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    Arrow L’Ineguaglianza, fattore di armonia

    Gustave Thibon
    19/11/2006
    Pubblichiamo il capitolo XV di «Ritorno al reale prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale», di Gustave Thibon, Effedieffe edizioni, 1998.



    L’ineguaglianza, fattore di armonia



    La febbre egualitaria è uno dei mali più profondi e più gravi della nostra epoca.
    Confessata o travestita, perturba in ogni campo l’equilibrio dell’umanità.
    Essa fa sì che gli individui, le classi sociali e le nazioni si scontrino tra loro in una competizione senza esito.
    Al limite, ciascuno finisce con il trovare insopportabile di non essere uguale non importa a chi e non importa in che cosa.
    Un avventuriero aspira al potere supremo, il «proletariato» vuole spazzar via le classi dominanti, i popoli «poveri e dinamici» sentono di avere ogni diritto nei confronti dei loro vicini ricchi.
    Per giustificare questa vergognosa malattia si sono evidentemente inventate parole piene di grandezza: il povero attacca il ricco in nome del «diritto all’esistenza», il portatore di tare fisiologiche, che vuole sposarsi a dispetto di ogni dovere sociale, si fa forte del suo «diritto all’amore», e così via.
    Ma tutte le grandi parole servono soltanto a rendere più ripugnante l’egoistica realtà che ricoprono.
    Come tutte le aberrazioni umane, queste aspirazioni insensate hanno tuttavia un fondamento nel reale.
    L’egualitarismo - e considero questa definizione come capitale - rappresenta la caricatura e la corruzione dell’armonia e dell’unità sociali.
    Ogni seria critica dell’egualitarismo implica dunque uno studio preciso delle condizioni di quell’armonia e di quell’unità.
    Non si può definire una malattia se non in funzione della salute.



    Le ineguaglianze naturali e le ineguaglianze sociali
    Se gli uomini sono tutti uguali in quanto uomini, essi incarnano, per così dire, l’essenza umana a gradi molto diversi.
    Basta confrontare tra di loro gli individui, i popoli e le razze per constatare una moltitudine pressoché infinita di diseguaglianze naturali.
    Gli uomini nascono diseguali in salute, in forza fisica, in intelligenza, in volontà, in amore, ecc.
    Una tale diseguaglianza presenta un carattere di necessità assoluta: non c’è modo né di sfuggirvi, né di portarvi rimedio, e, se è un male, questo male
    è incurabile.
    Così essa è ammessa da tutti gli spiriti sani, non solo di fatto ma di diritto.
    Accanto a queste ineguaglianze naturali tra gli uomini, si osserva l’ineguaglianza nelle funzioni e nei privilegi inerenti alla gerarchia sociale.
    Non tutti gli uomini hanno lo stesso rango nella società; essi sono disegualmente potenti, disegualmente ricchi, ecc.
    E qui si impone una osservazione centrale: le diseguaglianze sociali non sono ricalcate sulle diseguaglianze naturali; è anzi raro che gli esseri meglio dotati dalla natura siano anche quelli che esercitano il potere o detengono la fortuna.
    Tale scarto tra i doni naturali e la missione sociale è molto bene espresso dalla Scrittura: «Ho anche visto sotto il sole che la corsa non è degli agili, né la guerra dei valorosi, né il pane dei saggi, né la ricchezza degli intelligenti, né il favore dei sapienti, giacché tutto dipende per loro dal tempo e dalle circostanze».
    Si capisce che un tale margine di contingenza tra le capacità naturali degli uomini e il loro rango sociale abbia ispirato dei seri dubbi sulla legittimità dì certe diseguaglianze.
    Nessuno può nulla contro il fatto che, di due uomini, l’uno sia forte e l’altro debole, l’uno intelligente e l’altro sciocco.
    Ma si sente istintivamente che la differenza per cui l’uno è principe e l’altro plebeo, l’uno ricco e l’altro povero non ha nulla di fatale e che, in numerosi casi, il rapporto potrebbe essere rovesciato senza danno.
    E ciò solleva un nuovo problema.



