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    Predefinito Neofascisti, una storia taciuta

    Nel Dopoguerra Capi della decima Mas reclutati per addestrare reparti
    israeliani

    La nascita del Msi fu favorita dai servizi segreti americani

    Esce oggi dal Mulino un documentato libro sul neofascismo in Italia a
    cura dello storico Giuseppe Parlato. Un volume ricco sul piano della ricerca (materiali anche inediti, tratti dagli archivi americani e dagli archivi privati dei protagonisti, oltre che carte riservate del ministero degli Interni), ma che non mancherà di suscitare discussione sia per alcune interpretazioni, sia per l´intonazione complessiva, che pare ispirata da un sostanziale superamento della bussola antifascista. Fascisti senza Mussolini - questo il titolo,
    con il sottotitolo: Le origini del neofascismo in Italia 1943-1948 -
    esce a ridosso del sessantesimo anniversario del Movimento Sociale
    Italiano, fondato a Roma il 26 dicembre del 1946. Parlato ne rovescia
    la tradizionale lettura d´un partito meramente nostalgico, lumeggiando i rapporti con gli Usa in funzione anticomunista. Un'estesa trama di contatti - quelli tra neofascisti e amministrazione
    americana - che risale a prima della fine della guerra, grazie al
    lavoro di tessitura di alcuni fascisti clandestini al Sud, oltre che
    di Borghese e Romualdi, con ambienti dei servizi segreti
    statunitensi. Non mancano pagine sorprendenti, specie sul
    reclutamento nell´immediato dopoguerra degli uomini della Decima Mas
    (tra le più zelanti nel difendere il Führer dell´Olocausto) come
    addestratori dei reparti d´assalto israeliani. L´autore di Fascisti
    senza Mussolini è un allievo di Renzo De Felice, insegna Storia
    contemporanea alla Libera Università San Pio V di Roma, presso la
    quale ricopre la carica di Rettore. È anche vicepresidente della
    Fondazione Ugo Spirito.
    Professor Parlato, lei riconduce le origini del Movimento Sociale al
    fascismo clandestino operante tra il 1943 e il 1945 nel Sud dell
    ´Italia liberata.
    «Sì, da lì discendono una serie di legami che consentono di leggere
    la nascita del Msi in modo totalmente diverso: non un movimento di
    reduci, ma una forza atlantica e nazionale nel quadro della Guerra
    fredda. Tra i personaggi-chiave della tessitura segreta negli anni
    della guerra spicca il principe Valerio Pignatelli della Cerchiara,
    un irrequieto e romantico personaggio mandato nel Sud per organizzare
    i gruppi fascisti. Le carte che ho consultato nei Nara, i National
    Archives and Records Administration, mostrano i contatti del nobile
    calabrese, che di fatto era il capo del fascismo clandestino, e
    soprattutto della sua influente moglie con ambienti dell´Oss, che
    facevano capo ad Angleton».
    Quali episodi le paiono rivelatori?
    «Nell´aprile del 1944 la principessa Pignatelli - che aveva
    collaborato con il marito nella creazione di una vasta rete
    clandestina tra Calabria, Campania, Puglia e Sicilia - attraversò l
    ´Italia scortata da agenti dell´Oss. Ora appare sconcertante che in
    piena guerra la moglie di uno dei capi riconosciuti del fascismo
    clandestino meridionale potesse tranquillamente varcare le linee,
    attesa dai tedeschi e poi da Mussolini, e più tardi tornarsene a
    Napoli con l´appoggio logistico e morale dell´Oss».
    C´è anche il particolare del figlio.
    «A Roma nello stesso periodo operava Emanuele De Seta, figlio della
    principessa e collaboratore di Peter Tompkins, agente segreto
    americano in Italia. In seguito Valerio Pignatelli si sarebbe
    guardato bene dal parlare del coinvolgimento dei servizi. E in campo
    neofascista questa ipotesi della collaborazione con il nemico storico
    è sempre stata rigettata con veemenza».
    Anche Valerio Junio Borghese, capo della Decima Mas, andava tessendo
    rapporti con i servizi statunitensi.
    «Sì, in quel caso il tramite fu l´ammiraglio Agostino Calosi,
    responsabile dell´Ufficio Informazioni della Regia Marina del Sud. L
    ´attenzione degli americani per la Decima Mas fu notevole. Basti
    pensare che il 26 aprile del 1945 Borghese riuscì a rifugiarsi a casa
    di amici, per poi essere messo in salvo dallo stesso Angleton, che
    andò a prenderselo a Milano. I documenti americani non dicono quando
    esattamente cominciarono i primi contatti sotterranei, probabilmente
    alla fine del 1944. È evidente che anticiparono d´un paio d´anni la
    guerra fredda».
    Meno conosciuto, in questa trama segreta, è il ruolo di Pino Romualdi.
    «Sin dall´autunno del 1944 Romualdi, che era vicesegretario del
    Partito Fascista Repubblicano, entrò in contatto con l´Oss attraverso
    il suo segretario, l´ingegner Nadotti. Fu grazie a queste relazioni
    che il 27 aprile del 1945 riuscì a scampare alla fucilazione. Ma non
    furono contatti finalizzati alla salvezza personale. Sia Romualdi,
    sia Borghese e i fascisti clandestini di Pignatelli si ponevano il
    problema del "dopo", creando le basi del futuro Movimento Sociale».
    Ma gli americani se ne fidavano?
    «Quando nel 1946 Nino Buttazzoni, altro capo riconosciuto della
    Decima Mas, tenta di sottolineare presso gli Alleati la potenzialità
    anticomunista dei neofascisti, l´agente informatore che redige il
    rapporto si mostra disponibile al progetto. Però attenzione alle
    semplificazioni. I servizi americani non erano omogenei. In molte
    note informative la destra neofascista è vista con timore e
    perplessità. Se ci furono aperture e spiragli, fu per la paura del
    pericolo comunista: questo era molto avvertito negli ambienti vicini
    ad Angleton».
    Lei scrive che il reclutamento dei neofascisti iniziò prestissimo, all
    ´indomani della Liberazione: sia da parte della Dc che del Pci.
    «Il proselitismo cominciò nei campi di concentramento, circa
    centodieci, dove furono rinchiusi i fascisti. A Terni, al principio
    del 1946, durante la visita del vescovo agli internati, si fece
    capire ai fascisti che, se avessero voluto uscire presto, l
    ´iscrizione alla Dc non sarebbe stata inopportuna».
    Anche la Chiesa, lei documenta, ebbe un ruolo nell´ordito di rapporti
    che darà poi origine al Msi.
    «Molti fascisti latitanti, tra cui reduci di Salò, trovarono riparo
    presso il Seminario maggiore al Laterano, lo stesso che durante l
    ´occupazione tedesca aveva ospitato De Gasperi, Nenni e Saragat.
    Figure come quelle di Giorgio Pini e Giorgio Almirante ebbero lavoro
    presso istituzioni ecclesiastiche. Roma si presentava come "una
    mammona sensibile e accogliente", così la raccontano i testimoni».
    Lei insiste anche sulla campagna di reclutamento ad opera del Pci.
