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    Predefinito L'inganno che guarisce (sogni)

    “L’INGANNO CHE GUARISCE”
    OLIVIERO ROSSI

    Direttore - ARS Istituto di Gestalt – Roma

    ANNAMARIA MOSCATELLI

    Psicologa



    Pubblicato sulla rivista "Informazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia" n° 1,
    gennaio - febbraio 2003, pagg. 56-61, ed. IGF. Roma



    Scriveva Gorgia, l’antico sofista: “la tragedia opera un inganno, per cui chi inganna è più giusto di chi non inganna e chi è ingannato è più sapiente di chi non è ingannato” (Colli G., “La sapienza greca”, Adelphi, Milano, 1981, Vol. I, pag. 48).

    Dunque il teatro si fonda su un inganno, utilizza la finzione per produrre sapienza e ristabilire la giustizia, cioè per riparare una condizione di squilibrio. Proprio come il teatro, anche la psicoterapia utilizza la finzione e il riequilibrio di una personalità amputata può essere considerato una sua fondante finalità.

    Tra teatro e psicoterapia esistono profonde affinità. L’uno e l’altra sono nati per curare, hanno a che fare con l’essere malati, con il rimedio e con la guarigione.

    Nel mondo greco lo spettacolo teatrale, nelle sue varie forme, era parte integrante del processo terapeutico, così come il sogno era parte integrante del processo diagnostico.

    Il malato che si recava al tempio di Asclepio, dopo aver bevuto una sostanza ipnagogica, riceveva un sogno dal dio. Interpretando questo sogno i sacerdoti potevano comprendere la causa della malattia e prescrivere la terapia adatta. Il malato, quindi, assisteva a uno spettacolo teatrale che aveva il compito di operare la catarsi della sua anima.

    La guarigione del corpo implicava un sondaggio dell’anima attraverso il sogno e la drammatizzazione creava un terreno propizio all’agire dei farmaci.

    Sogni e teatro venivano utilizzati da Asclepio, il più famoso e venerato guaritore dell’antichità classica, che era anche figlio di Apollo, dio che periodicamente cedeva tempio e sacerdoti al fratello Dioniso, protettore della tragedia.

    Se storicamente il teatro è una delle prime forme di cura dell’anima, molte forme di psicoterapia sono state apertamente influenzate dal teatro, prime fra tutte lo psicodramma di Moreno e la Gestalt Therapy di Perls. Nell’ambito di quest’ultima, in particolare, la tecnica del role-playing si è evoluta fino a diventare un mezzo estremamente efficace ai fini dell’integrazione della personalità e della crescita personale.



    Identità e ruoli

    Nello spettacolo teatrale è sempre presente il tema dell’identità. Fare il lavoro dell’attore, infatti, vuol dire essere costantemente alle prese con la rappresentazione, attraverso di sé, del diverso da sé. Anche nella vita una persona può avere diversi ruoli e più di un’identità: nella propria famiglia d’origine, con il partner e i propri figli, in differenti contesti sociali, ecc., a seconda delle situazioni in cui è chiamata ad agire, inclusa la sua vita onirica. Quello che distingue l’identità dai ruoli è il fatto che nel momento in cui svolgiamo un ruolo ne siamo coscienti mentre l’identità manca di coscienza di sé. Diventiamo consapevoli della nostra identità, infatti, solo in occasione di sue modificazioni, nel momento in cui ne usciamo per assumerne un’altra.

    Si comprende perciò perché nell’ambito del modello psicoterapeutico gestaltico la drammatizzazione venga così abbondantemente utilizzata: essa comporta il passaggio da un’identità all’altra e dunque permette una presa di coscienza, l’affiorare di un acuto senso di consapevolezza che consente di restituire dinamismo e plasticità a un sistema di identificazioni divenuto rigido e asfittico.



