categorie metafisiche si manifestano permette di definire una “ecumene” ideale caratterizzata da valori fondanti comuni alle diverse tradizioni. Ma come cogliere quei valori se non vivendoli? E come viverli se non all’interno della propria tradizione?
Eccoci giunti ad un punto di fondamentale importanza che presuppone la capacità di distinguere fra il piano della psiche e quello dello spirito, fra cultura e sapienza o, se si vuole, fra conoscenza intellettuale (o profana) e conoscenza del cuore (o sacra).
Il percorrere un cammino religioso, se non si limita a un fatto di pura esteriorità, permette di acquisire la conoscenza vissuta delle realtà dello spirito. Solo dopo averle conosciute si potrà stabilire quanto di esse sia presente in tradizioni diverse dalla propria. Altrimenti, si compareranno strutture e forme dei rituali, elementi dei miti e delle filosofie religiose ma si resterà sempre alla superficie, quella cui è condannato lo studioso. Come si potrà, ad esempio, definire il valore e i contenuti del concetto di “compassione” se si ignora cosa sia la compassione? Se questa qualche volta non si è manifestata nel cuore operando un’apertura della mente, una catarsi del pensiero e una conversione dei costumi?
Allo stesso modo, come si potrà intendere cosa significhi la paternità, o la maternità, senza mai essere stati padri o madri? Lo si può, certo, ma solo a patto di aver raggiunto un piano dell’essere in cui si coglie l’essenza senza essere passati necessariamente attraverso l’esperienza materiale. Questo è il piano cui giunge il contemplante.
E con ciò si ritorna, inevitabilmente, alla necessità di vivere di persona l’esperienza religiosa. Questa si fonda non su opinioni ma su certezze, non sul sentito dire ma sull’aver realizzato.
In altre parole, un buddhista e un cristiano, ad esempio, o un cristiano ed un islamico, a prescindere da una previa conversione, potranno conoscersi e comprendersi solo essendo fino in fondo ognuno di essi cristiano, buddhista od islamico. Allo stesso modo, seguendo ognuno la propria tradizione, potranno intendere dall’interno del vissuto religioso, oltre ai valori che li uniscono, anche le differenze che li distinguono e, a volte, li separano.




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