    «Ha raccontato Sandro Curzi che nel campo di reclusione di Coltano ci
    andava anche lui, insieme ad altri suoi compagni: la direttiva del
    partito era conquistare gli internati alla causa comunista. Già
    durante la guerra, alla fine del 1941, dai microfoni di radio Milano
    Libertà Togliatti s´era rivolto a chi aveva creduto nel fascismo.
    Dopo la fine della guerra fu Pajetta ad aprire per primo la strada al
    recupero, con una serie di interventi sull´Unità».
    Quest´apertura è nota, come l´appello di Togliatti ai fratelli in
    camicia nera. Lei però va oltre, sostenendo che l´idea di Togliatti
    era quella di travasare nel Pci l´intera classe dirigente fascista.
    «Naturalmente è una mia interpretazione, e come tale può essere
    discussa. D´altra parte analogo processo era avvenuto sul piano
    sindacale: la Cgil ereditò dirigenti e struttura organizzativa del
    sindacato fascista. Ma il progetto di Togliatti era ancora più
    ambizioso: annettere al partito la spina dorsale dell´amministrazione
    che aveva operato sotto il fascismo. L´amnistia e l´affossamento dell
    ´epurazione vanno visti in questa chiave».
    Sempre secondo la sua ricostruzione, la Dc comprese l´operazione.
    «Intanto Togliatti non si aspettava che i rapporti tra fascisti e
    servizi segreti americani fossero così intensi. E poi i democristiani
    smontarono il piano di Togliatti, opponendovi subito una contromossa:
    intanto la reimmissione nello Stato dei funzionari e degli impiegati
    già epurati, successivamente la "non opposizione" alla costituzione
    di un unico movimento neofascista, legale, strutturato, e in grado di
    partecipare alle elezioni. In questo modo De Gasperi riuscì a
    sventare la campagna comunista di conquista dei fascisti».
    Fu grazie al referendum del 1946 che Romualdi acquistò un ruolo
    politico.
    «Si trattò in realtà di una beffa, che però gli riuscì. Promise sia
    ai monarchici che ai repubblicani la neutralità dei neofascisti in
    cambio della promessa dell´amnistia. Va detto che intanto lavorava
    sotterraneamente per far arrivare al governo la minaccia d´una
    possibile azione eversiva. Infatti i verbali del consiglio dei
    ministri, prima e dopo il referendum, ci mostrano tutta la
    preoccupazione per un possibile golpe da parte della Corona con l
    ´aiuto della manovalanza fascista».
    Un dettaglio non secondario è che Romualdi era latitante, condannato
    a morte in contumacia da una straordinaria Corte d´Assise.
    «Ma non mancarono incontri segreti con esponenti dei vari partiti,
    dal Psi alla Dc, che schierò alcuni dirigenti molto vicini a De
    Gasperi. Colloqui che si intensificheranno in vista dell´amnistia.
    Con il falso nome di Dottor Rossi, Romualdi andò a parlare con Ivanoe
    Bonomi nell´appartamento privato dei nipoti, in piazza della Libertà,
    a Roma. Probabilmente l´ex capo del governo non realizzò con chi
    stesse parlando, ma accettò di porre fine alla legislazione
    straordinaria contro i fascisti e di favorire l´amnistia».
    Una pagina sorprendente è quella sui rapporti tra Decima Mas e Israele.
    «Fu Ada Sereni, nel giugno del 1946, a rivolgersi all´ammiraglio
    Calosi perché le indicasse elementi fidati che da un lato potessero
    condurre le imbarcazioni dirette in Israele, dall´altro fossero in
    grado di addestrare alla guerriglia le formazioni militari degli
    ebrei palestinesi presenti in Italia: questo in vista dell
    ´inevitabile scontro con gli inglesi, decisi ad opporsi allo sbarco
    degli ebrei in Palestina. Calosi le indicò uomini della Decima Mas,
    che furono reclutati a tale scopo. Due anni più tardi sarà Fiorenzo
    Capriotti ad accettare l´incarico di trasferirsi in Israele per
    addestrare unità specializzate della neonata marina. Diventerà in
    brevissimo tempo uno dei più apprezzati consiglieri militari».
    Secondo la sua ricostruzione l´attentato all´ambasciata britannica,
    nell´ottobre del 1946, fu il risultato della collaborazione tra
    fascisti e destra sionista.
    «Sì, Romualdi confessò che c´era anche il loro zampino».
    Professore, posso muoverle un´obiezione? Lei dà una ricostruzione
    molto dettagliata del neofascismo, ma un ragazzo che non sappia cos´è
    stato il fascismo non coglie minimamente la drammaticità della
    dittatura e della Repubblica di Salò. Molti dei personaggi dei quali
    lei tratta furono responsabili di violenze o comunque conniventi con
    un regime oppressivo e persecutore. L´ideologia nera lascerà poi una
    traccia nella storia d´Italia, fino alla stagione delle stragi.
    «Penso che il compito d´uno storico sia ricostruire le vicende nella
    loro fattualità, soprattutto se di quel periodo è stato scritto
    finora molto poco. Non credo che debbano intervenire giudizi di
    carattere etico. Se entro in un´ottica morale, se faccio l´errore di
    avvertire il lettore "guarda, sono dei criminali", finisco per
    condizionarlo, anche perché "criminali" si trovano anche nelle file
    avversarie. E così che l´ideologia annulla la ricerca storica».
    Da un libro sull´eredità del fascismo ci si aspetta la sottolineatura
    delle vaste zone d´ombra. Nella sua narrazione si sorvola sulle
    vittime dei fascisti, mentre ci si sofferma a lungo sulle vittime
    delle violenze partigiane. Anche il fatto che molte figure
    compromesse con la dittatura e con Salò rimangano in posti chiave
    dello Stato non sembra turbarla più di tanto. Altri storici, a
    cominciare dalle ricerche fondamentali di Claudio Pavone, individuano
    in questa continuità un grave vulnus per la crescita democratica del
    paese.
    «Ma il mio compito non è scandalizzarmi. Certo, lei mi fa notare che
    sulla continuità tra fascismo e postfascismo è uscito un libro
    importante come quello di Claudio Pavone, ma con accenti molto
    diversi dai miei. Considero positivo che emerga una nuova generazione
    di storici capace di sottrarsi a categorie moralistiche».
    Morali, non moralistiche, professore, non disgiunte da ricostruzioni
    storiografiche documentate.
    «Va bene, morali. Ma io rimango persuaso che lo storico debba
    compiere un passo indietro rispetto all´etica. Solo così può capire
    la storia del Novecento italiano. Credo poi che il mio libro
    scontenterà sostanzialmente un´altra categoria di lettori, ossia
    coloro che hanno sempre coltivato un´immagine reducistica e
    testimoniale del Msi. Non è un caso che i contatti con i servizi
    segreti americani, con gli ambienti ecclesiastici, con i gruppi
    monarchici, con settori massonici, ebbene tutta questa tessitura sia
    rimasta per sessant´anni sotto una coltre di silenzio. Il mio lavoro
    riempie una pagina rimasta fin troppo a lungo bianca».