    Il teatro delle identificazioni

    Nella teoria della Gestalt la mancanza di consapevolezza è vista come una condotta di evitamento basata sulla mancata accettazione, da parte dell’individuo, di esperienze o comportamenti non ritenuti conformi all’ideale dell’Io. In altri termini, risposte verbali, modi di agire e modalità abituali di percepire e organizzare il sistema di credenze vengono organizzate in funzione di quello che all’individuo sembra un fine positivo: il mantenimento delle convinzioni esistenti sul proprio Io. Un sistema arbitrario di credenze soggettive, in tal modo, comincia gradualmente ad assumere le forme di un sistema inalterabile e oggettivo: al posto della persona compare il destino.

    Per interrompere i copioni comportamentali usuali e ripetitivi dell’individuo è allora indispensabile intervenire sulle identificazioni del paziente che hanno prodotto una strutturazione rigida dell’Io.

    La Gestalt ha poco interesse a favorire gli insights puramente intellettuali, che spesso hanno l’unico effetto di rinforzare il comportamento esistente, e spinge invece il paziente a sperimentare nuovamente una serie di comportamenti, dando vita a un teatro delle identificazioni. Nella drammatizzazione terapeutica il paziente crea l’azione scenica con il materiale del suo vissuto, divenendo al tempo stesso spettatore, regista, attore.

    Entrando nel ‘come se’ del setting terapeutico, nella finzione di essere qualcun altro o qualcos’altro, il paziente inizia a uscire da una situazione di fissità emotiva, da una visione della vita in bianco e nero, priva di mezzi toni: ritrova la rabbia inespressa nel senso di colpa, l’amore intrecciato all’odio, scopre l’infinita scala di grigi che connette il bianco col nero. Comincia a restituire fluidità al gioco dei sentimenti.



    Il teatro dei sogni

    La drammatizzazione si rivela uno strumento particolarmente efficace nell’interpretazione dei sogni, termine cui la Gestalt restituisce un pieno significato teatrale. L’interprete è l’attore, non il sacerdote e neppure l’oracolo. E’ il paziente, non lo psicoanalista.

    Secondo Perls “Tutte le diverse parti del sogno sono frammenti della nostra personalità. Dato che il nostro scopo è quello di fare di ognuno di noi una persona sana, il che significa una persona integrata, quello che dobbiamo fare è rimettere insieme i vari frammenti del sogno. Dobbiamo riappropriarci di queste parti proiettate e frammentate della nostra personalità…”

    Se il sogno è, in ogni sua componente, l’insieme delle proiezioni di parti della personalità del sognatore, è importante che la persona entri in contatto con le figure del sogno per poterle riconoscerle come parti di sé. La tecnica adottata per favorire questo processo di riappropriazione delle proiezioni è quella di invitare il paziente a ripercorrere il sogno riattualizzandone le vicende nell’interpretazione drammatica.

    Coerentemente con la teoria gestaltica, il sogno può essere considerato come un insieme organizzato in un campo dinamico. Il lavoro sul sogno si caratterizza perciò per l’attenzione sull’insieme oltre che sulle parti del sogno, e per la costante attenzione al significato che deriva dalla collocazione degli elementi nell’insieme.

    Nella pratica clinica, questo si traduce nell’offrire al paziente la possibilità di “visitare” le diverse parti del sogno e di metterle a confronto, e, soprattutto, di esplorare i propri vissuti affettivi in un contesto relazionale. Questa operazione aggancia il flusso di condotta vissuto nel sogno ad un supporto reale, rappresentato dalla relazione terapeutica nella quale il paziente può osservare e ridefinire il sistema di credenze e proiezioni attraverso cui organizza la percezione di se stesso e del suo essere nel mondo.

    L’operazione di interpretazione drammatica del sogno comporta un radicale cambiamento: alla passività del sogno si sostituisce l’attività cosciente della veglia e le situazioni subite in sogno vengono affidate alla regia consapevole del sognatore.



    Dal racconto alla riattualizzazione del sogno

    Tra sogno sognato e sogno rappresentato esiste il racconto del sogno, ovvero la concettualizzazione dell’evento onirico in una forma narrativa, la sua riorganizzazione in termini che ne rendano possibile il ricordo. Solo dopo questa operazione il sogno può essere raccontato a un altro. La traduzione in termini narrativi del sogno segue le norme del “sistema di credenze” del sognatore. Il sogno come lo ricordiamo è, quindi, anche una rappresentazione dell’organizzazione cognitiva con la quale costruiamo la nostra visione di noi stessi nel mondo.

