Da Le Monde Diplomatique - Novembre 2004

Quando gli Stati Uniti e la Francia erano alleati del dittatore
Saddam, il nostro buon amico
Nell'Iraq immerso nelle violenze quotidiane, il governo provvisorio afferma di voler processare il vecchio dittatore Saddam Hussein per crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio. Per altro il tribunale e i giudici, scelti sotto lo stretto controllo degli Stati uniti, non avranno che competenze limitate e dovranno astenersi dall'incolpare numerosi complici stranieri. Non potranno chiamare in causa le capitali, in particolare Washington e Parigi che nel corso di svariati decenni, hanno prermesso al regime baathistadi sopravvivere e schiacciare gli oppositori.
Michel Despratx e Barry Lando

Interrogati sul prossimo processo all'ex presidente Saddam Hussein, i clienti di un caffè del centro storico di Baghdad prendono un'aria seria, nel ricordare i crimini del dittatore e la necessità che si tenga il processo. Poi però sorridono e guardano altrove, con l'aria di pensare che comunque il processo non sarà una cosa seria. Tutti sono convinti di due cose: che gli Stati uniti controllano totalmente il tribunale in questione e che nessuno straniero sarà coinvolto, per quanto atroci possano essere i loro crimini in Iraq. «Se un giorno questo processo si terrà veramente, e ne dubito - sottolinea un professore - non porrà mai la questione delle relazioni di Saddam con i paese stranieri». Un ingegnere aggiunge: «Questo rischierebbe di rivelare troppe cose che l'Occidente non ha interesse a mettere in piazza».
Consultato a suo tempo dal dipartimento di stato che ha avuto un ruolo chiave nella creazione del tribunale, l'esperto giudiziario americano Cherif Bassiouni spiega: «Si è fatto in modo di creare un tribunale con giudici non indipendenti, ma al contrario strettamente controllati; quando parlo di controllo, voglio dire che gli organizzatori del tribunale devono assicurarsi che gli Stati uniti e le altre potenze occidentali non siano chiamati in causa. Gli stessi regolamenti del tribunale faranno sì che agli Usa e agli altri paesi sia accuratamente evitata qualsiasi accusa. Il che ne farà un processo incompleto e ingiusto. Una vendetta del vincitore».
Gli organizzatori americani e iracheni del processo hanno infatti deciso che il tribunale speciale, che sta per giudicare i crimini di Saddam Hussein, non potrà accusare di complicità nessuno straniero - il che vuol dire nessun americano, nessun britannico o nessun francese.
Ma la storia degli ultimi quarant'anni trabocca di esempi in cui dei non-iracheni, e tra questi cinque presidenti americani, almeno tre presidenti francesi, diversi primi ministri britannici e una grande quantità di imprenditori occidentali sono stati complici, talvolta co-autori, dei crimini commessi dal regime baathista.
È sotto la presidenza di John F. Kennedy che Washington comincia ad avallare i massacri in Iraq. Nel 1963, preoccupati nel vedere il presidente Abdel Karim Qassem avvicinarsi a Mosca e minacciare di nazionalizzare il petrolio, gli Stati uniti decidono di passare all'azione. L'8 febbraio 1963, appoggiano il colpo di Stato di un partito politico dichiaratamente anticomunista, il Baath. James Akins, consigliere politico dell'ambasciata degli Stati uniti a Baghdad subito dopo il colpo di stato, conferma: «Noi fornivamo ai baathisti denaro, molto denaro e anche equipaggiamenti. Questo non si diceva apertamente, ma molti di noi lo sapevano».
Dopo aver fucilato Qassem, i baathisti uccidono e torturano migliaia di comunisti e simpatizzanti di sinistra: medici, magistrati, operai.
«Avevamo ricevuto un solo ordine: sterminare i comunisti! - dichiara Abdallah Hatef, uno degli autori del massacro, oggi direttore di una scuola elementare a Baghdad. - Il giovane Saddam Hussein era molto motivato. Si occupava di torturare gli operai, il che consisteva nel gonfiare gli uomini con l'acqua, rompergli le ossa o dare scariche elettriche». Washington lo ha sempre negato, ma molti dirigenti del colpo di stato hanno rivelato che la Cia ha svolto un ruolo attivo nel massacro, in particolare fornendo liste di comunisti da arrestare.