    da "La Repubblica" - 9 novembre 2006

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  2. #2
    SENATORE di POL
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    da http://gianruggeromanzoni.splinder.com/?from=200

    In Italia le correnti del socialismo nazionale e corporativo che si erano riconosciute nella vagheggiata socializzazione delle imprese durante la Repubblica di Salò, dopo la liberazione ebbero un ruolo importante nella ricostituzione del movimento fascista, dando vita a diverse testate. Oltre a "Manifesto" di Pietro Marengo, anche "Rivolta Ideale" sviluppò immediatamente tematiche di sinistra, repubblicane e mazziniane, apertamente filosocialiste, individuando in una "sinistra nazionale" la collocazione del neofascismo unitariamente inteso. Sulla stessa linea "Meridiano d'Italia", al quale la direzione di Franco De Agazio, dal giugno 1946 al marzo 1947, impresse una decisa sterzata a sinistra; e soprattutto "Rosso e Nero", nato il 27 luglio 1946 e diretto da Alberto Giovannini. Tale sinistra fascista "storica", decisa a non permettere che il neocostituito Movimento Sociale Italiano assumesse posizioni conservatrici e reazionarie, riteneva che l'esperienza della R.S.I. avesse rappresentato una netta cesura col fascismo-regime, nonché con la monarchia, e condusse una lunga battaglia interna al partito affinché la sua identità non si confondesse nel coro dell'anticomunismo cattolico-moderato. Inoltre vi era un altro gruppo su posizioni "di sinistra" composto da ex-repubblichini facenti capo a Stanis Ruinas e a "Il Pensiero Nazionale", che rivendicavano l'eredità ideologica del fascismo rivoluzionario, ma che avevano ben presto rotto col M.S.I. ed anche con la sinistra missina. Una volta sconfitte la linea moderata del M.S.I. , sotto la guida di De Marsanich, Michelini e del più duro Almirante, che comunque non abbandonò mai lo schieramento filoatlantico e l'aspirazione di andare al governo con la Democrazia Cristiana, con il fallimento della ‘manovra’ Tambroni, sancita da una vera insurrezione antifascista e l'avvento del centrosinistra, negli anni ’60 parvero aprirsi nuovi spazi d'azione per i gruppi fascisti della "sinistra nazionale" che ebbero come punto di riferimento la rivista "L'Orologio", espressione di una linea nazionalpopolare con forti accenti anticlericali, fondata da Luciano Lucci Chiarissi. La questione della nazione risultò centrale nell'elaborazione teorica de "L'Orologio", articolandosi sul piano interno e su un livello, più vasto, di carattere europeo che diveniva il modo per trasferire in chiave continentale un concetto di nazione uscito sconfitto dalla Seconda Guerra Mondiale. Conseguentemente il problema dell'Europa-nazione portava alla ribellione nei confronti della sua spartizione sancita a Yalta, al rilancio dell'Europa come terza potenza mondiale e al sostegno verso tutte quelle realtà nazionali o nazionaliste che destabilizzavano il falso equilibrio internazionale e che si opponevano, in particolare, all'imperialismo americano, ritenuto più estraneo alla cultura europea del comunismo sovietico. Il completo sganciamento dell'Europa dalla logica dei blocchi era possibile, secondo i nazionalpopolari, attraverso l'uscita dalla NATO, il riarmo europeo, l'introduzione della moneta unica europea e un sistema economico in cui si riproponevano sia il modello corporativo che accenti autarchici. Una non minore importanza veniva data alla necessaria rivoluzione in ambito culturale che permise a tale rivista di schierarsi incondizionatamente a fianco delle lotte studentesche culminate nel ’68, dando vita ai Gruppi de "L'Orologio" e fiancheggiando alcune formazioni missine che, disobbedendo alle direttive del partito, preferivano le barricate dei "rossi" piuttosto che l'ordine democristiano. La visita di Nixon, in piena guerra del Vietnam, in Europa e in Italia vide quindi oltre che violente dimostrazioni antimperialiste promosse dai gruppi dell'estrema sinistra, anche la mobilitazione dei gruppi de "L'Orologio" duramente polemici con la posizione filoamericana assunta dalla destra missina, come testimoniano vari volantini diffusi a Pisa, firmati sia come Gruppi Nazional-Popolari che come “I nazionalrivoluzionari de L'Orologio” in cui, tra l'altro, veniva affermato che: “La civiltà europea e la nostra rivoluzione non hanno bisogno di bandiere a stelle e a strisce. USA, se la democrazia puttaniera ha accettato una volta la vostra ‘liberazione’, adesso è ora di finirla. Diamo il benservito all'alto protettore americano. Dimostriamo che l'Europa - da Brest a Bucarest - è in grado di difendersi da sola con le sue forze economiche e militari, e, quel che più conta, di riprendere con energie morali e rinnovata coscienza politica il suo posto alla guida del mondo”. Apparentemente tale impostazione poteva risultare non dissimile alla propaganda neo-fascista dell'epoca, ma in realtà il riferimento alla rivoluzione europea, da Brest a Bucarest, dimostrava piuttosto la diretta parentela con le tesi di Thiriart e di Jeune Europe, come peraltro confermato da alcuni slogan proposti in quei volantini quali:
    No alle ingerenze della CIA nei sindacati italiani.
    No agli agenti del MSI, PSI, PCI, DC, PLI, PRI, PSIUP.
    No al SIFAR agli ordini della Casa Bianca.
    No al condominio USA-PCI-VATICANO sulla socieà italiana.
    Slogan sicuramente incompatibili con la politica filoatlantica e filovaticana del Movimento Sociale Italiano e dei gruppi alla sua destra, quali Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, oscillanti tra radicalismo, golpismo e collusione con gli apparati di Stato e coi Servizi Segreti. Alla fine del ’68 "L'Orologio" poteva quindi rivendicare, come frutto dell'azione nazionalrivoluzionaria dei suoi gruppi, l'occupazione dell'ateneo di Messina in risposta ai tragici fatti di Avola; mentre altre agitazioni a Roma e a Perugia avevano visto il protagonismo del Movimento Studentesco Europeo, altra emanazione universitaria della rivista. Confermando la propria avversione allo "spirito di Yalta", veniva quindi attaccato anche il P.C.I. in quanto "gendarme del capitale USA per ordine dell'URSS", come si trova conferma in un volantino ancora del Gruppo Nazional-popolare pisano, datato 2 aprile ’69, in occasione della morte di Eisenhower: “I lacché dell'imperialismo americano piangono la scomparsa di chi, distruggendo l'indipendenza dell'Europa, li ha insediati sui loro seggi di cartapesta. Anche i Comunisti, tanto antiamericani a parole, certamente si associeranno al cordoglio. Ventiquattro anni fa Eisenhower non sottomise solo l'Europa occidentale all'America ma anche quella orientale alla Russia. E i comunisti, da buoni servi di Mosca, lo piangeranno”. Con il rifluire della contestazione sociale, tra repressione e stragi di Stato, e il ritorno di Almirante alla segreteria del M.S.I., l'esperienza de "L'Orologio" finì per esaurirsi nel ’73 mentre, sul piano organizzativo, buona parte dei Gruppi Nazional-Popolari sarebbe stata assimilata da Lotta di Popolo.
    Shalom