    Il sogno ricordato nel racconto è vissuto come evento concluso, non più suscettibile di variazioni. E’ il sogno filtrato dal “sistema di credenze” del sognatore, dalle modalità che la persona adotta nella vita reale, o che vorrebbe ma non si permette di adottare. La rappresentazione del sogno, viceversa consente, attraverso un’operazione di riattualizzazione, l’esplicitazione delle scelte omesse o possibili ed evidenzia il sistema di credenze che dirige la condotta.

    Chi ha prodotto il sogno diviene sceneggiatore, oltre che attore e regista, di un copione che viene messo in scena attraverso l’interazione con il gruppo e/o con il terapeuta.

    Lo svolgimento della rappresentazione mette in luce la trama di una vita, o di una sua parte; il processo svela il tessuto esistenziale agli occhi stessi del sognatore, che non è solo attore ma anche osservatore. Il racconto della propria appare come trama di una scelta che la mente ha trasformato in destino.

    La drammatizzazione terapeutica parte quindi dalla analisi del testo del sogno: paziente, gruppo e terapeuta, con i loro diversi ruoli, diventano lo strumento che dà forma e muove il campo dinamico definito dal soggetto/sceneggiatore. Il terapeuta diviene una sorta di accompagnatore empatico, che svolge la sua azione maieutica partendo dal principio che gli elementi del sogno sono definibili soltanto rispetto alla relazione con l’insieme, come accade alle note di una melodia.

    L’intervento terapeutico prende dunque in considerazione una pluralità di elementi, come, ad esempio, l’impatto emotivo che il sogno ha nel suo insieme sul sognatore (es. frustrazione, esplosione, ecc.) e sulla relazione terapeutica; l’organizzazione e l’ordine interni del sogno in quanto campo dinamico (es. rapporti spaziali, di forza, di materia, di peso, di età, movimenti, ecc.); le relazioni tra le varie parti, incluso il paziente come sognatore; le figure del sogno in relazione al paziente come persona della vita reale e come parti intrapsichiche.

    Tale modalità di intervento, lungi dall’essere semplicemente una tecnica, è l’applicazione pratica del “principio dialogico”1 per cui sia le parti intrapsichiche, sia l’individuo in relazione all’ambiente, si determinano reciprocamente, nel contatto e nel confronto. Questa operazione rende manifesta la struttura relazionale che fa da sfondo all’Io inteso come figura emergente.

    Questa prospettiva è adottata dalla Gestalt anche nei confronti di aspetti della vita reale. La differenza tra un segmento di vita quotidiana e un sogno è che in quest’ultimo caso il quadro d’insieme è semplificato e che i possibili “riferimenti dialogici” (cioè gli elementi che si sostengono e si determinano reciprocamente) sono meno numerosi che nella realtà.



    Facciamo un esempio

    Prendiamo in considerazione il racconto di questo sogno.

    “Mi trovo a camminare per una strada. Lo sguardo cade sulla facciata di un palazzo dipinta di fresco. Il fianco del palazzo è invece grigio e sporco. Non so come mi trovo all’interno dell’edificio, in un appartamento molto ampio. Due persone mi sollevano e mi trascinano fuori. Una spinta più forte delle altre mi fa cadere dalla tromba delle scale. Mentre precipito vedo una donna che si sporge a guardarmi.

    Il primo passo che il terapeuta può compiere consiste nel guardare le parti di questo sogno per individuarne le relazioni con l’insieme. Fare attenzione allo “sfondo” vuol dire portare in evidenza ciò che è marginale o mancante: esperienze, oggetti, persone, vuoti di memoria. È necessario sottolineare che nella dialettica figura/sfondo l’elemento che emerge come figura è sostenuto dinamicamente dagli elementi dello sfondo, mentre le figure che appaiono senza il sostegno dello sfondo rimandano immediatamente ad un’azione di omissione o negazione.