Nel 2003, un ex responsabile della diplomazia americana, interrogato da una grande agenzia di stampa, prima di rispondere ha richiesto l'anonimato: «Francamente eravamo felici che ci sbarazzassero dei comunisti! Lei pensa che meritassero una giustizia più equa? Sta scherzando. La faccenda era decisamente troppo seria! (1)».
Il resoconto, finora inedito, di una riunione tenutasi a Baghdad il 9 giugno 1963 (2) tra americani e baathisti, conferma la volontà «comune di arginare il comunismo nella regione». I nemici individuati non sono i soli comunisti, ma anche i curdi, che si oppongono al potere baathista nel nord del paese. A Baghdad, Subhi Abdelhamid (3), che allora comandava le operazioni dell'esercito iracheno contro i curdi, ha confermato di avere negoziato personalmente con l'addetto americano la consegna di cinquemila bombe per schiacciare la resistenza.
«Poi gli americani ci hanno offerto, gratis, mille bombe al napalm per bombardare i villaggi curdi». I curdi che hanno vissuto i bombardamenti ricordano il napalm che bruciava le greggi e interi villaggi. Ma, all'epoca, pensavano che fosse fornito dai sovietici.

1980 Guerra all’Iran

Al suo processo, Saddam Hussein sarà accusato di aver intrapreso, nel settembre 1980, una guerra contro l'Iran che è costata la vita a un milione di uomini e di donne. Tuttavia, vari testimoni affermano che Washington lo ha incoraggiato a scatenare il conflitto. L'Occidente aveva tutto da guadagnare nel vederlo attaccare la minacciosa rivoluzione islamista dell'ayatollah Khomeiny. Un documento governativo americano top secret, del 1984, rivela: «Il presidente Carter ha dato a Saddam Hussein il via libera per scatenare la guerra contro l'Iran (4).» Dopo aver dato il proprio consenso, gli Stati uniti decidono anche il piano di battaglia contro l'Iran? È quanto sostiene il presidente iraniano dell'epoca, Abolhassan Bani-Sadr. Egli afferma che i suoi servizi segreti avevano acquistato una copia di questo piano, scritto, secondo le sue fonti, in un albergo parigino da iracheni e americani.
«Ciò che mi permette di affermare che era autentico, è che la guerra irachena è stata condotta esattamente secondo questo piano di battaglia! Ed è proprio perché ne eravamo entrati in possesso, che abbiamo potuto tener testa agli attacchi iracheni (5).» Ufficialmente, nel conflitto Iran-Iraq Washington è neutrale. Una commissione d'inchiesta americana ha tuttavia rivelato che la Casa bianca e la Cia hanno fornito segretamente a Saddam Hussein ogni tipo di armi, tra cui le bombe a frammentazione. Le loro informazioni satellitari hanno permesso di centrare con più precisione le truppe iraniane, ben sapendo Washington che l'esercito iracheno faceva uso di armi chimiche. Sono state queste informazioni che hanno permesso la vittoria finale dell'Iraq, secondo Rick Francona, l'ufficiale del servizio segreto militare americano che, nel 1988, forniva a Baghdad le liste dei bersagli iraniani da bombardare. 1988 Uso dei gas a Halabja Uno dei crimini, di cui Saddam Hussein dovrà rispondere davanti al tribunale speciale, è di avere gassato, nel 1988, cinquemila civili del villaggio curdo di Halabja. Baghdad li accusava di aver collaborato con gli iraniani. All'epoca, gli Stati uniti e la Francia hanno fatto di tutto per impedire che Saddam Hussein venisse condannato per questo crimine. Non soltanto il presidente Ronald Reagan ha opposto il suo veto a una legge destinata a bloccare il commercio americano con l'Iraq, ma Washington ha inviato un telex alle ambasciate Usa nel mondo, chiedendo loro di sostenere che i curdi di Halabja erano stati gassati dagli... iraniani.
