STATI UNITI - Il Pentagono è pesantemente infiltrato di elementi «anti-americani» e peggio «anti-cristiani»: queste quinte colonne vanno identificate ed espulse.
Così si legge sull'ultimo numero del Journal of International Security Affairs di Washington, autunno 2006.
Ma non è affatto, come potrebbe credere il lettore, un atto di accusa contro le spie israeliane che hanno preso il comando dell'apparato militare americano. Al contrario.
Il «Journal» sopra citato è il semestrale del JINSA (Jewish Institute of National Security Affairs), una delle facciate della lobby ebraica che, insieme all'American Enterprise e al PNAC (Project for a new american century) hanno promosso le guerre in Afghanistan ed in Iraq. Specificamente, il JINSA si occupa di far avanzare l'interesse di Israele presso i generali USA e il sistema militare - industriale.
La JINSA ha dunque di mira l'espulsione di quegli alti ufficiali che sarebbero ostili ai neoconservatori filo-israeliani, «antiamericani e anticristiani» in quanto non amici di Israele. (1)
L'articolo, dal titolo «Future Terrorism, Mutant Jihad», è firmato da Walid Phares (ohimè, nemmeno ebreo, ma un libanese), membro della Foundation for the Defense of Democracy, che è un'altra delle tante facciate della lobby.
Egli sostiene né più né meno questa tesi: che gli apparati di sicurezza USA sono pieni di «islamo-fascisti» e di «jihadisti».
E prosegue: «Fino a che punto questi elementi jihadisti hanno infiltrato il governo americano e le agenzie federali, non escluso l'FBI, il Dipartimento della Homeland Security, il dipartimento della Difesa e vari comandi militari, attraverso agenti operativi o simpatizzanti?».
Un'asserzione mirabolante: agli alti livelli degli apparati di sicurezza non esistono arabo-americani o musulmani, se non forse qualche traduttore.
Ma per Walid Phares, «la minaccia è concreta».
Dunque bisogna correre ai ripari: «Costruire un consenso nazionale» allo scopo di «affrontare queste forze sulla base della conoscenza delle loro ideologie, obbiettivi e determinazione».
Insomma, ciò che è proposto è una caccia alle streghe, una purga dei nemici interni, o come minimo una messa sotto controllo occulto degli «elementi ostili» tramite intercettazioni e spionaggio, per conoscere «la loro ideologia e i loro obbiettivi».
Non è una minaccia a vuoto.
Il JINSA conta fra i suoi membri il vicepresidente Dick Cheney, l'ambascitore all'ONU John Bolton, l'ex vice-ministro al Pentagono Douglas Feith, nonché Richard Perle, già presidente di quell'organo del Pentagono (il Defense Policy Board) che promosse e organizzò l'invasione dell'Iraq.
Gente che ha un vero potere nel governo Bush.
L'articolo del Journal, benchè apparso nel numero di novembre del semestrale, era stato preparato chiaramente molto prima dell'esito delle elezioni di medio termine: se il voto non avesse fatto perdere ai repubblicani la maggioranza al Congresso, non c'è dubbio che il programma di purga sarebbe stato attuato, per liberare i neocon degli avversari interni che cercano di ostacolare la loro violenza.
Che questi elementi esistano lo denunciava già Barry Jacobs (dell'American Jewish Committee, altra facciata) sul giornale ebraico Forward del 25 maggio 2005: per esempio «negli ambienti dell'intelligence di Washington è pervasiva la convinzione che sono stati gli ebrei americani e i neoconservatori del Pentagono a spingere gli stati Uniti alla guerra contro l'Iraq».
Il che è, naturalmente, la pura verità.
Ma ora, per il JINSA, questi critici dei neocon sono tout court dei jihadisti o loro simpatizzanti.
Da epurare.
Probabilmente solo la sconfitta repubblicana al voto ha sospeso la purga che i neocon-spie di Giuda (2) si promettevano di scatenare, ricalcando le orme dei loro padri, quasi tutti comunisti e trotzkisti sovietici e instancabili «smascheratori di sabotatori interni» in URSS.
Ed è possibile che la purga sia stata solo rimandata.
Dopotutto, anche il partito democratico vincitore è pieno di neocon, o di pro-israeliani dichiarati e sfegatati. (3)
Vero è che in USA nessun candidato che sia tiepido verso Israele e le sue politiche ha la minima probabilità di essere eletto: o gli mancano i fondi per la campagna elettorale (la lobby può bloccare le donazioni) o può scoprire addirittura che il suo collegio elettorale tradizionale, dove tutti lo stimano e che lo ha votato per decenni, gli è stato improvvisamente «ridisegnato» sotto il sedere. Nessun parlamentare che abbia criticato Israele è stato mai rieletto.