  3. #3
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    Paolo Buchignani
    Fascisti Rossi. Da Salò al PCI, la storia sconosciuta di una migrazione politica. 1943 -1945
    Mondadori "Le scie", Milano 1998, pp. 316, lire 32.000



    Paolo Buchignani (cl. 1953), toscano, è uno storico il cui campo d'azione principale è la cultura italiana del ‘900. I Lettori forse già conosceranno le sue altre due opere importanti, ovvero “Un fascismo impossibile. L'eresia di Berto Ricci nella cultura del Ventennio” e “Marcello Gallian. La battaglia anti*borghese di un fascista anarchico”. Sono due opere a loro modo «coraggiose» in un panorama editoriale e «culturale» come quello italiano, dove sino a pochissimi anni or sono ‑ed in parte anche oggi‑ qualsiasi indagine storica relativa al ventennio fascista ed alla guerra civile che non fosse puramente e ferocemente denigratoria e calunniosa veniva osteggiata o, nel caso migliore, ignorata.

    Ricci e Gallian furono due fascisti anomali per l'immaginario collettivo della republichetta democratica italiota ma non certo per gli autentici nazionalrivoluzionari, che anzi vedono in loro ‑fra tanti altri, del resto‑ il volto più somigliante a quello che avrebbe dovuto avere il Fascismo autentico. E se con Ricci e Gallian il Buchignani esplora il terreno a lui più congeniale, ovvero quello delle avanguardie artistiche e degli ambienti intellettuali che negli anni tra le due guerre tentarono di fare del Fascismo uno strumento di rottura dell'asfittica società liberal-borghese che ancora prosperava, con questo suo terzo libro, anch'esso «coraggioso», illumina invece una «storia sconosciuta» (come recita il sottotitolo) dell'immediato dopoguerra, in una Italia ancora insanguinata e devastata; e questa volta si tratta di una vicenda squisitamente politica e tenuta pressochè segreta per cinquanta anni.

    Nel maggio 1947 fa la sua apparizione, a Roma, il primo numero della rivista “Il pensiero nazionale" diretta da tale Stanis Ruinas, pseudonimo di Giovanni De Rosas, nato nel 1899 ad Usini (SS) e morto nel 1984 a Roma, rivista che sopravviverà, sempre diretta da De Rosas-Ruinas, sino al luglio 1977. Di famiglia proletaria, Ruinas si trasferisce in gioventù a Roma ove aderisce al Fascismo ed inizia una spumeggiante attività di giornalista e pubblicista, scrivendo su vari giornali e riviste. Intransigentemente repubblicano, antiborghese ed anticapitalista, anticlericale (ma non comunque anticristiano) ed imbevuto, come era allora invalso, della «mistica» risorgimentale, laica, mazziniana e garibaldina, fu anche direttore di testate locali in Toscana ed Emilia senza perdere l'occasione di scontrarsi con le gerarchie del PNF (da cui fu espulso e poi reintegrato un paio di volte); fu anche corrispondente di guerra in Africa Orientale e in Spagna, poi in Nord Africa nel 1940 e successivamente a Berlino con incarichi di assistenza alla comunità italiana in Germania. Dopo l'onta dell'otto settembre aderì alla RSI e ricoprì anche, a Venezia, alti incarichi nella pubblica amministrazione. Con la fine della guerra, e dopo un breve periodo di detenzione, ritorna a Roma, in una Italia occupata dalle truppe americane e dove la reazione borghese si appresta a ridisegnare la mappa degli equilibri politici all'ombra degli USA. Ed è in questo preciso frangente storico che vede la luce "Il pensiero nazionale", nel quale si raggruppano, nelle povere stanze di una redazione di fortuna, tutta una teoria di personaggi reduci dalla RSI nella quale (ma ancor prima del ventennio) avevano incarnato l'istanza rivoluzionaria ed anticapitalistica del primo fascismo, combattenti che, fedeli innanzitutto alla più pura essenza politico‑sociale del pensiero mussoliniano, avevano dovuto combattere non soltanto contro i nemici esterni ma forse soprattutto contro quelli interni annidati nei centri di potere non solo del fascismo «savoiardo» ma anche di quello «erresseista», ovvero di quelle forze che trasformarono sin da subito il fascismo in una maschera di se stesso e che, nel tentativo di palingenesi della Repubblica Sociale lavorarono ancora «contro» (o almeno questa è la convinzione di Ruinas) isolando il Duce ormai impotente e ostaggio del «Granducato di Toscana» come Ruinas chiama ironicamente il gruppo dirigente della RSI, formato in maggioranza proprio da toscani.