Anche la Francia ha «dimenticato» di condannare Saddam Hussein per questo delitto. All'indomani del dramma, il governo di Michel Rocard ha pubblicato un comunicato in cui si denunciavano gli attacchi chimici «da qualunque parte provengano», ma senza mai citare il presidente iracheno.
Roland Dumas, all'epoca ministro degli affari esteri, ci spiega perché: «È vero, l'Occidente tendeva a chiudere un occhio perché l'Iraq era un paese che giudicavamo necessario all'equilibrio della regione». Quanto a Jean-Pierre Chevènement, all'epoca ministro della difesa, ci ha dichiarato: «Se si vuole giudicare la faccenda di Halabja nel suo insieme, bisogna ripensare all'importanza decisiva della regione per quanto riguarda l'approvvigionamento petrolifero del mondo: chi possiede questa regione ha in mano l'equilibrio finanziario del pianeta. Allora, la scelta non è tra il bene e il male: ma tra ciò che è orribile e ciò che è atroce». Al di là del suo bisogno di petrolio, la Francia era anche il primo fornitore militare dell'Iraq.
A Parigi, l'uomo che nel 1981 dirigeva la Direzione generale della sicurezza esterna (Dgse), Pierre Marion, era preoccupato del sostegno militare che la Francia di François Mitterrand forniva a Saddam Hussein.
Oggi afferma che il sostegno era incoraggiato dai mercanti di armi, cui la guerra Iran-Iraq faceva molto comodo. «Dassault - ci dice Marion - è l'industriale che ha profittato di più della guerra e che ha più spinto in quella direzione. Aveva mezzi di pressione estremamente energici ed efficaci, che utilizzava su tutti i dirigenti francesi».
Nel 1992, una piccola associazione europea, «Giuristi contro la ragion di stato», cita in giudizio i mercanti di armi francesi: Dassault, Thomson e Aérospatiale. In quell'occasione i tribunali parigini arrivano alla conclusione che, vendendo armi ad un paese che le utilizzava per bombardare dei civili, le società francesi si esponevano al rischio di dovere, un giorno, renderne conto alla giustizia.
Non è più un segreto: Saddam Hussein non avrebbe mai potuto attaccare i suoi vicini, né utilizzare le armi chimiche per i suoi crimini, senza l'aiuto delle imprese e dei governi occidentali. I gas mortali venivano dalla Germania, gli impianti iracheni che li allestivano erano equipaggiati dalla Francia e dagli Usa. La lista completa delle imprese complici non è ancora stata rivelata. Nel dicembre 2002, la Cia si è impadronita, in piena notte, di un rapporto di 12.000 pagine sull'armamento di Saddam Hussein, che era stato consegnato alle Nazioni unite. Lo ha restituito dopo 48 ore, con un centinaio di pagine mancanti. Una fuga di notizie a livello governativo ha permesso a Gary Milhollin, esperto americano nel mercato delle armi, di recuperare le pagine sottratte. Abbiamo potuto consultarle: rivelano che il laboratorio Pasteur ha venduto all'Iraq germi biologici, che l'impresa alsaziana Protec ha attrezzato una fabbrica di gas da combattimento a Samarra, o ancora che la ditta americana Bechtel, che finanzia le campagne elettorali della famiglia Bush, ha fornito all'Iraq uno stabilimento chimico. Altri documenti, che coinvolgono società occidentali, giacciono ancora nella sede newyorkese delle Nazioni unite, dove sono conservati anche i dossier degli ispettori dell'Onu in Iraq.
«Ho discusso con funzionari dell'Onu a New York e mi hanno confermato che queste informazioni
devono restare confidenziali», si rammarica Milhollin.

1990 Invasione del Kuwait.
Saddam Hussein sarà accusato di aver brutalmente invaso il Kuwait nell'agosto 1990. Da un giorno all'altro, l'ex alleato diventa il peggiore dei tiranni: «Abbiamo a che fare con un nuovo Hitler», dichiara all'epoca il presidente George Bush padre. Ma moltiprotagonisti, iracheni e americani, lo accusano di non aver agito in tempo per impedire questo dramma.