    Nell’esempio è evidente l’omissione del vissuto emotivo e delle sensazioni che nella realtà accompagnerebbero una situazione così fortemente caratterizzata in senso fisico: essere sollevati, trascinati, spinti, ecc. L’azione è raccontata senza partecipazione emotiva, come se accadesse ad un’altra persona.

    Altro elemento da prendere in considerazione, il flusso emozionale, che riguarda sia il vissuto del soggetto durante il sogno sia durante la drammatizzazione. In questo caso il role-playing consente di attingere a informazioni cruciali suggerite dal corpo, dalla postura, dalla voce, dal respiro, e da ogni altra espressione non verbale.

    Rivivere il sogno significa anche ricreare il sogno attraverso l’introduzione di nuovi elementi o di altri personaggi che emergono dietro le figure del sogno. In questo caso, bisogna usare come filo conduttore lo stato emozionale presente nel setting e valutare eventuali incongruenze nei sentimenti: evitamenti, ripetizione di copioni e attaccamenti, sentimenti che scattano automaticamente a difesa e copertura di altri che restano inespressi, ecc.

    Nel sogno le cose appaiono molto spesso accentuate, ingigantite e distorte ma proprio per questo riflettono in modo ancora più evidente i nostri meccanismi proiettivi. Lavorando sul sogno abbiamo l’opportunità non solo di scoprirli e di riconoscere la loro azione, ma anche di riappropriarci delle parti proiettate nelle figure del sogno. Operando in direzione della loro reintegrazione, ci muoviamo verso una progressiva presa di coscienza che comporta una crescente assunzione di responsabilità per le scelte compiute da noi e non più imputabili a un destino cieco.



    Il rovesciamento del come se

    All’interno del contesto protetto del setting, attraverso la finzione del come se psicoterapeutico il paziente sperimenta realmente, onestamente, le sue emozioni. Questa sperimentazione simbolica, nel qui ed ora della terapia, di vissuti affettivi cui possono seguire risposte diverse da quelle consentite dalla situazione originale, permette di ristabilire lo sviluppo di quegli strumenti affettivi e cognitivi non disponibili al paziente nelle situazioni traumatiche originarie.

    La comprensione e il contatto con i propri reali bisogni che emergono dalle esperienze di drammatizzazione permettono il superamento del fallimentare e ciclico tentativo di portare a termine le situazioni emotivamente ancora aperte del passato con gli strumenti, affettivi e cognitivi, tipici di quel passato.

    L’intervento gestaltico favorisce la ricerca di un ponte tra la storia vissuta nel sogno e il modo di condurre la propria esistenza, promuovendo la riorganizzazione del “sistema di credenze” e la riconsiderazione dei propri bisogni e motivazioni.

    Il passaggio tra l’evento narrato e la sua riattualizzazione all’interno della seduta psicoterapeutica, permette al paziente che interpreta se stesso, all’interno del copione del sogno da lui sceneggiato, di chiudere le situazioni inconcluse della sua vita.

    Si opera in tal modo un rovesciamento temporale: il paziente si trova a rendere consapevolmente attuali, e quindi modificabili, le situazioni con cui è abituato a travasare inconsapevolmente il suo passato nella situazione presente.



    L’inganno e la sapienza

    Parafrasando Gorgia, chi si è lasciato ingannare (dalla drammatizzazione), chi ha accettato la finzione (del come se terapeutico) è, infine, più sapiente di chi non è passato attraverso questo inganno e questa finzione.

    Quanto più l’inganno - l’immedesimazione del paziente con le sue emozioni - è pieno, tanto più grande è l’insight che ne deriva. La misura della sapienza è, in questo caso, commisurata alla sincerità nell’espressione dei sentimenti con cui si accetta di entrare in contatto nella finzione terapeutica.

    “L’essenza del teatro, dice Hillmann, risiede nel sapere che di teatro si tratta, che si sta recitando, mettendo in scena, mimando, in una realtà che è del tutto finzione […] l’autenticità è nell’illusione, nel recitarla, nell’osservare in trasparenza dal suo interno mentre la recitiamo, come un attore che vede attraverso la sua maschera, e solo in questo modo può vedere”.



