La forte diminuzione delle nascite nelle popolazioni europee, e in primis negli italiani, negli ultimi decenni, è conseguenza dell'abbandono della pratica religiosa in nome di ideali edonistici e dei dettami del relativismo etico. Ciò spalanca inevitabilmente le porte all'immigrazione, soprattutto islamica. Solo nella riscoperta dei valori tradizionali cristiani e familiari vi potrà essere salvezza per i nostri figli.

CROLLO DEMOGRAFICO E RITORNO ALLA FEDE. NE VA DEL NOSTRO FUTURO

Da alcuni decenni gli abitanti dell’Europa stanno sperimentando una situazione paradossale: vivono più a lungo ma mettono al mondo meno figli. Inevitabilmente, quando le folte generazioni del baby-boom nate tra il 1950 e il 1964 usciranno dal mondo del lavoro per andare in pensione, trascineranno il vecchio continente in uno stato d’emergenza. Per la prima volta nella storia, infatti, le classi non più in età produttiva e riproduttiva costituiranno la grande maggioranza della società.

L’Europa verrà investita da una “tempesta perfetta”, perché contemporaneamente verranno al pettine tutti i nodi delle attuali tendenze negative: il calo e l’invecchiamento della popolazione, la riduzione della forza lavoro, l’esplosione delle spese degli stati assistenziali, e la presenza maggioritaria di popolazioni musulmane in molte aree del vecchio continente, per effetto della loro massiccia immigrazione e alta fertilità. Secondo alcuni autorevoli osservatori (come Niall Ferguson, Bernard Lewis, Mark Steyn, Bat Ye’or, George Weigel) la civiltà europea potrebbe non superare questa crisi, e venire assorbita dalla civiltà islamica prima della fine del secolo.

Cause del regresso demografico

Per avere un’idea del crollo della natalità che si è verificato nell’ultimo quarto di secolo, basti pensare che in Italia nel decennio 1950-1959 nacquero 8.824.000 bambini; nel successivo decennio del boom economico, dal 1960 al 1969, ne nacquero ben 9.679.000; negli anni Settanta le nascite calarono a 8.304.000, e poi avvenne il crollo: nel decennio 1980-1989 le nascite furono 5.987.000, e nel 1990-1999 solo 5.367.000; se negli anni Sessanta il saldo fra nascite e morti era stato positivo per 4.653.000 unità, negli anni Novanta c’è stato un saldo negativo per 177.000 unità, e tendenze analoghe si sono verificate un po’ in tutto il continente.

Una debacle demografica di simili proporzioni si può spiegare solo con una profonda demoralizzazione morale e spirituale, il cui sintomo più evidente è il declino delle pratiche e delle credenze religiose. Un numero crescente di studi, infatti, conferma che ovunque la mappa dell’infertilità coincide con quella della secolarizzazione.

Da quando hanno perso la fede religiosa per abbracciare un’etica materialistica, gli europei hanno iniziato ad accettare l’aborto, il controllo delle nascite, i matrimoni gay e la promiscuità sessuale, e smesso di andare in chiesa, di prendere la Bibbia sul serio, di credere nel futuro e di avere figli.

La secolarizzazione, infatti, favorisce negli individui un atteggiamento edonistico di corto respiro, programmato sul breve arco della vita terrena, mentre la fede religiose spinge le persone a progettare la propria esistenza secondo un orizzonte temporale più lungo.

Gli europei dei secoli passati avevano gli occhi rivolti all’eternità e al futuro della Cristianità, e si impegnavano in progetti, come la costruzione delle cattedrali, che potevano durare secoli. La cattedrale di Colonia, ad esempio, ha richiesto più di trecento anni di lavoro per essere edificata, e coloro che la iniziarono sapevano bene che non l’avrebbero mai vista completata.

Nel breve orizzonte temporale preso in considerazione dall’europeo irreligioso contemporaneo, invece, rimane poco posto per i figli, che impongono responsabilità, costi e sacrifici immediati in cambio di pochi benefici futuri, dato che all’assistenza durante gli anni della vecchiaia provvedono gli apparati pensionistici e sanitari dello Stato sociale.

Proprio il welfare state, destinato alla bancarotta a causa dei suoi colossali deficit, incarna più di ogni altra istituzione il breve orizzonte temporale dell’utopia secolare socialdemocratica, in cui si consumano senza ritegno le risorse presenti mettendo tutto in conto alle generazioni future, se vi saranno.

Il relativismo, porta aperta per l'islam

La secolarizzazione produce anche un secondo effetto negativo, generando società troppo permissive e senza fibra morale, incapaci di resistere agli attacchi delle culture agguerrite provenienti dall’esterno. Nelle società irreligiose non esistono più standard fissi di moralità, si oscura la differenza tra il bene e il male, e tutto diventa relativo.

È questo il motivo per cui nell’attuale Europa è diventato impossibile criticare l’islam, anche di fronte alle sue manifestazioni più eclatanti di prepotenza e di violenza. Il relativismo culturale ha infatti educato gli europei all’idea che la propria cultura non abbia nulla di particolare che meriti di essere protetto, mentre il multiculturalismo impone di tollerare anche coloro che non ti tollerano e che desiderano distruggerti.

È probabile infatti che l’islamizzazione dell’Europa, invece di condurre all’utopia multiculturalista, produca una totale metamorfosi politica e culturale del vecchio continente, come sempre è accaduto in passato alle terre assoggettate dall’islam.