Dopo la guerra contro l'Iran, l'Iraq in rovina sollecita l'aiuto dei vicini per ricostruire l'economia. Saddam Hussein chiede al Kuwait una proroga del debito, ma il piccolo emirato, sostenuto dagli Stati uniti, curiosamente rifiuta qualsiasi negoziato. Il Kuwait, peraltro, aveva improvvisamente aumentato la produzione di petrolio e fatto crollare i corsi, sabotando la ripresa dell'economia irachena. Saddam Hussein si crede allora vittima di un complotto destinato a rovinare il suo paese.
Secondo l'ex ambasciatore francese Eric Rouleau, specialista del Medio oriente: «per Saddam Hussein era diventata una questione di vita o di morte. Visto che le minacce non sortivano alcun effetto, ha inviato le sue truppe alla frontiera con il Kuwait».
Quando i satelliti spia americani individuano il movimento dei blindati iracheni, alcuni consiglieri del
governo americano suggeriscono alla Casa bianca di inviare un avvertimento, forte e chiaro, al presidente iracheno (6). Ma George Bush considera Saddam Hussein prima di tutto un importante partner commerciale. Sceglie quindi di dare credito ad altri consiglieri, che pensano ad un bluff. Non c'è mai stato un avvertimento americano. Al contrario.
Otto giorni prima dell'invasione del Kuwait, Saddam Hussein convoca a Baghdad l'ambasciatrice americana, April Glaspie, e la informa di considerare il comportamento kuwaitiano l'equivalente di una dichiarazione di guerra (7). L'ambasciatrice risponde che gli Stati uniti non avrebbero preso «alcuna posizione su un conflitto di frontiera tra l'Iraq e il Kuwait». Due giorni più tardi, le dichiarazioni della Glaspie vengono confermate pubblicamente a Washington dal suo superiore, il vicesegretario di stato John Kelly. In risposta alla domanda su cosa avrebbe fatto il suo paese se l'Iraq avesse attaccato il Kuwait, l'americano dichiara: «Non abbiamo alcun trattato di difesa con nessuno dei paese del Golfo». Qualche settimana più tardi, un congressista americano, Tom Lantos, condanna la politica americana con un discorso estremamente critico: «Il comportamento ossequioso verso Saddam Hussein, tenuto ai più alti livelli dal governo americano, lo ha incoraggiato ad entrare in Kuwait. Questa è una responsabilità cui non possiamo sottrarci in alcun caso».
Dopo l'invasione, diventa evidente che gli Stati uniti avrebbero utilizzato la forza. Abdel Majid Rafai, alto dirigente del partito Baath, ci ha detto che Saddam Hussein, fin dal quinto giorno dall'invasione, aveva informato il partito che erano in corso trattative per il ritiro dal Kuwait. Tuttavia, ogni tentativo di negoziato fallisce, sia a causa degli errori tattici di Saddam Hussein che per l'atteggiamento irremovibile dei responsabili americani. Come fa osservare l'ex ambasciatore americano in Arabia saudita, Jim Akins: «Una volta che George Bush aveva cominciato a mobilitare le truppe, era escluso che lui e i suoi consiglieri lasciassero scappare il dittatore iracheno. La loro ambizione era quella di vincere la guerra in modo rapido e trionfale (8)».
Quanto alle ragioni reali di questa guerra, sono state ricordate recentemente da James Baker, allora segretario di stato americano: «La politica che consiste nel garantire un accesso sicuro alle riserve energetiche del Golfo Persico era stata adottata perché, senza questo accesso, perlomeno all'epoca, l'economia americana avrebbe subìto un duro colpo. Cioè la gente avrebbe perso il lavoro, e quando la gente perde il lavoro diventa scontenta e questo diminuisce il consenso politico. È una delle ragioni per cui abbiamo fatto la guerra del Golfo. Permettere a Saddam Hussein di controllare le risorse energetiche del Golfo Persico, avrebbe costituito un grave pericolo per l'economia degli Stati uniti. E questo, peraltro, è vero anche per la guerra attuale [contro l'Iraq](9)».