A questa situazione allude la battuta, spesso ripetuta a mezza bocca a Washington, che chiama il Congresso «territorio occupato da Israele».
Dunque anche fra i democratici non c'è nessuno che non sia, per amore o per forza, un simpatizzante del potere ebraico.
Qualcuno di più, però.
Nancy Pelosi, la potentissima speaker del Congresso, ha rapporti storicamente cordialissimi con l'AIPAC, American Israeli Political Committee.
Ad una cena dell'AIPAC, nel 2002, Nancy ha raccontato: «Mio padre era sindaco di Baltimora e, da giovane, era uno 'Shabbat Goy'. Io amavo guardare la reazione del pubblico ebraico quando cominciava a parlar loro in yiddish». (4)
Saper parlare in yiddish è quasi una necessità per certi candidati che aspirano al successo (anche Colin Powell sapeva la lingua); essere «shabbat goy», un gentile del sabato - ossia un proselita noachico, impedito alla piena conversione dal suo sangue inferiore - è tuttavia qualcosa di più.
Non a caso la cattolicissima Pelosi ha subito detto che la nuova maggioranza si opporrà all'impeachment per Bush («E' fuori questione»): un processo del genere rivelerebbe gli altarini più sporchi della lobby.
Da tenere d'occhio anche il senatore Tom Lantos, democratico della California: il personaggio, che si definisce «l'unico sopravvissuto all'olocausto eletto al Congresso», è un fanatico ammiratore del pugno di ferro di Sharon, e sostenitore entusiasta della prima e della seconda guerra del Golfo; durante l'aggressione israeliana a luglio, ha proposto con una mozione di interrompere ogni aiuto al Libano finchè questo non avesse accettato lo spiegamento di truppe internazionali al confine con la Siria.
Inutile dirlo, è a favore del «cambio di regime» in Iran.
Anche Hillary Clinton ha dovuto indossare il costume dello «shabbat goy», se non altro per non essere trombata a New York, la città più ebraica degli States.
Ha ripetutamente criticato Bush, ma accusandolo di non essere stato abbastanza falco, specie contro l'Iran (che la lobby vuole fortemente sia bombardato dagli americani).
«Non si possono affrontare minacce come l'Iran o la Corea del Nord demandando la questione ad altri [agli europei] e stando a guardare».
Insomma, se ci sarà da bombardare Teheran, Hillary non starà a guardare: voterà pro, come esigono i fanatici sharonisti.
Il «democratico» Tom Lantos; la faccia è tutto un programma.
Né vanno dimenticati democratici israeliti come Joe Lieberman e Evan Bayh dell'Indiana, già noti per le loro posizioni.
Inoltre, non può essere sottovalutata la capacità dei neoconservatori ad adattarsi al nuovo clima politico.
Anche i più esposti con il governo Bush-Cheney-Rumsfeld hanno cambiato cavallo.
Richard Perle, il capo dell'ufficio di consulenti del Pentagono che a fianco di Rumsfeld ha programmato l'invasione dell'Iraq, si è registrato al voto come militante democratico.
Altri, che pubblicamente e notoriamente hanno manovrato per spingere l'America in guerra, hanno preso le distanze da Bush (nelle ultime settimane prima del voto) accusandolo di «incompetenza». Fra questi, lo stesso Richard Perle, con Kennet Adelman, che era con Perle tra i «consulenti» ebrei del Pentagono; Michael Rubin, già membro dell'Office of Special Plan al Pentagono, e David Frum, l'estensore dei discorsi di Bush.
Anche Bill Kristol, storico fondatore di Weekly Standard ed esponente della generazione più vecchia dei neocon ebrei (quelli che furono allievi di Leo Strauss) ha aspramente criticato Bush.
Il solo neocon non-ebreo del gruppo è Francis Fukuyama, anche lui improvvisamente critico dell'avventura irachena.
Queste prese di distanze, che potevano apparire come una presa di coscienza autocritica, si rivelano oggi per quello che sono: una vasta e tempestiva operazione di trasferimento sul carro del vincitore, per continuare ad influenzarlo e a controllarlo.
Ehud Olmert, che si è precipitato a Washington, ne è tornato rincuorato: il territorio occupato del Congresso è sempre sotto controllo.