Se gli islamici dovessero prendere il sopravvento, le grandi realizzazioni della cultura europea generata dal Cristianesimo rischiano di diventare un lontano ricordo, e fra meno di cento anni l’Europa di San Benedetto e San Francesco, di San Tommaso e Dante, di Cervantes e Shakespeare, di Leonardo e Michelangelo, di Tiziano e Rembrandt, di Copernico e Newton, di Bach e Mozart, di Fleming e Pasteur, di Goethe e Hugo, di Dostoevskij e Tolstoj, di Solgenitsin e Wojtyla potrebbe esistere solo sui libri di storia e nei musei. Oppure, peggio ancora, le vestigia dell’Europa cristiana potrebbero subire la sorte delle statue dei grandi Budda dell’Afghanistan, demolite dai talebani.

L’Europa rischia di perdere il suo patrimonio spirituale più importante, e di precipitare nel dispotismo, nella stagnazione intellettuale e nell’arretratezza economica che caratterizza le terre dell’islam.

Noi europei di oggi siamo i fortunati eredi della civiltà che ha prodotto la quasi totalità delle più grandi creazioni intellettuali della storia umana, come ha dimostrato il sociologo Charles Murray nel libro Human Accomplishment (Harper Collins, 2003). È necessario però che la religione che ha originato questa civiltà unica sia vivificata, perché la scienza, la filosofia, l’arte e la libertà che tanto apprezziamo, se private dei loro fondamenti culturali originari, sono destinate ad evaporare.

Per affrontare questa sfida cruciale il secolarismo è uno degli ostacoli maggiori, perché incoraggia la denatalità, la mancanza di fiducia, i dubbi e l’apatia. Il multiculturalismo e l’egualitarismo devono essere screditati se l’Europa vuole sopravvivere, perché fino a quando l’ideologia dominante imporrà l’idea che tutte le culture sono uguali, sarà impossibile organizzare una difesa della civiltà occidentale.

Nell’attuale crisi spirituale dell’Europa, il relativismo potrebbe rappresentare la stessa fatale debolezza del politeismo degli abitanti della Mecca del settimo secolo, che troppo a lungo tollerarono Maometto entro le mura della città, e ne furono poi conquistati.

Il merito di chi difese la Cristianità

Nella sua storia la Cristianità si è già trovata in situazioni altrettanto critiche, ed è sempre riuscita a trovare la forza morale per salvarsi. Le crociate, presentate dall’attuale vulgata politicamente corretta come forme di intolleranza e aggressività, furono invece uno dei momenti più nobili ed eroici della difesa della civiltà occidentale.

Le crociate apparvero per la prima volta solo dopo mille anni di storia cristiana quando l’islam, un colosso che si estendeva dalla Spagna all’India, aveva già conquistato con le armi più della metà dei territori della Cristianità. Solo a quel punto la Chiesa decise di impegnarsi con tutte le sue forze per salvare l’Europa, perché la sopravvivenza della Cristianità era in pericolo.

Il Cristianesimo è una religione pacifica, che è disposta a prendere la spada solo quando è minacciata di conquista e distruzione. I crociati decisero di farlo, sopportando enormi sacrifici personali e costi economici, e salvarono in questo modo la nostra civiltà.

E’ vero che la crociate non riuscirono a recuperare in via permanente la Terrasanta, però ritardarono la conquista di Costantinopoli per altri tre secoli e mezzo, e con essa l’invasione dell’Europa centrale, dando il tempo alla Cristianità di rafforzarsi.

Anche la Reconquista della penisola iberica faceva ufficialmente parte delle crociate, e senza di essa gli europei non avrebbero mai scoperto l’America. Il viaggio di Colombo, infatti, divenne concretamente realizzabile solo dopo la presa di Granada, l’ultimo dominio dei Mori in Spagna.

La colonizzazione del continente americano da parte dei cristiani, e la conseguente prosperità generata dai commerci interatlantici, rovesciarono definitivamente gli equilibri a favore della Cristianità. Un Cristoforo Colombo islamico che fosse partito dall’Andalusia musulmana avrebbe invece portato il Nuovo Mondo sotto l’insegna della Mezzaluna, e a quel punto il dominio mondiale dei seguaci di Maometto sarebbe stato solo una questione di tempo.

Il sangue, la fatica e il coraggio dei crociati non salvarono solo la Cristianità, ma il mondo intero. Per questo motivo dobbiamo essere riconoscenti alla Chiesa e ai monarchi europei, specialmente quelli spagnoli e portoghesi, che unirono i loro sforzi per fermare l’avanzata islamica.

Tra un paio di generazioni l’Europa sarà molto più religiosa di quanto lo sia oggi, se non altro perché le persone di fede tendono ad avere più figli di quelle non religiose. L’unica questione rilevante è: sarà il Cristianesimo o l’islam la religione che prenderà il posto dello sterile e suicida secolarismo?

Solo se gli europei torneranno a seguire il comandamento biblico di costituire famiglie numerose, religiose e unite potranno affrontare con successo la crisi che incombe sul vecchio continente. Questi figli amati, devoti e motivati rappresentano l’unica speranza che ha l’Europa per risolvere i problemi di domani.

Guglielmo Piombini
(Radici Cristiane, n. 19, novembre 2006)
http://web.venet.net/libridelponte/d...olo.asp?ID=121