1991 Massacro degli sciiti.
Nel 1991, in seguito all'operazione «Tempesta del deserto», Saddam Hussein schiaccia un'insurrezione sciita facendo decine, se non centinaia di migliaia di vittime. In termini di vite umane è il crimine peggiore di cui è accusato. È anche il crimine che George W. Bush cita più spesso per riaffermare la crudeltà del dittatore. In realtà, nell'operazione «Tempesta del deserto», gli Stati uniti e i loro alleati furono complici del massacro, che avvenne letteralmente davanti ai loro occhi.
Era stato George Bush padre a invitare, fin dal 15 febbraio 1991, gli iracheni alla rivolta: «L'esercito e il popolo iracheno devono prendere in mano il proprio destino e costringere Saddam Hussein, il dittatore, a ritirarsi». Per evitare ogni equivoco, fa ripetere il suo messaggio, trasmesso in tutto l'Iraq attraverso la radio La Voce dell'America, da parecchie stazioni clandestine della Cia, a questo vengono aggiunti dei volantini lanciati dagli aerei americani.
Pensando che il regime sia sull'orlo del collasso dopo la disfatta in Kuwait, la popolazione sciita insorge. La rivolta si estende come un fuoco di paglia e coinvolge anche parte dei soldati dell'esercito di Saddam. Contemporaneamente, nel Nord, anche i curdi insorgono.
A quel punto, prende forma una tragedia. Prima di tutto, il presidente George Bush dà prematuramente l'ordine di mettere fine alle ostilità in Kuwait, il che permette alla maggior parte delle unità scelte irachene di evitare l'annientamento. Poi, quando il generale Norman Schwartzkopf detta i termini dell'accordo di pace ai generali sconfitti di Saddam, permette loro di continuare ad utilizzare gli elicotteri da combattimento. I generali iracheni dichiarano in quella circostanza che ne hanno bisogno per trasportare viveri e ufficiali. In realtà, li utilizzano per schiacciare la rivolta.
Quale è stata la reazione degli Stati uniti e dei loro alleati, francesi compresi, di fronte al massacro degli insorti? Hanno incrociato le braccia. Si sono addirittura rifiutati di incontrare i capi della rivolta, che li supplicavano di aiutarli. In realtà, il presidente George Bush e i suoi consiglieri non volevano che la rivolta riuscisse.
Speravano che la disfatta militare di Saddam Hussein convincesse i suoi generali sconfitti a sostituirlo con un altro uomo forte, più «ragionevole» e più malleabile all'influenza occidentale. Non avrebbero mai immaginato che il loro invito alla rivolta sarebbe stato accolto in modo così esplosivo. L'ultima cosa che desideravano era una rivolta popolare incontrollata, che dividesse il paese secondo linee etniche e religiose, diffondendo l'instabilità nella regione e aumentando l'influenza dell'Iran.
Mentre ancora infuriava la rivolta, il capo della diplomazia americana James Baker spiegava: «Non rientra oggi nei nostri progetti sostenere o dare armi a questi gruppuscoli che si sono ribellati contro l'attuale governo. Non vogliamo che si apra un vuoto politico in Iraq. Vogliamo preservare la sua integrità territoriale. Ed è ciò che vogliono anche i partner della coalizione». Roland Dumas lo conferma oggi: «Saddam Hussein controllava gli iracheni con metodi di grande brutalità, che non condannavamo, ma che facevano parte, come dire, della realpolitik».
E l'allora capo di stato maggiore francese, Maurice Schmidt, è anche più esplicito: «A quell'epoca, il tiranno era preferibile al potere in mano ai religiosi». Gli alleati hanno dunque lasciato che gli elicotteri e i blindati di Saddam Hussein decimassero i ribelli.