L'america non tratterà con l'Iran; anzi, un bombardamento a sorpresa non è affatto escluso: anzi Perle continua a premere in questo senso. (5)
E probabilmente anche la purga degli elementi ostili, i «jihadisti» in incognito che affollano Pentagono, FBI e Homeland Security - ossia i patrioti USA che oppongono resistenza al piano israeliano per il Medio Oriente - è solo sospesa.
I metodi sono quelli del bolscevismo ebraico: la denuncia e lo «smascheramento» dei «sabotatori». In questo senso, varrà la pena di visitare la lista dei giudei colpevoli di istinti umanitari, pacifisti o critici del sionismo armato, pubblicata su internet dal gruppo del fu rabbino Meir Kahane.
Un elenco lunghissimo, con foto, indirizzi e citazioni incriminanti, di oltre 700 ebrei americani che non sono dalla parte di Sharon e dello sharonismo: definiti «ebrei che odiano se stessi o che minacciano Israele», «Self-hating and Israel trathening»: espressione che in acronimo si legge SHIT List, lista della merda.
Merda da esporre alla vendetta degli eletti.
Visitare il sito per credere: http://www.masada2000.org/list-A.html
E provate a immaginare se un goy stilasse una lista simile su di loro, cosa accadrebbe.
Maurizio Blondet
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Note
1) Michael Collins Piper, «Israel lobby says Pentagon 'infiltrated'», ThePeopleVoice.org, 13 novembre. Si veda anche il sito del JINSA e del suo journal, http://www.securityaffairs.org/
2) Molti dei membri del JINSA che denunciano le «infiltrazioni jihadiste» nel Pentagono sono stati in passato indagati come agenti al servizio di Israele. Richard Perle, che è anche membro del PNAC, fu inquisito per spionaggio negli anni '70, quando era il braccio destro del senatore Henry Jackson. Douglas Feith fu espulso da Consiglio di Sicurezza Nazionale per sospetto spionaggio a favore dello Stato sionista al tempo della presidenza Reagan. Paul Wolfowitz, viceministro della Difesa al tempo dell'11 settembre ed oggi capo della Banca Mondiale, fu indagato negli anni '70 dall'FBI per aver passato informazioni segretate agli israeliani. Anche uno dei fondatori dello JINSA, Stephen Bryen, funzionario del Senato, fu indagato per lo stesso motivo. Tutti se la cavarono con la semplice espulsione o il ritiro della clearance, ossia dell'autorizzazione a trattare documenti segreti. In ogni caso, fu l'FBI a condurre queste indagini: ecco perché i congiurati dicono oggi che anche l'Fbi è «infiltrato da jihadisti» e loro simpatizzanti. Ricordiamo che l'FBI sta conducendo la difficile inchiesta su Larry Franklin, il funzionario del Pentagono che ha passato documenti ai due più importanti dirigenti dell'AIPAC.
3) Gary Leupp, «Democrats can be Neocons, too», Counterpunch, 13 novembre 2006.
4) AIPAC Conference 2002 -Remarks as delivered by Rep. Nancy Pelosi, 23 aprile 2002. iamo l'indirizzo di riferimento, anche se questo tipo di notizie vengono fatte sparire dall'AIPAC da quando la Pelosi ha vinto le elezioni. http://web.archive.org/web/200302212...002pelosi.html.
5) Si legga l'illuminante articolo di Arnaud De Borchgrave, «o cakewalk in the park?» Washington Times, 13 novembre 2006. Eccone uno stralcio: «leading neocon Richard Perle, who led the intellectual charge for the ill-fated invasion of Iraq, believes two B-2 bombers, each with 16 independently targeted weapons systems, could punch out Iran's nuclear lights. No Air Force expert we could find agreed. But the Pentagon's Air Force generals believe it can be done and successfully with a much larger operation, including five nights of bombing, some 400 aim points, 75 requiring deep penetration ordnance. The Navy, with its carrier task forces and ship-launched cruise missiles, does not share the same degree of certainty. No one has worked more assiduously for military action than Michael Ledeen, a neocon field marshal, who writes frequently about the 'horrors' of Iran's mullahocracy […] Mr. Ledeen has grown impatient over Mr. Bush's dangerous postponement of what he considers inevitable». «If the president knows Iran is waging war on us», wrote Mr. Ledeen, «he is obliged to respond; the only appropriate question is about the method, not the substance. If he does not know, then he should remove those officials who were obliged to tell him, and get some people who will tell the truth». La purga al Pentagono, dunque, era programmata per togliere di mezzo ogni perplesso sull'attacco all'Iran.
http://www.effedieffe.com/interventi...rametro=esteri




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