    Bibliografia

    Buber M., Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1993

    Colli G., La sapienza greca, Adelphi, Milano, 1981

    Hilmann J., Le storie che curano, Cortina, Milano, 1984

    Lalli N., “Veglia – Sonno – Sogno”. Informazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria n° 30, Roma, 1997

    Perls F., L’approccio della Gestalt. Testimone oculare della terapia, Astrolabio, Roma, 1977

    Perls, Hefferline & Goodman: Teoria e pratica della Terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma, 1971

    Venturini R., Coscienza e cambiamento, Cittadella Editrice, Assisi, 1995





    Note

    1) Cfr. Buber M., Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1993

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  2. #2
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    Ovviamente i sogni premonitori son altra cosa: sono un messaggio degli Dèi; ma gli Dèi son anche dentro di noi, quindi...

  3. #3
    .... .....
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    Il sogno...inteso in senso iniziatico..e non solo in quello di strumento di riappropriazione di una salute o integrità spichica..è un potente strumento di avanzamento interiore...
    Dante si addormenta mentre scala la Montagna del Purgatorio..e viene portato..in alto..così..quasi per virtù divina..
    anche chi compie un lavoro interiore è sottoposto al potere di avanzamento del sogno..superiamo un attaccamento..un vizio..anche solo per qualche giorno..e la Vita..ci premia con un bellissimo sogno..con emozioni paradisiache..di una felicità a lungo agognata e quasi sempre disattesa..ma il sogno..ecco che arriva a darci un assaggio di quella beatitudine..alla cui ricerca ci siamo incamminati da lungo tempo..La mattina ci svegliamo..e ancora il sogno..con le sue emozioni ci addolcisce l'animo..come ad indicarci la Strada..che la Via è quella giusta..e ciò..ci rende felici..finche..un temibile e robusto attacco del desiderio..non ci ripiomba in quelle tenebre..da cui volevamo fuggire..e allora anche il sogno ci aiuta..con l'incubo..e alla mattina..dopo gli orrori della notte..ritroviamo buona lena..a non cedere alle lusinghe dell'abisso..
    Bisogna dare all'uomo non ciò che desidera..ma ciò di cui ha bisogno...
    (la via diretta non è la più breve)

  4. #4
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    Epperò, parafrasando il buon Calderon de la Barca la vita è sogno, nel senso che secondo alcuni non è altro che uno dei Mondi nei quali ci aggiriamo senza posa. Qui utilizzando i nostro corpo "usuale" lì quello di sogno.
    Tre sono i Bardi, quello di veglia, quello del sonno e quello della Morte.

    Per non dimenticare le mirabolanti battaglie che gli sciamani andini conducono con gli abitanti della dimensione onirica. Brrr

    Beh, vado a dormire che domani parto presto.

    Buonanotte e sogni d'oro.

  5. #5
    .... .....
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    Chiunque combatte..sia come soldato incosciente agli ordini del demone oscuro.. ..sia come Generale della Luce..cosciente ...della posta in gioco..riposta nel suo valore..o più semplicemente..cerchiamo di salvare la pelle..dall'estrema potenza dei vortici cosmici che cercano di risucchiarci ..come ad Ulisse ..le Sirene..
    In qualsiasi condizione..sia di veglia che di sonno che di morte..i Demoni della lusinga ..del desiderio..e del piacere..ci trattengono nell'illusione..promettendoci tutto..e non dandoci nulla..
    Quando ci ribelleremo? Oppure ..come in quella fiaba dei Grimm..non riusciremo a liberare la principessa trasformata in corvo..solo perchè non rifiutiamo un buon bicchiere di vino.? E quanti bicchieri di vino..ci separano da un nostro rifiuto? Ecco..il rifiuto del mondo..è l'accettazione di Dio..che poi tradotto ..significa..che il non attaccamento al piacere..è la Via per la Libertà..ma..cosa sono queste catene? Perchè la mia tavola è colma di polli allo spiedo..ben cotti e saporiti? Perchè le sbarre della cella sono strette..e la mia pancia è ben rotonda? Chi vuol attraversare le sbarre deve dimagrire..con
    succulenti manicaretti e selvaggina e vini inebrianti che tentano..l'Eroe..ma..perchè per me ..basta solo un piatto di lenticchie..?
    Nel chiuso dela cella..a un passo dalla liberà..giacciono le mie ossa..perchè l'attaccamento alla noia..ha talmente gonfiato le mie vergogne..che non passavano dalle sbarre..e sono morto qui..annoiato..e gonfio..mentre se avessi guardato bene..la porta era socchiusa..ma questo..lo Conoscono solo i Saggi..ed è un segreto..incomunicabile....a quando mi verrà comunicato..?
    Bisogna dare all'uomo non ciò che desidera..ma ciò di cui ha bisogno...
    (la via diretta non è la più breve)