    Saranno proprio questi personaggi che daranno vita, con "Il pensiero nazionale", a quel movimento che sia i simpatizzanti che gli avversari (ma prima di tutto loro stessi) definiranno con l'espressione «fascisti rossi» o, più prosaicamente, «fascisti di sinistra»; un grande movimento politico, culturale ed ideale che affonda le radici nei Fasci di Piazza S. Sepolcro, a Milano, nel 1919.

    Nel 1947, dunque, i sedicenti epigoni di quegli anni ormai lontani si ritrovano in una Italia che riparte dalle macerie sotto il tallone americano ma dove, anche, si sta velocemente riorganizzando quello che sarà il più potente partito comunista dell'Europa non sovietizzata, ovvero il PCI. Ed ecco che proprio in questi frangenti si delinea la «missione» di PN di concerto proprio con il PCI, o comunque con la segreteria del partito che appoggia pressochè totalmente la linea strategica tracciata da Togliatti stesso: recuperare, se non al comunismo, perlomeno al voto comunista ed allo schieramento che allora veniva definito dal PCI «democratico, popolare e progressista» centinaia di migliaia di ex-fascisti ed «erresseisti» che durante il Regime prima e (soprattutto) la Repubblica dopo si schierarono apertamente con la forte «corrente» socialista, anticapitalista ed antiplutocratica, più disposta alla guerra contro gli angloamericani che non contro l'URSS.

    È Togliatti stesso, ancora ministro della Giustizia, che si fa promotore di questo ambizioso disegno, spalleggiato da alcuni elementi della dirigenza del partito come ad esempio G. Pajetta, progetto peraltro malvisto da altri dirigenti (ad esempio P. Secchia, capo della fazione «insurrezionalista») nonchè dalla neonata ANPI. Togliatti però tira diritto, ma per poter abbattere il muro di diffidenza che logicamente separa il PCI dagli ex-fascisti ha bisogno in un intermediario che possa essere immediatamente identificato ‑da questi ultimi‑ come sodale ed «amico»: Ruinas, con altri giovani combattenti della RSI, provenienti in gran parte dalla Xª MAS, e la rivista PN sono esattamente ciò che occorre.

    Inizia così l'avventura di PN, che finirà per diventare una vera e propria cinghia di trasmissione del PCI, ricevendone anche dei finanziamenti, del resto mai dissimulati dal Ruinas anche se sempre piuttosto contenuti. PN non esiterà un attimo a fare da cassa di risonanza alla politica, sia interna che estera, del PCI mantenendo però sempre e comunque quella larga autonomia che doveva servire a rivendicare orgogliosamente il trascorso fascista della redazione, ma di un fascismo, come detto, movimentista e «sovversivista».

    La prima campagna di PN è mirata al tentativo di riavvicinamento fra quelli che verranno definiti i «partigiani combattenti a viso aperto» e gli ex-fascisti repubblicani; l'ambiente partigiano era infatti, comprensibilmente, piuttosto refrattario se non apertamente ostile alla politica togliattiana di «pacificazione nazionale». Per contro, specularmente, anche da parte fascista le resistenze erano fortissime; è in questo frangente che giocheranno un ruolo importantissimo gli ex-appartenenti alla Xª MAS, un reparto militare che pur combattendo ‑dopo l'8 settembre‑ per la Repubblica Sociale al fianco della Germania, manterrà sempre un alto grado di autonomia dalle direttive politiche della RSI stessa arrivando al punto ‑in nome di una visione romantica e sentimentale della guerra in generale e di «quella» guerra in particolare‑ di minacciare dei veri e propri ammutinamenti nel tentativo di evitare il combattimento contro «altri italiani» ovvero i partigiani. I reduci della «Decima» diventeranno dunque la punta di diamante di questa avanzata verso l'ex-avversario, che comunque non sortirà (c'era da immaginarlo ...) risultati di rilievo.

    Altra importantissima campagna di PN fu quella scatenata contro il neonato MSI con il corollario di giornali e di riviste fiancheggiatrici. La polemica è violentissima, e riflette il timore di Ruinas (e del PCI) che questo partito ‑definito senza mezzi termini come al servizio della DC, degli americani, del Vaticano e sopratutto dei capitalisti e dei borghesi che già avevano voltato le spalle al Fascismo quando era giunta l'ora dell'azione ed ora tentavano di utilizzarlo in funzione anticomunista‑ potesse attrarre larghe fasce di gioventù sinceramente rivoluzionaria da abbacinare con la retorica nazionale e patriottarda. PN badò comunque sempre a tenere distinto il giudizio nei confronti della dirigenza (bersagli preferiti Almirante e Michelini) dal dialogo con la base sopratutto giovanile e popolare con la quale il contatto era continuo, come lo era con la frazione di «sinistra» dello stesso MSI e che, in alcuni casi, portò nuovi collaboratori a PN. Sul fronte opposto (quello del PCI) si distingue poi un altro personaggio destinato a raggiungere i massimi vertici del partito, Enrico Berlinguer, allora segretario del Fronte della Gioventù (come allora si chiamava l'organizzazione giovanile del PCI, poi diventata FGCI) il quale fu tra i più convinti fautori del dialogo non soltanto con gli ex-fascisti (come si solevano definire i seguaci di PN) ma anche con i giovani neofascisti (come invece venivano definiti gli affiliati al MSI).