A Baghdad, abbiamo ritrovato dei sopravvissuti al massacro. Raccontano che le truppe americane stazionate nel sud dell'Iraq hanno rifiutato di lasciare loro armi e viveri. L'accusa è confermata da un veterano delle Forze speciali americane, Rocky Gonzales, presente nel sud dell'Iraq nel marzo 1991: «Alcuni insorti arrivavano nel nostro perimetro con bruciature chimiche sul viso e in altre parti esposte del corpo.(...) Avevamo l'ordine di rifiutare ogni loro richiesta d'aiuto, militare o di altro tipo. Così, non potevamo fare nulla. Io dicevo loro: il presidente Bush dichiara che la guerra è finita».
Ma gli americani non sono stati semplici spettatori. In alcuni casi, hanno aiutato le truppe irachene a schiacciare la ribellione. Alcuni sopravvissuti all'insurrezione raccontano che truppe americane impedivano di andare a Baghdad per rovesciare Saddam Hussein. Uno di loro, e non è il solo, afferma: «Un soldato americano ha minacciato di ucciderci se non fossimo tornati indietro». Tutte queste testimonianze sono confermate dal generali Najib Al Salhi, incaricato da Saddam Hussein di reprimere l'insurrezione nella regione di Bassora: «Ai loro posti di blocco, gli americani disarmavano gli insorti che ci volevano attaccare. Li ho anche visti, a Safwan, impedire ai ribelli di raggiungere le nostre linee». Gli americani hanno anche distrutto notevoli quantità di armi dell'esercito iracheno in rotta. «Se avessimo potuto impadronirci di quelle armi, il corso della storia sarebbe cambiato a favore della nostra ribellione, sostiene uno degli insorti, perché Saddam Hussein in quel momento non aveva più nulla».

1990-2003 Embargo assassino.
Tuttavia, il massacro più spaventoso mai commesso in Iraq non è stato opera di Saddam Hussein, ma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite: le sanzioni imposte all'Iraq dopo l'invasione del Kuwait.
Proibendo ogni tipo di commercio con il paese, le sanzioni, secondo dati delle Nazioni unite, avrebbero provocato in dodici anni la morte di un numero di bambini variabile tra 500.000 e un milione.
L'irlandese Denis Halliday, coordinatore umanitario delle Nazioni unite in Iraq, ha dato le dimissioni nel 1998 per non dover continuare ad applicare il programma delle sanzioni, che definisce un «genocidio» (10). Afferma che il comitato per le sanzioni delle Nazioni unite ha distrutto il sistema sanitario iracheno, impedendogli di importare attrezzature igieniche, disinfettanti e medicinali essenziali per la vita, sempre con la stessa motivazione: questi prodotti potevano, in un modo o nell'altro, servire a fabbricare armi di distruzione di massa.
Nel 1990, l'obiettivo delle sanzioni era semplice: forzare l'Iraq a ritirarsi dal Kuwait. La tattica fallisce e si scatena la guerra. A quel punto le sanzioni avrebbero potuto essere tolte, ma le Nazioni unite decidono di mantenerle, assegnando però loro un nuovo obiettivo: ricattare il dittatore, affinché elimini le armi di distruzione di massa. Le misure prese colpiscono soprattutto gli abitanti, a cominciare dai bambini. Nel 1995, una giornalista americana chiede all'ambasciatrice degli Usa alle Nazioni unite, Madeleine Albright, se il mantenimento delle sanzioni valeva la morte di 500.000 bambini iracheni. La risposta è edificante: «è una scelta molto difficile, ma pensiamo che, sì, ne valeva la pena di pagare questo prezzo».
Col passare degli anni, è diventato evidente che il vero bersaglio delle sanzioni non era l'armamento iracheno, ma il dittatore stesso (11). Come spiega Denis Halliday, il ragionamento era il seguente: «Se ferite il popolo iracheno e uccidete i suoi figli, si solleverà con rabbia per rovesciare il tiranno». Una teoria che gli Stati uniti si sono sforzati di trasformare in realtà per dodici anni. Nel 1991, i loro aerei da guerra bombardano sistematicamente la rete idrica, le fogne, le stazioni di filtraggio e anche le centrali elettriche.