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da corinna Visualizza Messaggio
    Lo so cara Yggdrasill, ma sempre di "miraggi" trattasi..
    Senti, mi piacerebbe sapere se tu credi ai sogni premonitori.., sono molto confusa in tal senso perchè ho scoperto che alcuni sogni che faccio e che mi lasciano quel senso di angoscia che altri non mi danno, sono un avvertimento per qualcosa che immancabilmente accade a me o a qualche familiare...
    Corinna stiamo aspettando...Poi, magari, racconto pure io uno strano sogno che ho fatto quest'anno alle soglie del solstizio estivo.

  7. #7
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    cara YYggdrasill, scusa se mi rifaccio viva solo ora.., ma solo ora ho potuto leggerti.
    Appena posso torno a commentare l'articolo che hai postato e a parlarti dei miei sogni..

  8. #8
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    Riedito il messaggio di ieri notte: previa rilettura segue limatura (non ne capisco il perchè, ma non riesco a modificarlo in altro modo).

  9. #9
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    Beh, l'ora è tarda e la giornata ormai completamente trascorsa (in modo tutt'altro che proficuo direi...). Ma non ho sonno, non molto almeno.
    Quindi considerato che alcuno lo fa, peccato però [...], ora racconterò di quel recente sogno cui accennai e promisi stesura, e che pochissimi conoscono.... Ma qui siamo nel regno delle ombre di silicio e di certe cose, almeno così mi sembra, si può trattare con minore ritrosia. Può essere perchè, sullo schermo, scorgo anche i vaghi contorni della mia immagine che, riflettendosi sugli scritti altrui, mi fa sembrar monologo ciò che dovrebbe essere dialogo. Mah!

    Sarà stato il 2o, 21 o 22 di Giugno, ora non ricordo con precisione - m'ero ripromessa all'epoca di segnarmi la data precisa, ma poi tutto è sfumato come spesso accade nella mia vita anche per cose ben più importanti -. Comunque si era in pieno periodo solstiziale, di questo son sicura. Era una serata come altre, il termine naturale di una giornata qualunque durante la quale nulla era avvenuto di così rilevante da donare impronta particolare alla nottata (nessuno sconvolgimento emotivo, alcuna cena a base di peperoni []. Nulla di nulla insomma). Eppure quello, a livello onorico, è stato in assoluto il fatto più sconvolgente che mi sia mai accaduto - e dire che di sogni strampalati ne ho fatti diversi nel corso della mia esistenza -.

    Ad ogni modo mi ero addormentata relativamente da poco, quando una figura informe, formatasi sul mio letto, al fondo, sulle coperte in corrispondenza dei piedi, mi svegliò.

    Almeno tale è stata l'impressione che mi ha accompagnato per tutta la notte, quella d'essere sveglia appunto, talmente che del fatto conservo un ricordo similare a quello prodotto da qualsiasi accadimento diurno ( anche se, e questo è innegabile, i "ricordi" stessi, in virtù dell'intrinseca natura, e del "mondo" che li ospita e vivifica, possiedono tutti colorazione onirica). Una sorta di sogno lucido forse. Non so. Certo è che la convinzione che sussiste tutt'ora è che stessi dormendo.