    Dopo alterne vicende, in cui PN sarà comunque sempre «organico» al PCI e lealmente suo alleato, la parabola di PN si esaurisce di fatto nel 1953, quando il compito storico della rivista ‑portare gli ex-fascisti di sinistra con la loro identità e senza abiure e rinnegamenti, dietro la barricata dello schieramento anticapitalista ed antidemocristiano il cui bastione principale, piacesse o meno, rimaneva il PCI‑ appare di fatto concluso. I giochi erano stati fatti, e quello che doveva succedere era successo; alcuni collaboratori di PN, addirittura aderiranno al PCI ed al marxismo mentre il progetto (o forse il sogno) di trasformare PN in un partito politico viene definitivamente abbandonato dopo alcune sporadiche partecipazioni elettorali a supporto del blocco delle sinistre.
    da www.avanguardia.tv


    Saluti liberali

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    Uno scritto di Giuseppe Parlato sul tema:

    http://72.14.221.104/search?q=cache:...t&ct=clnk&cd=5

    Saluti liberali

  5. #5
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    Invece un libro di Giuseppe Parlato sul Fascismo di Sinistra:

    da http://web.tiscalinet.it/mediazionep...etti/par01.htm

    Giuseppe Parlato, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Bologna, Il Mulino Ricerca, 2000.
    di Tania Tomassetti

    L’autore in La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato traccia una sintesi rigorosa e ben articolata della tematica del sindacalismo nella storia del fascismo italiano, analizza le differenti fasi che interessano la genesi, il decollo ed infine il tracollo di un fenomeno così importante come quello qui trattato. L’influenza politica del fenomeno del sindacalismo con tutte le sue determinazioni e le sue conseguenze è l’obiettivo che intende raggiungere Parlato nel libro.

    Di certo, le prime righe dell’Introduzione si rivelano chiarificatorie per cogliere la linea argomentativa scelta dall’autore nell’esposizione della sua ricerca. Egli, procede mediante un’analisi storica, o, se vogliamo ideologica che si indirizza su quattro fronti: americano, sovietico, inglese e italiano. Si tratta di una scelta metodologica, a mio avviso molto congeniale perché non si limita ad una descrizione unidirezionale ma tenta di spiegare l’evolversi del fenomeno della sinistra fascista attraverso uno studio pluridirezionale, dove entrano in gioco non solo le caratteristiche peculiari dell’oggetto da analizzare, altresì le affinità, e soprattutto le differenze con i tre colossi della storia mondiale.

    Parlato riprende il testo di un articolo pubblicato nella rubrica Cantiere, a firma l’Impresa (n. 23 della rivista, 17 giugno, 1944), e riedito nel 1971 da Barna Occhini, in Antologia di «Italia e Civiltà», dove si esordisce: «Roosevelt, Churchill, Stalin. Il gran discorrere di Roosevelt e Churchill e la forma e la sostanza dei loro discorsi hanno invariabilmente l’effetto di accrescere in noi, al confronto, la stima verso Stalin. Rispettiamo al confronto la serietà di Stalin, la sua semplicità di parole e di gesto, il suo andare allo scopo con energica, silenziosa durezza. […] E sappiano finalmente Roosevelt e Churchill, e tutti i loro compari, che i fascisti più consapevoli, i quali hanno sempre riconosciuto nel comunismo la sola forza viva contraria alla propria, non tanto nella Russia, quanto nella plutocratica Inghilterra e nella plutocratica America hanno individuato il vero nemico. Sempre essi hanno sentito di discordare, sì, dai comunisti su molti punti, ma anche di concordare con essi su molti altri, e precisamente e soprattutto di concordare su ciò che non vogliono. Vale a dire, noi e i comunisti concordiamo nel non volere più, né gli uni né gli altri, la vecchia società liberale, borghese capitalistica. E sappiano anche, i Roosevelt, i Churchill e i loro compari, che quando la vittoria non toccasse al Tripartito, i più dei fascisti veri che scampassero al flagello passerebbero al comunismo, con esso farebbero blocco. Sarebbe allora varcato il fosso che oggi separa le due rivoluzioni. Avverrebbe tra esse uno scambio e un’influenza reciproca, fino alla fatale, armonica fusione»[1]

    «Si coglie, – spiega Parlato – in questo breve passo della rivista fiorentina, un significativo anche se estremo – concentrato di quella mentalità e di quei propositi che connotarono la “sinistra fascista”, quell’insieme, a volte discorde e contraddittorio, di sentimenti, di posizioni, di prospettive e di progetti che si fondavano sulla persuasione di vivere nel fascismo e attraverso il fascismo una sorta di palingenesi rivoluzionaria, la prima – essi sottolineavano – vera rivoluzione italiana dall’unità. Ormai la storiografia contemporanea, soprattutto dopo la lezione defeliciana, non ha particolari difficoltà a riconoscere l’esistenza, nel fascismo, di anime diverse, di componenti culturali e ideologiche che, provenendo da un humus letterario, artistico, filosofico precedente al fascismo, portarono nel movimento di Mussolini una notevole complessità di suggestioni e di tendenze»[2]. Il fascismo non è più dunque un “blocco granitico” come si è ipotizzato per anni, adesso la storiografia sul fascismo ha ripensato alla monolicità finora attribuita al Partito di Mussolini. Si è parlato di cinque anime del fascismo (Cfr. Volt, Le cinque anime del fascismo, in “Critica Fascista”, 15 febbraio 1925), di distinzione tra “fascismo-regime” e “fascismo-movimento” (Cfr.R. De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di M. A. Ledeen, Roma-Bari, Laterza, 1975, pp. 29-30, e R. De Felice, Autobiografia del fascismo, Bergamo, Minerva Italica, 1978, pp. 159-163), e dell’influenza che hanno avuto sull’ideologia fascista l’eredità dei movimenti culturali dell’ottocento e del primo novecento, il sindacalismo rivoluzionario e il nazionalismo (Cfr. E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista, Roma-Bari, Laterza, 1975; F. Perfetti, Il dibattito sul fascismo, Roma, Bonacci, 1984, pp. 23-24). Le caratteristiche riferite sono solo alcuni degli esempi riportati nel libro, ma, numerosi sono i riferimenti bibliografici citati in nota per spiegare le svariate componenti della sinistra fascista.