    Problema dell’ ineguaglianza artificiale
    Gli spiriti semplicisti hanno la tendenza a considerare le ineguaglianze sociali come artificiali.
    Si tratta di intendersi sul senso di quest’ultimo termine.
    Se con esso sì vuol dire che le differenze sociali non si impongono con quel peso di necessità primaria e diretta che caratterizza le differenze naturali e che sono in parte opera dell’uomo come una casa, un’opera d’arte, un campo coltivato, ecc., siamo d’accordo.
    Ma se artificiale pretende di significare fittizio, irreale e quindi illegittimo e degno di essere distrutto, facciamo tutte le nostre riserve.
    La natura umana infatti implica la vita in società, e la vita in società la gerarchia e le sue differenze.
    L’artificialità delle ineguaglianze sociali è una naturalità di secondo grado: è il prodotto spontaneo della natura di un essere fatto per creare e organizzare.
    «Comprendo benissimo, potrà ribattere l’egualitarista. Ed infatti non è il principio dell’ineguaglianza sociale che denuncio come artificiale, bensì il ‘fatto’ che queste ineguaglianze si fondino così poco su differenze naturali. Quello che è ingiusto, quello che bisogna distruggere, è uno stato sociale dove si osserva un tale divorzio tra le capacità degli uomini da un lato e la loro missione e i loro privilegi dall’altro».
    L’argomento non è sufficiente.
    Una differenza di rango sociale o di fortuna tra due uomini non merita di essere condannata per il solo fatto che non si appoggia su un’ineguaglianza naturale. Un cittadino ben dotato può sempre con giustizia dire a sé stesso, di fronte alle mancanze di un capo politico o di un grande finanziere: «Perché io no? Io userei meglio di quest’uomo il potere o la fortuna».
    Ma la risposta è facile: «Che mezzi avete per impadronirvi di quel potere o di quella fortuna? Possedete una ricetta infallibile per condurre automaticamente ‘i più degni’ alla sommità della scala sociale? Se sì, le vostre rivendicazioni sono legittime...».
    Rousseau, segnalando non senza ragione, nel «Contratto Sociale», le carenze dell’ereditarietà, aggiungeva che la democrazia elettiva avrebbe affidato quasi necessariamente il potere all’«elite» della nazione.
    Ahimè! Basta osservare i nuovi padroni che ci ha concesso da più di un secolo quel sistema elettorale dal quale ci si aspettava l’età dell’oro, per accorgersi che il fossato tra le ineguaglianze umane e le ineguaglianze sociali non tende a restringersi.
    I casi della «struggle for life» si sono rivelati più disastrosi ancora di quelli dell’ereditarietà...
    Sarebbe certamente auspicabile che la gerarchia sociale fosse basata sulla gerarchia naturale.
    Ma una tale armonia rappresenta un ideale verso il quale una società sana deve incessantemente tendere, senza sperare mai di realizzarlo pienamente.
    Se per respingere un sistema sociale bastasse constatare che esso non porta necessariamente i migliori ai primi posti, tutte le forme di società dovrebbero essere eliminate in blocco...
    Resta comunque il fatto che i diversi sistemi sociali sono inegualmente imperfetti, e, fatta giustizia delle esagerazioni egualitarie, resta anche che c’è molto di artificiale, nel senso cattivo del termine, nelle ineguaglianze sociali.
    E il problema si ripropone: che cosa è un’ineguaglianza artificiale?



