Un ricordo di un poeta immeritatamente trascurato dalla cultura ufficiale della Sardegna.
Eppure la sua arte poetica originale ha celebrato i valori sui quali si fonda l’orgoglio nazionale dei sardi e la speranza di un futuro di consapevolezza nel proprio ruolo in questo momento storico.
Si riporta, qui di seguito, un ricordo del poeta Salvatore Lai Deidda nel cinquantenario della morte (2001), pubblicata su NUR, bimestrale di Cultura e di Identità di Sardegna (luglio/agosto 2001).
Il poema Amsicora pubblicato postumo nel1993 in duemila copie è andato esaurito. Si auspica la ristampa dell’opera curata da Michele Congias. Nel 2007 sarà pubblicata un’edizione di Cantos de monte, liriche minori del poeta desulese sempre a cura di Michele Congias.





DON SALVATORE LAY DEIDDA





Nel canto 14, ottava 43, di Amsicora, poema epico in lingua sarda, si legge:


De sa Sardigna sos annos penosos,
sos luttos ispantantes, sos disperos,
de sas mamas sos cantos lagrimosos
in coro suo viviant interos.


E nell’ottava 46 dello stesso canto:

Cantesit da-e virde gioventura
de Deus sa potenzia e bonidade,
de s’omine s’amore, sa tristura
chi lu trapassat d’edade in edade.


Questi pochi versi rivolti al poeta misterioso, sono solo uno spazio di luce sul contenuto del poema in lingua sarda, scritto in 20 canti per oltre 9000 versi dal poeta don Salvatore Lai Deidda, nato a Desulo il 18 maggio 1920 e scomparso il 24 gennaio 1951 a Tonara. Cinquant’anni dopo la morte, Lai Deidda pare resti accantonato nel dimenticatoio, perché la sua opera in lingua sarda viene giudicata troppo impegnativa, ma forse è soltanto scomoda. Eppure la lezione artistica e il messaggio civile e morale del Lai Deidda, se cinquant’anni fa erano profetici, oggi sono attualissimi, incalzanti, e ci chiedono se non altro un po’ di attenzione.
Per celebrare l’isola di Sardegna, che fu per tutta la vita travolgente passione, il poeta scelse il genere epico, perché gli consentiva di superare la frammentarietà dell’intervento lirico nel cantare le bellezze dell’isola e illustrare gli aspetti più notevoli della civiltà sarda, e intanto celebrare il dramma delle vicende storiche di un popolo intero senza rinunciare a scandagliare nel cuore dell’uomo, fino a rivelarne i sentimenti più delicati, schietti e gentili e le passioni irose, aspre e violente.
Il Lai Deidda raggiunge vertici altissimi d’arte nel descrivere i paesaggi dell’isola, definita nelle liriche minori e poi nel poema (canto 16, ottava 29) “Sardigna bella, perla in mesu mare”, terra di sogno per Baru Sardu (canto 2, ottava 41):

B’hat una terra totu carignada
Da-e sos mares pius riccos e bellos…



Oggetto di struggente desolazione per il re Amsicora, nello sconforto della sconfitta (canto 19, ottava 27):

Tue de ogni logu su gravellu,
ricca de melas, de trigu, de ‘ides,
ses ispozada, ses posta in flagellu…



La celebrazione della civiltà dei sardi risalta in un numero infinito di versi, sparsi in vari canti, di cui citerò solo un assaggio, per dare almeno un’idea dell’orgoglio con cui il poeta guardava alla storia della Sardegna.
Prima di tutto è da cogliere l’affermazione che la Sardegna, sede di sviluppatissime civiltà quando Roma non era ancora un villaggio, è patria di una nazione nata da germen santu, misteriosa gente (canto 16, ottava 27), protetta da Dio e destinata a realizzare nella storia una missione di civiltà, a favore di tutti ipopoli.
Nel poema tra l’altro si legge (canto 4, ottava 39):

Est Sardigna regina ‘e gigantes
Chi a s’Italia hat dadu civiltade…
Est Sardigna ch’a populos vagantes
Distruesit s’antiga feridade
In sas libicas costas e mauras…



Il poeta nutre dunque il sogno di un’epoca d’oro dell’isola e lo esprime con grande potenza creativa, accreditando la storia della Sardegna di una fase di sviluppo così splendida da irradiare la sua civiltà anche a favore degli altri popoli del Mediterraneo.
Ciò che commuove di più il poeta è però la sofferenza cui il popolo sardo è condannato dalla storia. Nel canto 4 del poema pone in bocca ad Amsicora terribili imprecazioni contro Cartagine, quando il generale punico Magone gli porta la notizia della distruzione di Karales bella, Karales divina:

Maleditta Cartagine, sa causa
de sas ruinas a Sardigna mia!
Sardigna! Dolorosa senza pausa
E carriga de male e tribulia
E maleditta - ca s’incausa
Sos Punos punzent in diversa via!-
Roma, barbara Roma totu fele,
Roma furunca, superba e crudele.