Nel corso di tutto il decennio seguente, gli iracheni hanno dovuto vivere senza acqua potabile. «Epidemie di tifo e ogni tipo di malattia veicolata dall'acqua non potabile sono comparse in modo fulminante, e questo è stato devastante», racconta Halliday. Agendo in questo modo, gli americani sapevano che avrebbero provocato migliaia di morti? Un documento segreto del Pentagono, datato 1991, lo conferma chiaramente. Questo studio segreto, freddamente intitolato «La vulnerabilità connessa al trattamento dell'acqua in Iraq», calcola che la demolizione della rete idrica provocherà un alto numero di morti e il diffondersi di epidemie.
Durante tutti gli anni in cui le malattie si sono propagate, a New York il comitato per le sanzioni era gestito dalla Gran Bretagna e dagli Stati uniti. Per dodici anni, i due alleati hanno utilizzato l'embargo per bloccare l'importazione di pezzi che avrebbero permesso di riparare la rete idrica.
«E il popolo iracheno, alla fine dei conti, invece di gettare la responsabilità delle sanzioni su Saddam Hussein, ha incolpato l'America e le Nazioni unite di essere responsabili del dolore e delle sofferenze che queste misure avevano portato nella loro vita», conclude Halliday.
Man mano che passavano gli anni, i dirigenti americani si sono resi conto che la loro teoria, così come le inefficaci sanzioni, uccidevano migliaia d'iracheni. Malgrado tutto, hanno continuato ad applicarle.
Perché? «Non c'era una soluzione migliore», confessa candidamente Thomas Pickering, il sottosegretario di stato Usa incaricato di difendere le sanzioni all'Onu.
Nell'aprile 2003, con la caduta di Saddam Hussein, le sanzioni sono finalmente state tolte. Da allora è passato un anno. Né la rete idrica, né il sistema fognario, né le infrastrutture ospedaliere sono stati riparati. Giovani iracheni, malati e in fin di vita a causa della mancanza di acqua potabile, continuano ad affluire all'ospedale pediatrico di Baghdad e in tutti gli altri ospedali del paese.

note:
(1) Parole citate da Richard Sale dell'agenzia Upi.
(2) Mohamed Sabah, capo gabinetto del primo ministro iracheno, prima di morire ha affidato questo documento a un ufficiale iracheno che lo ha tenuto nascosto per molti anni, prima di consegnarlo, recentemente, al ricercatore iracheno Abdelkhadi Tamimi.
(3) Subhi Abdelhamid è stato ministro dell'Interno e ministro degli Affari esteri del governo filo-nasseriano che nove mesi più tardi soppiantò i baathisti. Questi ripresero il potere con la forza nel 1968.
(4) Questo memorandum, redatto nel 1984 dal Segretario di stato Alexander Haig e indirizzato al presidente Reagan, è stato declassificato nel 1992.
(5) Il giornalista americano Richard Sale ha raccolto anche la confessione di diversi ex-alti funzionari della diplomazia americana, che gli hanno confermato: «Il piano era nostro».
(6) È quanto ci ha confidato l'ex ufficiale del Pentagono, Pat Lang, testimone di questi avvenimenti.
(7) L'incontro ci è stato riportato, a Baghdad, dal traduttore iracheno dell'incontro, Al Zubeidi.
(8) La cosa ci è stata confermata anche da Roland Dumas, che dichiara di aver assistito, la sera dell'invasione del Kuwait, ad una conversazione telefonica tra il presidente Bush e François Mitterrand, in cui George Bush dichiara al francese che gli Stati uniti stanno per «darci dentro contro Saddam», cioè per scatenare la guerra a qualunque costo e qualunque cosa decidesse Saddam Hussein.
(9) Valutazioni raccolte nel giugno 2003 dalla giornalista Jihan El-Tahri.
(10) Si legga il suo articolo «Sanzioni che uccidono» in Le Monde diplomatique/il manifesto, gennaio 1999
(11) È quanto dichiara oggi l'ex ambasciatore americano alle Nazioni unite, Thomas Pickering.
(Traduzione di G. P.)