    L’ineguaglianza organica e l’ineguaglianza anarchica
    Io non so se l’ultimo sovrano di Bisanzio, Costantino Dragazes, che si fece uccidere sui bastioni della sua città dopo una difesa eroica, era, tra gli innumerevoli abitanti del suo impero, il più degno del potere supremo; e neppure so se il più ricco proprietario del mio Paese, che lavora lui stesso e fa lavorare numerosi operai, «meriti» in modo particolare la sua fortuna.
    Ma so bene che né l’uno né l’altro godono di privilegi artificiali: li sento al loro posto, servono a qualcosa, il primo faceva il suo mestiere di re, il secondo fa il suo mestiere di ricco.
    Se penso invece ad un monarca moderno che abbandona il suo popolo dopo averlo esortato a lottare fino all’ultima goccia di sangue, o al «fortunato» vincitore di una lotteria che si avvoltola nel lusso o in piaceri imbecilli, ho la nettissima impressione che questi due uomini siano stati oggetto di un favore assurdo del destino: non sono al loro posto, non servono a nulla, non fanno il loro mestiere.
    E’ chiaro: l’ineguaglianza dei ranghi e dei privilegi diventa fittizia e ingiusta nella misura in cui non corrisponde più all’ineguaglianza delle «missioni», degli incarichi e delle responsabilità.
    Un re che «pianta in asso» il suo popolo pensando che tanto all’estero ci sono grandi alberghi e case da gioco dove la vita è dolce, è un cattivo re; un ricco che non riscatta la sua fortuna, sia con le proprie iniziative e le proprie buone azioni, sia con quella distinzione e quel lusso dei sentimenti che talora l’ozio favorisce, è un cattivo ricco.
    Quando non so quale signore medioevale diceva, per spiegare la differenza tra un nobile e un villano, che posti ambedue tra la morte e il disonore, il villano avrebbe optato per la vita e il nobile per la morte, definiva sommariamente il principio di una ineguaglianza sana: il rischio accanto al privilegio, il rischio contropartita del privilegio...
    Purtroppo è inclinazione naturale dell’egoismo umano ricercare i privilegi senza i rischi e i pesi.



    Ci si vuole elevare non, come sarebbe legittimo, per meglio donarsi e «impegnarsi», ma per meglio «disimpegnarsi», per ritirarsi dal gioco!
    Si combina paradossalmente la sete di salire e il desiderio di essere al riparo: si vuole essere tanto più al sicuro quanto più si è in alto, il che è propriamente un assurdo.
    E le ineguaglianze create da questo stato d’animo sono anarchiche per essenza; come il piacere sessuale separato dalla funzione procreatrice, non hanno nessun genere di finalità collettiva; assomigliano a corpi estranei nell’organismo sociale.
    Questo culto della falsa ineguaglianza, dell’ascesa senza merito né sacrificio, va necessariamente di pari passo con il culto del denaro.
    In una società sana, la sorte personale dei capi e dei potenti è legata a quella degli uomini che governano o dei beni che possiedono: il principe faceva corpo con il suo popolo, il signore con la sua terra, ecc.; la felicità e la sicurezza di questi uomini dipendevano in gran parte dal compimento del loro dovere sociale.
    Il ricco invece (in quanto detentore di denaro anonimo) non è saldato a nessuna funzione precisa nella società: quale che sia la sua abdicazione, la sua dimissione nei confronti dei suoi doveri sociali, godrà ovunque degli stessi privilegi e della stessa sicurezza.
    Si pensi ai re in esilio, ai finanzieri cosmopoliti, persino ai piccoli egoisti possessori di una rendita...
    L’ineguaglianza artificiale consiste dunque soprattutto nell’ineguaglianza finanziaria, «senza base e correttivo funzionali».
    Una società si rivela malsana nella misura in cui tende a fondare la sua gerarchia sulla morta differenza delle fortune (1) a scapito della viva differenza delle funzioni.
    Una tale tendenza fu, come si sa, il marchio indelebile della società capitalista...
    Riassumiamo: perché un’ineguaglianza sociale sia legittima, non è necessario che sia ricalcata su una differenza di valore personale (l’ideale del «right man in the right place» si presenta come un asintoto...), ma è sufficiente che ciascuno eserciti una funzione organica e serva come meglio può, nel suo ordine, il bene collettivo.