E a Laos, ambasciatore di Titu, duce dei Romani, Amsicora, con l’orgoglio proprio del venerabile regnante, dirà senza paura:

A Titu nara: “Roma a sos Romanos,
a sos Tyros sa tyra Karkedones,
sa Sardigna a sos Sardos! Turpe manos
non turbent sas anzenas possessiones…”


Un discorso a parte merita l’illustrazione dell’originalità del Lai Deidda nell’uso della parola, che piega ad ogni esigenza descrittiva, con una ricchezza e una naturalezza impressionanti nella descrizione dei paesaggi naturali, delle aurore e dei tramonti, della luce piena del giorno come delle tenebre della notte, dei monti e delle valli, delle piane e dei colli, del mare burrascoso o sereno, di ogni spazio dove si svolge e si sviluppa la vita del popolo, visto nelle attività del lavoro o nella tragedia della guerra.
Indimenticabili sono i versi dedicati a Sinnai, vista dopo il saccheggio effettuato dai Romani (canto 7, ottave 13-23) e le espressioni di Amsicora in perlustrazione dopo la battaglia di Nurri (canto 14, ottave 1-11), o anche le commosse voci del lungo lamento del re prima del suicidio (canto 19).
Di impressionante potenza è poi l’iniziativa del Lai Deidda, quando piega la lingua sarda a descrivere lo scontro fisico o il cozzare formidabile di grandi schiere armate. Al poeta di Desulo non sfugge nessuno dei sentimenti dell’uomo, colto nell’istante decisivo dello scontro fatale: voci d’ira e di rabbia, grida di gioia per la vittoria o lamenti per ferite mortali; canti e invocazioni oranti alla divinità, ora rivolti dai Sardi ora dai Romani ora dai Punici; grandiose descrizioni di mischie sanguinose, sotto cieli tenebrosi e fra rivi di sangue, dove gli uomini dimostrano tutta la loro stoltezza ( canto 17, ottava 4):

Su firmamentu pariat fremente
contra de sos mortales de gai tontos
chi die e notte non restant momentu
senza di dare penas e turmentu.


Sono anche espressi con molta attenzione i sentimenti del cuore, da quelli alti e nobili dei genitori verso i figli, a quelli pieni di venerazione dei figli verso i genitori, dall’amore tragico di Florida (canto 7) a quello disperato di Fura (canto 11); di particolare drammaticità è l’episodio della bimba di Cagliari messa alla mira dai soldati romani avvinazzati (canto 5, ottave 45-58), uno dei vertici dell’arte poetica di tutto il poema.
In premessa accennavo ai valori morali e civili, affermati con coraggio dal Lai Deidda oltre cinquant’anni fa, eppure così attuali, tanto che non è certamente modo di farneticare riproporli alle nuove generazioni nei moduli espressivi da lui creati e senza la mediazione di intrerventi tesi a rendere il suo messaggio più addomesticabile.
Nel riproporre all’attenzione dei lettori la rivolta di Amsicora del 215 contro i Romani, il Lai Deidda intendeva prima di tutto ispirarsi ad un fatto storico che fosse esempio di orgoglio nazionale, di ribellione contro l’invasore e di rifiuto della violenta imposizione della legge del più forte nelle relazioni fra i popoli. Il moto di ribellione non è esaltazione della violenza fine a sé stessa, ma occasione per proporre i modelli di vita laboriosa e pacifica che i Romani tentavano di distruggere e che i Sardi avevano tutto il diritto di difendere.
Subito dopo la seconda guerra mondiale, quando in Sardegna si iniziava a parlare di Rinascita, era operazione quanto mai lungimirante rafforzare l’aspirazione dei Sardi ad imboccare la strada dell’autonomia, con l’invito alla consapevolezza di essere un popolo, che la storia aveva voluto diverso, per poter dire una parola originale nel consesso dei popoli.Pertanto il Nostro lascia balenare davanti ai Sardi l’idea che, nella fase di rilancio dell’Isola, dovevano trovare in sé stessi l’energia morale e lo stimolo per proporsi all’attenzione della nazione con coraggio e dignità, facendo capire di non essere affatto rassegnati all’eventualità di venire omologati alla stregua di regione anonima, senz’anima.
Un discorso a parte ci impone il sacerdote poeta, sia per quanto riguarda il tema religioso nella sua opera, sia per quanto ha saputo testimoniare con ammirevole coerenza nella fin troppo breve esperienza di sacerdote. Mutuando dl canto epico un tono grave e solenne, il Lai Deidda fornisce le vaghe parentele dei Sardi con i Shardana di un legame diretto con Reu, un patriarca post-diluviano, padre di Serug, avo di Abramo e, secondo l’autore, anche di Sardan, primo progenitore dei Sardi. Questa operazione di fantasia consente al Lai Deidda di innestare alla storia dei Sardi nuragici le attese e le speranze della teologia giudaico cristiana nell’arrivo di un Liberatore, l’Inviato del cielo. Niente di strano allora che in quasi tutti i canti risuoni il nome di un Dio così vicino alla religione che solo dopo tre secoli si sarebbe affacciata nell’Isola.
Ma tutta questa operazione non lascia odor di sacristia, perché l’autore procede nell’azione con molta discrezione, direi quasi con pudore e per via allusiva. D’altra parte, all’intrusione della religiosità fa di contraltare e quindi di riequilibrio l’espressione lucida della più schietta fede pagana. Basterebbe citare il canto 5, ottave 24-42, per renderci conto come il Lai Deidda proclami con rispetto e con generoso riguardo la preghiera di bocca pagana a Venere e a Bacco, divinità dai cristiani accostate a tutt’altro concetto fuorché a quello della virtù. Solo la cultura e l’onestà intellettuale di Don Lai Deidda potevano consentire il canto di divinità pagane in termini così altamente lirici e ricchi di contenuto spirituale.
A parte il poema epico e le liriche minori, alcune delle quali sono di intensa religiosità, don Salvatore Lai Deidda fu sacerdote di coerenza solida e schietta, costantemente conforme alla sua fede e all’impegno proveniente dall’Ordine sacro.


Michele Congias






Don Salvatore Lai Deidda ritratto con il Dott. Sulis, suo esperto critico e famoso “Nanneddu meu” di Peppino Mereu.