    La figura, d'apprima piccola, ma via via sempre più grande, era come formata da una sorta di fumo (era di una sostanza indefinibile, simile al fumo ma diversa, più densa) nero/grigiastro e priva di braccia o gambe. Ad essere onesta non aveva forma antropomorfa, forse solo un poco, vagamente, considerando che alla sommità di quello che sembrava un torso portava una specie di testa. Comunque io la riconobbi in quanto "uomo": l'espressione fantasmatica di una persona che conosco, ma che non frequento. Inoltre, per quanto non avesse quindi alcuna qualità morfologica che ne permettesse esternazioni espressive, io capii, percepii, che mi era ostile. Molto.

    Mi "attaccò" per ben quattro volte con modalità similari, cioè cercando di raggiungermi, di carpirmi, e facendo qualcosa che non riesco più a ricordare. Tutte le volte la respinsi recitando invocazioni e preghiere che, all'epoca sapevo essere autentiche e non inventate, ma che ora non riesco più ad individuare. E tutte le volte questa, seppure dopo aver patito sconfitta ed essere scomparsa, riassorbita dal "punto" dal quale si era generata, o era uscita, tornava maggiormente potenziata.

    (Tengo a precisare che, tra un'aggressione e l'altra, mi sono più volte alzata spostandomi in altri luoghi della casa, bevendo anche un bicchiere d'acqua, e tutto mossa dal tentativo di "spezzare" il "sogno". Ma invano, chè, appena tornata a letto, l'incubo riprendeva come nulla fosse).

    La figura, come dicevo, ricomparendo mostrava d'essersi accresciuta in forza e aggressività, rabbia forse. Ad ogni modo, la quarta ed ultima volta, quando ormai la potenza acquisita era tale da rendere incontrastabile ogni attacco,mi ha raggiunta "fisicamente" -ero di schiena, supina -, mi ha ripiegata indietro tirandomi per le spalle o i capelli, e mi ha "uccisa". Mi ha trafitta all'altezza del cuore con una sorta di spuntone costituito della sua stessa materia. Ed io ho capito, non semplicemente pensato..., che "ero morta". Poi è scomparsa.

    La lotta, nelle sue varie fasi, ha occupato l'intera nottata, ed è terminata nei pressi dell'alba. Il "bello" è che da allora spesso accuso un certo dolore proprio in quella zona (anche ora mentre scrivo).

    Questo il mio sogno.

    Che ognuno lo interpreti alla maniera che più gli si confà. Io sinceramente sospendo il giudizio, per quanto ho letto abbastanza da sapere che il tutto potrebbe essere interpretato sia su basi psicologiche (uno psicologo, magari di scuola freudiana, ed anche non particolarmente perspicace, ci andrebbe a nozze con un sogno simile...), che para-psicologiche, financo magiche.

    Magari alcuni scorgeranno un delirio paranoide, oppure l'invenzione puerile di una mitomane in cerca d'attenzioni (di quelle che, come ho constatato negli ultimi tempi, abbondano su internet), altri la semplice drammatizzazione onirica di un problema fisico che si sta pian piano rivelando...Altri ancora non so.
    Mille sono le serrature e diecimila le chiavi...

    Tutto è possibile. Io, di mio, non mi pronuncio in virtù della consapevolezza che spesso i livelli interpretativi non si escudono, coesistendo anche quando apparentemente inconciliabili.

    Immagino che molti, se potessero, con molta probabilità, mi suggerirebbero qualcuna che mi "levi il malocchio", altri parlerebbero degli "esseri" che abitano il Bardo del sogno, o quello che spesso visitano gli sciamani, i luoghi "del Nagual" , oppure di "farmi vedere da uno bravo", o semplicemente d'"andare a dormire presto la sera", magari previa camomilla, invece che stare attaccata al computer a raccontare ,al mio riflesso sullo schermo, dei miei incubi notturni.

    Appunto, considerato che è tardi, magari vado a dormire.

  10. #10
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    Predefinito Uno scritto interessantissimo

    Mi complimento per "l'inganno che guarisce" è colmo di spunti. Per non dilungarmi vorrei chiedere che rapporto potrebbe intercorrere con questi "alti" pensieri e i beneandanti della tradizione veneto-friulana e con la commedia dell'arte (il Toschi nella sua storia del teatro ne accennna). Grazie e complimenti vivissimi finqlmente qualcosa di serio in questo mare di superfluo e inutile.

 

 
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