    Origine del falso egualitarismo
    Ci sia ora concesso di compiere un breve excursus psicologico sulle radici di quel terribile istinto d’eguaglianza che sconvolge le società.
    Il primo riflesso dell’egualitarismo è questo grido: «Perché io no?».
    Da quale stato d’animo scaturisce?
    Prendiamo un uomo qualsiasi che invidia la sorte di un grande personaggio e che dice fra sé: «Vorrei proprio essere al suo posto!».
    Che cosa invidia costui in quel destino superiore?
    Forse gli oneri, i rischi ed anche l’austera gioia di servire (il più delle volte non ci pensa neppure), oppure il prestigio, la fortuna e tutte le possibilità di piacere e di riposo, che nella sua mente sono indissolubilmente unite con la situazione del personaggio invidiato?
    La risposta è fin troppo facile...
    L’istinto egualitario ha le stesse fonti dell’istinto edonistico, è il marchio della medesima decadenza.
    L’edonismo infatti nasce da un processo di disgregazione affettiva per il quale la sete di felicità, naturale in tutti gli uomini, si separa dalla sete di agire, di donarsi, di lottare, dallo slancio verso la «virtù» nel senso etimologico e larghissimo del termine.
    Nell’uomo sano questi due istinti sono strettamente legati l’uno all’altro: la felicità è il coronamento dello sforzo e del dono e si accresce in funzione della perfezione raggiunta.
    Il decadente, al contrario, non associa l’idea di felicità a quella di perfezione e di ascesa; non conosce altra perfezione che il godimento e la sicurezza: Dio per lui non è purezza, ma felicità e riposo.
    Così, per poco che la sua situazione sociale sia inferiore, egli è spontaneamente egualitarista: nell’ordine della felicità materiale e del rifiuto di servire, il solo esistente per lui, di fronte a privilegi senza missione, a privilegi che permettono la dimissione, l’ultimo degli uomini può legittimamente rivolgere la propria ambizione ai posti più alti.
    Soprattutto di fronte al denaro: ciascuno si sente degno di essere l’eletto di questa divinità anonima, ciascuno si sente capace, al limite, di godere e di non far nulla!
    Non è d’altronde effetto del caso se le epoche in cui il primato sociale è devoluto al denaro, sono anche quelle in cui infierisce la peggiore febbre egualitarista.



    Ma quegli operai che invidiano la vita facile di uno squallido cliente di un grande albergo, quel vecchio contadino che la necessità costringe ancora, per sua fortuna, a chinarsi sulla terra e che la vuota oziosità del piccolo pensionato suo vicino riempie di cupidigia, tutti i cuori contratti da un corrosivo «perché io no?», che cosa in realtà invidiano ai loro simili «privilegiati»?
    Per strano che ciò possa sembrare, invidiano il loro nulla!
    Appuntata verso il privilegio senza doveri, verso il peccato (giacché il rifiuto di servire è la definizione stessa di peccato), la volontà di eguaglianza diventa una volontà di nulla, una vertigine di autodegradazione e di morte.
    E in questo risiedono il segreto e la logica del «comunismo».
    Ci sono soltanto due cose assolutamente comuni a tutti gli uomini: il loro nulla originale e il Dio che li ha creati.
    Se sono troppo deboli o troppo peccatori per unirsi nel culto di questo Dio, tendono invincibilmente a comunicare in quel nulla.
    Ma non è al nulla puro e semplice che l’egualitarismo mette capo: l’uomo e la società hanno la vita dura!
    Peccato capitale contro l’armonia - la quale non è altro che un gioco di ineguaglianze fondate sulle funzioni e sui doveri -, l’egualitarismo partorisce il caos; in altri termini, sostituisce al gioco delle ineguaglianze organiche un groviglio di ineguaglianze assurde e divoranti, frutto dell’intrigo e del caso - di tutto ciò che di meno umano esiste nell’uomo.
    E’ chiaro, per esempio, secondo quanto dicono i testimoni più autorizzati, che il «comunismo» sovietico, fondato di diritto sull’egualitarismo più rigido, ha dato origine di fatto alle ineguaglianze più rivoltanti che la storia abbia mai conosciuto.