    L’autore ha portato avanti la sua ricerca con molta diligenza e pazienza. Non dev’essere stato facile raccogliere, e selezionare l’enorme mole di materiale bibliografico presentato nel volume, e soprattutto, scegliere quello più fecondo per illustrare un profilo preciso e obiettivo su una particolare e complessa corrente del movimento fascista. «L’incertezza maggiore nel seguire il percorso, – spiega – tortuoso e spesso sotteraneo, della sinistra fascista dopo la stabilizzazione del 1925 deriva essenzialmente dalla difficoltà di definirla, di coglierne i confini e, contemporaneamente, le sfumature, di individuarne il rapporto col regime e col potere nel corso del ventennio. Lo scopo della presente ricerca è essenzialmente quello di delineare le caratteristiche e i progetti, le velleità e i compromessi di una delle tante tessere che compongono il mosaico fascista, non certamente quello di offrire un’interpretazione complessiva del fenomeno. Un’analisi, la presente, che parte da una precisazione di fondo, necessaria, alla luce di quanto è stato finora detto: la sinistra fascista non è un partito nel partito, non è una corrente strutturata nell’ambito del fascismo. Come già si è detto, è piuttosto un insieme, a volte contraddittorio, di sensazioni e di atteggiamenti, è la manifestazione di una volontà, spesso confusa, di rinnovamento, che partecipa, a sua volta, di diversi contributi culturali: dal sindacalismo rivoluzionario al futurismo, dal repubblicanesimo mazziniano al socialismo risorgimentale, dall’anticlericalismo radicale al populismo antiborghese, dallo squadrismo alla mistica del lavoro e della tecnica, intesa, quest’ultima, come futura classe dirigente del regime»[3].

    A questo punto, è importante elencare gli argomenti sviluppati nei sette capitoli di cui l’opera si compone: 1) Il mito del Risorgimento nella sinistra fascista, 2) La cultura del sindacato: alla ricerca di una nuova élite, 3) Il nuovo fascismo. Dall’impero alla guerra rivoluzionaria, 4) Il lavoro come mito e come ideologia, 5) Il lungo progetto di Tullio Cianetti, 6) Oltre il fascismo: dal 25 luglio al 25 aprile, 7) L’ultimo atto: la sinistra nazionale. Si tratta, dunque, di uno studio che inizia negli anni Venti per concludersi negli anni Novanta. In questo arco di tempo si sono verificati dei fatti storici che hanno determinato dei cambiamenti radicali nella società italiana, e che l’autore, sebbene impegnato ad illustrarne solo uno fra i tanti, non ha tralasciato di metterli in luce, e di scoprirne i punti di raccordo, così come quelli discordanti.

    L’intenzione di Parlato consiste nel tentare di precisare la natura e le peculiarità del sindacalismo fascista, e, per raggiungere il suo fine utilizza piani di ricerca differenti, ma legati da un filone comune: quello ideologico. Accanto all’aspetto politico-sociale, si impone quello pedagogico, che permette di operare una sorta di continuità tra il mondo della politica e quello della cultura. Si riaccende così un dibattito sul rapporto tra la scuola e il lavoro, e tra la scuola e la società, che ha impegnato molti intellettuali italiani a partire dagli anni Trenta fino agli anni Settanta e oltre. L’esigenza di diffondere tra le masse la cultura, si presentava come una prerogativa necessaria e determinante per giungere alla realizzazione di un progetto politico, come quello auspicato dalla sinistra fascista.

    La trasmissione del sindacalismo non poteva prendere avvio, se non si operava prima una trasformazione della “cultura del lavoratore” attraverso l’introduzione di scuole sindacali, che avrebbero dovuto compierla. Indubbiamente, come osserva P. Neglie in Il sindacalismo fascista fra “classe” e “nazione”. Origini ideali, aspirazioni e velleità della sinistra fascista nel ventennio (in R. De Felice, Il lavoro dello storico fra ricerca e didattica, pp. 120-121): «Il sindacato fascista svolse durante il regime una funzione assai particolare, non limitata soltanto alla rappresentanza dei lavoratori o all’elaborazione, in gran parte disattesa, di nuove normative in ordine allo stato sociale. Esso, fin dalle origini e ininterrottamente fino al 1943, svolse una funzione politica di rilievo come laboratorio organizzativo della sinistra fascista»[4]. Nondimeno, non ci meraviglia il fatto che: «La maggior parte degli esponenti del fascismo “rivoluzionario” e “sociale” vide nell’organizzazione sindacale un punto di riferimento insostituibile per condurre la propria battaglia. Il sindacato, grazie alla sua struttura territoriale e di categoria, alla disponibilità finanziaria, alla presenza di uffici-studi di carattere legislativo e normativo, alla discreta rete di riviste e di organi di stampa, riuscì a rappresentare per molti intellettuali una garanzia di visibilità, un approdo sicuro anche dal punto di vista economico, un luogo protetto e sostanzialmente autonomo nel quale sviluppare teorie e proposte le quali, sebbene raramente recepite dal regime, costituirono quel bagaglio politico del quale si giovò la sinistra fascista. […] Non è un caso che personaggi di diversa caratura intellettuale e politica (da Malaparte a Panunzio, da Del Giudice a Landi, da Dinale a Chilanti, da Volpicelli a Zangara, da Olivetti a Manunta, da Spampanato a Fontanelli) siano passati, in un certo momento della loro attività politica – in genere, agli inizi – attraverso le strutture sindacali o la stampa delle organizzazioni dei lavoratori. […] In questa ottica, il rapporto fra cultura e sindacato diventa indispensabile per comprendere la natura e le dimensioni della sinistra fascista, una componente che, senza il sindacato, si sarebbe caratterizzata tutt’al più per semplici dichiarazioni d’intenti, talvolta geniali, più spesso ingenue, idealistiche e recriminatorie»[5] .

    La scuola assume una funzione quasi decisiva nella materializzazione della formazione del sindacato fascista. Ad essa veniva attribuito lo scopo di eliminare quel divario che da sempre si consumava tra l’istruzione scolastica destinata alla classe dirigente e quella diretta alle masse. «Un divario – scrive Parlato – che “la rivoluzione fascista” riteneva in qualche modo di dovere colmare, pena la perpetua sudditanza dei lavoratori rispetto ai datori di lavoro. Il problema di fondo delle scuole sindacali era quello della inevitabile caratteristica elitaria degli studenti. Soprattutto all’inizio, i partecipanti furono in maggioranza tecnici, amministratori, impiegati che intendevano accrescere le possibilità di inserimento nella politica o nel sindacato. La presenza dell’operaio di fabbrica costituì un fenomeno significativo dopo la metà degli anni Trenta e soltanto nelle grandi città industriali»[6].