    Ineguaglianza e armonia
    Ascoltiamo una melodia.
    Ogni nota occupa in essa un posto diverso nella scala dei suoni, tutti gli elementi musicali (le stesse pause) sono diseguali tra di loro e, senza questa diseguaglianza, la melodia non esisterebbe più.
    Ma non esisterebbe neppure se si sopprimesse, fra i suoi diversi elementi, quella sorta di profonda eguaglianza che risulta dalla comunione e dalla fusione nell’unità dello stesso tutto: non avremmo più allora altro che un caos di suoni.
    Questa duplice esigenza di ineguaglianza e di eguaglianza si ritrova sulla scala della società umana.
    Alla piatta nozione di eguaglianza, è importante sostituire la profonda nozione di armonia.
    La sola eguaglianza reale e auspicabile tra gli uomini non può risiedere né nella natura né nelle funzioni; può essere soltanto una «eguaglianza di convergenza». Essa si fonda sulla comunione, e la comunione non può andare disgiunta dalla differenza: i granelli di sabbia del deserto sono tutti identici ed estranei gli uni agli altri...
    In ogni armonia, l’interdipendenza corregge e corona l’ineguaglianza: le note di una melodia sono così ben legate le une alle altre nell’unità dell’insieme che, prese separatamente, non hanno più né anima né funzione.
    Così dovrebbe essere per la vita sociale.
    In mancanza dell’impossibile e catastrofica comunità di doveri e di privilegi, occorre che esista tra gli uomini, soprattutto tra i dirigenti e i diretti, una specie di «comunità dì destino».
    I veri capi sono per il popolo una «testa», sono ad un tempo distinti da lui e legati a lui: la testa e il corpo vivono, soffrono e muoiono insieme...
    Ma i cattivi padroni - quantunque siano quasi tutti degli accesi egualitaristi e pretendano, con una falsa e lusinghevole umiltà di identificarsi al popolo - sono estranei a coloro che dirigono, non servono da testa a nessuno, e tutta la loro abilità consiste nel giocare dal di fuori e per il loro personale profitto con i riflessi di un corpo decapitato...
    E ciò ci conduce a formulare la seguente legge: un’istituzione è sana nella misura in cui favorisce una salutare interdipendenza fra i membri della gerarchia sociale.



    Organizzazioni come il sistema feudale e il sistema corporativo sotto l’«ancien regime» servivano un tale scopo: così non è ad un vizio formale che hanno dovuto soccombere, ma alla carenza delle persone.
    E’ chiaro, al contrario, che i miti sociali che hanno dominato il XIX ed il XX secolo (capitalismo, suffragio universale, comunismo, ecc.) sono malsani nel loro principio, in quanto atomizzano gli uomini.
    Le istituzioni moderne non hanno bisogno di qualche ritocco, ma di un rifacimento generale.
    […]
    Noi teniamo i due capi della catena: spetta a noi unire in una sintesi armoniosa lo spirito d’ineguaglianza e lo spirito d’eguaglianza.
    Sarebbe vano abbandonarsi ora a fantastiche anticipazioni e voler tracciare l’esatta pianta della società futura.
    Ma si può prevedere con certezza che la società sfuggirà alla divorante invasione del materialismo soltanto se vedremo rinascere istituzioni apparentate al corporativismo nell’ordine economico ed allo spirito della cavalleria e del sacerdozio nell’ordine politico.
    Solo tali istituzioni saranno in grado di frenare efficacemente l’egualitarismo, sostituendo all’ineguaglianza materiale e quantitativa, un’ineguaglianza puntata verso la qualità e lo spirito o, almeno, facendo della prima non più un valore assoluto, ma semplicemente il supporto o lo strumento della seconda.
    E, nello stesso tempo, lavoreranno a ristabilire l’eguaglianza sana, poiché la materia divide e lo spirito unisce.
    Il nostro ideale respinge ad un tempo l’egualitarismo che vuole cancellare le differenze sociali e quella falsa mentalità aristocratica che tenderebbe ad indurirle in differenze di essenza (sarebbe ridicolo che il capo contraccambiasse l’amore che gli si porta, diceva già Aristotele...) e «consiste nel purificare e nell’ organizzare le ineguaglianze, in vista di un’eguaglianza più profonda; più precisamente nel mettere l’ineguaglianza al servizio dell’unità».
    Ma che cosa è questa unità se non l’amore, e che cosa è l’amore se non Dio?
    Attraverso le loro ineguaglianze naturali e sociali, tutti gli uomini sentono oscuramente che procedono dalla medesima sorgente e concorrono al medesimo fine.