    Il tema pedagogico-culturale è preponderante, e la sua presenza può essere rintracciata in tutto il volume, e soprattutto nei capitoli: II, III e IV in cui vengono da un lato delineate le molteplici e mutevoli aspirazioni politiche e sociali della borghesia e delle masse, nonchè il nuovo ruolo del sindacato; mentre, dall’altro è esemplificata la nuova funzione dell’attività lavorativa, intesa come “storia” e come “pedagogia rivoluzionaria”. Da non dimenticare, che questi aspetti tematici elaborati da Parlato non possono essere analizzati come fatti a se stanti, ma devono continuamente fare i conti prima con il ripristino della stabilità politica del primo dopoguerra, e poi con lo scoppio della seconda guerra mondiale, che non può che influenzare il loro cammino evolutivo. Infatti, è proprio ad essa che deve essere fatta risalire la diffusione di una nuova figura dell’intellettuale, vale a dire: “l’intellettuale militante”, che finisce per trasformare l’approccio verso la storia e la cultura in generale.

    «Se con la Carta del 1927 – rileva l’autore – il lavoro era diventato uno dei punti di riferimento del messaggio sociale fascista e se dalla grande crisi dei primi anni Trenta, almeno propagandisticamente, in nome del lavoro si era cercato di salvaguardare gli interessi delle classi più deboli della società, è con la conclusione della guerra d’Etiopia che il lavoro diventò, nell’immaginario collettivo del fascismo rivoluzionario, il nuovo mito di riferimento, il criterio attraverso cui elaborare una nuova classe dirigente: dall’ex combattente della prima guerra mondiale si passava al lavoratore, nelle sue varie sfumature (il colonizzatore, il soldato che torna al lavoro, l’operaio, il rurale, l’ex bracciante). […] Tuttavia, non di solo mito si trattò, bensì di una evoluzione importante e, per certi versi sorprendente, dell’ideologia del fascismo. […] Mussolini consentì la più ampia discussione all’interno della cultura fascista, la quale tuttavia, incanalata negli strumenti istituzionali del regime – primo fra tutti l’Istituto nazionale di cultura fascista – finiva col condizionare solo marginalmente il regime. Nel frattempo, nel paese, l’affermarsi della società di massa determinava il progressivo perfezionamento degli strumenti propagandistici del regime per meglio “andare verso il popolo” e incrementare quel consenso che diventava sempre più essenziale per sorreggere uno stato che si definiva totalitario. Il passaggio da una società agricolo-sacrale ad una industriale e secolarizzata comportò una maggiore attenzione verso il problema sociale, sia dal punto di vista sociologico, sia da quello politico: oltre che dai ceti medi, che avevano notevolmente contribuito alla nascita del fascismo, la domanda politica veniva, ormai, anche dal proletariato e dai rurali: diventava imprescindibile per il fascismo rappresentare globalmente, “totalitariamente”, la società italiana, ivi compresi i ceti un tempo esclusi dallo stato»[7]. In aggiunta al valore assunto dalla cultura e dal lavoro, scrive: «Fu il pedagogista Luigi Volpicelli, braccio destro di Bottai all’epoca della Carta della Scuola, a contestare la scissione fra lavoro e cultura operata dalla società borghese. Ogni volta che il lavoratore si avvicinava alla cultura (anche a quella professionale), doveva necessariamente uscire dai canoni della propria attività ed entrare in un mondo a lui estraneo; ciò, per Volpicelli, dipendeva dalla radicata immagine di una cultura intesa esclusivamente come cultura umanistica, di fronte alla quale la preparazione tecnica del lavoratore veniva considerata come approssimazione velleitaria. […] La cultura è strettamente legata alla realtà, raggiunge l’unità dell’esperienza culturale, non la parcellizzazione del sapere attraverso la nozione accademica, è, in altri termini, una “unitaria concezione del reale”, nell’ambito della quale il lavoro occupa lo spazio principale, essendo sintesi di vita e civiltà. Per Volpicelli, la tecnica è il punto centrale verso cui indirizzare la sintesi di lavoro e vita; la tecnica – “genio che presiede alla civiltà moderna” – assume un carattere mistico, nel quale le vecchie caratteristiche di lavoro come pena o come fatica sono completamente assenti (Cfr. L. Volpicelli, Premessa per una cultura operaia, in “Civiltà fascista”, maggio 1942, pp. 432 e sgg.)»[8].

    Negli ultimi tre capitoli il discorso è prevalentemente politico, infatti emerge un ritratto molto particolareggiato sui differenti periodi che hanno interessato la formazione del sindacalismo fascista. Se scorriamo i titoli dei paragrafi è possibile cogliere come l’autore abbia tentato, per altro riuscendoci, di delineare nei dettagli i contenuti ideologici portati avanti dalla sinistra fascista in base agli andirivieni politici del Partito. Dall’attività sindacale svolta da Cianetti, Del Giudice, Biagi, Rossoni, Razza e Scorza, si passa all’ipotesi di un “sindacalismo nazionale” durante la Repubblica di Salò, fino ad arrivare all’ultimo atto della sinistra fascista che si protrae all’incirca intorno agli anni Settanta del ’900.

    Parlato, ha saputo offrire al lettore l’occasione di afferrare attraverso una descrizione lineare e schematica un quadro completo delle diverse sfumatore che hanno colorato l’iter del sindacato fascista, e soprattutto, ha fornito gli strumenti per approfondire i poliedrici fatti che lo hanno ostacolato, sostenuto, e che hanno permesso la sua ascesa e la sua fine.





    --------------------------------------------------------------------------------

    [1] G. Parlato, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino Ricerca, 2000, p. 7.

    [2] Ivi, p. 8.

    [3] Ivi, p. 14.

    [4] Ivi, p. 75.

    [5] Ivi, pp. 75-76.

    [6] Ivi, p. 85.

    [7] Ivi, pp. 177-178.

    [8] Ivi, pp. 183-184.

    e anche:

    http://www.mulino.it/edizioni/volumi...9&vista=scheda


    Shalom

  6. #6
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    Diciamo che sul cadavere del vinto ci si sono buttati tutti i vermi, per ingrassarsi colle sue carni ...

  7. #7
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    Il Post di apertura mi sembra una cazzata !

    Il MSI nasce perchè sdoganato e autorizzato dall'accordo pre referemdum istituzionale tra i due maiali Togliatti e Romualdi.

    Il primo stalinista aveva bisogno di voti per la repubblicha, i secondo fascista repubbli-chino aveva bisogno di uscire dall'illegalità... Punto


  8. #8
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    Un'altra intervista a Parlato e un articolo:
    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=135626&START=0

 

 

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