    Il cattivo egualitarismo nasce dall’irrigidimento egoistico di questa intuizione che è vera soltanto sulla linea dell’amore: come tutte le grandi aberrazioni dell’uomo, deriva dal rifiuto della condizione di creatura e dall’ambizione di essere come Dio.
    La vera eguaglianza è il frutto di un amore comune; essa presuppone dunque la dimenticanza e il dono di sé.
    Ma se ciascuno pensa soltanto a sé stesso, se l’inferiore si fissa nella sua invidia e il superiore nei suoi privilegi, con quale nome chiamare la febbre di eguaglianza che sorge in un tale mondo?
    Essa allora non è più altro che un pretesto o una bandiera nella lotta, vecchia come il peccato, tra una moltitudine di piccoli dèi affamati che considerano come un’ingiustizia assoluta, ma «riparabile», ogni limite alla loro volontà di godimento o di potenza, e ciascuno dei quali vuole avere tutto, e per sé solo.
    E’ infatti una legge fatale: «gli uomini che si distolgono dall’amore comune sono votati all’odio reciproco».
    E lo spirito di eguaglianza procede necessariamente dall’una o dall’altra di queste due sorgenti.
    Così non esiste struttura sociale solida in mancanza di clima religioso.
    Un solo amore comune è capace di accomunare efficacemente gli uomini: è l’amore supremo.
    E tutti i miti in nome dei quali si è preteso di unire gli uomini al di fuori di Dio hanno moltiplicato la separazione e l’anarchia.
    Chi non raccoglie con me, disperde...
    L’egualitarismo ateo è malsano perché non ha altra risorsa che quella di corrodere fino al nulla le differenze umane.
    Ma l’egualitarismo cristiano è sano perché è fondato sul «superamento» e non sulla «estinzione» di tali differenze: esso le prolunga fino alla loro origine e al loro fine comuni, che è l’amore eterno.
    Ed è così che si compie, nell’unità di tale amore, la sintesi dell’eguaglianza e dell’ineguaglianza.

    Gustave Thibon




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Queste osservazioni sono valide non solo per la società capitalistica, ma anche per la società statalistica: un funzionario lautamente retribuito e senza vere responsabilità gode di privilegi altrettanto artificiali di quelli di un proprietario di capitali anonimi. Aggiungiamo inoltre che i beneficiari di una falsa ineguaglianza non sono necessariamente quelli che occupano i gradi elevati della gerarchia sociale: capita che i profittatori della disarmonia collettiva siano i «proletari».

  2. #2
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    Ineguaglianza anche razziale spero.

  3. #3
    legio_taurinensis
    Ospite

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    Le ineguaglianze che vanno tutelate sono quelle sul piano morale-spirituale, in una prospettiva aristocratica.

 

 

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